Un giorno lungo cinquant’anni
Questo è stato il 18 aprile per l’ex presidente della Repubblica italiana. Che ripercorre i momenti più importanti della sua campagna elettorale, i tanti comizi, il contatto con la gente. E dà un giudizio sui governi che seguirono a quella data storica
di Giovanni Leone
1. Significato dell’elezione del 18 aprile 1948
Il 18 aprile 1948 è una data che compendia tutta la storia del primo cinquantenario dello Stato repubblicano; perciò possiamo, adottando il linguaggio di un insigne scrittore (Rossi), proporre la seguente etichetta: «Un 18 aprile lungo cinquant’anni».
L’attuale ricordo ci riporta indietro, cioè alla prima fase della nostra rinascita diretta a preparare l’elezione per l’Assemblea costituente ed al significato dell’imponente risultato elettorale del 2 giugno 1946, approdo di una lunga, profonda preparazione alla successione dell’infausto regime dittatoriale.
Concentrando la nostra attenzione sulla campagna elettorale per l’elezione della prima legislatura repubblicana conclusa il 18 aprile 1948, alla quale partecipai attivamente quale candidato per la Dc, mi vien fatto di riportare alcune riflessioni utili a ricostruire un quadro generale della situazione politica.
Il ricordo si appunta per primo sulla drammaticità della situazione quale appare in una scultorea pagina di Norman Kogan (Storia politica dell’Italia repubblicana, 1982, pp. 66ss): «Quello del ’47 era stato un inverno difficile. La scissione del 1947 aveva rafforzato in seno al Partito socialista la posizione di coloro che sostenevano l’unità di azione con i comunisti e i due partiti si accordarono per presentare una lista comune alle elezioni, aumentando così i timori degli altri partiti».
«Nella primavera del 1948 la tensione aumentò, ma a farla giungere al culmine fu un avvenimento che si verificò all’esterno del Paese: il colpo di Stato del febbraio del ’48 a Praga, con cui i comunisti si impadronirono del potere in Cecoslovacchia. La campagna elettorale italiana si trasformò immediatamente in una lotta di proporzioni apocalittiche e le elezioni furono presentate come il culmine della battaglia fra Cristo e l’anticristo, fra Roma e Mosca».
Anch’io portai il mio contributo alla vittoria della Dc. Candidato nel collegio Napoli-Caserta, mi gettai a capofitto nella campagna elettorale, che si concluse col successo trionfale per la Dc.
Punto centrale della ricostruzione di quella campagna elettorale, così come della precedente del 2 giugno 1946, è la constatazione della maturità del popolo italiano, tanto più importante quando si pensi che si usciva dal lungo periodo della dittatura fascista e dalla tragica conclusione della guerra. Approfondendo ulteriormente l’analisi di questo dato, emerge la maniera distinta con cui nelle due elezioni l’elettorato maturò la sua convinzione. Ebbi occasione di fare un rilievo che, se non erro, non è stato finora enunciato; e cioè che l’impegno dell’elettorato si profilò diversamente nell’una e nell’altra votazione: si mirava nella prima alla costruzione di uno Stato democratico impiantato su una carta fondamentale, nella seconda si mirava a scongiurare il pericolo mortale della instaurazione della dittatura di stampo sovietico.
Preciso: non è che nel primo mancasse la considerazione del pericolo comunista, ma questo si profilava come una mera ipotesi esplicativa; nel secondo, invece, l’attenzione era appuntata esclusivamente a impedire il ripetersi in Italia della tragica esperienza sovietica.
2. Svolgimento della campagna elettorale del 1948
Mi accadde, fin dall’inizio, di trovarmi al centro dell’interesse delle masse di ascoltatori sempre più affollate; sicché nasceva spontaneo il desiderio di coltivarne lo stato d’animo mirando a ottenere il voto come risultato di un’opera di persuasione e non di sola emozione.
Tenni centinaia di comizi: nei giorni feriali cominciando nel tardo pomeriggio per dar modo al maggior numero di persone di presenziarvi (le domeniche fin dalle prime ore del mattino sul sagrato delle Chiese) e concludendo a mezzanotte, giostrando con i più vari espedienti per guadagnare qualche minuto sullo sbarramento della mezzanotte.
Potei constatare che il mio modo di impostare i comizi era ben scelto; tuttavia nel corso della campagna vi apportavo alcune modificazioni. Mi premeva soprattutto coordinare il contenuto ed anche lo stesso linguaggio al grado di cultura dei vari centri di ascolto: si passava infatti da comuni prevalentemente rurali ad altri con economia industrializzata e spesso a regime misto. Colsi così una ricca gamma di esperienze: i giovani, anche se non ancora universitari, vedevano in me il professore amato dagli studenti per la sua umanità e la lucidità dei suoi discorsi; gli avvocati vedevano in me il giovane collega impegnato in tante cause; i sacerdoti vedevano in me il “fucino” dell’Azione cattolica. Le numerose adesioni però non assursero mai al fanatismo o culto della personalità, che non avrei tollerato.
La mia oratoria era composta da una parte strettamente politica, (esame dei problemi generali e locali, critica delle posizioni assunte dagli altri partiti nei vari comizi, attacchi duri ma sempre documentati ai comunisti) e da una parte emotiva, nella quale cercavo di scendere nell’anima degli ascoltatori portando, come ho detto, al culmine l’entusiasmo: ragione e sentimento ben dosati!
Anche nel campo dell’oratoria comiziale, infatti, vale il rilievo di Th. B. Macaulay: «L’arte oratoria presa di per sé non è tanto la verità quanto la persuasione».
Amavo documentarmi e perciò portavo con me libri da citare; ad esempio leggevo le suggestive pagine del libro di Gide, Retour de Russie, nel quale il grande scrittore francese rinnegava pubblicamente la sua fede comunista («quanti poveri ho visto; non era questo lo spettacolo che mi attendevo!»). Citavo interi passi, sfidando gli avversari politici a tornare nella stessa piazza per smentirmi.
Pur non essendo mai aggressivo, talvolta accadeva che la ferrea logica del ragionamento e le documentazioni di appoggio irritavano talmente i comunisti da determinare tafferugli, per fortuna senza gravi conseguenze.
A questo proposito dirò che talvolta mi prendevo il gusto di provocarli col ricorso all’ironia (senza degradarmi mai nella volgarità); e questo accadeva quando, ad esempio, parlavo nel collegio senatoriale di qualche comunista: «Compagni, questo libro l’ho comprato alla libreria delle Botteghe Oscure, ottenendo perfino la riduzione concessa ai giornalisti».
ppio di quelli che avevo riportato due anni prima nella elezione per la Costituente. Esempio notevole di successo conseguito esclusivamente con l’impostazione seria e responsabile della campagna elettorale.
Il mondo delle memorie è ricco di stimoli, anche perché si riallaccia in definitiva al mistero della parola, che – nel solco della pagina stupenda di Giovanni evangelista («in principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Verbum erat Deus») – ho sempre considerato un momento essenziale di quella che i tedeschi scultoreamente chiamano lebensanschauung.
3. Il finale “Mane nobiscum”
Un ricordo particolare della mia campagna elettorale è quello che segue.
Al suo inizio, mi accadde di ascoltare la parola di un sacerdote, che in un rito religioso ricordava il suggestivo episodio di Emmaus.
Si tratta del Vangelo di Luca, nel quale si racconta l’incontro di due discepoli di Gesù con il Maestro, della cui presenza non si erano avveduti. Il punto culminante di questo episodio sta nell’angosciosa invocazione dei discepoli quando si accorsero che lo sconosciuto che li aveva avvicinati era proprio il Cristo: Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit.
Nel sentire per la prima volta il passo del Vangelo di Luca fui preso da un fascino, che cercai di trasferire in un mio comizio e l’esperimento mi andò bene. Formulai così il finale del mio discorso: Mane nobiscum; resta con noi, Signore, perché fa notte…! Cade la notte sulla nostra millenaria civiltà cristiana, sulla nostra anima, sulla nostra libertà, sulla nostra famiglia, sui nostri figli, sulle nostre chiese, sulle nostre scuole; e riscontrai fin dall’inizio una profonda rispondenza degli ascoltatori (nel fondo dell’animo di ciascuno di noi vibrava il richiamo a valori fondamentali).
A questo ricordo è collegata l’accoglienza fatta dal pubblico a tale finale sicché ero costretto ad adottarlo come una specie di ritornello. Talora ero atteso in prossimità del luogo destinato al comizio dagli organizzatori che mi chiedevano calorosamente nel finale il Mane nobiscum, altrimenti non sarei stato votato. Una singolare forma di violenza privata!
4. Amare considerazioni sulla delusa aspettativa della prima legislatura
La prima legislatura – che aveva aperto la speranza di tutti quelli che attendevano un quasi palingenetico rinnovamento della concezione dello Stato e del rapporto fra cittadino e Stato – si risolse in una grande delusione.
La carica ideale, con cui era stata affrontata la campagna elettorale, si afflosciò in una specie di sonno: stanchezza per il precorso lavoro oppure timore del nuovo, che dovette prendere anche i comunisti che non esplicarono una opposizione decisa come era nel loro costume?
Ancora oggi non riesco a trovare una spiegazione di questa inerzia politica: assillo a cui non riuscivo a sottrarmi per una specie di responsabilità collettiva, pur avendo la coscienza a posto: nel settore a me assegnato avevo infatti attivamente collaborato nell’apprestamento degli strumenti normativi ed amministrativi per la messa in moto della Costituzione. In definitiva mi sono andato convincendo che mentre delineare sulla carta un nuovo tipo di Stato è facile, realizzarlo è un altro discorso (tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare).
Spietata, e tuttavia indicativa di un nucleo di verità, è la esposizione delle opposte linee di pensiero sulla esplicazione della Costituzione fatta dalla Pivetti (Le elezioni politiche in Italia dal 1948 ad oggi, Laterza, 1995, pp. 362-363): «Il meccanismo proporzionale che informa l’impianto delle leggi elettorali per le due Camere, pur non esercitando un’azione coercitiva sul voto e pur trovandosi ad agire all’interno di un sistema politico tradizionalmente debole, ancora una volta non ha impedito all’elettorato di schierarsi».
«Con il 18 aprile, tuttavia, si chiude definitivamente e male un’epoca. Se l’esarchia ciellenista aveva rappresentato il momento della rottura rispetto ad una tradizionale gestione del potere, indicando, attraverso il prevalere dei partiti di massa, l’avvenuta ricongiunzione Stato/società, il 18 aprile, con la sua sanzione della politica centrista, indica che dalle potenziali spinte in avanti della politica resistenziale si passa alla normalizzazione, intesa se non ad annullare il cambiamento, almeno a fissarlo sull’equilibrio più arretrato, tale da offrire alle classi dominanti la possibilità di recuperare il massimo spazio consentito dalle pur nuove condizioni create dalla sconfitta storica delle forze reazionarie in Italia e in Europa. I governi centristi che si susseguono durante gli anni della prima legislatura non educano il Paese né alla politica, né allo Stato. Le regole del gioco sancite dal testo costituzionale, nella fiducia che il legislatore ordinario avrebbe non solo reso vive quelle strutture destinate a garantire l’impianto progressivo della forma Stato voluta dai costituenti, ma continuato quel disegno avviando i presupposti per una crescita armonica dei rapporti tra lo Stato e la società, vengono palesemente disattese».
«Gli anni della prima legislatura sono, non a caso, ricordati dalla storia come gli anni del “congelamento costituzionale”, gli anni che progressivamente sostituiscono all’idea del confronto democratico quella dell’occupazione del potere, nel radicarsi dell’idea che o la democrazia resterà centrista o non sarà».
Comunque – pur dovendo escludere una deliberata volontà di rallentare l’esplicazione del complesso sistema della Costituzione – si divaricò non solo nel tempo ma soprattutto nella sostanza il collegamento tra le norme della Costituzione e la loro originaria ideazione.
Che pensare poi della legge elettorale presentata quasi al termine della legislatura?
Fu ingiustamente chiamata legge truffa e tale non era (quella legge aveva un fondamento più che legittimo con riscontri anche in Paesi stranieri); fu specialmente la meschina impostazione data alla polemica tra i partiti associati a dare la sensazione di una divisione del bottino prima di averlo conseguito. Purtroppo quell’ingiusta taccia conseguì il suo scopo.
A questo proposito devo rivelare un episodio che avevo finora relegato nello scrigno segreto della mia memoria.
All’inizio della battaglia parlamentare su tale legge ebbi un colloquio con l’onorevole Ferdinando Targetti – collega della vicepresidenza della Camera, socialista, un uomo di grande lealtà e probità – il quale, forse perché incaricato riservatamente di compiere questa missione, mi suggerì di proporre a De Gasperi un compromesso col così detto ponte dell’onorevole Corbino, consistente nella diversa distribuzione del risultato elettorale tra i partiti associati. Riferii la proposta di Targetti a De Gasperi, il quale – sostenuto da Scelba – la respinse tout court. Non prese affatto in considerazione la mia insistenza fondata sul rilievo che l’ostruzionismo parlamentare già in atto, se portato alle estreme conseguenze non avrebbe consentito alla legge di essere approvata (c’era in questo rilievo anche una sotterranea critica per il ritardo con cui la legge era stata presentata alla Camera dei deputati dopo una lunga elaborazione nella quale traspariva la reciproca diffidenza fra i partiti associati più che la spiegazione della sua legittimità giuridica e morale).
Riporto testualmente il colloquio tra me e De Gasperi: De Gasperi: l’ostruzionismo? Quanto può durare? Risposi: presidente, non è possibile dirlo; tenga presente che su ogni parola, su ogni virgola, può essere posta la fiducia sicché anche con l’ausilio di un esperto contabile non si potrà mai avere la sicurezza del successo; e rinnovai il suggerimento di accettare la proposta mediatrice di Targetti.
De Gasperi: e adesso mi parlate di ostruzionismo? Risposi: io non sono stato interpellato da alcuno e non aggiunsi che si era alla presenza di una crassa ignoranza da parte del governo dell’istituzione parlamentare.
L’amara conclusione di questo mio intervento fu che né in quella sede né successivamente ebbi mai una risposta, sia pure indiretta, da parte di De Gasperi, la cui intransigente posizione si profilò come contrasto fra due diverse concezioni.
A scanso di equivoci premetto che ho sempre riconosciuto la posizione storica di De Gasperi scultoreamente definito “restauratore della Patria”. Come un postulato di fede fu sempre viva nel mio animo la considerazione del grande statista trentino come massimo titolare delle qualità e del carisma per la resurrezione del Paese.
Il contrasto fra di noi si poneva come un conflitto generazionale: da una parte De Gasperi che, anche per la preparazione culturale e l’esperienza della vita politica austriaca, dava prevalente rilievo all’azione governativa sul ruolo del Parlamento e dall’altra, chi come me, anche per il sia pur breve noviziato compiuto nell’ambito del Parlamento, ne considerava la centralità nel quadro istituzionale.
Purtroppo i fatti mi dettero ragione perché nella famosa domenica delle Palme del 1953 il varo della legge fu decretato da Ruini nell’ambito di una situazione caotica caratterizzata da lanci di tavolette contro di lui.
Non si trattò di approvazione della legge, bensì di sepoltura dell’istituto parlamentare. L’opinione pubblica non accettò la soluzione di Ruini e tutta la vicenda culminò nell’insuccesso elettorale.
Si tratta di un episodio molto grave che non attacca la figura di De Gasperi, ma certamente quella dei suoi collaboratori che finora ho chiuso nell’angolo segreto della mia memoria.
Queste in sintesi le impressioni, i giudizi, le critiche, tutto il mondo dei pensieri e riflessioni di cui rendo testimonianza con questo mio scritto. È stato perciò inevitabile che parlassi in prima persona.
Per placare questa mia preoccupazione ho cercato altre testimonianze anche se in senso più o meno divergente; la vera storia si fa infatti così.
Senonché non ho trovato, nelle tonnellate di carte che costituiscono il mio cosiddetto archivio, nessun altro elemento e soprattutto una relazione redatta dal compianto dottor Nino Valentino, che – iniziando allora la sua collaborazione intelligente e solerte durata fino alla sua immatura scomparsa – aveva seguito la mia campagna elettorale giorno per giorno, in tal modo recependo impressioni e giudizi non solo miei.
Quella relazione costituiva un utile strumento di raffronto con le mie riflessioni, data l’indipendenza di giudizio del mio collaboratore che, più che rivendicata, gli avevo spontaneamente assegnato.
Il 18 aprile 1948 è una data che compendia tutta la storia del primo cinquantenario dello Stato repubblicano; perciò possiamo, adottando il linguaggio di un insigne scrittore (Rossi), proporre la seguente etichetta: «Un 18 aprile lungo cinquant’anni».
L’attuale ricordo ci riporta indietro, cioè alla prima fase della nostra rinascita diretta a preparare l’elezione per l’Assemblea costituente ed al significato dell’imponente risultato elettorale del 2 giugno 1946, approdo di una lunga, profonda preparazione alla successione dell’infausto regime dittatoriale.
Concentrando la nostra attenzione sulla campagna elettorale per l’elezione della prima legislatura repubblicana conclusa il 18 aprile 1948, alla quale partecipai attivamente quale candidato per la Dc, mi vien fatto di riportare alcune riflessioni utili a ricostruire un quadro generale della situazione politica.
Il ricordo si appunta per primo sulla drammaticità della situazione quale appare in una scultorea pagina di Norman Kogan (Storia politica dell’Italia repubblicana, 1982, pp. 66ss): «Quello del ’47 era stato un inverno difficile. La scissione del 1947 aveva rafforzato in seno al Partito socialista la posizione di coloro che sostenevano l’unità di azione con i comunisti e i due partiti si accordarono per presentare una lista comune alle elezioni, aumentando così i timori degli altri partiti».
«Nella primavera del 1948 la tensione aumentò, ma a farla giungere al culmine fu un avvenimento che si verificò all’esterno del Paese: il colpo di Stato del febbraio del ’48 a Praga, con cui i comunisti si impadronirono del potere in Cecoslovacchia. La campagna elettorale italiana si trasformò immediatamente in una lotta di proporzioni apocalittiche e le elezioni furono presentate come il culmine della battaglia fra Cristo e l’anticristo, fra Roma e Mosca».
Anch’io portai il mio contributo alla vittoria della Dc. Candidato nel collegio Napoli-Caserta, mi gettai a capofitto nella campagna elettorale, che si concluse col successo trionfale per la Dc.
Punto centrale della ricostruzione di quella campagna elettorale, così come della precedente del 2 giugno 1946, è la constatazione della maturità del popolo italiano, tanto più importante quando si pensi che si usciva dal lungo periodo della dittatura fascista e dalla tragica conclusione della guerra. Approfondendo ulteriormente l’analisi di questo dato, emerge la maniera distinta con cui nelle due elezioni l’elettorato maturò la sua convinzione. Ebbi occasione di fare un rilievo che, se non erro, non è stato finora enunciato; e cioè che l’impegno dell’elettorato si profilò diversamente nell’una e nell’altra votazione: si mirava nella prima alla costruzione di uno Stato democratico impiantato su una carta fondamentale, nella seconda si mirava a scongiurare il pericolo mortale della instaurazione della dittatura di stampo sovietico.
Preciso: non è che nel primo mancasse la considerazione del pericolo comunista, ma questo si profilava come una mera ipotesi esplicativa; nel secondo, invece, l’attenzione era appuntata esclusivamente a impedire il ripetersi in Italia della tragica esperienza sovietica.
2. Svolgimento della campagna elettorale del 1948
Mi accadde, fin dall’inizio, di trovarmi al centro dell’interesse delle masse di ascoltatori sempre più affollate; sicché nasceva spontaneo il desiderio di coltivarne lo stato d’animo mirando a ottenere il voto come risultato di un’opera di persuasione e non di sola emozione.
Tenni centinaia di comizi: nei giorni feriali cominciando nel tardo pomeriggio per dar modo al maggior numero di persone di presenziarvi (le domeniche fin dalle prime ore del mattino sul sagrato delle Chiese) e concludendo a mezzanotte, giostrando con i più vari espedienti per guadagnare qualche minuto sullo sbarramento della mezzanotte.
Potei constatare che il mio modo di impostare i comizi era ben scelto; tuttavia nel corso della campagna vi apportavo alcune modificazioni. Mi premeva soprattutto coordinare il contenuto ed anche lo stesso linguaggio al grado di cultura dei vari centri di ascolto: si passava infatti da comuni prevalentemente rurali ad altri con economia industrializzata e spesso a regime misto. Colsi così una ricca gamma di esperienze: i giovani, anche se non ancora universitari, vedevano in me il professore amato dagli studenti per la sua umanità e la lucidità dei suoi discorsi; gli avvocati vedevano in me il giovane collega impegnato in tante cause; i sacerdoti vedevano in me il “fucino” dell’Azione cattolica. Le numerose adesioni però non assursero mai al fanatismo o culto della personalità, che non avrei tollerato.
La mia oratoria era composta da una parte strettamente politica, (esame dei problemi generali e locali, critica delle posizioni assunte dagli altri partiti nei vari comizi, attacchi duri ma sempre documentati ai comunisti) e da una parte emotiva, nella quale cercavo di scendere nell’anima degli ascoltatori portando, come ho detto, al culmine l’entusiasmo: ragione e sentimento ben dosati!
Anche nel campo dell’oratoria comiziale, infatti, vale il rilievo di Th. B. Macaulay: «L’arte oratoria presa di per sé non è tanto la verità quanto la persuasione».
Amavo documentarmi e perciò portavo con me libri da citare; ad esempio leggevo le suggestive pagine del libro di Gide, Retour de Russie, nel quale il grande scrittore francese rinnegava pubblicamente la sua fede comunista («quanti poveri ho visto; non era questo lo spettacolo che mi attendevo!»). Citavo interi passi, sfidando gli avversari politici a tornare nella stessa piazza per smentirmi.
Pur non essendo mai aggressivo, talvolta accadeva che la ferrea logica del ragionamento e le documentazioni di appoggio irritavano talmente i comunisti da determinare tafferugli, per fortuna senza gravi conseguenze.
A questo proposito dirò che talvolta mi prendevo il gusto di provocarli col ricorso all’ironia (senza degradarmi mai nella volgarità); e questo accadeva quando, ad esempio, parlavo nel collegio senatoriale di qualche comunista: «Compagni, questo libro l’ho comprato alla libreria delle Botteghe Oscure, ottenendo perfino la riduzione concessa ai giornalisti».
ppio di quelli che avevo riportato due anni prima nella elezione per la Costituente. Esempio notevole di successo conseguito esclusivamente con l’impostazione seria e responsabile della campagna elettorale.
Il mondo delle memorie è ricco di stimoli, anche perché si riallaccia in definitiva al mistero della parola, che – nel solco della pagina stupenda di Giovanni evangelista («in principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Verbum erat Deus») – ho sempre considerato un momento essenziale di quella che i tedeschi scultoreamente chiamano lebensanschauung.
3. Il finale “Mane nobiscum”
Un ricordo particolare della mia campagna elettorale è quello che segue.
Al suo inizio, mi accadde di ascoltare la parola di un sacerdote, che in un rito religioso ricordava il suggestivo episodio di Emmaus.
Si tratta del Vangelo di Luca, nel quale si racconta l’incontro di due discepoli di Gesù con il Maestro, della cui presenza non si erano avveduti. Il punto culminante di questo episodio sta nell’angosciosa invocazione dei discepoli quando si accorsero che lo sconosciuto che li aveva avvicinati era proprio il Cristo: Mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit.
Nel sentire per la prima volta il passo del Vangelo di Luca fui preso da un fascino, che cercai di trasferire in un mio comizio e l’esperimento mi andò bene. Formulai così il finale del mio discorso: Mane nobiscum; resta con noi, Signore, perché fa notte…! Cade la notte sulla nostra millenaria civiltà cristiana, sulla nostra anima, sulla nostra libertà, sulla nostra famiglia, sui nostri figli, sulle nostre chiese, sulle nostre scuole; e riscontrai fin dall’inizio una profonda rispondenza degli ascoltatori (nel fondo dell’animo di ciascuno di noi vibrava il richiamo a valori fondamentali).
A questo ricordo è collegata l’accoglienza fatta dal pubblico a tale finale sicché ero costretto ad adottarlo come una specie di ritornello. Talora ero atteso in prossimità del luogo destinato al comizio dagli organizzatori che mi chiedevano calorosamente nel finale il Mane nobiscum, altrimenti non sarei stato votato. Una singolare forma di violenza privata!
4. Amare considerazioni sulla delusa aspettativa della prima legislatura
La prima legislatura – che aveva aperto la speranza di tutti quelli che attendevano un quasi palingenetico rinnovamento della concezione dello Stato e del rapporto fra cittadino e Stato – si risolse in una grande delusione.
La carica ideale, con cui era stata affrontata la campagna elettorale, si afflosciò in una specie di sonno: stanchezza per il precorso lavoro oppure timore del nuovo, che dovette prendere anche i comunisti che non esplicarono una opposizione decisa come era nel loro costume?
Ancora oggi non riesco a trovare una spiegazione di questa inerzia politica: assillo a cui non riuscivo a sottrarmi per una specie di responsabilità collettiva, pur avendo la coscienza a posto: nel settore a me assegnato avevo infatti attivamente collaborato nell’apprestamento degli strumenti normativi ed amministrativi per la messa in moto della Costituzione. In definitiva mi sono andato convincendo che mentre delineare sulla carta un nuovo tipo di Stato è facile, realizzarlo è un altro discorso (tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare).
Spietata, e tuttavia indicativa di un nucleo di verità, è la esposizione delle opposte linee di pensiero sulla esplicazione della Costituzione fatta dalla Pivetti (Le elezioni politiche in Italia dal 1948 ad oggi, Laterza, 1995, pp. 362-363): «Il meccanismo proporzionale che informa l’impianto delle leggi elettorali per le due Camere, pur non esercitando un’azione coercitiva sul voto e pur trovandosi ad agire all’interno di un sistema politico tradizionalmente debole, ancora una volta non ha impedito all’elettorato di schierarsi».
«Con il 18 aprile, tuttavia, si chiude definitivamente e male un’epoca. Se l’esarchia ciellenista aveva rappresentato il momento della rottura rispetto ad una tradizionale gestione del potere, indicando, attraverso il prevalere dei partiti di massa, l’avvenuta ricongiunzione Stato/società, il 18 aprile, con la sua sanzione della politica centrista, indica che dalle potenziali spinte in avanti della politica resistenziale si passa alla normalizzazione, intesa se non ad annullare il cambiamento, almeno a fissarlo sull’equilibrio più arretrato, tale da offrire alle classi dominanti la possibilità di recuperare il massimo spazio consentito dalle pur nuove condizioni create dalla sconfitta storica delle forze reazionarie in Italia e in Europa. I governi centristi che si susseguono durante gli anni della prima legislatura non educano il Paese né alla politica, né allo Stato. Le regole del gioco sancite dal testo costituzionale, nella fiducia che il legislatore ordinario avrebbe non solo reso vive quelle strutture destinate a garantire l’impianto progressivo della forma Stato voluta dai costituenti, ma continuato quel disegno avviando i presupposti per una crescita armonica dei rapporti tra lo Stato e la società, vengono palesemente disattese».
«Gli anni della prima legislatura sono, non a caso, ricordati dalla storia come gli anni del “congelamento costituzionale”, gli anni che progressivamente sostituiscono all’idea del confronto democratico quella dell’occupazione del potere, nel radicarsi dell’idea che o la democrazia resterà centrista o non sarà».
Comunque – pur dovendo escludere una deliberata volontà di rallentare l’esplicazione del complesso sistema della Costituzione – si divaricò non solo nel tempo ma soprattutto nella sostanza il collegamento tra le norme della Costituzione e la loro originaria ideazione.
Che pensare poi della legge elettorale presentata quasi al termine della legislatura?
Fu ingiustamente chiamata legge truffa e tale non era (quella legge aveva un fondamento più che legittimo con riscontri anche in Paesi stranieri); fu specialmente la meschina impostazione data alla polemica tra i partiti associati a dare la sensazione di una divisione del bottino prima di averlo conseguito. Purtroppo quell’ingiusta taccia conseguì il suo scopo.
A questo proposito devo rivelare un episodio che avevo finora relegato nello scrigno segreto della mia memoria.
All’inizio della battaglia parlamentare su tale legge ebbi un colloquio con l’onorevole Ferdinando Targetti – collega della vicepresidenza della Camera, socialista, un uomo di grande lealtà e probità – il quale, forse perché incaricato riservatamente di compiere questa missione, mi suggerì di proporre a De Gasperi un compromesso col così detto ponte dell’onorevole Corbino, consistente nella diversa distribuzione del risultato elettorale tra i partiti associati. Riferii la proposta di Targetti a De Gasperi, il quale – sostenuto da Scelba – la respinse tout court. Non prese affatto in considerazione la mia insistenza fondata sul rilievo che l’ostruzionismo parlamentare già in atto, se portato alle estreme conseguenze non avrebbe consentito alla legge di essere approvata (c’era in questo rilievo anche una sotterranea critica per il ritardo con cui la legge era stata presentata alla Camera dei deputati dopo una lunga elaborazione nella quale traspariva la reciproca diffidenza fra i partiti associati più che la spiegazione della sua legittimità giuridica e morale).
Riporto testualmente il colloquio tra me e De Gasperi: De Gasperi: l’ostruzionismo? Quanto può durare? Risposi: presidente, non è possibile dirlo; tenga presente che su ogni parola, su ogni virgola, può essere posta la fiducia sicché anche con l’ausilio di un esperto contabile non si potrà mai avere la sicurezza del successo; e rinnovai il suggerimento di accettare la proposta mediatrice di Targetti.
De Gasperi: e adesso mi parlate di ostruzionismo? Risposi: io non sono stato interpellato da alcuno e non aggiunsi che si era alla presenza di una crassa ignoranza da parte del governo dell’istituzione parlamentare.
L’amara conclusione di questo mio intervento fu che né in quella sede né successivamente ebbi mai una risposta, sia pure indiretta, da parte di De Gasperi, la cui intransigente posizione si profilò come contrasto fra due diverse concezioni.
A scanso di equivoci premetto che ho sempre riconosciuto la posizione storica di De Gasperi scultoreamente definito “restauratore della Patria”. Come un postulato di fede fu sempre viva nel mio animo la considerazione del grande statista trentino come massimo titolare delle qualità e del carisma per la resurrezione del Paese.
Il contrasto fra di noi si poneva come un conflitto generazionale: da una parte De Gasperi che, anche per la preparazione culturale e l’esperienza della vita politica austriaca, dava prevalente rilievo all’azione governativa sul ruolo del Parlamento e dall’altra, chi come me, anche per il sia pur breve noviziato compiuto nell’ambito del Parlamento, ne considerava la centralità nel quadro istituzionale.
Purtroppo i fatti mi dettero ragione perché nella famosa domenica delle Palme del 1953 il varo della legge fu decretato da Ruini nell’ambito di una situazione caotica caratterizzata da lanci di tavolette contro di lui.
Non si trattò di approvazione della legge, bensì di sepoltura dell’istituto parlamentare. L’opinione pubblica non accettò la soluzione di Ruini e tutta la vicenda culminò nell’insuccesso elettorale.
Si tratta di un episodio molto grave che non attacca la figura di De Gasperi, ma certamente quella dei suoi collaboratori che finora ho chiuso nell’angolo segreto della mia memoria.
Queste in sintesi le impressioni, i giudizi, le critiche, tutto il mondo dei pensieri e riflessioni di cui rendo testimonianza con questo mio scritto. È stato perciò inevitabile che parlassi in prima persona.
Per placare questa mia preoccupazione ho cercato altre testimonianze anche se in senso più o meno divergente; la vera storia si fa infatti così.
Senonché non ho trovato, nelle tonnellate di carte che costituiscono il mio cosiddetto archivio, nessun altro elemento e soprattutto una relazione redatta dal compianto dottor Nino Valentino, che – iniziando allora la sua collaborazione intelligente e solerte durata fino alla sua immatura scomparsa – aveva seguito la mia campagna elettorale giorno per giorno, in tal modo recependo impressioni e giudizi non solo miei.
Quella relazione costituiva un utile strumento di raffronto con le mie riflessioni, data l’indipendenza di giudizio del mio collaboratore che, più che rivendicata, gli avevo spontaneamente assegnato.