La sera andavamo in via dell’Erba
In questa strada a Roma c’era il quartier generale dei Comitati civici che in poche settimane avevano aperto sedi in 18mila parrocchie di trecento diocesi italiane. E lì Carlo Carretto, il 18 aprile, portò i primi risultati di vittoria, coniando la celebre frase: «È una nuova Lepanto»
di Lucio Migliaccio
A distanza di cinquant’anni è difficile
ordinare gli avvenimenti, i ricordi, le iniziative che si conclusero con il
18 aprile; non sembri anormale e inconsueto stilare una cronaca dalla fine
dei fatti accaduti tra il febbraio e l’aprile di quel lontano 1948:
«È una nuova Lepanto!». Quasi urlando, entrò nei
locali di via dell’Erba 1 Carlo Carretto, portando l’annunzio
dei primi risultati che davano come sicura la sconfitta del Fronte
popolare.
Via dell’Erba era la sede del quartier generale del Comitato civico, locali modesti, in una via quasi sconosciuta allora, oggi nota perché sede di una delle più prestigiose università romane, la Lumsa.
L’inizio ufficiale del Comitato civico nazionale si ebbe l’8 febbraio quando fummo riuniti nel salone centrale di via della Conciliazione 1 per una comunicazione riservata nella quale veniva riferito che il cardinale Pizzardo aveva informato i vescovi italiani dell’incarico affidato da parte del Sommo Pontefice al professor Luigi Gedda.
Le elezioni amministrative di Pescara del febbraio 1948 avevano creato una grande preoccupazione per il successo del Partito comunista (che con quello socialista avrebbero indicato sul piano politico una maggioranza assoluta) se rapportato su tutto il resto del territorio nazionale.
In quel tempo l’unica organizzazione che potesse far fronte al grave pericolo era l’Azione cattolica; ma in questo campo si presentava un ostacolo, l’articolo 43 del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia dell’11 aprile 1929 che dice: «Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione cattolica italiana in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto svolgono la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei principi cattolici». L’articolo conclude poi con il divieto ad «ecclesiastici e religiosi» di iscriversi a qualsiasi partito politico.
In quella circostanza, non si trattava di diffondere o attuare, bensì di difendere i principi cattolici contro l’ateismo del Partito comunista.
Urgeva quindi per il fronte cattolico una nuova mobilitazione delle coscienze, una mobilitazione di natura etica.
In questo senso il sommo pontefice Pio XII verso la fine di gennaio ricevendo Gedda in udienza privata, manifestò con accenti accorati la sua preoccupazione congedandolo poi con questa paterna espressione: «Ho fiducia in lei».
Amo pensare che Gedda uscì da quella udienza con una grande preoccupazione: quella di corrispondere alla fiducia del Papa, infatti era ed è stato per lui sempre, e in tutta la sua vita il più grande desiderio: la fedeltà, la difesa e il servizio al Sommo Pontefice.
Il resto è cronaca: Gedda scendendo le scale che portano al cortile di San Damaso e incontrando il conte Della Torre allora direttore dell’Osservatore Romano, gli manifesta il pensiero del Comitato civico e ne riceve un incondizionato riconoscimento.
L’organizzazione, se si può dire verticale, sin dal primo momento fu articolata su Comitati civici regionali, zonali e locali che corrispondevano a 18 regioni, trecento diocesi circa, e 18mila parrocchie; a essa partecipavano tutte le associazioni di ispirazione cristiana, quindi non solo l’Azione cattolica ma le congregazioni mariane, allora numerose, le confraternite, gli scout, gli ex allievi e moltissime altre.
Quando si pensa che solo la Giac aveva circa 500mila iscritti si può considerare che la base del Comitato civico era costituita da una forza pulsante non indifferente.
Aggirato l’ostacolo del “veto”, in ogni diocesi, in ogni piccolo centro parrocchiale, come d’incanto sorsero i Comitati civici.
Perché l’organizzazione potesse funzionare a pieno ritmo, Gedda nominò 18 ispettori regionali, preziosi e fedeli collaboratori, instancabili volontari; ne ricordiamo alcuni fra i quali Arnaldo Armani per il Veneto, Cesare Crespi per la Lombardia, la signorina Teresa Filippi per il Piemonte, in Emilia Romagna Vittorio Bellucci, Virginio Angelini per l’Umbria, per la Puglia Paolo De Palma, per il Salernitano Mario Valiante; in questo caso Gedda ripeté l’esperienza felicissima quando a suo tempo aveva chiamato a Roma per l’Azione cattolica Giulio Pastore e Paolo Bonomi da Novara, Agostino Maltarello e Carlo Carretto da Torino, e dalla Basilicata aveva chiamato Emilio Colombo come segretario generale della Gioventù cattolica.
Parimenti costituì un Ufficio psicologico con sede in largo Cavalleggeri affidato alla genialità di Turi Vasile che a sua volta si avvaleva di due collaboratori di fervidissima fantasia creativa, Dino Bertolotti e Marcello Vazio, affiancati da originali bozzettisti, Grilli, Marsico, Jacovitti, che dettero vita a quella battaglia dei manifesti che di gran lunga fu vinta dal Comitato civico.
Un efficientissimo Ufficio tecnico in via dei Penitenzieri diretto da Cesare Albertini in collaborazione con Filippo Gangere provvedeva alla distribuzione immediata alle singole diocesi che a loro volta smistavano il materiale a tutti i Comitati civici locali, anche alle più sperdute parrocchie fra le montagne.
Fu così che un giorno per le strade d’Italia apparve un manifesto che fermò l’attenzione dei passanti: due conigli con la scritta «Essi non votano», a cura del Comitato civico. I giornali parlano – è vero – di elezioni. In genere però poche persone vi pensano: è il primo segno di una intensa campagna antiastensionista che continua con altri slogan, e che si conclude con un manifesto molto originale: una selva di ombrelli sotto un’intensa pioggia, con scritto: «Vota anche se piove».
In senso positivo, per indurre a votare appare il manifesto dei birilli su ciascuno dei quali è scritto: «Fame, Guerra, Paura» e una palla – il voto – che li abbatte; obbliga la gente ad un facile ragionamento.
Certamente efficaci furono i manifesti anticomunisti che distolgono il cittadino a votare per il Fronte popolare. È da ricordare quello su cui appare un cosacco con un volto truce e la scritta che indica a quelli che avrebbero votato per il Fronte: «È lui che aspettate?». Ma il manifesto che più di tutti ha fatto breccia nel cuore degli elettori è quello che presenta un soldato italiano in un campo di concentramento russo, che al di là del reticolato indica con la mano il contrassegno elettorale del Fronte (la testa di Garibaldi) e la scritta: «Mamma votagli contro anche per me».
rima della chiusura dei seggi. Prima dell’inizio delle votazioni, in ogni seggio un bimbo offriva al presidente un fascio di fiori con la scritta: «Gli elettori di domani a quelli di oggi». Un delicato motivo di distensione utile a dissipare quel senso ingiustificato di paura diffuso fra gli elettori. È doveroso infine ricordare le migliaia di attivisti, autentici missionari, che con pochi mezzi ma con grande spirito di sacrificio contribuirono non poco a salvare l’Italia dal comunismo ateo.
Via dell’Erba era la sede del quartier generale del Comitato civico, locali modesti, in una via quasi sconosciuta allora, oggi nota perché sede di una delle più prestigiose università romane, la Lumsa.
L’inizio ufficiale del Comitato civico nazionale si ebbe l’8 febbraio quando fummo riuniti nel salone centrale di via della Conciliazione 1 per una comunicazione riservata nella quale veniva riferito che il cardinale Pizzardo aveva informato i vescovi italiani dell’incarico affidato da parte del Sommo Pontefice al professor Luigi Gedda.
Le elezioni amministrative di Pescara del febbraio 1948 avevano creato una grande preoccupazione per il successo del Partito comunista (che con quello socialista avrebbero indicato sul piano politico una maggioranza assoluta) se rapportato su tutto il resto del territorio nazionale.
In quel tempo l’unica organizzazione che potesse far fronte al grave pericolo era l’Azione cattolica; ma in questo campo si presentava un ostacolo, l’articolo 43 del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia dell’11 aprile 1929 che dice: «Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione cattolica italiana in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto svolgono la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei principi cattolici». L’articolo conclude poi con il divieto ad «ecclesiastici e religiosi» di iscriversi a qualsiasi partito politico.
In quella circostanza, non si trattava di diffondere o attuare, bensì di difendere i principi cattolici contro l’ateismo del Partito comunista.
Urgeva quindi per il fronte cattolico una nuova mobilitazione delle coscienze, una mobilitazione di natura etica.
In questo senso il sommo pontefice Pio XII verso la fine di gennaio ricevendo Gedda in udienza privata, manifestò con accenti accorati la sua preoccupazione congedandolo poi con questa paterna espressione: «Ho fiducia in lei».
Amo pensare che Gedda uscì da quella udienza con una grande preoccupazione: quella di corrispondere alla fiducia del Papa, infatti era ed è stato per lui sempre, e in tutta la sua vita il più grande desiderio: la fedeltà, la difesa e il servizio al Sommo Pontefice.
Il resto è cronaca: Gedda scendendo le scale che portano al cortile di San Damaso e incontrando il conte Della Torre allora direttore dell’Osservatore Romano, gli manifesta il pensiero del Comitato civico e ne riceve un incondizionato riconoscimento.
L’organizzazione, se si può dire verticale, sin dal primo momento fu articolata su Comitati civici regionali, zonali e locali che corrispondevano a 18 regioni, trecento diocesi circa, e 18mila parrocchie; a essa partecipavano tutte le associazioni di ispirazione cristiana, quindi non solo l’Azione cattolica ma le congregazioni mariane, allora numerose, le confraternite, gli scout, gli ex allievi e moltissime altre.
Quando si pensa che solo la Giac aveva circa 500mila iscritti si può considerare che la base del Comitato civico era costituita da una forza pulsante non indifferente.
Aggirato l’ostacolo del “veto”, in ogni diocesi, in ogni piccolo centro parrocchiale, come d’incanto sorsero i Comitati civici.
Perché l’organizzazione potesse funzionare a pieno ritmo, Gedda nominò 18 ispettori regionali, preziosi e fedeli collaboratori, instancabili volontari; ne ricordiamo alcuni fra i quali Arnaldo Armani per il Veneto, Cesare Crespi per la Lombardia, la signorina Teresa Filippi per il Piemonte, in Emilia Romagna Vittorio Bellucci, Virginio Angelini per l’Umbria, per la Puglia Paolo De Palma, per il Salernitano Mario Valiante; in questo caso Gedda ripeté l’esperienza felicissima quando a suo tempo aveva chiamato a Roma per l’Azione cattolica Giulio Pastore e Paolo Bonomi da Novara, Agostino Maltarello e Carlo Carretto da Torino, e dalla Basilicata aveva chiamato Emilio Colombo come segretario generale della Gioventù cattolica.
Parimenti costituì un Ufficio psicologico con sede in largo Cavalleggeri affidato alla genialità di Turi Vasile che a sua volta si avvaleva di due collaboratori di fervidissima fantasia creativa, Dino Bertolotti e Marcello Vazio, affiancati da originali bozzettisti, Grilli, Marsico, Jacovitti, che dettero vita a quella battaglia dei manifesti che di gran lunga fu vinta dal Comitato civico.
Un efficientissimo Ufficio tecnico in via dei Penitenzieri diretto da Cesare Albertini in collaborazione con Filippo Gangere provvedeva alla distribuzione immediata alle singole diocesi che a loro volta smistavano il materiale a tutti i Comitati civici locali, anche alle più sperdute parrocchie fra le montagne.
Fu così che un giorno per le strade d’Italia apparve un manifesto che fermò l’attenzione dei passanti: due conigli con la scritta «Essi non votano», a cura del Comitato civico. I giornali parlano – è vero – di elezioni. In genere però poche persone vi pensano: è il primo segno di una intensa campagna antiastensionista che continua con altri slogan, e che si conclude con un manifesto molto originale: una selva di ombrelli sotto un’intensa pioggia, con scritto: «Vota anche se piove».
In senso positivo, per indurre a votare appare il manifesto dei birilli su ciascuno dei quali è scritto: «Fame, Guerra, Paura» e una palla – il voto – che li abbatte; obbliga la gente ad un facile ragionamento.
Certamente efficaci furono i manifesti anticomunisti che distolgono il cittadino a votare per il Fronte popolare. È da ricordare quello su cui appare un cosacco con un volto truce e la scritta che indica a quelli che avrebbero votato per il Fronte: «È lui che aspettate?». Ma il manifesto che più di tutti ha fatto breccia nel cuore degli elettori è quello che presenta un soldato italiano in un campo di concentramento russo, che al di là del reticolato indica con la mano il contrassegno elettorale del Fronte (la testa di Garibaldi) e la scritta: «Mamma votagli contro anche per me».
rima della chiusura dei seggi. Prima dell’inizio delle votazioni, in ogni seggio un bimbo offriva al presidente un fascio di fiori con la scritta: «Gli elettori di domani a quelli di oggi». Un delicato motivo di distensione utile a dissipare quel senso ingiustificato di paura diffuso fra gli elettori. È doveroso infine ricordare le migliaia di attivisti, autentici missionari, che con pochi mezzi ma con grande spirito di sacrificio contribuirono non poco a salvare l’Italia dal comunismo ateo.