Scuola di realismo
Dal 21 gennaio 1998 Giulio Andreotti tiene sulle pagine del Tempo una rubrica quotidiana. Ne pubblichiamo la raccolta completa fino al 18 marzo
La raccolta degli articoli di Giulio Andreotti apparsi su Il Tempo
21-1-98
Non esistono esoneri dalla propria coscienza
Mi ha fatto impressione nella cronaca di Montecitorio degli ultimi due giorni il sentir ripetere che i deputati erano lasciati liberi di votare «secondo coscienza». Credo che non esistano discipline di partito o di altro genere che esonerino dalla conformità alle profonde ispirazioni morali di ciascuno. L’insinuare il contrario – penso in buona fede – squalifica fortemente le aggregazioni politiche. Proprio in un momento nel quale, attraverso la transizione, si cerca di individuare nuovi modelli di organizzazione civica, è grave lasciar dubbi in proposito.
Certamente, in molte materie opinabili è legittimo che ogni gruppo parlamentare – se lo ritiene – stabilisca preliminarmente il modo di votare e la decisione impegni tutti. Ma lascerei stare la coscienza. Quando è davvero in questione non sono lecite transazioni o obbedienze.
22-1-98
Nel nome di sant’Agnese
Come ogni anno gli alunni e egli ex alunni del romano Collegio Capranica si sono ritrovati ieri per celebrare la festa della loro patrona, sant’Agnese. Quest’anno anzi vi è stata una particolare solennità per l’inaugurazione dei lavori di restauro nella chiesa omonima di piazza Navona, presenti il sindaco e il vicepresidente del Consiglio dei ministri. Negli archivi del Collegio si conserva una lettera del capranicense Ernesto Buonaiuti che con una vena di affettuosa nostalgia partecipava da lontano all’incontro tradizionale. La vicenda di questo sacerdote divenuto simbolo del modernismo italiano è complessa. Fu isolato dalle autorità ecclesiastiche e fu allontanato dalla cattedra universitaria alla Sapienza perché rifiutò – uno dei pochissimi – di giurare fedeltà al fascismo. Anche la sua rivalutazione accademica nel dopoguerra fu sofferta, nonostante la laicità dei ministri della Pubblica istruzione De Ruggiero e Arangio Ruiz. Sulla scia del revisionismo che ha riscritto alcune storie – da Savonarola agli ugonotti – non è illecito auspicare una rilettura diversa della biografia di don Buonaiuti. Tanto più che il Sant’Uffizio apre i suoi archivi e va a spiegarlo oggi lo stesso cardinale Ratzinger, nel significativo ambito dell’Accademia dei Lincei.
23-1-98
Non c’È alcun medico per curare la Giustizia
L’opinione pubblica è da qualche tempo sollecitata più del solito verso i problemi della giustizia, anche in connessione con la riforma costituzionale in corso. Ma, a parte le contrapposizioni politiche, si sfugge al nodo centrale.
Tutto sembra concentrato sul ruolo unico o ruoli distinti tra i procuratori e i giudicanti. Nessuno nega che siano scelte importanti, ma ben più rilievo ha l’enorme carico di pendenze che di anno in anno continuano a crescere.
Il procuratore generale della Cassazione lo rende noto puntualmente nella solenne seduta inaugurale; ma le cronache raccolgono solo messaggi particolari, come da ultimo la questione impropriamente detta della droga di Stato.
La lenta marcia delle «cause» sembra ormai un male inguaribile. E non c’è nemmeno un dottor Di Bella a muovere le acque.
24-1-98
Moro: una dolorosa tragedia aperta
Ho apprezzato l’idea di Minoli, di invitare un gruppo di giovani nati nel 1978 ad assistere alla registrazione dello «speciale» dedicato dalla Rai tv alla tragedia Moro. È stato un gesto simbolico che sottolinea l’esigenza di aiutare a conoscere la storia contemporanea troppo spesso ignorata o recepita da fonti polemiche e devianti. Può aver fatto impressione ascoltare dal magistrato Marini che, dopo cinque processi, restano ancora persone da individuare e da mandare a giudizio. Sappiamo quanto sia stata la impermeabilità del ristretto giro di brigatisti che mise in atto la folle impresa, con il preciso intento di acquisire un ruolo politico, subentrando al Partito comunista che aveva – accettando la linea Moro – abbandonato ogni ipotesi di via rivoluzionaria. Questo impediva in radice la possibile trattativa, insieme alla reazione terribile che si sarebbe prodotta se il cosiddetto potere politico avesse ceduto a chi si era reso colpevole dell’assassinio di tanti servitori dello Stato, a tutti i livelli. In quanto alle denunce d’insufficienza tecnica della pubblica amministrazione non sono certo inesatte. Ma deve essere ricordato il clima nel quale l’ordine pubblico era difeso, con ostilità a qualsiasi misura preventiva, rigetto della tesi degli opposti estremismi, persino manifestazioni di gioia popolaresca a Milano per l’uccisione di un agente (Annarumma). Senza dire del particolarismo delle strutture, che è un mal sottile della tradizione nazionale, prima monarchica e poi repubblicana. Vi furono nella perfida macchinazione contro Aldo responsabilità estere? Nessun elemento obiettivo autorizza a dirlo; e non si deve indulgere ad ipotesi, che del resto alcuni collocano nell’area occidentale (allergia al coinvolgimento governativo dei comunisti) altri a Mosca (siluro al cammino democratico berlingueriano). L’approfondimento, come è giusto, continuerà.
Nei commenti del viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba c’è chi si domanda se, dopo la lunga contrapposizione, abbia vinto Roma o L’Avana.
In verità già dal 1981, andando nell’isola per la Conferenza dell’Unione interparlamentare, riscontrammo un divario tra l’affermazione che «lo sviluppo nella società socialista annullerà progressivamente le credenze religiose» e l’insistenza nel dirci che la libertà di culto era tutelata e – di più – che lo stesso Fidel desiderava ardentemente incontrarsi con il Papa.
Sedici o diciassette anni di attesa non sono così lunghi per uno Stato, ma ancora di meno lo sono per una istituzione millenaria come la Chiesa cattolica.
26-1-98
Il Polo secondo il Marco Aurelio
Non so se per volontà conoscitiva o per mettermi in imbarazzo, alcuni studenti in visita al Senato mi hanno chiesto cosa sia il Polo. Me la sono cavata rievocando una quartina letta nel settimanale satirico Marco Aurelio più o meno cinquant’anni or sono. «Dal Khan dei Tartari fu Marco Polo preso e legato per motivo incerto. I servi per frustarlo lo scoprirono ed ecco come il Polo fu scoperto».
Qualunque riferimento a dissociazioni polari in corso è da ritenersi occasionale.
27-1-98
Grave la disattenzione della Bicamerale
La Camera dei deputati ha iniziato la discussione generale in aula del progetto di riforma costituzionale rielaborato dalla Commissione bicamerale.
Sarebbe augurabile che l’opinione pubblica seguisse con attenzione questo dibattito e quello successivo in Senato, perché alla fine l’ultima parola spetterà ad un referendum popolare globale (cioè con un Sì e un No riassuntivo su tutto il testo).
Come controcanto alle sedute di Montecitorio giovedì mattina alcuni deputati – tra cui Rocco Buttiglione, Mario Segni e Antonio Martino – presenteranno all’esterno un «Progetto alternativo di Costituzione liberale».
Non so se questi dissenzienti parteciperanno anche alla discussione, diremo così, ufficiale; sarebbe augurabile per non dare l’impressione di una secessione aventiniana. Quel che è importante è che le formulazioni siano chiare e non diano luogo ad equivoci. Basti pensare in proposito ai cento significati possibili che ha la parola federalismo. Non saranno cento, ma cinquanta di sicuro.
Vi è poi l’esigenza di un disegno unitario dello schema. Quando, ad esempio, nel primo testo l’imprevista partecipazione dei leghisti fece introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica, è stato molto azzardato mantenere il resto come se l’incidente non fosse accaduto.
Comunque è essenziale il consenso di un’ampia opinione pubblica. Il rigetto pregiudiziale è pericoloso, perché può dare un’ombra di discredito alle istituzioni come tali.
28-1-98
Casa Bianca e dintorni: sesto e nono Comandamento
Il gran parlare che si sta facendo su attività che dirò privatistiche del presidente Clinton ha suscitato quesiti comparativi su quello che si esige – o si tollera – dal capo dello Stato. A parte il limite generale del «se non casti almeno cauti», si può notare che tra un Paese e l’altro esistono differenze notevoli circa l’importanza dei dieci comandamenti di Dio. Prima di Cristoforo Colombo le leggi mosaiche erano presumibilmente ignorate in America; ma in seguito il sesto e il nono precetto sembra che abbiano laggiù avuto prevalente rilievo. Qualche anno fa mi fece impressione l’esame nel Senato di Washington di un designato a reggere il Ministero della Difesa, che fino a quel momento aveva operato nel campo del commercio internazionale di armamenti. Questo fatto non solo non era ritenuto impediente, ma anzi si considerava una qualificazione professionale. Il disco rosso fu invece inesorabile perché il personaggio in un momento di debolezza aveva una volta allungato la mano sulla cameriera di un ristorante.
29-1-98
Un Papa a un Re che amò la castità
Per dare a ciascuno il suo in ordine alla disputa sulla più o meno comprovata «passionalità» dei capi di Stato, giova rievocare un precedente italiano di epoca monarchica. In morte di Vittorio Emanuele II, il ministro dell’Interno inviò in Vaticano un suo fiduciario per dare conoscenza previa delle iscrizioni laudatorie – allora usava così – collocate ai lati del catafalco. Data la delicatezza, il missus dominicus fu ricevuto dallo stesso Pontefice e riferì per iscritto i sagaci commenti di Pio IX. Amò la libertà: «Infatti noi siamo prigionieri». Amò la giustizia: «Infatti ha preso il non suo»; e così via. La conclusione è brillante: «Ringrazi l’onorevole Crispi per l’attenzione e suggerisca questa aggiunta che ne farà un monumento di verità: amò la castità».
Nel documento il latino rende ancora meglio la lapidarietà: dilexit castitatem. Una virtù non facilmente attribuibile al sovrano chiamato sotto vari aspetti padre della patria.
30-1-98
Un moderato inchino
Nel verbale della Camera dei deputati riguardante le riforme costituzionali, il relatore sui problemi della giustizia, Marco Boato, ha ricordato le critiche dell’onorevole Calamandrei al procuratore generale della Cassazione, Massimo Pilotti, che avrebbe nell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1947 tenuto un atteggiamento «offensivo per la Repubblica e per il suo capo».
Trattandosi della prima «inaugurazione» in regime repubblicano, il presidente De Nicola aveva approvato con minuzia il cerimoniale persino con la precisazione che la Corte avrebbe salutato l’ingresso del capo dello Stato con un moderato inchino. E così avvenne. Terminato il discorso del Pilotti, De Nicola andò a stringergli con effusione ambo le mani; ma appena lasciato il Palazzo cominciò ad inveire contro l’oratore perché nel discorso non gli aveva reso omaggio oltre il formale preambolo concordato. Perché De Gasperi fosse informato subito aveva voluto che io salissi in macchina accanto a lui. Così fui latore di un chiaro messaggio: o Pilotti andava subito a casa o il capo se ne tornava a Torre del Greco. Seguirono ore febbrili concluse con una soluzione tanto brillante quanto paradossale: si creò nel ruolo dei magistrati un secondo posto di grado secondo e Pilotti accettò pro bono pacis di passare dalla Procura Generale alla Presidenza del Tribunale delle acque.
31-1-98
Togliatti e Stalin
Due studiosi, i professori Zaslavsky e Aga-Rossi, attraverso una ricerca approfondita negli archivi ora aperti a Mosca, hanno ricostruito per la Biblioteca storica del Mulino la politica estera del Partito comunista italiano. Ci sarà certamente chi chiederà un giudizio d’appello o ulteriori approfondimenti, ma è pur certo che viene certificata – a parte molte convergenze – una intensità di rapporti tra l’ambasciata sovietica in Italia e i dirigenti comunisti (a cominciare dall’onorevole Togliatti) davvero strabiliante. Togliatti aveva inoltre un rapporto diretto, senza neppure bisogno di traduttori.
Può giurarsi sulla scrupolosa esattezza dei rapporti che da via Gaeta partivano quasi quotidianamente per Mosca? In via generale, sarebbe utile che gli ambasciatori, quando riferiscono tra virgolette un colloquio, facessero sottoscrivere il dispaccio dall’interlocutore. Ma quale interesse avevano il signor Kostylev e i suoi successori ad alterare i messaggi?
Nel libro in questione si riportano anche curiose definizioni. Spiegando, ad esempio, l’appoggio comunista alla candidatura di Sforza a ministro degli Esteri (1944), Togliatti aveva detto all’ambasciatore che si trattava «di un uomo stupido e instabile, ma non reazionario, leale verso la sinistra ed influenzabile».
1-2-98
Pena di morte, la battaglia continua
Il Senato ha dedicato venerdì una seduta per riaffermare, unanimemente, la condanna della pena di morte; incoraggiando il governo a perseverare nell’azione diplomatica che ha già portato un notevole successo. Restano tuttavia ottantacinque Stati che mantengono nel proprio ordinamento giuridico la pena capitale. L’occasione specifica del dibattito a palazzo Madama era l’annuncio dell’imminente esecuzione nel Texas, a carico di una donna pluriomicida, rea confessa, ma autenticamente pentita (l’avverbio non è irrilevante). A parte la questione di principio, è stato messo l’accento sulla circostanza – peraltro non determinante – che da molto tempo la sedia elettrica o simili mezzi` di assassinio legale non colpiscono una donna. A me sembrano più raccapriccianti le lunghissime attese con complesse battaglie di procedura e delicate scelte personali di governatori e di altre autorità. Comunque il disperato appello andava fatto e si è in trepida attesa.
La battaglia continua. Non la collegherei tanto al valore dissuasivo della massima pena (più che opinabile) ma ad un canone generale di rispetto per la vita e per la persona umana quali che siano le sue colpe. Negli Stati Uniti l’opinione pubblica è molto divisa in proposito; e quando qualche politico prende una posizione contraria netta non raccoglie successi, almeno elettorali (vedi Mario Cuomo). È un problema culturale e spirituale che deve esser fatto emergere con una attenta e progressiva opera di convinzione. Del resto in Italia nell’immediato dopoguerra, prima che la legislazione fascista fosse abolita, condanne a morte vi furono e vennero eseguite. Anzi, perché l’Alta Corte non aveva condiviso la richiesta della pubblica accusa contro l’incolpevole governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini, vi furono clamorose proteste. Ma siamo sicuri oggi del risultato di un possibile referendum in Italia contro i delinquenti che rapiscono persone? Non vanno «rieducati» quindi solo gli americani.
3-2-98
Anno duemila e vecchi problemi
Nonostante i richiami dei teologi e i reiterati ammonimenti del Papa in prima persona, i giornali continuano a parlare dell’Anno Santo del 2000 quasi esclusivamente per i problemi urbanistici ed organizzativi. In particolare, ha tenuto campo per mesi e mesi la questione del sottopassaggio del Lungotevere di fronte alla Mole Adriana (vulgo Castel Sant’Angelo). Il cantiere era già installato e tutto sembrava ormai avviato quando sono sopravvenuti dubbi, riserve, veti archeologici e dispute artistico-amministrative.
Tutto è rinviato, in mancanza delle Olimpiadi del 2004, al Giubileo del 2025. Vedremo. Anzi vedranno.
Tuttavia fin dalla istituzione del grande perdono nel 1300 si posero esigenze di circolazione, risolte brillantemente. Lo descrive il pio pellegrino Dante Alighieri nel XVIII canto dell’Inferno: «Come i romani per l’esercito molto / l’anno del Giubileo su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto / che dall’un lato tutti hanno la fronte / verso il castello e vanno a San Pietro / dall’altra sponda vanno verso il monte».
La citazione termina qui, perché confonderebbero le idee le due righe successive: «Di qua di là su per lo sasso tetro / vidi demon cornuti con gran forze».
4-2-98
Deregulation contro lacci e laccioli
Per molto tempo il vocabolario in uso da noi per il giuoco del calcio era quello inglese: football, corner, off side, ecc. Le cose cambiarono a metà degli anni Trenta nel contesto della campagna antibritannica causata dal sostegno di Londra all’Abissinia occupata. Lo zelo propagandistico era tale che acrobati tanto volenterosi quanto ignoranti andarono a coprire con il tricolore l’insegna dell’albergo Eden, confondendo il paradiso terrestre con il ministro degli Esteri di Sua Maestà. Chiusa la parentesi africana, dei vecchi nomi tornò – ed è tuttora in circolazione – soltanto il corner.
Ma in altri campi le terminologie anglosassoni hanno preso il sopravvento, in qualche caso in versione italiana: agenzie, authorities, deregulation e chi più ne ha più ne metta. In Francia hanno adottato persino norme legislative di salvaguardia. L’Italia democratica è più permissiva. Anzi, molti di quelli che si scagliavano contro il liberismo di Reagan, tuonano contro le licenze di commercio e ogni altra limitazione agli insediamenti mercantili. L’avviamento commerciale dei negozi non è più un bene tutelato. A gran voce e con una interpretazione estensiva si rievoca la scomunica einaudiana ai lacci e laccioli.
5-2-98
Quando le toghe vanno in Parlamento
Ritarda di cinquant’anni e non si farà più la legge prevista dalla Costituzione sul divieto per i magistrati di appartenere a partiti politici. Non dipende da disattenzione parlamentare, ma credo che sia dovuto alla convinzione che in un certo senso è meglio che di un procuratore o di un giudice, se hanno convinzioni politiche, lo si sappia apertamente, che non le attribuzioni a categorie famose come: “orientato verso” o “di area” che si prestano a camuffamenti, sospetti ed anche manovre. Per il resto, lasciando stare la teoria della supplenza di vuoti politici (che potrebbe avere contrapposte estensioni) è bene che un certo numero di magistrati sia presente in Parlamento e faccia qui politica.
Persone insospettabili come il senatore Raffaele Bertoni – già presidente dell’Associazione magistrati – sostengono che per candidarsi, i giudici dovrebbero prima dimettersi, e nel primo testo della Bicamerale lo avevano seguito, violando a mio avviso l’eguaglianza dei cittadini. È giusto invece che si candidino in sedi diverse da dove operano in toga e non vi ritornino successivamente.
Nella prima legislatura (aprile 1948) i magistrati deputati furono tre: Oscar Luigi Scalfaro, Brunetto Bucciarelli Ducci e Edmondo Caccuri. Meno ambito il Senato, con il solo ex primo presidente Antonio Azara che vi restò per venti anni.
Un maggior interesse dei partiti si registrò dal 1979: sei deputati, tra cui in servizio permanente il comunista Luciano Violante e il democristiano Carlo Casini. Lo stesso nella IX e X con l’ingresso «stabile» di un’altra comunista, Anna Maria Finocchiaro Fidelbo, oggi ministro. Nel 1992 si sale a dieci (cinque comunisti rispetto a due democristiani); nel 1994 a sedici (nessun ex democristiano); nel 1996 a venti.
Anche a palazzo Madama vi è stata una crescita con la punta di otto senatori nel 1994, nessuno postdemocristiano (Giovanni Coco che vi era stato dalla VII legislatura se ne andò in Cassazione).
Nella composizione attuale sono registrati venti deputati magistrati (con Luciano Violante promosso presidente e Filippo Mancuso novizio, a Montecitorio) e undici senatori. Tra questi ultimi, sacrificato sull’altare delle desistenze, non vi è più l’ex presidente della Corte Costituzionale Corasaniti, eletto nel Pds due anni prima. Non ha gradito minimamente questa esclusione ed ha elevato solennissima protesta pubblica.
7-2-98
Cinque libri da salvare per sentirci vivi
Questa sera viene presentato al Castello Sforzesco di Milano l’annuo Almanacco del Bibliofilo, che ha questa volta un interesse tutto particolare, per la pubblicazione dei risultati di una inchiesta promossa nell’autunno scorso sul singolare quesito: quali siano i libri – al massimo cinque – che portereste con voi in caso di totale isolamento dalla società, per mantenervi “vivi”.
Su 600 schede spedite all’indirizzo di «italiani appartenenti al mondo culturale, sociale e politico», 100 non sono state recapitate; e degli altri 500 destinatari hanno inviato risposta 267. Forse il dover firmare la dichiarazione ha consigliato alcuni a non sbilanciarsi (specie verso i contemporanei).
L’esito, esposto analiticamente, è questo: 1° – Dante, Divina Commedia (78 voti); 2° – La Bibbia: Antico e Nuovo Testamento (67); 3° – Poemi omerici: Iliade e Odissea (43); 4° – Manzoni, Promessi sposi e altre opere (38); 5° – Shakespeare: Opere (38).
Seguono a ruota: Leopardi (37), Dostoevskij (23), Platone (21), Proust e Tolstoj (21). Complessivamente sono stati indicati 131 autori, di cui 20 con una sola preferenza.
A titolo di curiosità sottolineo i suffragi di Umberto Eco (11), Benedetto Croce (7) e, a quota 4: Gabriele D’Annunzio, Antonio Gramsci e Eugenio Montale.
Cento anni fa venne fatta una analoga ricerca. Apprenderemo stasera il risultato comparativo.
8-2-98
Quel marxiano di Turati
Il confronto tra le preferenze attuali e quelle rilevate nel 1891 sui cinque «libri essenziali» è interessante. Quattro opere mantengono la testa della classifica: Dante, La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento), Shakespeare e Manzoni; mentre nella cinquina furono allora I primi principi di Herbert Spencer con 36 voti (per esattezza ne ebbe anche 22 con Il Sistema della Filosofia), mentre Omero, che è tra i vincitori del 1997 (quota 43) riportò 20 preferenze e si collocò al 9° posto. Prevalente continuità comunque.
Primo posto nell’elenco dei consultati dell’altra fine secolo, rilevo: Giulio Cesare Abba, con La Bibbia; Roberto Ardigò con Virgilio; Alfredo Baccelli con Dante, Arrigo Boito, Corrado Ricci, Giosuè Carducci e Francesco D’Ovidio, anche loro con Dante; Napoleone Colajanni con La Storia romana di Mommsen; Pietro Ellero con Il Vangelo secondo san Matteo; Guglielmo Ferrero con Goethe; Antonio Fogazzaro, Enrico Panzacchi, Giustino Fortunato e Paolo Mantegazza con La Bibbia; Emanuele Gianturco e Guido Mazzoni con Shakespeare; Cesare Lombroso con il Lexicon sanscrit di Botkin; Camillo Prampolini con La Storia del socialismo di Malon.
A Carlo Marx furono riservati gli stessi 11 suffragi avuti ora, uno dei quali di Anna Kuliscioff; ma Filippo Turati gli dette tutti e cinque i voti a disposizione. Un marxiano impenitente, divenuto in seguito socialdemocratico.
10-2-98
Nel film la Missione il significato vale più del linguaggio
Il film televisivo La Missione ha suscitato qualche critica per il linguaggio non sempre castigato del sacerdote protagonista. Ma mi sembrano dettagli irrilevanti, di fronte a tre grandi elementi positivi, oltre la notevolissima spettacolarità dell’insieme.
Il racconto si inserisce innanzitutto nella campagna contro le mine antiuomo, confutando l’argomento che gli interessati continuano a mettere in circolo nonostante il Trattato di interdizione (peraltro ancora non sottoscritto da tutti) sperando in traffici clandestini che non sono rari nelle armi e munizioni. Si sostiene da costoro che si tratta di mezzi di sbarramento contro nemici invasori. Nel film si mostra – e non è fantasia – come se ne faccia uso nelle guerre civili.
Più in generale siamo richiamati a non girar pagina, come accade spesso in campo internazionale, sulla tragedia del Burundi e del Ruanda che è tutt’altro che conclusa.
Vi è infine una delicata ma efficace propaganda per le missioni e per il relativo volontariato.
Qualche anno fa un collega di governo (importante professore universitario) venne a dirmi sorpresissimo che in un Paese africano aveva «scoperto» giovani suore italiane che prestavano la loro opera in un lebbrosario. Non ne aveva mai avuto notizia, nonostante si tratti di una storia di solidarietà che dura da secoli.
Eppure le riviste missionarie sono ricche di informazioni ed anche di spunti di conoscenza effettiva delle realtà del cosiddetto Terzo Mondo, di cui i mezzi di informazione si interessano – e per brevi parentesi – solo quando i morti sono tanti e le situazioni esplodono.
Michele Placido avrà pure detto «porca vacca» e peggio. Ma lui e tutto il cast hanno realizzato un’opera commovente ed istruttiva.
11-2-98
Trionfalismi fuori posto per l’ostaggio riscattato
Stavo seguendo lunedì sera il telefilm dell’Ispettore Derrick quando la trasmissione è stata interrotta per l’annuncio dell’avvenuta liberazione del signor Soffiantini. Deo gratias. Ma mi è sembrato del tutto fuor di luogo il tono trionfalistico del lungo messaggio. Almeno se Derrick fosse stato in diretta gli avrebbero potuto chiedere commenti e consigli.
L’aspetto di gioia per la persona riscattata e per la sua famiglia è primario. Ma resta il timore che la notizia della fortissima cifra incassata spinga la malfamata rete dei rapitori a perseverare; ed altre persone a riflettere sui facili guadagni di imprese del genere.
Contro la norma del sequestro dei beni familiari è in atto una forte campagna. Si volle, quando fu stabilita tale norma, aggiungere questa ad altri mezzi dissuasivi; e di fatto i sequestri diminuirono. Resta però l’obiezione che è facile per un abbiente trovar credito, eludendo il blocco dei beni.
Comunque il sentire che i familiari del Soffiantini sono «indiziati di reato» suscita ovvie reazioni negative.
Può fare di più lo Stato contro questo specifico tipo di crimine? Premesso che è una delle voci di reato dove minore è l’attribuzione ad ignoti – per il resto sconcertante – credo che la strada maestra sia il riprendere a dotare tutti i comuni di una caserma dei carabinieri o un posto di polizia. Ci si bloccò, se non erro, a metà programma.
Il disegno venne interrotto quando, per le esigenze di ordine pubblico nelle piazze, si dovette pensare ai battaglioni mobili e ad altre concentrazioni di forze nelle maggiori città. Si possono poi prevedere anche inasprimenti carcerari effettivi per i rapitori. Ma la prevenzione vera sta nel raggiungimento di un effettivo controllo del territorio.
12-2-98
Quel provvido articolo 7
Si svolge oggi nella Nunziatura Apostolica – nella villa di via Po che fu donata alla Santa Sede dal senatore Levi per grazia ricevuta – il ricevimento celebrativo dei Patti Lateranensi. L’evento riveste quest’anno una particolare solennità per la recente nomina cardinalizia di monsignor Colasuonno, che sta pertanto lasciando il servizio diplomatico, dove per anni fu molto attivo nella cosiddetta “politica dell’Est”. A confermare (o, per chi in passato avesse idee diverse, per potersi ricredere) la bontà dell’esplicito riferimento ai Patti del 1929 nella Costituzione repubblicana, vi è un elemento aggiuntivo a quelli emersi nella storica seduta del 25 marzo 1947 e nei dibattiti preparatori: pace religiosa, unità popolare, ecc. Vi erano stati espliciti passi esteri presso il Vaticano – sicuramente degli Stati Uniti e dell’Irlanda, ma forse anche di altri – per sondarne la possibilità ad una garanzia internazionale della Sede Apostolica, affrancandola dalla connessione con l’Italia. Ricordi storici e le difficoltà emerse per le comunicazioni nel corso della guerra, spingevano in questa direzione, che non trovò peraltro incoraggiamenti pontifici (monsignor Montini). L’articolo 7 troncò in radice ogni ipotesi di internazionalizzazione del problema. Non so se tutti l’avessero compreso. De Gasperi certamente lo avvertiva. Ci sarebbe voluta anche questa, tra le spine del Trattato di pace.
13-2-98
Iraq, tre aspetti della stessa crisi
Confrontare il problema iracheno attuale con i due precedenti mi sembra errato. Nel primo caso si trattò della guerra contro l’Iran, per la quale Saddam Hussein ebbe a lungo il sostegno di molti Stati occidentali ed arabi (in funzione antiKhomeini), mentre quando occupò il Kuwait si realizzò sotto l’egida dell’Onu una eccezionale coalizione internazionale che restituì la sovranità al Paese invaso. Questa volta si è di fronte ad una questione diversa: si addebita a Saddam addirittura la potenziale minaccia dell’uso di armi chimiche, oltre al ritenuto non rispetto delle garanzie di pace fissate dalle Nazioni Unite. E poiché da New York non si vuole o non si può intervenire (in forza del veto, ecc.), gli Stati Uniti hanno dichiarato di assumere in prima persona il compito di far rispettare le regole riscuotendo dichiarazioni di appoggio politico e logistico dall’Inghilterra, dalla Germania e da altri.
Cederanno le armi – in questo caso le diplomazie – alle toghe? Augurarlo e, nei limiti della sfera di ciascuno, fare il possibile perché la crisi si risolva pacificamente, è non solo lecito, ma doveroso. Considerare quello del Papa una specie di atto religioso dovuto, ed i timori di complicazioni come sintomo di terzaforzismo rinunciatario è un linguaggio inaccettabile e quasi vergognoso.
14-2-98
Da Cosa nasce Cosa con poca fantasia
Il superamento dei simboli sociali ed un certo ampliamento di piattaforme da parte del Pds fu spiegato bene dall’onorevole D’Alema in una intervista televisiva volante il giorno stesso dell’inaugurazione dell’attuale legislatura parlamentare. Negli Stati generali di Firenze (espressione forse ridondante) si è dato l’avvio alla novità. Non dispiaccia, né si interpreti come una maliziosa interferenza, se esprimo delusione per la scarsa fantasia con cui, volendo lanciare un messaggio di aggregazione politica, lo si definisca, sia pur provvisoriamente, Cosa.
Ricorro spesso, senza mancar di riguardo a più aggiornati e moderni dizionari, al vecchio Rigutini e Fanfani. Vi leggo che cosa, sostantivo femminile, è il «nome che indica indeterminatamente tutto ciò che è, così nell’ordine reale come nell’ideale». Si tratterebbe quindi dell’opposto di parte o di partito. Ma il vocabolario continua: «Cosa spesso vale anche Idea, Concetto, e in tal senso opponesi sovente a Parola». Ed esemplifica: «Oggi prevale l’arte di dire poche cose in molte parole, a rovescio di quello degli antichi che dicevano molte cose in poche parole». Più avanti si apprende che può essere anche un accenno alla qualità: «È un po’ di ogni cosa, democratico, aristotelico, ampio, religioso, ecc.». Il testo conclude così: «Da cosa nasce cosa e il tempo la governa poi si usa confortando altrui ad accettare un partito non molto buono con la speranza che sarà principio e avviamento a partito migliore». Sono citazioni testuali del Rigutini e Fanfani, edito proprio a Firenze nel 1854, editore Barbera.
15-2-98
Visite guidate a palazzo Dongo
Dopo il libro di Miriam Mafai di Addio alle Botteghe Oscure (un congedo che di fatto è rientrato per un provvidenziale salvataggio o forse semplicemente per un rinvio) è uscito un bellissimo saggio di Massimo Caprara dal titolo: Quando le Botteghe erano oscure. Tanto era difficile avere notizie sul Pci quando era in vita, quanto si moltiplicano oggi cronache, memoriali e ricostruzioni. Caprara che fu segretario particolare di Togliatti fin dalla Liberazione è un testimone più che qualificato per rievocare fatti, stati d’animo, rapporti con l’esterno. I misteri del quarto piano, ad esempio, con il fratello di Pietro Secchia che va alla sera a raccogliere la carta dai cestini per evitare fughe di notizie o spionaggi, sono squarci da romanzo giallo. Comunque queste visite postume a palazzo Dongo, come veniva chiamato con un riferimento che Caprara sostanzialmente non ripudia, sono di grande interesse.
17-2-98
Senza logica il doppio binario delle riforme
Mentre in Parlamento si discute il testo di revisione costituzionale predisposto dalla Commissione bicamerale, del quale sono parti non marginali gli articoli riguardanti l’ordinamento giudiziario, il governo ha approvato un decreto che unificando preture e tribunali istituisce il giudice unico di primo grado. Il comunicato del Consiglio chiarisce che «si tratta del più importante intervento riformatore sull’assetto della giustizia dall’avvento della Repubblica».
Ci si potrebbe forse chiedere se sia logico questo doppio binario di riforme: uno – più solenne – con procedura costituzionale straordinaria e l’altro con semplici decreti delegati sentite le due Camere. Qualche dubbio simile era già emerso nei confronti di alcuni dei provvedimenti Bassanini. Tuttavia siccome le giacenze sono soffocanti non sembra giusto avanzare eccezioni. Resta la preoccupazione di coordinare le modifiche con la grande riforma, tanto più che su questa sarà comunque chiamato il popolo a dare il giudizio referendario definitivo. Circa i ritardi delle magistrature, incombono le condanne che stiamo subendo in sede di Corte europea. In particolare l’Italia risulta primatista nel non rispetto dei ragionevoli tempi entro i quali va resa giustizia, sia nel civile che nel penale. Forse a questa disfunzione contribuisce l’interpretazione estensiva nella facoltà di ricercare artificiosamente presunte prove anche quando è già da tempo in corso il dibattimento. Mi fermo qui. Potrei essere male orientato da esperienze particolari.
18-2-98
Giustizia, si cercano collaboranti
Avevo evitato ieri di scendere in particolari nell’accenno ad alcune cause del lento piede della giustizia. Poiché ho raccolto contrapposti mugugni, ritengo di poter produrre un esempio.
Dopo un paio di anni dalla mia chiamata in causa a Palermo, un tizio dichiarò che io mi ero incontrato un giorno a Catania con un pezzo grosso di Cosa Loro. Mi aveva sbirciato dall’interno di un albergo mentre salivo in macchina per proseguire verso ignota destinazione. Con encomiabile precisione il teste specificò la data del convegno, collocandola entro dieci giorni di un determinato anno. Non mi fu difficile dimostrare, diari alla mano, che alle date citate ero in incontri governativi all’estero e, subito dopo, impegnato in Roma ora dopo ora nelle pubbliche consultazioni per una crisi ministeriale.
Chi di dovere non poteva non prendere atto. Ma passati anni, si torna ora (febbraio 1998) sull’argomento affidandosi alla memoria di una signora e di un suo figlio naturale. Ambedue raccontano che il marito e padre (ovviamente defunto) parlò loro del suddetto incontro, ma: «Non mi specificò il tempo o il luogo» (figlio) e «il tempo trascorso non mi consente di precisare di quali processi e di quali affari si trattasse» (madre).
Sono collaboranti dal 1993, ma la loro memoria si è risvegliata solo agli inizi del febbraio 1998; e la si mette a disposizione in termini di cui è impossibile documentata smentita. La guerra continua.
19-2-98
«Non condivido lo scetticismo»
Il clamore che continuano a suscitare le vicende della terapia Di Bella non meraviglia certamente. Più o meno direttamente, forse la metà delle famiglie italiane è, o è stata, coinvolta nella triste spirale del “brutto male”; e l’altra metà è più che interessata a conoscere se si sia trovato il modo di affrontare l’aggressione. Non ho davvero veste per entrare nel merito. Quando si è votato in Senato un estemporaneo ordine del giorno mi sono astenuto per incompetenza assoluta in materia. Né mi sento di associarmi allo scetticismo di chi dice che se non sono giunte a risultato le dotatissime ricerche di formidabili centri di ricerche sarebbe vano sperare nella illuminazione del dottore modenese. Al quale però vorrei suggerire – comunque la pensi – di evitare affermazioni sulla efficienza effettiva delle sperimentazioni in corso. Sono messaggi televisivi che distruggono.
 
Non esistono esoneri dalla propria coscienza
Mi ha fatto impressione nella cronaca di Montecitorio degli ultimi due giorni il sentir ripetere che i deputati erano lasciati liberi di votare «secondo coscienza». Credo che non esistano discipline di partito o di altro genere che esonerino dalla conformità alle profonde ispirazioni morali di ciascuno. L’insinuare il contrario – penso in buona fede – squalifica fortemente le aggregazioni politiche. Proprio in un momento nel quale, attraverso la transizione, si cerca di individuare nuovi modelli di organizzazione civica, è grave lasciar dubbi in proposito.
Certamente, in molte materie opinabili è legittimo che ogni gruppo parlamentare – se lo ritiene – stabilisca preliminarmente il modo di votare e la decisione impegni tutti. Ma lascerei stare la coscienza. Quando è davvero in questione non sono lecite transazioni o obbedienze.
22-1-98
Nel nome di sant’Agnese
Come ogni anno gli alunni e egli ex alunni del romano Collegio Capranica si sono ritrovati ieri per celebrare la festa della loro patrona, sant’Agnese. Quest’anno anzi vi è stata una particolare solennità per l’inaugurazione dei lavori di restauro nella chiesa omonima di piazza Navona, presenti il sindaco e il vicepresidente del Consiglio dei ministri. Negli archivi del Collegio si conserva una lettera del capranicense Ernesto Buonaiuti che con una vena di affettuosa nostalgia partecipava da lontano all’incontro tradizionale. La vicenda di questo sacerdote divenuto simbolo del modernismo italiano è complessa. Fu isolato dalle autorità ecclesiastiche e fu allontanato dalla cattedra universitaria alla Sapienza perché rifiutò – uno dei pochissimi – di giurare fedeltà al fascismo. Anche la sua rivalutazione accademica nel dopoguerra fu sofferta, nonostante la laicità dei ministri della Pubblica istruzione De Ruggiero e Arangio Ruiz. Sulla scia del revisionismo che ha riscritto alcune storie – da Savonarola agli ugonotti – non è illecito auspicare una rilettura diversa della biografia di don Buonaiuti. Tanto più che il Sant’Uffizio apre i suoi archivi e va a spiegarlo oggi lo stesso cardinale Ratzinger, nel significativo ambito dell’Accademia dei Lincei.
23-1-98
Non c’È alcun medico per curare la Giustizia
L’opinione pubblica è da qualche tempo sollecitata più del solito verso i problemi della giustizia, anche in connessione con la riforma costituzionale in corso. Ma, a parte le contrapposizioni politiche, si sfugge al nodo centrale.
Tutto sembra concentrato sul ruolo unico o ruoli distinti tra i procuratori e i giudicanti. Nessuno nega che siano scelte importanti, ma ben più rilievo ha l’enorme carico di pendenze che di anno in anno continuano a crescere.
Il procuratore generale della Cassazione lo rende noto puntualmente nella solenne seduta inaugurale; ma le cronache raccolgono solo messaggi particolari, come da ultimo la questione impropriamente detta della droga di Stato.
La lenta marcia delle «cause» sembra ormai un male inguaribile. E non c’è nemmeno un dottor Di Bella a muovere le acque.
24-1-98
Moro: una dolorosa tragedia aperta
Ho apprezzato l’idea di Minoli, di invitare un gruppo di giovani nati nel 1978 ad assistere alla registrazione dello «speciale» dedicato dalla Rai tv alla tragedia Moro. È stato un gesto simbolico che sottolinea l’esigenza di aiutare a conoscere la storia contemporanea troppo spesso ignorata o recepita da fonti polemiche e devianti. Può aver fatto impressione ascoltare dal magistrato Marini che, dopo cinque processi, restano ancora persone da individuare e da mandare a giudizio. Sappiamo quanto sia stata la impermeabilità del ristretto giro di brigatisti che mise in atto la folle impresa, con il preciso intento di acquisire un ruolo politico, subentrando al Partito comunista che aveva – accettando la linea Moro – abbandonato ogni ipotesi di via rivoluzionaria. Questo impediva in radice la possibile trattativa, insieme alla reazione terribile che si sarebbe prodotta se il cosiddetto potere politico avesse ceduto a chi si era reso colpevole dell’assassinio di tanti servitori dello Stato, a tutti i livelli. In quanto alle denunce d’insufficienza tecnica della pubblica amministrazione non sono certo inesatte. Ma deve essere ricordato il clima nel quale l’ordine pubblico era difeso, con ostilità a qualsiasi misura preventiva, rigetto della tesi degli opposti estremismi, persino manifestazioni di gioia popolaresca a Milano per l’uccisione di un agente (Annarumma). Senza dire del particolarismo delle strutture, che è un mal sottile della tradizione nazionale, prima monarchica e poi repubblicana. Vi furono nella perfida macchinazione contro Aldo responsabilità estere? Nessun elemento obiettivo autorizza a dirlo; e non si deve indulgere ad ipotesi, che del resto alcuni collocano nell’area occidentale (allergia al coinvolgimento governativo dei comunisti) altri a Mosca (siluro al cammino democratico berlingueriano). L’approfondimento, come è giusto, continuerà.
Nei commenti del viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba c’è chi si domanda se, dopo la lunga contrapposizione, abbia vinto Roma o L’Avana.
In verità già dal 1981, andando nell’isola per la Conferenza dell’Unione interparlamentare, riscontrammo un divario tra l’affermazione che «lo sviluppo nella società socialista annullerà progressivamente le credenze religiose» e l’insistenza nel dirci che la libertà di culto era tutelata e – di più – che lo stesso Fidel desiderava ardentemente incontrarsi con il Papa.
Sedici o diciassette anni di attesa non sono così lunghi per uno Stato, ma ancora di meno lo sono per una istituzione millenaria come la Chiesa cattolica.
26-1-98
Il Polo secondo il Marco Aurelio
Non so se per volontà conoscitiva o per mettermi in imbarazzo, alcuni studenti in visita al Senato mi hanno chiesto cosa sia il Polo. Me la sono cavata rievocando una quartina letta nel settimanale satirico Marco Aurelio più o meno cinquant’anni or sono. «Dal Khan dei Tartari fu Marco Polo preso e legato per motivo incerto. I servi per frustarlo lo scoprirono ed ecco come il Polo fu scoperto».
Qualunque riferimento a dissociazioni polari in corso è da ritenersi occasionale.
27-1-98
Grave la disattenzione della Bicamerale
La Camera dei deputati ha iniziato la discussione generale in aula del progetto di riforma costituzionale rielaborato dalla Commissione bicamerale.
Sarebbe augurabile che l’opinione pubblica seguisse con attenzione questo dibattito e quello successivo in Senato, perché alla fine l’ultima parola spetterà ad un referendum popolare globale (cioè con un Sì e un No riassuntivo su tutto il testo).
Come controcanto alle sedute di Montecitorio giovedì mattina alcuni deputati – tra cui Rocco Buttiglione, Mario Segni e Antonio Martino – presenteranno all’esterno un «Progetto alternativo di Costituzione liberale».
Non so se questi dissenzienti parteciperanno anche alla discussione, diremo così, ufficiale; sarebbe augurabile per non dare l’impressione di una secessione aventiniana. Quel che è importante è che le formulazioni siano chiare e non diano luogo ad equivoci. Basti pensare in proposito ai cento significati possibili che ha la parola federalismo. Non saranno cento, ma cinquanta di sicuro.
Vi è poi l’esigenza di un disegno unitario dello schema. Quando, ad esempio, nel primo testo l’imprevista partecipazione dei leghisti fece introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica, è stato molto azzardato mantenere il resto come se l’incidente non fosse accaduto.
Comunque è essenziale il consenso di un’ampia opinione pubblica. Il rigetto pregiudiziale è pericoloso, perché può dare un’ombra di discredito alle istituzioni come tali.
28-1-98
Casa Bianca e dintorni: sesto e nono Comandamento
Il gran parlare che si sta facendo su attività che dirò privatistiche del presidente Clinton ha suscitato quesiti comparativi su quello che si esige – o si tollera – dal capo dello Stato. A parte il limite generale del «se non casti almeno cauti», si può notare che tra un Paese e l’altro esistono differenze notevoli circa l’importanza dei dieci comandamenti di Dio. Prima di Cristoforo Colombo le leggi mosaiche erano presumibilmente ignorate in America; ma in seguito il sesto e il nono precetto sembra che abbiano laggiù avuto prevalente rilievo. Qualche anno fa mi fece impressione l’esame nel Senato di Washington di un designato a reggere il Ministero della Difesa, che fino a quel momento aveva operato nel campo del commercio internazionale di armamenti. Questo fatto non solo non era ritenuto impediente, ma anzi si considerava una qualificazione professionale. Il disco rosso fu invece inesorabile perché il personaggio in un momento di debolezza aveva una volta allungato la mano sulla cameriera di un ristorante.
29-1-98
Un Papa a un Re che amò la castità
Per dare a ciascuno il suo in ordine alla disputa sulla più o meno comprovata «passionalità» dei capi di Stato, giova rievocare un precedente italiano di epoca monarchica. In morte di Vittorio Emanuele II, il ministro dell’Interno inviò in Vaticano un suo fiduciario per dare conoscenza previa delle iscrizioni laudatorie – allora usava così – collocate ai lati del catafalco. Data la delicatezza, il missus dominicus fu ricevuto dallo stesso Pontefice e riferì per iscritto i sagaci commenti di Pio IX. Amò la libertà: «Infatti noi siamo prigionieri». Amò la giustizia: «Infatti ha preso il non suo»; e così via. La conclusione è brillante: «Ringrazi l’onorevole Crispi per l’attenzione e suggerisca questa aggiunta che ne farà un monumento di verità: amò la castità».
Nel documento il latino rende ancora meglio la lapidarietà: dilexit castitatem. Una virtù non facilmente attribuibile al sovrano chiamato sotto vari aspetti padre della patria.
30-1-98
Un moderato inchino
Nel verbale della Camera dei deputati riguardante le riforme costituzionali, il relatore sui problemi della giustizia, Marco Boato, ha ricordato le critiche dell’onorevole Calamandrei al procuratore generale della Cassazione, Massimo Pilotti, che avrebbe nell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1947 tenuto un atteggiamento «offensivo per la Repubblica e per il suo capo».
Trattandosi della prima «inaugurazione» in regime repubblicano, il presidente De Nicola aveva approvato con minuzia il cerimoniale persino con la precisazione che la Corte avrebbe salutato l’ingresso del capo dello Stato con un moderato inchino. E così avvenne. Terminato il discorso del Pilotti, De Nicola andò a stringergli con effusione ambo le mani; ma appena lasciato il Palazzo cominciò ad inveire contro l’oratore perché nel discorso non gli aveva reso omaggio oltre il formale preambolo concordato. Perché De Gasperi fosse informato subito aveva voluto che io salissi in macchina accanto a lui. Così fui latore di un chiaro messaggio: o Pilotti andava subito a casa o il capo se ne tornava a Torre del Greco. Seguirono ore febbrili concluse con una soluzione tanto brillante quanto paradossale: si creò nel ruolo dei magistrati un secondo posto di grado secondo e Pilotti accettò pro bono pacis di passare dalla Procura Generale alla Presidenza del Tribunale delle acque.
31-1-98
Togliatti e Stalin
Due studiosi, i professori Zaslavsky e Aga-Rossi, attraverso una ricerca approfondita negli archivi ora aperti a Mosca, hanno ricostruito per la Biblioteca storica del Mulino la politica estera del Partito comunista italiano. Ci sarà certamente chi chiederà un giudizio d’appello o ulteriori approfondimenti, ma è pur certo che viene certificata – a parte molte convergenze – una intensità di rapporti tra l’ambasciata sovietica in Italia e i dirigenti comunisti (a cominciare dall’onorevole Togliatti) davvero strabiliante. Togliatti aveva inoltre un rapporto diretto, senza neppure bisogno di traduttori.
Può giurarsi sulla scrupolosa esattezza dei rapporti che da via Gaeta partivano quasi quotidianamente per Mosca? In via generale, sarebbe utile che gli ambasciatori, quando riferiscono tra virgolette un colloquio, facessero sottoscrivere il dispaccio dall’interlocutore. Ma quale interesse avevano il signor Kostylev e i suoi successori ad alterare i messaggi?
Nel libro in questione si riportano anche curiose definizioni. Spiegando, ad esempio, l’appoggio comunista alla candidatura di Sforza a ministro degli Esteri (1944), Togliatti aveva detto all’ambasciatore che si trattava «di un uomo stupido e instabile, ma non reazionario, leale verso la sinistra ed influenzabile».
1-2-98
Pena di morte, la battaglia continua
Il Senato ha dedicato venerdì una seduta per riaffermare, unanimemente, la condanna della pena di morte; incoraggiando il governo a perseverare nell’azione diplomatica che ha già portato un notevole successo. Restano tuttavia ottantacinque Stati che mantengono nel proprio ordinamento giuridico la pena capitale. L’occasione specifica del dibattito a palazzo Madama era l’annuncio dell’imminente esecuzione nel Texas, a carico di una donna pluriomicida, rea confessa, ma autenticamente pentita (l’avverbio non è irrilevante). A parte la questione di principio, è stato messo l’accento sulla circostanza – peraltro non determinante – che da molto tempo la sedia elettrica o simili mezzi` di assassinio legale non colpiscono una donna. A me sembrano più raccapriccianti le lunghissime attese con complesse battaglie di procedura e delicate scelte personali di governatori e di altre autorità. Comunque il disperato appello andava fatto e si è in trepida attesa.
La battaglia continua. Non la collegherei tanto al valore dissuasivo della massima pena (più che opinabile) ma ad un canone generale di rispetto per la vita e per la persona umana quali che siano le sue colpe. Negli Stati Uniti l’opinione pubblica è molto divisa in proposito; e quando qualche politico prende una posizione contraria netta non raccoglie successi, almeno elettorali (vedi Mario Cuomo). È un problema culturale e spirituale che deve esser fatto emergere con una attenta e progressiva opera di convinzione. Del resto in Italia nell’immediato dopoguerra, prima che la legislazione fascista fosse abolita, condanne a morte vi furono e vennero eseguite. Anzi, perché l’Alta Corte non aveva condiviso la richiesta della pubblica accusa contro l’incolpevole governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini, vi furono clamorose proteste. Ma siamo sicuri oggi del risultato di un possibile referendum in Italia contro i delinquenti che rapiscono persone? Non vanno «rieducati» quindi solo gli americani.
3-2-98
Anno duemila e vecchi problemi
Nonostante i richiami dei teologi e i reiterati ammonimenti del Papa in prima persona, i giornali continuano a parlare dell’Anno Santo del 2000 quasi esclusivamente per i problemi urbanistici ed organizzativi. In particolare, ha tenuto campo per mesi e mesi la questione del sottopassaggio del Lungotevere di fronte alla Mole Adriana (vulgo Castel Sant’Angelo). Il cantiere era già installato e tutto sembrava ormai avviato quando sono sopravvenuti dubbi, riserve, veti archeologici e dispute artistico-amministrative.
Tutto è rinviato, in mancanza delle Olimpiadi del 2004, al Giubileo del 2025. Vedremo. Anzi vedranno.
Tuttavia fin dalla istituzione del grande perdono nel 1300 si posero esigenze di circolazione, risolte brillantemente. Lo descrive il pio pellegrino Dante Alighieri nel XVIII canto dell’Inferno: «Come i romani per l’esercito molto / l’anno del Giubileo su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto / che dall’un lato tutti hanno la fronte / verso il castello e vanno a San Pietro / dall’altra sponda vanno verso il monte».
La citazione termina qui, perché confonderebbero le idee le due righe successive: «Di qua di là su per lo sasso tetro / vidi demon cornuti con gran forze».
4-2-98
Deregulation contro lacci e laccioli
Per molto tempo il vocabolario in uso da noi per il giuoco del calcio era quello inglese: football, corner, off side, ecc. Le cose cambiarono a metà degli anni Trenta nel contesto della campagna antibritannica causata dal sostegno di Londra all’Abissinia occupata. Lo zelo propagandistico era tale che acrobati tanto volenterosi quanto ignoranti andarono a coprire con il tricolore l’insegna dell’albergo Eden, confondendo il paradiso terrestre con il ministro degli Esteri di Sua Maestà. Chiusa la parentesi africana, dei vecchi nomi tornò – ed è tuttora in circolazione – soltanto il corner.
Ma in altri campi le terminologie anglosassoni hanno preso il sopravvento, in qualche caso in versione italiana: agenzie, authorities, deregulation e chi più ne ha più ne metta. In Francia hanno adottato persino norme legislative di salvaguardia. L’Italia democratica è più permissiva. Anzi, molti di quelli che si scagliavano contro il liberismo di Reagan, tuonano contro le licenze di commercio e ogni altra limitazione agli insediamenti mercantili. L’avviamento commerciale dei negozi non è più un bene tutelato. A gran voce e con una interpretazione estensiva si rievoca la scomunica einaudiana ai lacci e laccioli.
5-2-98
Quando le toghe vanno in Parlamento
Ritarda di cinquant’anni e non si farà più la legge prevista dalla Costituzione sul divieto per i magistrati di appartenere a partiti politici. Non dipende da disattenzione parlamentare, ma credo che sia dovuto alla convinzione che in un certo senso è meglio che di un procuratore o di un giudice, se hanno convinzioni politiche, lo si sappia apertamente, che non le attribuzioni a categorie famose come: “orientato verso” o “di area” che si prestano a camuffamenti, sospetti ed anche manovre. Per il resto, lasciando stare la teoria della supplenza di vuoti politici (che potrebbe avere contrapposte estensioni) è bene che un certo numero di magistrati sia presente in Parlamento e faccia qui politica.
Persone insospettabili come il senatore Raffaele Bertoni – già presidente dell’Associazione magistrati – sostengono che per candidarsi, i giudici dovrebbero prima dimettersi, e nel primo testo della Bicamerale lo avevano seguito, violando a mio avviso l’eguaglianza dei cittadini. È giusto invece che si candidino in sedi diverse da dove operano in toga e non vi ritornino successivamente.
Nella prima legislatura (aprile 1948) i magistrati deputati furono tre: Oscar Luigi Scalfaro, Brunetto Bucciarelli Ducci e Edmondo Caccuri. Meno ambito il Senato, con il solo ex primo presidente Antonio Azara che vi restò per venti anni.
Un maggior interesse dei partiti si registrò dal 1979: sei deputati, tra cui in servizio permanente il comunista Luciano Violante e il democristiano Carlo Casini. Lo stesso nella IX e X con l’ingresso «stabile» di un’altra comunista, Anna Maria Finocchiaro Fidelbo, oggi ministro. Nel 1992 si sale a dieci (cinque comunisti rispetto a due democristiani); nel 1994 a sedici (nessun ex democristiano); nel 1996 a venti.
Anche a palazzo Madama vi è stata una crescita con la punta di otto senatori nel 1994, nessuno postdemocristiano (Giovanni Coco che vi era stato dalla VII legislatura se ne andò in Cassazione).
Nella composizione attuale sono registrati venti deputati magistrati (con Luciano Violante promosso presidente e Filippo Mancuso novizio, a Montecitorio) e undici senatori. Tra questi ultimi, sacrificato sull’altare delle desistenze, non vi è più l’ex presidente della Corte Costituzionale Corasaniti, eletto nel Pds due anni prima. Non ha gradito minimamente questa esclusione ed ha elevato solennissima protesta pubblica.
7-2-98
Cinque libri da salvare per sentirci vivi
Questa sera viene presentato al Castello Sforzesco di Milano l’annuo Almanacco del Bibliofilo, che ha questa volta un interesse tutto particolare, per la pubblicazione dei risultati di una inchiesta promossa nell’autunno scorso sul singolare quesito: quali siano i libri – al massimo cinque – che portereste con voi in caso di totale isolamento dalla società, per mantenervi “vivi”.
Su 600 schede spedite all’indirizzo di «italiani appartenenti al mondo culturale, sociale e politico», 100 non sono state recapitate; e degli altri 500 destinatari hanno inviato risposta 267. Forse il dover firmare la dichiarazione ha consigliato alcuni a non sbilanciarsi (specie verso i contemporanei).
L’esito, esposto analiticamente, è questo: 1° – Dante, Divina Commedia (78 voti); 2° – La Bibbia: Antico e Nuovo Testamento (67); 3° – Poemi omerici: Iliade e Odissea (43); 4° – Manzoni, Promessi sposi e altre opere (38); 5° – Shakespeare: Opere (38).
Seguono a ruota: Leopardi (37), Dostoevskij (23), Platone (21), Proust e Tolstoj (21). Complessivamente sono stati indicati 131 autori, di cui 20 con una sola preferenza.
A titolo di curiosità sottolineo i suffragi di Umberto Eco (11), Benedetto Croce (7) e, a quota 4: Gabriele D’Annunzio, Antonio Gramsci e Eugenio Montale.
Cento anni fa venne fatta una analoga ricerca. Apprenderemo stasera il risultato comparativo.
8-2-98
Quel marxiano di Turati
Il confronto tra le preferenze attuali e quelle rilevate nel 1891 sui cinque «libri essenziali» è interessante. Quattro opere mantengono la testa della classifica: Dante, La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento), Shakespeare e Manzoni; mentre nella cinquina furono allora I primi principi di Herbert Spencer con 36 voti (per esattezza ne ebbe anche 22 con Il Sistema della Filosofia), mentre Omero, che è tra i vincitori del 1997 (quota 43) riportò 20 preferenze e si collocò al 9° posto. Prevalente continuità comunque.
Primo posto nell’elenco dei consultati dell’altra fine secolo, rilevo: Giulio Cesare Abba, con La Bibbia; Roberto Ardigò con Virgilio; Alfredo Baccelli con Dante, Arrigo Boito, Corrado Ricci, Giosuè Carducci e Francesco D’Ovidio, anche loro con Dante; Napoleone Colajanni con La Storia romana di Mommsen; Pietro Ellero con Il Vangelo secondo san Matteo; Guglielmo Ferrero con Goethe; Antonio Fogazzaro, Enrico Panzacchi, Giustino Fortunato e Paolo Mantegazza con La Bibbia; Emanuele Gianturco e Guido Mazzoni con Shakespeare; Cesare Lombroso con il Lexicon sanscrit di Botkin; Camillo Prampolini con La Storia del socialismo di Malon.
A Carlo Marx furono riservati gli stessi 11 suffragi avuti ora, uno dei quali di Anna Kuliscioff; ma Filippo Turati gli dette tutti e cinque i voti a disposizione. Un marxiano impenitente, divenuto in seguito socialdemocratico.
10-2-98
Nel film la Missione il significato vale più del linguaggio
Il film televisivo La Missione ha suscitato qualche critica per il linguaggio non sempre castigato del sacerdote protagonista. Ma mi sembrano dettagli irrilevanti, di fronte a tre grandi elementi positivi, oltre la notevolissima spettacolarità dell’insieme.
Il racconto si inserisce innanzitutto nella campagna contro le mine antiuomo, confutando l’argomento che gli interessati continuano a mettere in circolo nonostante il Trattato di interdizione (peraltro ancora non sottoscritto da tutti) sperando in traffici clandestini che non sono rari nelle armi e munizioni. Si sostiene da costoro che si tratta di mezzi di sbarramento contro nemici invasori. Nel film si mostra – e non è fantasia – come se ne faccia uso nelle guerre civili.
Più in generale siamo richiamati a non girar pagina, come accade spesso in campo internazionale, sulla tragedia del Burundi e del Ruanda che è tutt’altro che conclusa.
Vi è infine una delicata ma efficace propaganda per le missioni e per il relativo volontariato.
Qualche anno fa un collega di governo (importante professore universitario) venne a dirmi sorpresissimo che in un Paese africano aveva «scoperto» giovani suore italiane che prestavano la loro opera in un lebbrosario. Non ne aveva mai avuto notizia, nonostante si tratti di una storia di solidarietà che dura da secoli.
Eppure le riviste missionarie sono ricche di informazioni ed anche di spunti di conoscenza effettiva delle realtà del cosiddetto Terzo Mondo, di cui i mezzi di informazione si interessano – e per brevi parentesi – solo quando i morti sono tanti e le situazioni esplodono.
Michele Placido avrà pure detto «porca vacca» e peggio. Ma lui e tutto il cast hanno realizzato un’opera commovente ed istruttiva.
11-2-98
Trionfalismi fuori posto per l’ostaggio riscattato
Stavo seguendo lunedì sera il telefilm dell’Ispettore Derrick quando la trasmissione è stata interrotta per l’annuncio dell’avvenuta liberazione del signor Soffiantini. Deo gratias. Ma mi è sembrato del tutto fuor di luogo il tono trionfalistico del lungo messaggio. Almeno se Derrick fosse stato in diretta gli avrebbero potuto chiedere commenti e consigli.
L’aspetto di gioia per la persona riscattata e per la sua famiglia è primario. Ma resta il timore che la notizia della fortissima cifra incassata spinga la malfamata rete dei rapitori a perseverare; ed altre persone a riflettere sui facili guadagni di imprese del genere.
Contro la norma del sequestro dei beni familiari è in atto una forte campagna. Si volle, quando fu stabilita tale norma, aggiungere questa ad altri mezzi dissuasivi; e di fatto i sequestri diminuirono. Resta però l’obiezione che è facile per un abbiente trovar credito, eludendo il blocco dei beni.
Comunque il sentire che i familiari del Soffiantini sono «indiziati di reato» suscita ovvie reazioni negative.
Può fare di più lo Stato contro questo specifico tipo di crimine? Premesso che è una delle voci di reato dove minore è l’attribuzione ad ignoti – per il resto sconcertante – credo che la strada maestra sia il riprendere a dotare tutti i comuni di una caserma dei carabinieri o un posto di polizia. Ci si bloccò, se non erro, a metà programma.
Il disegno venne interrotto quando, per le esigenze di ordine pubblico nelle piazze, si dovette pensare ai battaglioni mobili e ad altre concentrazioni di forze nelle maggiori città. Si possono poi prevedere anche inasprimenti carcerari effettivi per i rapitori. Ma la prevenzione vera sta nel raggiungimento di un effettivo controllo del territorio.
12-2-98
Quel provvido articolo 7
Si svolge oggi nella Nunziatura Apostolica – nella villa di via Po che fu donata alla Santa Sede dal senatore Levi per grazia ricevuta – il ricevimento celebrativo dei Patti Lateranensi. L’evento riveste quest’anno una particolare solennità per la recente nomina cardinalizia di monsignor Colasuonno, che sta pertanto lasciando il servizio diplomatico, dove per anni fu molto attivo nella cosiddetta “politica dell’Est”. A confermare (o, per chi in passato avesse idee diverse, per potersi ricredere) la bontà dell’esplicito riferimento ai Patti del 1929 nella Costituzione repubblicana, vi è un elemento aggiuntivo a quelli emersi nella storica seduta del 25 marzo 1947 e nei dibattiti preparatori: pace religiosa, unità popolare, ecc. Vi erano stati espliciti passi esteri presso il Vaticano – sicuramente degli Stati Uniti e dell’Irlanda, ma forse anche di altri – per sondarne la possibilità ad una garanzia internazionale della Sede Apostolica, affrancandola dalla connessione con l’Italia. Ricordi storici e le difficoltà emerse per le comunicazioni nel corso della guerra, spingevano in questa direzione, che non trovò peraltro incoraggiamenti pontifici (monsignor Montini). L’articolo 7 troncò in radice ogni ipotesi di internazionalizzazione del problema. Non so se tutti l’avessero compreso. De Gasperi certamente lo avvertiva. Ci sarebbe voluta anche questa, tra le spine del Trattato di pace.
13-2-98
Iraq, tre aspetti della stessa crisi
Confrontare il problema iracheno attuale con i due precedenti mi sembra errato. Nel primo caso si trattò della guerra contro l’Iran, per la quale Saddam Hussein ebbe a lungo il sostegno di molti Stati occidentali ed arabi (in funzione antiKhomeini), mentre quando occupò il Kuwait si realizzò sotto l’egida dell’Onu una eccezionale coalizione internazionale che restituì la sovranità al Paese invaso. Questa volta si è di fronte ad una questione diversa: si addebita a Saddam addirittura la potenziale minaccia dell’uso di armi chimiche, oltre al ritenuto non rispetto delle garanzie di pace fissate dalle Nazioni Unite. E poiché da New York non si vuole o non si può intervenire (in forza del veto, ecc.), gli Stati Uniti hanno dichiarato di assumere in prima persona il compito di far rispettare le regole riscuotendo dichiarazioni di appoggio politico e logistico dall’Inghilterra, dalla Germania e da altri.
Cederanno le armi – in questo caso le diplomazie – alle toghe? Augurarlo e, nei limiti della sfera di ciascuno, fare il possibile perché la crisi si risolva pacificamente, è non solo lecito, ma doveroso. Considerare quello del Papa una specie di atto religioso dovuto, ed i timori di complicazioni come sintomo di terzaforzismo rinunciatario è un linguaggio inaccettabile e quasi vergognoso.
14-2-98
Da Cosa nasce Cosa con poca fantasia
Il superamento dei simboli sociali ed un certo ampliamento di piattaforme da parte del Pds fu spiegato bene dall’onorevole D’Alema in una intervista televisiva volante il giorno stesso dell’inaugurazione dell’attuale legislatura parlamentare. Negli Stati generali di Firenze (espressione forse ridondante) si è dato l’avvio alla novità. Non dispiaccia, né si interpreti come una maliziosa interferenza, se esprimo delusione per la scarsa fantasia con cui, volendo lanciare un messaggio di aggregazione politica, lo si definisca, sia pur provvisoriamente, Cosa.
Ricorro spesso, senza mancar di riguardo a più aggiornati e moderni dizionari, al vecchio Rigutini e Fanfani. Vi leggo che cosa, sostantivo femminile, è il «nome che indica indeterminatamente tutto ciò che è, così nell’ordine reale come nell’ideale». Si tratterebbe quindi dell’opposto di parte o di partito. Ma il vocabolario continua: «Cosa spesso vale anche Idea, Concetto, e in tal senso opponesi sovente a Parola». Ed esemplifica: «Oggi prevale l’arte di dire poche cose in molte parole, a rovescio di quello degli antichi che dicevano molte cose in poche parole». Più avanti si apprende che può essere anche un accenno alla qualità: «È un po’ di ogni cosa, democratico, aristotelico, ampio, religioso, ecc.». Il testo conclude così: «Da cosa nasce cosa e il tempo la governa poi si usa confortando altrui ad accettare un partito non molto buono con la speranza che sarà principio e avviamento a partito migliore». Sono citazioni testuali del Rigutini e Fanfani, edito proprio a Firenze nel 1854, editore Barbera.
15-2-98
Visite guidate a palazzo Dongo
Dopo il libro di Miriam Mafai di Addio alle Botteghe Oscure (un congedo che di fatto è rientrato per un provvidenziale salvataggio o forse semplicemente per un rinvio) è uscito un bellissimo saggio di Massimo Caprara dal titolo: Quando le Botteghe erano oscure. Tanto era difficile avere notizie sul Pci quando era in vita, quanto si moltiplicano oggi cronache, memoriali e ricostruzioni. Caprara che fu segretario particolare di Togliatti fin dalla Liberazione è un testimone più che qualificato per rievocare fatti, stati d’animo, rapporti con l’esterno. I misteri del quarto piano, ad esempio, con il fratello di Pietro Secchia che va alla sera a raccogliere la carta dai cestini per evitare fughe di notizie o spionaggi, sono squarci da romanzo giallo. Comunque queste visite postume a palazzo Dongo, come veniva chiamato con un riferimento che Caprara sostanzialmente non ripudia, sono di grande interesse.
17-2-98
Senza logica il doppio binario delle riforme
Mentre in Parlamento si discute il testo di revisione costituzionale predisposto dalla Commissione bicamerale, del quale sono parti non marginali gli articoli riguardanti l’ordinamento giudiziario, il governo ha approvato un decreto che unificando preture e tribunali istituisce il giudice unico di primo grado. Il comunicato del Consiglio chiarisce che «si tratta del più importante intervento riformatore sull’assetto della giustizia dall’avvento della Repubblica».
Ci si potrebbe forse chiedere se sia logico questo doppio binario di riforme: uno – più solenne – con procedura costituzionale straordinaria e l’altro con semplici decreti delegati sentite le due Camere. Qualche dubbio simile era già emerso nei confronti di alcuni dei provvedimenti Bassanini. Tuttavia siccome le giacenze sono soffocanti non sembra giusto avanzare eccezioni. Resta la preoccupazione di coordinare le modifiche con la grande riforma, tanto più che su questa sarà comunque chiamato il popolo a dare il giudizio referendario definitivo. Circa i ritardi delle magistrature, incombono le condanne che stiamo subendo in sede di Corte europea. In particolare l’Italia risulta primatista nel non rispetto dei ragionevoli tempi entro i quali va resa giustizia, sia nel civile che nel penale. Forse a questa disfunzione contribuisce l’interpretazione estensiva nella facoltà di ricercare artificiosamente presunte prove anche quando è già da tempo in corso il dibattimento. Mi fermo qui. Potrei essere male orientato da esperienze particolari.
18-2-98
Giustizia, si cercano collaboranti
Avevo evitato ieri di scendere in particolari nell’accenno ad alcune cause del lento piede della giustizia. Poiché ho raccolto contrapposti mugugni, ritengo di poter produrre un esempio.
Dopo un paio di anni dalla mia chiamata in causa a Palermo, un tizio dichiarò che io mi ero incontrato un giorno a Catania con un pezzo grosso di Cosa Loro. Mi aveva sbirciato dall’interno di un albergo mentre salivo in macchina per proseguire verso ignota destinazione. Con encomiabile precisione il teste specificò la data del convegno, collocandola entro dieci giorni di un determinato anno. Non mi fu difficile dimostrare, diari alla mano, che alle date citate ero in incontri governativi all’estero e, subito dopo, impegnato in Roma ora dopo ora nelle pubbliche consultazioni per una crisi ministeriale.
Chi di dovere non poteva non prendere atto. Ma passati anni, si torna ora (febbraio 1998) sull’argomento affidandosi alla memoria di una signora e di un suo figlio naturale. Ambedue raccontano che il marito e padre (ovviamente defunto) parlò loro del suddetto incontro, ma: «Non mi specificò il tempo o il luogo» (figlio) e «il tempo trascorso non mi consente di precisare di quali processi e di quali affari si trattasse» (madre).
Sono collaboranti dal 1993, ma la loro memoria si è risvegliata solo agli inizi del febbraio 1998; e la si mette a disposizione in termini di cui è impossibile documentata smentita. La guerra continua.
19-2-98
«Non condivido lo scetticismo»
Il clamore che continuano a suscitare le vicende della terapia Di Bella non meraviglia certamente. Più o meno direttamente, forse la metà delle famiglie italiane è, o è stata, coinvolta nella triste spirale del “brutto male”; e l’altra metà è più che interessata a conoscere se si sia trovato il modo di affrontare l’aggressione. Non ho davvero veste per entrare nel merito. Quando si è votato in Senato un estemporaneo ordine del giorno mi sono astenuto per incompetenza assoluta in materia. Né mi sento di associarmi allo scetticismo di chi dice che se non sono giunte a risultato le dotatissime ricerche di formidabili centri di ricerche sarebbe vano sperare nella illuminazione del dottore modenese. Al quale però vorrei suggerire – comunque la pensi – di evitare affermazioni sulla efficienza effettiva delle sperimentazioni in corso. Sono messaggi televisivi che distruggono.