La lezione di Rodano
Il cardinale Bagnasco ha recentemente sostenuto che i rapporti tra Chiesa e Stato erano migliori nel momento della contrapposizione, che non escludeva il dialogo, tra Dc e Pci. Franco Rodano fu uno dei maggiori pensatori di quella stagione politica e la sua testimonianza andrebbe rimeditata
di Adriano Ossicini

Franco Rodano con la moglie Marisa
Dobbiamo partire da lontano, da quando cioè, dopo molte vicissitudini risorgimentali, i cattolici finalmente, caduto il non expedit di Benedetto XV, ebbero un loro ruolo nel Paese con il Parito popolare di don Sturzo. Fu un’avventura straordinaria perché questo partito, pur inserendo i cattolici nella vita politica, raccoglieva anche una grande tradizione risorgimentale, le grandi tematiche di Rosmini, alcuni aspetti importanti dell’avventura di Murri e alcune profonde istanze di carattere sociale. Con il fascismo tutto questo crollò e si arrivò a un rapporto tra Stato e Chiesa sostanzialmente legato a un appoggio determinante della Chiesa al regime. Una grande esperienza andò, in parte, dispersa, rimanendo legata solo alle grandi testimonianze di Donati e di Ferrari, alla coraggiosa solitudine di De Gasperi e di alcuni pochi popolari rimasti antifascisti. Quello che viene chiamato “laicato cattolico” fu spinto dal Vaticano a dare un determinante appoggio al fascismo ricevendo in cambio una religione… di Stato. E bisogna partire, allora, dal 1938, quando, a causa delle leggi razziali, una parte, pur piccola, del laicato cattolico si organizzò per un’azione di rottura contro la collusione fra fascismo e Vaticano. Torno sulla vicenda della Sinistra cristiana, che fondammo in quell’anno, per ricordare che in quel momento, e solo a partire da quel momento, ci fu un rapporto operativo abbastanza intenso, anche se carico di rischi, fra dei cristiani in politica e il Partito comunista. Questo rapporto, rivelatosi necessario nella lotta contro il fascismo, si solidificò nella Resistenza. Nell’iniziale vicenda della Sinistra cristiana il problema della laicità della politica fu posto in modo molto chiaro, anche in riferimento all’importanza e ai limiti del collegamento con il Partito comunista. E debbo ricordare che anche nei miei rapporti personali con alcuni dirigenti del Partito comunista durante la lotta clandestina – per esempio quelli intensi con Pietro Ingrao – risultò chiaro non solo il loro interesse per le nostre posizioni, ma la loro visione di un rapporto profondamente rispettoso con la Chiesa. La Chiesa abbandonò lentamente la sua posizione di appoggio al fascismo che nella sostanza terminò con la caduta del regime. Ma non c’è dubbio che fin dal 1938 c’erano nella Chiesa, anche ai più alti livelli, posizioni differenti. Il fatto che quando io ero in carcere, classificato come “sovversivo” e imputato di collegamenti operativi con il Partito comunista, il Papa facesse scrivere dal cardinale Maglione a Mussolini perché mi fosse sottoposta una domanda di grazia – che rifiutai –, è segnaletico di un certo orientamento; così come pure il fatto che il presidente della Fuci, Giulio Andreotti, a nome di quella organizzazione, proprio il giorno stesso in cui ero uscito dal carcere, in condizioni fisiche precarie per i maltrattamenti subiti, mi inviasse una lettera con un… assegno di sostegno per le mie cure! Ma quello che è più importante è l’appoggio sistematico dato dalla Chiesa cattolica, tramite il Vicariato di Roma, alla formazione partigiana da me guidata nella capitale durante la Resistenza, formazione che operava in stretta collaborazione con l’organizzazione partigiana comunista. Attraverso questi elementi, si può capire come, fin dalla Resistenza, il rapporto non solo tra Chiesa e Stato, ma tra Chiesa e Partito comunista, nonostante le asperità, si ponesse nei termini anche di un dialogo. In questo senso è emblematico un carteggio dell’ottobre 1943 fra Andreotti – che come presidente della Fuci era profondamente legato a Pio XII –, Franco Rodano e me. Andreotti, anche a nome del Papa, metteva in guardia Franco Rodano per il tipo di collaborazione politica che quest’ultimo aveva proposto di realizzare con il Partito comunista, in modo particolare per le implicazioni teoriche di questo tipo di collaborazione. Le risposte di Rodano e le mie furono in parte identiche, in parte profondamente differenti. Rodano rivendicava l’importanza di un’alleanza politica e di un dialogo anche a livello teorico con il Partito comunista; questo lo portò, poi, a entrare nel Partito comunista. Io sostenevo l’importanza di un’alleanza politica, ma rimarcavo una profonda distinzione sul piano teorico. Ciononostante debbo dire che il rapporto tra Andreotti e Rodano proseguì – pur nelle distanze a un certo punto drammatiche – in modo serio ed ebbe anche un’importanza politica di grande rilievo. Purtroppo poi la situazione internazionale, il Patto di Yalta e la collocazione dell’Italia nel quadro delle alleanze atlantiche, la guerra fredda e, oltretutto e più di tutto, la documentazione che la Chiesa aveva sui drammi (anche sul piano religioso) del mondo comunista, portarono a irrigidimenti e a rotture. Ma, nonostante questo, certi atteggiamenti del Partito comunista furono tali da permettere oggi al cardinale Bagnasco e a Marisa Rodano di affermare e documentare che un certo dialogo su temi di fondo ebbe una particolare importanza.

Alcide De Gasperi durante un comizio in piazza Duomo a Milano, il 13 aprile 1948