La Chiesa cattolica contro l’attacco a Baghdad
«Niente giustifica una guerra all’Iraq»
Lo hanno detto i patriarchi cattolici del Medio Oriente. E non sono i soli a pensare che il terrorismo non si combatte con la guerra preventiva. Così si sono espressi anche i vertici della Curia romana, i vescovi italiani, quelli inglesi, la Radio Vaticana e Civiltà Cattolica. Anche la Conferenza episcopale statunitense è per la pace e ha invitato Bush e il Congresso a trovare mezzi alternativi per risolvere la crisi
di Gianni Cardinale

Un momento dei lavori della Conferenza episcopale statunitense, che si è riunita a Washington il 12 novembre 2002
Questo atteggiamento si è manifesto già in occasione del primo anniversario degli attacchi terroristici a New York e al Pentagono. Il giudizio più articolato in questo senso viene pronunciato il 16 settembre dal cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana. Nelloccasione il porporato dapprima registra che "quella vastissima rete di solidarietà internazionale che si era rapidamente formata dopo l11 settembre sembra incrinata da crescenti smagliature, anzitutto in quel suo primo e tradizionale punto di forza che è lo stretto legame tra gli Stati Uniti dAmerica e lEuropa occidentale". Poi dichiara: "Con speciale attenzione allatteggiamento da tenere verso lIraq, è senza dubbio necessaria la vigilanza più attenta e rigorosa, per prevenire il rischio di nuove e maggiori tragedie, i cui sviluppi sarebbero poi ben difficili da controllare". "Ma ciò", aggiunge subito Ruini, "non significa che possa essere intrapresa la strada di una guerra preventiva, che avrebbe inaccettabili costi umani e gravissimi effetti destabilizzanti sullintera area mediorientale, e probabilmente su tutti i rapporti internazionali. Larma della dissuasione, esercitata nellambito dellOnu con la più forte determinazione e con il sincero e solidale impegno di tutti i Paesi capaci di esercitare uninfluenza concreta, può rappresentare, anche in questa difficile situazione, unalternativa in grado di garantire la sicurezza e la pace. Da parte sua anche il governo iracheno dovrà evidentemente dar prova di realismo e di disponibilità a trovare e rispettare delle intese".
Le affermazioni di Ruini sono precedute da dichiarazioni concordi espresse da altri esponenti di primo piano della Chiesa italiana. L8 settembre il cardinale Carlo Maria Martini fa cenno ad "un mondo gravido di conflitti e minacciato da nuovi assurdi conflitti". Il 10 settembre il suo successore a Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, a chi gli chiede dei venti di guerra che sembrano nuovamente addensarsi sullIraq, risponde: "Lesperienza continuamente dice che la guerra non risolve i problemi, ma li aggrava. Questo insegna la storia, ma è stato detto che purtroppo la storia è una maestra con pochi scolari o nessuno scolaro". Sempre il 10 settembre, poi, larcivescovo di Torino cardinale Severino Poletto ribadisce: "Pace significa rifiuto di ogni forma di guerra, che non è mai la soluzione dei problemi che affliggono i popoli della terra". L11 settembre lordinario militare Giuseppe Mani, che ha come diocesi le forze armate italiane, afferma: "Passare dal concetto di deterrenza a quello di guerra preventiva è un impegno gravissimo, sono scelte che fanno paura".
E i giudizi della Chiesa italiana sono perfettamente in linea con quelli espressi negli stessi giorni dal Vaticano. In unintervista concessa ad Avvenire del 10 settembre, il "ministro degli Esteri" vaticano, larcivescovo francese Jean-Louis Tauran, pronuncia un secco no ad ogni azione di guerra contro lIraq senza lavallo Onu (in questo caso "si imporrebbe soltanto la legge del più forte"), e aggiunge subito dopo che, anche in caso di via libera del Palazzo di vetro, sarebbe legittimo domandarsi se la guerra, in questo caso, sia un mezzo adeguato per costruire la pace. Nella stessa data, dal Vaticano arriva anche una dichiarazione, meno diplomatica, di padre Pasquale Borgomeo, gesuita, direttore generale della Radio Vaticana: "Ci sentiamo amici un po delusi dagli Usa". I motivi? "Lunilateralismo della politica [statunitense]", "laggravamento della tragedia mediorientale", "la guerra in Afghanistan condotta con metodi discutibili e risultati ambigui", "un improprio spirito di crociata contro il male".

Cacciabombardieri Usa si preparano al decollo da una portaerei nel Golfo Persico
Una presa di posizione ferma ed articolata è poi assunta dai vertici dellepiscopato Usa (Usccb). I vescovi a stelle e strisce, che avevano chiaramente fornito il loro sostegno alla prima fase della guerra al terrorismo dopo l11 settembre 2001, ora invece prendono le distanze dalla nuova dottrina strategica elaborata dalla Casa Bianca. Lo fanno con una lettera al presidente Bush scritta il 13 settembre e consegnata cinque giorni dopo a Condoleezza Rice, consigliere della sicurezza nazionale. Nella missiva i vescovi Usa si mostrano "profondamente scettici sulluso unilaterale della forza militare" e spiegano che risulta "difficile giustificare un allargamento allIraq della guerra contro il terrorismo, senza prove del coinvolgimento di Baghdad negli attacchi dell11 settembre".
I vescovi Usa tornano sullargomento nel corso della loro Assemblea generale celebrata a metà novembre a Washington, dopo che il Consiglio di sicurezza dellOnu ha approvato la risoluzione 1441 in cui si intima a Saddam di accettare senza condizione la ripresa delle ispezioni per verificare leventuale possesso di armi di distruzione di massa da parte di Baghdad. Lo fanno con una dichiarazione in cui affermano: "In base ai fatti di cui siamo a conoscenza, continuiamo a trovare difficile giustificare il ricorso alla guerra contro lIraq, poiché mancano prove chiare ed evidenti di un attacco imminente [iracheno] di grave natura". Negli stessi giorni poi dalla Usccb parte una cosiddetta action alert con la quale si invitano i fedeli a telefonare alla Casa Bianca e ai propri rappresentanti al Congresso per invitarli a risolvere la crisi irachena con mezzi alternativi alla guerra e in collaborazione con le altre nazioni e lOnu. Sempre a metà novembre la Conferenza episcopale inglese ribadisce il suo no alla guerra, definita "una strada senza ritorno". Queste prese di posizione vengono puntualmente enfatizzate da padre Borgomeo, direttore generale della Radio Vaticana, il quale negli ultimi mesi è intervenuto più volte ai microfoni dellemittente pontificia per esplicitare il netto dissenso della Santa Sede sui venti di guerra contro Baghdad. E la voce di padre Borgomeo non è isolata nei Sacri Palazzi. La Civiltà Cattolica infatti dedica alla questione leditoriale del fascicolo datato 2 novembre dal titolo Unaltra guerra contro lIraq? Un editoriale certamente rivisto dalla Segreteria di Stato, in cui si avvalora lipotesi che la politica interventista di Bush sia "dettata anche dalla prospettiva di poter controllare il petrolio iracheno", e si critica in maniera netta la teoria della "guerra preventiva", affermando che il terrorismo sarebbe meglio combattuto con un maggior ricorso allintelligence e un maggior controllo dei flussi finanziari.
Lo stesso cardinale segretario di Stato, Angelo Sodano, poi, in una intervista al Corriere della Sera del 24 novembre dichiara: "Prima di avanzare ogni altra ipotesi è da percorrere fino in fondo la via della trattativa e della soluzione concordata. Con la guerra non si risolvono i problemi e il termine di guerra preventiva finora non è nel vocabolario delle Nazioni Unite".
Cè da aggiungere poi che i sette patriarchi cattolici del Medio Oriente, nel corso di un incontro avvenuto in Libano, hanno affermato che "niente giustifica una guerra contro lIraq, qualsiasi siano i pretesti e le ragioni invocate", e hanno criticato la politica del "doppio standard" adottata dallOnu in base alla quale Israele, al contrario dellIraq, non viene considerata responsabile quando contravviene alle risoluzioni dellOnu.

Cristiani iracheni accolgono le reliquie di santa Teresa di Lisieux all’arrivo all’aeroporto di Baghdad il 20 novembre 2002
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Il pellegrinaggio in Iraq delle reliquie della santa patrona delle missioni
"Teresa di Lisieux viene a farci il dono della pace"
Quasi in contemporanea agli ispettori Onu, lIraq ha visto entrare nei propri confini le reliquie di santa Teresina di Lisieux. In maniera discreta, senza enfasi massmediatiche, sono giunte a Baghdad il 20 novembre e rimarranno nel Paese fino al 26 dicembre, toccando anche le città di Mosul e Bassora, e altri luoghi del nord e del sud. Lidea di questo insolito pellegrinaggio è venuta al vescovo latino della capitale irachena, il carmelitano libanese Jean Benjamin Sleiman. E si è rivelata un successo, visto il grande concorso di folla nelle parrocchie dove vengono portate le spoglie della santa patrona delle missioni. Allagenzia Fides il vescovo ausiliare del patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Emmanuel-Karim Delly, ha dichiarato: "È un evento che ci infonde coraggio in questo momento difficile della nostra storia. Avere fra noi le reliquie di santa Teresa è una grazia speciale del Signore. La comunità cristiana in Iraq ha risposto con immensa devozione a questo dono: le Chiese sono piene di fedeli in preghiera, le parrocchie fanno a gara per ospitare le reliquie anche solo per un giorno. Le autorità civili seguono litinerario del convoglio e partecipano alle celebrazioni e finanche i fedeli musulmani si accostano alle chiese e vengono a onorare la santa! Santa Teresa riesce a creare armonia fra cristiani e musulmani e soprattutto viene in Iraq a farci il dono della pace".