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CRISI INTERNAZIONALE
tratto dal n. 11/12 - 2002

La Chiesa cattolica contro l’attacco a Baghdad

«Niente giustifica una guerra all’Iraq»


Lo hanno detto i patriarchi cattolici del Medio Oriente. E non sono i soli a pensare che il terrorismo non si combatte con la guerra preventiva. Così si sono espressi anche i vertici della Curia romana, i vescovi italiani, quelli inglesi, la Radio Vaticana e Civiltà Cattolica. Anche la Conferenza episcopale statunitense è per la pace e ha invitato Bush e il Congresso a trovare mezzi alternativi per risolvere la crisi


di Gianni Cardinale


Un momento dei lavori della Conferenza episcopale statunitense, che si è riunita a Washington il 12 novembre 2002

Un momento dei lavori della Conferenza episcopale statunitense, che si è riunita a Washington il 12 novembre 2002

La guerra al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti dopo i terribili attentati dell’11 settembre dello scorso anno aveva goduto della comprensione dei vertici vaticani e dell’episcopato italiano e del sostegno aperto delle gerarchie cattoliche d’oltreoceano. Ma oggi questa comprensione e questo sostegno non sembrano esserci più e si registra una certa freddezza nei confronti dell’intenzione dell’amministrazione Bush di colpire l’Iraq, tanto più se con una guerra preventiva e al di fuori di un mandato Onu. Rimane, da parte dei vertici ecclesiastici, la condanna del terrorismo, specialmente di quello perpetrato in nome di ideali religiosi. Ma la soluzione armata architettata dagli strateghi della Casa Bianca non convince più di tanto i vertici della Chiesa. Anzi.
Questo atteggiamento si è manifesto già in occasione del primo anniversario degli attacchi terroristici a New York e al Pentagono. Il giudizio più articolato in questo senso viene pronunciato il 16 settembre dal cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana. Nell’occasione il porporato dapprima registra che "quella vastissima rete di solidarietà internazionale che si era rapidamente formata dopo l’11 settembre sembra incrinata da crescenti smagliature, anzitutto in quel suo primo e tradizionale punto di forza che è lo stretto legame tra gli Stati Uniti d’America e l’Europa occidentale". Poi dichiara: "Con speciale attenzione all’atteggiamento da tenere verso l’Iraq, è senza dubbio necessaria la vigilanza più attenta e rigorosa, per prevenire il rischio di nuove e maggiori tragedie, i cui sviluppi sarebbero poi ben difficili da controllare". "Ma ciò", aggiunge subito Ruini, "non significa che possa essere intrapresa la strada di una guerra preventiva, che avrebbe inaccettabili costi umani e gravissimi effetti destabilizzanti sull’intera area mediorientale, e probabilmente su tutti i rapporti internazionali. L’arma della dissuasione, esercitata nell’ambito dell’Onu con la più forte determinazione e con il sincero e solidale impegno di tutti i Paesi capaci di esercitare un’influenza concreta, può rappresentare, anche in questa difficile situazione, un’alternativa in grado di garantire la sicurezza e la pace. Da parte sua anche il governo iracheno dovrà evidentemente dar prova di realismo e di disponibilità a trovare e rispettare delle intese".
Le affermazioni di Ruini sono precedute da dichiarazioni concordi espresse da altri esponenti di primo piano della Chiesa italiana. L’8 settembre il cardinale Carlo Maria Martini fa cenno ad "un mondo gravido di conflitti e minacciato da nuovi assurdi conflitti". Il 10 settembre il suo successore a Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, a chi gli chiede dei venti di guerra che sembrano nuovamente addensarsi sull’Iraq, risponde: "L’esperienza continuamente dice che la guerra non risolve i problemi, ma li aggrava. Questo insegna la storia, ma è stato detto che purtroppo la storia è una maestra con pochi scolari o nessuno scolaro". Sempre il 10 settembre, poi, l’arcivescovo di Torino cardinale Severino Poletto ribadisce: "Pace significa rifiuto di ogni forma di guerra, che non è mai la soluzione dei problemi che affliggono i popoli della terra". L’11 settembre l’ordinario militare Giuseppe Mani, che ha come diocesi le forze armate italiane, afferma: "Passare dal concetto di deterrenza a quello di guerra preventiva è un impegno gravissimo, sono scelte che fanno paura".
E i giudizi della Chiesa italiana sono perfettamente in linea con quelli espressi negli stessi giorni dal Vaticano. In un’intervista concessa ad Avvenire del 10 settembre, il "ministro degli Esteri" vaticano, l’arcivescovo francese Jean-Louis Tauran, pronuncia un secco no ad ogni azione di guerra contro l’Iraq senza l’avallo Onu (in questo caso "si imporrebbe soltanto la legge del più forte"), e aggiunge subito dopo che, anche in caso di via libera del Palazzo di vetro, sarebbe legittimo domandarsi se la guerra, in questo caso, sia un mezzo adeguato per costruire la pace. Nella stessa data, dal Vaticano arriva anche una dichiarazione, meno diplomatica, di padre Pasquale Borgomeo, gesuita, direttore generale della Radio Vaticana: "Ci sentiamo amici un po’ delusi dagli Usa". I motivi? "L’unilateralismo della politica [statunitense]", "l’aggravamento della tragedia mediorientale", "la guerra in Afghanistan condotta con metodi discutibili e risultati ambigui", "un improprio spirito di crociata contro il male".
Cacciabombardieri Usa 
si preparano al decollo da una portaerei nel Golfo Persico

Cacciabombardieri Usa si preparano al decollo da una portaerei nel Golfo Persico

Nello stesso periodo, parole critiche nei confronti della guerra preventiva giungono anche dai vertici ecclesiastici della Gran Bretagna e degli Usa. Il cardinale di Westminster, Cormac Murphy-O’Connor, scrive a proposito un articolo sul Times, ripubblicato da Le Monde. A Londra contro l’interventismo blairiano si esprimono anche il nuovo primate anglicano Rowan Williams e il suo predecessore George Carey. Il cardinale di Washington, Theodore E. McCarrick, sull’Osservatore Romano dell’11 settembre scrive: "La nostra nazione, che si è giustamente preoccupata di cercare delle giustificazioni morali alla guerra al terrorismo e che le ha anche trovate, comincia ora a prendere in considerazione un’altra guerra senza realmente porsi quelle stesse domande". Mentre, secondo il Boston Globe del 12 settembre, il cardinale Bernard Francis Law ha delle riserve sulla retorica guerresca di Bush. Parole contro la guerra in Iraq arrivano anche da Jim Winkler, portavoce della United Methodist Church; ma non sembrano essere ascoltate da due illustri fedeli di questa confessione cristiana: George W. Bush, e il suo vice alla Casa Bianca, Dick Cheney.
Una presa di posizione ferma ed articolata è poi assunta dai vertici dell’episcopato Usa (Usccb). I vescovi a stelle e strisce, che avevano chiaramente fornito il loro sostegno alla prima fase della guerra al terrorismo dopo l’11 settembre 2001, ora invece prendono le distanze dalla nuova dottrina strategica elaborata dalla Casa Bianca. Lo fanno con una lettera al presidente Bush scritta il 13 settembre e consegnata cinque giorni dopo a Condoleezza Rice, consigliere della sicurezza nazionale. Nella missiva i vescovi Usa si mostrano "profondamente scettici sull’uso unilaterale della forza militare" e spiegano che risulta "difficile giustificare un allargamento all’Iraq della guerra contro il terrorismo, senza prove del coinvolgimento di Baghdad negli attacchi dell’11 settembre".
I vescovi Usa tornano sull’argomento nel corso della loro Assemblea generale celebrata a metà novembre a Washington, dopo che il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 1441 in cui si intima a Saddam di accettare senza condizione la ripresa delle ispezioni per verificare l’eventuale possesso di armi di distruzione di massa da parte di Baghdad. Lo fanno con una dichiarazione in cui affermano: "In base ai fatti di cui siamo a conoscenza, continuiamo a trovare difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, poiché mancano prove chiare ed evidenti di un attacco imminente [iracheno] di grave natura". Negli stessi giorni poi dalla Usccb parte una cosiddetta action alert con la quale si invitano i fedeli a telefonare alla Casa Bianca e ai propri rappresentanti al Congresso per invitarli a risolvere la crisi irachena con mezzi alternativi alla guerra e in collaborazione con le altre nazioni e l’Onu. Sempre a metà novembre la Conferenza episcopale inglese ribadisce il suo no alla guerra, definita "una strada senza ritorno". Queste prese di posizione vengono puntualmente enfatizzate da padre Borgomeo, direttore generale della Radio Vaticana, il quale negli ultimi mesi è intervenuto più volte ai microfoni dell’emittente pontificia per esplicitare il netto dissenso della Santa Sede sui venti di guerra contro Baghdad. E la voce di padre Borgomeo non è isolata nei Sacri Palazzi. La Civiltà Cattolica infatti dedica alla questione l’editoriale del fascicolo datato 2 novembre dal titolo Un’altra guerra contro l’Iraq? Un editoriale certamente rivisto dalla Segreteria di Stato, in cui si avvalora l’ipotesi che la politica interventista di Bush sia "dettata anche dalla prospettiva di poter controllare il petrolio iracheno", e si critica in maniera netta la teoria della "guerra preventiva", affermando che il terrorismo sarebbe meglio combattuto con un maggior ricorso all’intelligence e un maggior controllo dei flussi finanziari.
Lo stesso cardinale segretario di Stato, Angelo Sodano, poi, in una intervista al Corriere della Sera del 24 novembre dichiara: "Prima di avanzare ogni altra ipotesi è da percorrere fino in fondo la via della trattativa e della soluzione concordata. Con la guerra non si risolvono i problemi e il termine di guerra preventiva finora non è nel vocabolario delle Nazioni Unite".
C’è da aggiungere poi che i sette patriarchi cattolici del Medio Oriente, nel corso di un incontro avvenuto in Libano, hanno affermato che "niente giustifica una guerra contro l’Iraq, qualsiasi siano i pretesti e le ragioni invocate", e hanno criticato la politica del "doppio standard" adottata dall’Onu in base alla quale Israele, al contrario dell’Iraq, non viene considerata responsabile quando contravviene alle risoluzioni dell’Onu.
Cristiani iracheni accolgono 
le reliquie di santa Teresa di Lisieux all’arrivo all’aeroporto di Baghdad il 
20 novembre  2002

Cristiani iracheni accolgono le reliquie di santa Teresa di Lisieux all’arrivo all’aeroporto di Baghdad il 20 novembre 2002


BOX
Il pellegrinaggio in Iraq delle reliquie della santa patrona delle missioni
"Teresa di Lisieux viene a farci il dono della pace"
Quasi in contemporanea agli ispettori Onu, l’Iraq ha visto entrare nei propri confini le reliquie di santa Teresina di Lisieux. In maniera discreta, senza enfasi massmediatiche, sono giunte a Baghdad il 20 novembre e rimarranno nel Paese fino al 26 dicembre, toccando anche le città di Mosul e Bassora, e altri luoghi del nord e del sud. L’idea di questo insolito pellegrinaggio è venuta al vescovo latino della capitale irachena, il carmelitano libanese Jean Benjamin Sleiman. E si è rivelata un successo, visto il grande concorso di folla nelle parrocchie dove vengono portate le spoglie della santa patrona delle missioni. All’agenzia Fides il vescovo ausiliare del patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Emmanuel-Karim Delly, ha dichiarato: "È un evento che ci infonde coraggio in questo momento difficile della nostra storia. Avere fra noi le reliquie di santa Teresa è una grazia speciale del Signore. La comunità cristiana in Iraq ha risposto con immensa devozione a questo dono: le Chiese sono piene di fedeli in preghiera, le parrocchie fanno a gara per ospitare le reliquie anche solo per un giorno. Le autorità civili seguono l’itinerario del convoglio e partecipano alle celebrazioni e finanche i fedeli musulmani si accostano alle chiese e vengono a onorare la santa! Santa Teresa riesce a creare armonia fra cristiani e musulmani e soprattutto viene in Iraq a farci il dono della pace".


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