ANALISI. I rapporti tra cristiani ed ebrei dopo il viaggio di Wojtyla in Israele
Il Papa venuto dalla terra di Auschwitz
La preghiera del Pontefice polacco al Muro del pianto è stato un momento storico. Nelle fessure del Muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Giovanni Paolo II ha lasciato il testo del mea culpa che aveva pronunciato in San Pietro due settimane prima. Anche se molti commentatori sono rimasti prigionieri della sindrome del «non è mai abbastanza», si è aperta una pagina nuova, sia per i cristiani che per gli ebrei: passare dal dialogo alla riconciliazione
di Marco Politi

Giovanni Paolo II presso il Muro del pianto a Gerusalemme, il 26 marzo 2000
Quel mattino del 26 marzo il cielo azzurro, che sovrasta la Cupola della roccia e i resti del Secondo Tempio, era stato solcato da un grappolo di palloncini recanti la bandiera palestinese. Qualche elicottero sorvolava i tetti. La città vecchia di Gerusalemme era immersa nel silenzio, che si avverte quando passa l’Angelo della storia. A pochi metri dallo spiazzo sgombro dove si trovava il Pontefice, separati da una cortina di tela, piccoli gruppi di ebrei ortodossi mormoravano le loro preghiere oscillando ritmicamente dinanzi all’antica muraglia.
Anche Giovanni Paolo II pregava. Solo, solissimo. Massiccio e fragile al tempo stesso. Le spalle incurvate e il viso reso più affilato dall’implosione mistica. Quasi una statua. Un blocco bianco davanti alle pietre grigio argento del muro eretto da Erode. Unica macchia di colore i mocassini rossicci, che sbucavano dalla veste bianca.
Il grande muro, bagnato dalle lacrime di generazioni di ebrei, Karol Wojtyla l’ha voluto toccare. Le telecamere hanno ritrasmesso in tutto il mondo la sua mano tremante, appoggiata a un grande masso scheggiato. Toccare il muro significa fondersi con duemila anni di storia, toccare ciò che Gesù Cristo ha visto realmente con i propri occhi e forse sfiorato con le proprie mani.
Nelle fessure del muro il Pontefice lascia, vergato su pergamena, il mea culpa pronunciato in San Pietro due settimane prima. Lo lascia con la stessa fiducia con cui gli ebrei osservanti affidano alle crepe della muraglia le loro preghiere e speranze scritte su minuscoli bigliettini, che è vietato toccare. «Dio Padre» sta scritto sulla pergamena firmata semplicemente Joannes Paulus «tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza».
Adesso la pergamena è religiosamente custodita nel memoriale di Yad Vashem.
E sorprendente come tanti commentatori, ancora a metà viaggio quando Giovanni Paolo II aveva già reso omaggio alle vittime dell’Olocausto a Yad Vashem, fossero ancora prigionieri della sindrome del «non è mai abbastanza».
Non c’è mai abbastanza pentimento. Non c’è mai abbastanza chiarezza nelle parole. Non c’è mai la condanna dei silenzi di Pio XII e delle colpe della Chiesa.
Come se a ogni gesto del Papa si sentisse una voce invisibile gridare: «Più uno», in un gioco al rilancio senza fine. Non è così che si colgono i segni dei tempi. Quegli scatti della storia in cui si fanno strada spinte nuove. Quando il Concilio Vaticano II approvò il documento Nostra aetate, non era certo esaustivo di tutti gli errori ed orrori compiuti dalla Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei, eppure fu giustamente salutato come un atto rivoluzionario. Anche ora rimane molto da fare per sanare le fente profonde nei rapporti cristianoebraici, ma il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II al memoriale della Shoah e davanti al Muro del pianto e la sua richiesta di perdono hanno gettato un ponte sul futuro come nessuno si sarebbe sognato ancora pochi anni fa.
Meglio di tanti il premier israeliano Ehud Barak ha saputo cogliere ed esprimere subito la forza dell’evento rappresentato dal viaggio del Pontefice in Israele. «Più di ogni altro voi avete agito per realizzare un mutamento storico nell’atteggiamento della Chiesa verso gli ebrei e per affrontare le ferite aperte, incancrenite in tanti secoli amari», ha detto Barak al Papa durante la cerimonia al memoriale dell’Olocausto. «La vostra visita alla Tenda del ricordo a Yad Vashem [dove stanno le ceneri portate dai campi di concentramento] è il punto culminante di questo storico viaggio di guarigione. Qui, in questo momento, il tempo si è fermato... questo stesso momento racchiude in sé duemila anni di storia».
Ehud Barak ha accolto Giovanni Paolo II in spirito di “fratellanza” e lo ha salutato esclamando: «Siate benedetto in Israele». Nella terra della Parola le parole pesano forse più che in ogni altra parte del mondo.
Ha commentato, a viaggio concluso, l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Aharon Lopez che, per quanti siano gli ostacoli, è avviato un «cammino di riconciliazione».

Giovanni Paolo II con il premier israeliano Ehud Barak il 21 marzo 2000. Scrive Politi che un cardinale del seguito del Papa gli ha fatto notare che nei discorsi delle più alte autorità israeliane non è mai stato nominato Gesù.
In ognuno di questi campi Giovanni Paolo II ha dato un impulso. La firma dell’accordo vaticano-palestinese a metà febbraio, resa più solenne da un nuovo incontro di Arafat con Giovanni Paolo II, è parte integrante del suo, pellegrinaggio politico in Terra Santa. Il Vaticano ricorda la cornice internazionale di una giusta pace: rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, legittimità dell’aspirazione ad uno Stato palestinese, garanzie internazionali per Gerusalemme, inammissibilità di mutamenti unilaterali dello status della Città santa, definiti inequivocabilmente «moralmente e legalmente inaccettabili».
Un atto significativo, che ha fissato i paletti e sgomberato il campo dalla necessità che Giovanni Paolo II fosse costretto a sgradevoli puntualizzazioni durante il suo viaggio in Terra Santa. Una volta a Gerusalemrne, il Papa si è dunque potuto concentrare su un messaggio di pace, riconciliazione e convivenza. La visita del Pontefice a Betlemme, città sotto bandiera palestinese, ha riaffermato visibilmente l’appoggio del Vaticano alla nascita di uno Stato palestinese e al diritto al ritorno dei profughi sparsi nel Medio Oriente.
ei era assolutamente sincera. L’incontro con il presidente e il premier israeliani ha dato il suggello a relazioni finalmente serene.
Però il carattere eccezionale del viaggio si è riflesso principalmente nei rapporti con l’ebraismo. C’è anzitutto un aspetto umano. Per la prima volta milioni di ebrei di Israele hanno imparato a conoscere cos’è un papa, cos’è la Chiesa cattolica. In un immaginario in cui troppo spesso si sovrappongono le immagini della croce e del campo di concentramento, sullo sfondo di una memoria storica in cui il pulpito cristiano rievoca semplicemente i roghi, l’arrivo di Giovanni Paolo II con la mole di reportage preliminari da parte di giornali, radio e televisioni ha portato anzitutto “informazione”, ha rotto un muro di indifferenza se non di ripulsa, ha spalancato le porte ad una conoscenza diretta.
La figura stessa di Karol Wojtyla ha provocato emozione e turbamento. «È un uomo santo» ho sentito esclamare personalmente da persone, che peraltro non nutrivano nessun interesse per la Chiesa cattolica. La sua sosta riverente a Yad Vashern, il suo pellegrinaggio al Muro del pianto hanno scosso e turbato tantissimi ebrei.
Sono semi per il futuro. Nessuno può ignorare che molto c’è ancora da fare per superare un fossato, scavato da secoli di violenze cristiane contro gli ebrei.
Adesso, tuttavia, si apre una pagina totalmente nuova. Anche per gli ebrei. Passare dal dialogo alla riconciliazione è la sfida di questo secolo. Notava un cardinale del seguito papale, confidandosi durante il viaggio, che nei discorsi delle più alte autorità israeliane non è mai stato nominato Gesù. Nella sua terra il Verbo è l’Innominato: che paradosso!
Si può parlare tranquillamente di Maometto o di Budda, discutendo del loro ruolo storico senza per questo accettare la loro religione o filosofia, ma non si può nominare il Nazareno. Con questo scoglio l’ebraismo deve fare i conti, questo scoglio prima o poi va superato proprio se si vuole arrivare a quella fratellanza evocata su labbra ebraiche. In un libro recente di Salomon Malka, ebreo francese che nei suoi saggi è molto attento alla questione, si testimonia il lento, faticoso cambiamento di atteggiamento nei confronti della figura di Gesù in corso nell’ebraismo. È un processo difficile, ma indispensabile per una piena accettazione reciproca (il che non vuol dire né sincretismo né riconoscimento dei dogmi dell’altro). Al di là della guarigione dalle drammatiche ferite provocate dall’antisemitismo si pone oggi il traguardo di una autentica riconciliazione tra i seguaci della Torah e i seguaci del Vangelo. Fratelli diventati nemici. E la riconciliazione, ha ricordato Giovanni Paolo II a Gerusalemme, è sempre un processo in due sensi.