TIMOR EST. Intervista con il vescovo premio Nobel per la pace
Diritti umani e servizi segreti
Gli Usa parlano di diritti umani e poi addestrano gli agenti dei servizi segreti indonesiani. Per il popolo cattolico dell’isola di Timor Est, oppresso dal regime dell’ex presidente Suharto, la situazione rischia di aggravarsi. Parla monsignor Belo
Intervista con Carlos Filipe Ximenes Belo di Gianni Cardinale
Una superficie di circa 14.600 chilometri quadrati, una
popolazione di poco superiore agli 800mila abitanti, il 90 per cento dei
quali cattolici. E una situazione politica spesso dimenticata. Stiamo
parlando di Timor Est, la parte orientale di una delle 17mila isole
dell’arcipelago indonesiano. Colonizzata fin dal 1530 dal Portogallo,
Timor Est è stata colonia lusitana fino al 1975, quando
l’Indonesia l’ha occupata militarmente e l’ha annessa
contro la volontà della maggioranza della popolazione. Ne è
scaturita una guerra impari che ha visto la morte di decine di migliaia di
timoresi. «Nel ’75 l’Indonesia prese il controllo di
Timor Est e cominciò una repressione sistematica del suo popolo. Si
calcola che negli anni seguenti, un terzo della popolazione di Timor Est,
che conta circa 850mila abitanti, abbia perso la vita per fame, epidemie,
guerra e terrore». Parole scritte nel ’96 dal Comitato
norvegese per il Nobel quando ha consegnato il premio per la pace al
vescovo cattolico Carlos Filipe Ximenes Belo, dall’83 amministratore
apostolico di Dili, capoluogo di Timor Est. In quella occasione il problema
di questo fazzoletto di territorio così lontano dal mondo
occidentale è salito alla ribalta dei mass media. Anche Belo,
salesiano, 50 anni, primo vescovo cattolico a ricevere un Nobel, ha avuto i
suoi momenti di gloria. Oggi gli occhi sono puntati sulla grande Indonesia,
dopo i disordini e le dimissioni dell’ex presidente Suharto che
governava da trentadue anni. La questione di Timor Est sembra invece essere
dimenticata. Ma non per questo Belo demorde dal perorare la causa del suo
popolo anche tra i potenti.
30Giorni ha approfittato del Sinodo per l’Asia che si è celebrato in Vaticano dal 19 aprile al 14 maggio per incontrare il vescovo timorese. Pochi giorni prima che la situazione in Indonesia precipitasse.
Eccellenza, è passato già un anno e mezzo da quando ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Ci sono stati sviluppi positivi nella sua patria?
CARLOS FILIPE XIMENES BELO: La situazione politica e sociale è la stessa. Non è cambiata. Il governo ha assunto una posizione molto forte contro i gruppi di resistenza e specialmente contro i giovani. Nelle prigioni continuano le torture. A marzo e ad aprile poi ci sono stati nuovi arresti. L’anno scorso è sorta una associazione per la conciliazione e per la pace formata da timoresi che erano membri del Parlamento e del governo locale. Si tratta di una organizzazione pacifica, di civili non armati. Ma anche loro non sono ben visti dal governatore e soprattutto dai militari e così sono stati convocati dalla polizia per essere interrogati. All’interno dell’isola comunque permane la stessa situazione di oppressione e di difficoltà. In alcune zone manca il cibo a causa del fenomeno del Niño: non ci sono state piogge o sono in ritardo e così mancano riso e granturco. Per non parlare dei prezzi dei beni che diventano sempre più alti per la crisi economica che ha colpito tutta l’Indonesia...
E a livello internazionale ci sono sviluppi positivi?
BELO: Non vedo nessuna prospettiva che porti in avanti positivamente la situazione. Comunque, in Portogallo e in Austria ci sono state delle nuove iniziative. A Vienna, nell’ottobre ’97, si erano incontrati con i buoni uffici dell’Onu una rappresentanza di timoresi locali con quelli della diaspora per trovare una linea comune. Ma purtroppo non la trovarono. Il problema è che quelli che vengono da Timor non parlano come timoresi, ma parlano a nome del governo che li ha scelti... A Lisbona poi, un mese fa, è nato un fronte comune della resistenza che ha riunito duecento delegati a rappresentanza dei 23-24mila timoresi della diaspora. Si tratta di circa 23-24mila persone che hanno dovuto lasciare l’isola per motivi politici e che sono concentrati soprattutto in Australia e poi a Macao, in Mozambico e in Portogallo. Questi timoresi della diaspora prima erano sempre divisi tra di loro, ora invece hanno formato un fronte comune.
Si deve avere la voglia di trovare una soluzione al problema. È un problema che dura da 22 anni. I ministri portoghese e indonesiano si parlano dall’82 senza successo. Ci vuole un forte sponsor internazionale. E l’Onu non basta. Bisogna trovare altre vie. Gli Stati Uniti e l’Unione europea dovrebbero tentare altre vie come hanno fatto per il Medio Oriente riguardo al conflitto israelo-palestinese.
A febbraio ha ricevuto dalla Pontificia Università Salesiana la laurea honoris causa (cfr. 30Giorni, n. 3, marzo 1998, p. 54). Subito dopo la cerimonia è volato in Germania dove ha incontrato il cancelliere Helmut Kohl e il ministro degli Esteri Klaus Kinkel. Non era la prima volta che incontrava Kohl...
BELO: Sì, lo avevo già incontrato nel dicembre ’96 dopo aver ricevuto il premio Nobel. L’ho voluto incontrare di nuovo per ricordargli le tante promesse fatte...
Che sono rimaste solo promesse?
BELO: Sì. Per questo sono andato; perché non si dimentichino di Timor Est.
Dopo aver ricevuto il Nobel ha incontrato anche il presidente americano Bill Clinton...
BELO: Sì, ma ora non capisco bene l’atteggiamento statunitense. Alcuni reparti indonesiani, soprattutto quelli dei servizi segreti, hanno ricevuto un addestramento da parte degli Stati Uniti dal ’92 al ’96. C’è questo gioco: da una parte parlano dei diritti umani a Timor, dall’altra organizzano questi training.
È possibile ipotizzare una soluzione al problema timorese attraverso la concessione di una autonomia simile a quella assicurata, ad esempio, dal governo italiano all’Alto Adige?
BELO: Sì, dipende soprattutto dal governo centrale di Jakarta, dalla sua disponibilità a concedere l’autonomia. Ma in questo caso deve consultare i timoresi. In primo luogo mi auguro che il tipo di autonomia venga proposta dal basso, dalla popolazione timorese, e non imposta dall’alto. In secondo luogo mi auguro che si tratti di una autonomia aperta. Che in futuro, fra quindici-venti anni, se i timoresi vogliono andare oltre l’autonomia, lo possano fare, che ci possa essere, ad esempio, un referendum per l’indipendenza. Per cominciare, comunque, anche questo tipo di autonomia andrebbe bene. Ma sinceramente non vedo questa possibilità, il governo è così chiuso...
Dopo aver ricevuto il Nobel è stato mai ricevuto dal governo di Jakarta?
BELO: No. Il presidente Suharto è venuto a Dili per l’inaugurazione della statua di Cristo Re nell’ottobre ’96, quando già era noto che avevo ricevuto il Nobel, ma non mi ha detto nulla. Dopo non ci sono stati contatti.
Continua la politica indonesiana di immigrazione verso Timor Est?
BELO: Certo, il programma di trasmigrazione dal resto dell’Indonesia continua ad essere applicato, e la grande maggioranza degli immigrati è musulmana.
Negli ultimi mesi dall’Indonesia sono arrivate frequentemente delle notizie di chiese cattoliche devastate nel corso di disordini popolari. Perché?
BELO: È un fenomeno da approfondire, del quale bisogna chiedere agli indonesiani. La spiegazione ufficiale è che si tratta di un sentimento di vendetta contro gli indonesiani di etnia cinese che hanno quasi il monopolio delle attività commerciali. Ma mi domando: se è così perché non attaccano le persone invece dei luoghi di culto? E poi, mica tutti i cinesi sono cattolici o cristiani! C’è quindi l’impressione che, forse, dietro ci siano le forze occulte dei fondamentalisti e anche di alcune unità militari.
Durante il Sinodo per l’Asia, al quale ha preso parte, ha avuto parole di conforto da parte degli altri vescovi del continente?
BELO: Sì, i confratelli indiani, filippini, di Myanmar, del Vietnam, quando mi hanno incontrato hanno detto che pregano per noi di Timor Est.
E da parte degli indonesiani?
BELO: Loro già conoscono il problema...
30Giorni ha approfittato del Sinodo per l’Asia che si è celebrato in Vaticano dal 19 aprile al 14 maggio per incontrare il vescovo timorese. Pochi giorni prima che la situazione in Indonesia precipitasse.
Eccellenza, è passato già un anno e mezzo da quando ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Ci sono stati sviluppi positivi nella sua patria?
CARLOS FILIPE XIMENES BELO: La situazione politica e sociale è la stessa. Non è cambiata. Il governo ha assunto una posizione molto forte contro i gruppi di resistenza e specialmente contro i giovani. Nelle prigioni continuano le torture. A marzo e ad aprile poi ci sono stati nuovi arresti. L’anno scorso è sorta una associazione per la conciliazione e per la pace formata da timoresi che erano membri del Parlamento e del governo locale. Si tratta di una organizzazione pacifica, di civili non armati. Ma anche loro non sono ben visti dal governatore e soprattutto dai militari e così sono stati convocati dalla polizia per essere interrogati. All’interno dell’isola comunque permane la stessa situazione di oppressione e di difficoltà. In alcune zone manca il cibo a causa del fenomeno del Niño: non ci sono state piogge o sono in ritardo e così mancano riso e granturco. Per non parlare dei prezzi dei beni che diventano sempre più alti per la crisi economica che ha colpito tutta l’Indonesia...
E a livello internazionale ci sono sviluppi positivi?
BELO: Non vedo nessuna prospettiva che porti in avanti positivamente la situazione. Comunque, in Portogallo e in Austria ci sono state delle nuove iniziative. A Vienna, nell’ottobre ’97, si erano incontrati con i buoni uffici dell’Onu una rappresentanza di timoresi locali con quelli della diaspora per trovare una linea comune. Ma purtroppo non la trovarono. Il problema è che quelli che vengono da Timor non parlano come timoresi, ma parlano a nome del governo che li ha scelti... A Lisbona poi, un mese fa, è nato un fronte comune della resistenza che ha riunito duecento delegati a rappresentanza dei 23-24mila timoresi della diaspora. Si tratta di circa 23-24mila persone che hanno dovuto lasciare l’isola per motivi politici e che sono concentrati soprattutto in Australia e poi a Macao, in Mozambico e in Portogallo. Questi timoresi della diaspora prima erano sempre divisi tra di loro, ora invece hanno formato un fronte comune.
Si deve avere la voglia di trovare una soluzione al problema. È un problema che dura da 22 anni. I ministri portoghese e indonesiano si parlano dall’82 senza successo. Ci vuole un forte sponsor internazionale. E l’Onu non basta. Bisogna trovare altre vie. Gli Stati Uniti e l’Unione europea dovrebbero tentare altre vie come hanno fatto per il Medio Oriente riguardo al conflitto israelo-palestinese.
A febbraio ha ricevuto dalla Pontificia Università Salesiana la laurea honoris causa (cfr. 30Giorni, n. 3, marzo 1998, p. 54). Subito dopo la cerimonia è volato in Germania dove ha incontrato il cancelliere Helmut Kohl e il ministro degli Esteri Klaus Kinkel. Non era la prima volta che incontrava Kohl...
BELO: Sì, lo avevo già incontrato nel dicembre ’96 dopo aver ricevuto il premio Nobel. L’ho voluto incontrare di nuovo per ricordargli le tante promesse fatte...
Che sono rimaste solo promesse?
BELO: Sì. Per questo sono andato; perché non si dimentichino di Timor Est.
Dopo aver ricevuto il Nobel ha incontrato anche il presidente americano Bill Clinton...
BELO: Sì, ma ora non capisco bene l’atteggiamento statunitense. Alcuni reparti indonesiani, soprattutto quelli dei servizi segreti, hanno ricevuto un addestramento da parte degli Stati Uniti dal ’92 al ’96. C’è questo gioco: da una parte parlano dei diritti umani a Timor, dall’altra organizzano questi training.
È possibile ipotizzare una soluzione al problema timorese attraverso la concessione di una autonomia simile a quella assicurata, ad esempio, dal governo italiano all’Alto Adige?
BELO: Sì, dipende soprattutto dal governo centrale di Jakarta, dalla sua disponibilità a concedere l’autonomia. Ma in questo caso deve consultare i timoresi. In primo luogo mi auguro che il tipo di autonomia venga proposta dal basso, dalla popolazione timorese, e non imposta dall’alto. In secondo luogo mi auguro che si tratti di una autonomia aperta. Che in futuro, fra quindici-venti anni, se i timoresi vogliono andare oltre l’autonomia, lo possano fare, che ci possa essere, ad esempio, un referendum per l’indipendenza. Per cominciare, comunque, anche questo tipo di autonomia andrebbe bene. Ma sinceramente non vedo questa possibilità, il governo è così chiuso...
Dopo aver ricevuto il Nobel è stato mai ricevuto dal governo di Jakarta?
BELO: No. Il presidente Suharto è venuto a Dili per l’inaugurazione della statua di Cristo Re nell’ottobre ’96, quando già era noto che avevo ricevuto il Nobel, ma non mi ha detto nulla. Dopo non ci sono stati contatti.
Continua la politica indonesiana di immigrazione verso Timor Est?
BELO: Certo, il programma di trasmigrazione dal resto dell’Indonesia continua ad essere applicato, e la grande maggioranza degli immigrati è musulmana.
Negli ultimi mesi dall’Indonesia sono arrivate frequentemente delle notizie di chiese cattoliche devastate nel corso di disordini popolari. Perché?
BELO: È un fenomeno da approfondire, del quale bisogna chiedere agli indonesiani. La spiegazione ufficiale è che si tratta di un sentimento di vendetta contro gli indonesiani di etnia cinese che hanno quasi il monopolio delle attività commerciali. Ma mi domando: se è così perché non attaccano le persone invece dei luoghi di culto? E poi, mica tutti i cinesi sono cattolici o cristiani! C’è quindi l’impressione che, forse, dietro ci siano le forze occulte dei fondamentalisti e anche di alcune unità militari.
Durante il Sinodo per l’Asia, al quale ha preso parte, ha avuto parole di conforto da parte degli altri vescovi del continente?
BELO: Sì, i confratelli indiani, filippini, di Myanmar, del Vietnam, quando mi hanno incontrato hanno detto che pregano per noi di Timor Est.
E da parte degli indonesiani?
BELO: Loro già conoscono il problema...