ORIENTE CRISTIANO. Intervista con il cardinale Tomás Spidlík
Il rosario e la preghiera di Gesù
«In Oriente il rinnovamento grande avvenne tra l’Ottocento e il Novecento con la cosiddetta “preghiera di Gesù”: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!”. È una preghiera analoga a quella del rosario latino. Ed io, quando parlo del rosario, dico sempre che bisogna imparare a recitarlo così come in Oriente si recita la preghiera di Gesù». Incontro con uno dei massimi conoscitori della spiritualità dell’Oriente cristiano
di Pierluca Azzaro
Tomás Spidlík è stato maestro di generazioni di studenti in tante università, tra le quali la Gregoriana e il Pontificio Istituto Orientale dove ha insegnato per più di quarant’anni. Nato nel 1919 a Boskovice, in Moravia, vive e lavora dal 1991 al Centro Ezio Aletti, una casa della Compagnia di Gesù dove si studia la tradizione dell’Oriente cristiano nella sua relazione col mondo contemporaneo e dove si promuove la convivenza tra ortodossi e cattolici di rito latino e orientale. L’opera del gesuita padre Spidlík, creato cardinale all’ultimo concistoro, è frutto di anni e anni di diligente ricerca e riflessione, unite ad una grande, artistica sensibilità per la cultura contemporanea. Questi suoi doni padre Spidlík ha propagato largamente, introducendo, da pioniere, alla spiritualità e alla teologia orientali.

Eminenza, lei è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi conoscitori della teologia e della spiritualità dell’Oriente cristiano, i cui tratti essenziali ravvisa nella bellezza della liturgia – considerata ottimo metodo apostolico per la conversione dei cuori – e poi nella nozione stessa di cuore che si esprime nella preghiera dei semplici. In questo senso, lei ama spesso ricordare Serafino di Sarov, forse il più grande mistico russo dell’Ottocento la cui canonizzazione, nel 1903, avvenne alla presenza di una folla immensa…
TomÁs SpidlÍk: Il più grande… meglio non dare premi. Davanti a Dio chi è più grande? Può darsi la mamma che ha educato cinque figli. Certo è che Serafino di Sarov era un uomo semplice e, ad esempio, amava ripetere incessantemente una semplice preghiera: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore»; e a coloro che sempre più numerosi, andavano a chiedergli consiglio, lui, ormai vecchio e con il sorriso «incomprensibilmente radioso» – come si legge nelle sue biografie –, dopo averli accolti con un saluto pasquale – «Buon giorno, mia gioia! Cristo è risorto!» –, raccomandava le pratiche più semplici: la preghiera, la contrizione, la comunione frequente, il timore di Dio, il perdono delle offese, le opere di misericordia. Ma su questo tema c’è un’altra cosa che vorrei dire, che riguarda il mio cardinalato…
Prego, eminenza…
SpidlÍk: Io ho risposto al Papa molto sinceramente. Riguardo alla mia persona, gli ho detto, non si vede perché dovrei ricevere questo titolo, perché non posso più guidare la Chiesa. Perciò ho chiesto la dispensa dall’essere ordinato vescovo. Ma, d’altra parte, ho ringraziato molto sinceramente per questa, diciamo, approvazione da parte della Chiesa universale della spiritualità che sto propagando. E allo stesso modo sono stato accettato anche in Oriente. Quante cose ricevo da loro, quante volte mi dicono che questa spiritualità fa parte della spiritualità della Chiesa universale.
Eminenza, si può dire allora che uno dei motivi dominanti del suo magistero di tanti anni sia proprio l’auspicio che la spiritualità d’Occidente riscopra la spiritualità orientale?
SpidlÍk: In Occidente la mentalità tecnica ha condotto al razionalismo e, come reazione, è apparso il contrario: la spiritualità irrazionale. Alla fine il Papa ha dovuto scrivere un’enciclica sull’uso sano della ragione. La spiritualità del cuore deve essere un rimedio, una medicina contro quel razionalismo che conduce all’irrazionalismo. Ho dovuto combattere molto sulla nozione di cuore, sulla preghiera del cuore. All’inizio, in questi uomini razionali, quella nozione trovò alcune difficoltà. Ma adesso è accettata, e tra breve la traduzione dal francese di un mio libro sulla preghiera del cuore uscirà persino presso la Libreria Editrice Vaticana. Ringrazio dunque veramente la Chiesa per questo segno che ha dato, facendo capire che il lavoro che facciamo è utile. E riguardo a questo lavoro, nell’ambito della spiritualità del cuore, io sottolineo spesso il valore dell’arte.
Intende l’arte dell’icona?
SpidlÍk: L’arte che si manifesta nelle icone, nell’immagine sacra e nella liturgia. Quando la dottrina di fede si insegna con i soli concetti razionali, evidentemente il mistero è sempre molto limitato. Invece il simbolo lascia la piena ricchezza di significati. Il simbolo non va inteso come attributo decorativo. La parola simbolo è da intendersi alla lettera, come segno visibile e immediatamente percepibile della realtà che indica. Perciò Gesù ha parlato sempre in parabole, in simboli; e la liturgia orientale è piena di simboli, è un’icona viva. Una volta, a San Pietroburgo, abbiamo fatto l’esposizione dei quadri di padre Marko Ivan Rupnik [direttore del centro, ndr] e di un artista russo; e io ho parlato nel Museo nazionale, e ho detto: «Viviamo nel tempo dell’immagine, e la gente non sa leggere le immagini che esprimono le cose spirituali». Dobbiamo imparare dalle icone, non imitarle servilmente, ma farci ispirare da esse per fare una cosa molto simile. Ora, respirare a due polmoni non significa discutere quale sia il migliore, se quello occidentale o quello orientale, ma saper prendere ciò che sotto certi aspetti è migliore in Oriente o in Occidente. E soprattutto io dico: ormai i nuovi popoli che si convertono, gli africani, gli asiatici e così via, non si chiedono quale sia la teologia italiana o quella tedesca, ma quale sia la teologia europea; in mille anni, che cosa ha portato l’Europa di positivo? Questa sintesi noi ancora non l’abbiamo fatta. Bisogna dunque fare la sintesi della spiritualità europea, cioè dei migliori valori che l’Europa deve fornire. Perché ogni nazione e ogni cultura portano qualcosa di nuovo alla Chiesa, alla rivelazione che progredisce.

La recita del rosario, alla quale quest’anno il Papa ha richiamato tutti i fedeli, secondo lei può essere considerata un esempio di preghiera dei semplici?
SpidlÍk: In Oriente il rinnovamento grande avvenne tra l’Ottocento e il Novecento con la cosiddetta “preghiera di Gesù”: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!». È una preghiera analoga a quella del rosario latino. Ed io, quando parlo del rosario, dico sempre che bisogna imparare a recitarlo così come in Oriente si recita la preghiera di Gesù. Ricordo un pastore protestante in Olanda che voleva fare tutto con noi cattolici, tranne recitare il rosario, perché, diceva, questa è la preghiera in cui ci si può liberamente distrarre, giacché nessuno può seguire mentalmente tutta la recita. Si vuole cioè sempre capire, capire con l’intelletto; invece l’intelletto può servire a sviluppare il vero sentimento del cuore.
Sembra di capire che, per lei, proprio questa riscoperta della “fede dei semplici” può rappresentare la medicina più efficace – forse l’unica – in grado di contrastare quella che chiama «la più grave eresia contro la quale la Chiesa ha dovuto lottare sin dall’inizio della sua esistenza»: lo gnosticismo, che – cito dal suo libro La spiritualità russa – «riduce la rivelazione di Gesù Cristo a semplici idee astratte».
SpidlÍk: Gli antichi concili scrivevano: simbolo di fede. L’uomo moderno dice: definizione di fede. Non è lo stesso. Il Credo non è la definizione della fede, il Credo è il simbolo della fede; e in quel simbolo io devo capire la mia propria fede. Inoltre io dico che, in certo senso, noi abbiamo falsificato il Credo. Non con il Filioque, ma con una virgola.
Con una virgola?
SpidlÍk: Sì, perché cantiamo: «Credo in unum Deum» virgola, e poi «Patrem omnipotentem». A quel tempo atei non ce n’erano, ma il primo articolo di fede era «credo in un solo Dio Padre». Io credo che Dio è padre, questa è la professione di fede; la paternità, e col padre si parla. «Credo in unum Deum» in sé può anche significare altro, perché posso credere anche che Dio sia un’idea o una legge del mondo. Invece la verità cristiana è «credo che Dio è padre». Allora la prima fonte è la preghiera al Padre.
Eminenza, oggi il dialogo ecumenico sembra vivere uno dei suoi momenti di difficoltà…
SpidlÍk: Io ho tanti amici in Oriente e quando vado in Romania, per esempio, al ritorno mi chiedono: «Come l’hanno ricevuta gli ortodossi?». E io rispondo: «Guardate che io non sono mai andato a visitare gli ortodossi, sono andato a visitare degli amici, e gli amici mi hanno ricevuto bene!». Nell’ecumenismo, rispetto alle discussioni, bisogna dare la precedenza ai contatti personali. Perché l’amicizia personale è qualcosa che veramente vale. Guardi la nostra cosiddetta “Casa Aletti”. In questi dieci anni abbiamo avuto qui più di mille persone, intellettuali cristiani, sia cattolici che ortodossi. Il fatto strano è che il mondo non li conosce, e così si ha l’impressione che non esistano, che non esistano più contatti, perché di queste cose non si parla. Dobbiamo rompere quest’illusione dei giornali che parlano solo di scandali e di resistenze. Al Centro Aletti non si fa nessuna predica, nessuna lezione. Se le persone vengono qui, vengono semplicemente per incontrarsi. Durante la messa poi, nella cappella, non si chiede se uno è cattolico oppure ortodosso, non si dice niente, non lo sappiamo, e ricevere la comunione è una circostanza lasciata alla libertà di ognuno. Un russo, per esempio, voleva fare la comunione, ma il suo padre spirituale glielo ha proibito; allora lui ha continuato a venire facendo sempre il segno della croce davanti all’eucarestia. È la comunione spirituale, che l’autorità riconosce.
La Chiesa ortodossa greca, poi, in sé è ancora più dura perché ufficialmente non riconosce la validità dei sacramenti latini. Questa è la teoria. Ma quando il Papa è stato a Costantinopoli, ha dato il calice al Patriarca col quale celebrava; e il Patriarca ha fatto un gesto simbolico: ha imposto la stola episcopale sulle spalle del Papa. Così lo ha riconosciuto come valido vescovo. Che significa? Significa che non dobbiamo prendere troppo seriamente ciò che si dice, e neanche le cosiddette posizioni ufficiali. Dobbiamo invece scoprire i fedeli veramente fedeli, e quando i “fedeli-fedeli” si scoprono, tra loro diventano amici. Quel che conta, nell’amicizia, è la sincerità. Alla base dell’amicizia deve stare la sincerità.
In che senso lei pone a fondamento di tutto la sincerità?
SpidlÍk: Una grande amica valdese mi ha detto: «Lei farebbe con noi la liturgia eucaristica?». Io ho risposto: «No! Mi sembrerebbe contro la carità, dato che la mia fede nell’eucarestia è diversa dalla vostra, non sacramentale; beh, fare quella liturgia sarebbe mancanza di sincerità». Gli amici devono essere sinceri tra di loro, dirsi ciò in cui credono e ciò in cui non credono; ma non dobbiamo fare amicizia fittizia, facendo finta di essere uno quando non lo siamo. Siamo amici quando recitiamo i Salmi? Bene, e allora recitiamo insieme i Salmi. L’ecumenismo esige molta sincerità. Le unioni fittizie sono tanto sensazionali quanto nocive.
Leggendo la sua biografia, salta subito all’occhio il gran numero di lingue nelle quali le sue opere sono state tradotte…
SpidlÍk: Ci sono tante traduzioni, è vero, ma non è colpa mia! Il mio ultimo libricino, un libro sulla preghiera, è uscito in arabo, a Baghdad, col permesso di Saddam Hussein. A quel tempo, per tradurlo, c’era bisogno del permesso del governo, che lo accordò. Poi, con la guerra, la posta s’è bloccata, ma adesso mi sono finalmente arrivati i primi due esemplari. Altri tre libri sono usciti in Egitto, così che in arabo sono usciti in tutto almeno quattro miei libri. In neogreco sono tradotti i manuali, mentre i romeni traducono praticamente tutto. Prima, i professori e gli studenti usavano i miei manuali in francese, come seconda lingua; poi i giovani sono diventati anglofoni, ma ora li traducono in romeno. E tra breve, a Mosca, usciranno I vangeli per ogni giorno.
Proprio su Mosca vorrei farle una domanda: dalla sua biografia si evince anche come il valore della sua opera, al di là dell’ambito accademico, sia stato riconosciuto anche da quello politico.
SpidlÍk: Ancora una volta dico: bisogna aumentare le relazioni personali. Qualche anno fa sono stato dal Patriarca un’ora, e abbiamo parlato di cose spirituali, con tanta amicizia e non toccando minimamente le questioni politiche. Che poi si parli anche di politica dipende da ognuno singolarmente. Noi non abbiamo neanche accennato alla possibile visita del Papa, abbiamo lasciato stare queste cose. Abbiamo parlato di spiritualità, e alla fine il Patriarca mi ha abbracciato e mi ha donato una medaglia d’oro.
Secondo lei possono fare qualcosa anche gli Stati per favorire il riavvicinamento tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente?
SpidlÍk: Veramente non saprei. La questione è complicata, e non diventa meno generica se si parla di nazioni. L’Italia, per esempio, cosa può fare? Infatti abbiamo un’Italia di destra, una di sinistra, e poi un’Italia di centro. Più che altro bisogna vedere cosa possono fare i singoli uomini in particolare.
A proposito di singole personalità: tra pochi giorni il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sarà in visita di Stato a Roma. In occasione della conclusione dei festeggiamenti per i 700 anni dell’Università La Sapienza, l’Ateneo gli ha conferito una laurea honoris causa, come aveva fatto per Giovanni Paolo II all’inizio dei festeggiamenti. Da persona che ha sempre operato per il dialogo tra le due Chiese, che augurio sente di fare all’illustre neodottore?
SpidlÍk: Io ho ricevuto la laurea honoris causa dall’Università ortodossa di Cluj, in Romania. Beh, che cosa significa? Significa che degli amici hanno riconosciuto il mio lavoro. Così, senza fare troppe speculazioni, la laurea honoris causa significa riconoscenza. La laurea honoris causa, in un certo senso, è il monsignorato ed il cardinalato laici. Si riconosce il valore del lavoro svolto.

Tomás Spidlík bacia la mano del Papa dopo aver ricevuto la berretta cardinalizia durante il concistoro del 21 ottobre 2003
Eminenza, lei è unanimemente riconosciuto come uno dei massimi conoscitori della teologia e della spiritualità dell’Oriente cristiano, i cui tratti essenziali ravvisa nella bellezza della liturgia – considerata ottimo metodo apostolico per la conversione dei cuori – e poi nella nozione stessa di cuore che si esprime nella preghiera dei semplici. In questo senso, lei ama spesso ricordare Serafino di Sarov, forse il più grande mistico russo dell’Ottocento la cui canonizzazione, nel 1903, avvenne alla presenza di una folla immensa…
TomÁs SpidlÍk: Il più grande… meglio non dare premi. Davanti a Dio chi è più grande? Può darsi la mamma che ha educato cinque figli. Certo è che Serafino di Sarov era un uomo semplice e, ad esempio, amava ripetere incessantemente una semplice preghiera: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore»; e a coloro che sempre più numerosi, andavano a chiedergli consiglio, lui, ormai vecchio e con il sorriso «incomprensibilmente radioso» – come si legge nelle sue biografie –, dopo averli accolti con un saluto pasquale – «Buon giorno, mia gioia! Cristo è risorto!» –, raccomandava le pratiche più semplici: la preghiera, la contrizione, la comunione frequente, il timore di Dio, il perdono delle offese, le opere di misericordia. Ma su questo tema c’è un’altra cosa che vorrei dire, che riguarda il mio cardinalato…
Prego, eminenza…
SpidlÍk: Io ho risposto al Papa molto sinceramente. Riguardo alla mia persona, gli ho detto, non si vede perché dovrei ricevere questo titolo, perché non posso più guidare la Chiesa. Perciò ho chiesto la dispensa dall’essere ordinato vescovo. Ma, d’altra parte, ho ringraziato molto sinceramente per questa, diciamo, approvazione da parte della Chiesa universale della spiritualità che sto propagando. E allo stesso modo sono stato accettato anche in Oriente. Quante cose ricevo da loro, quante volte mi dicono che questa spiritualità fa parte della spiritualità della Chiesa universale.
Eminenza, si può dire allora che uno dei motivi dominanti del suo magistero di tanti anni sia proprio l’auspicio che la spiritualità d’Occidente riscopra la spiritualità orientale?
SpidlÍk: In Occidente la mentalità tecnica ha condotto al razionalismo e, come reazione, è apparso il contrario: la spiritualità irrazionale. Alla fine il Papa ha dovuto scrivere un’enciclica sull’uso sano della ragione. La spiritualità del cuore deve essere un rimedio, una medicina contro quel razionalismo che conduce all’irrazionalismo. Ho dovuto combattere molto sulla nozione di cuore, sulla preghiera del cuore. All’inizio, in questi uomini razionali, quella nozione trovò alcune difficoltà. Ma adesso è accettata, e tra breve la traduzione dal francese di un mio libro sulla preghiera del cuore uscirà persino presso la Libreria Editrice Vaticana. Ringrazio dunque veramente la Chiesa per questo segno che ha dato, facendo capire che il lavoro che facciamo è utile. E riguardo a questo lavoro, nell’ambito della spiritualità del cuore, io sottolineo spesso il valore dell’arte.
Intende l’arte dell’icona?
SpidlÍk: L’arte che si manifesta nelle icone, nell’immagine sacra e nella liturgia. Quando la dottrina di fede si insegna con i soli concetti razionali, evidentemente il mistero è sempre molto limitato. Invece il simbolo lascia la piena ricchezza di significati. Il simbolo non va inteso come attributo decorativo. La parola simbolo è da intendersi alla lettera, come segno visibile e immediatamente percepibile della realtà che indica. Perciò Gesù ha parlato sempre in parabole, in simboli; e la liturgia orientale è piena di simboli, è un’icona viva. Una volta, a San Pietroburgo, abbiamo fatto l’esposizione dei quadri di padre Marko Ivan Rupnik [direttore del centro, ndr] e di un artista russo; e io ho parlato nel Museo nazionale, e ho detto: «Viviamo nel tempo dell’immagine, e la gente non sa leggere le immagini che esprimono le cose spirituali». Dobbiamo imparare dalle icone, non imitarle servilmente, ma farci ispirare da esse per fare una cosa molto simile. Ora, respirare a due polmoni non significa discutere quale sia il migliore, se quello occidentale o quello orientale, ma saper prendere ciò che sotto certi aspetti è migliore in Oriente o in Occidente. E soprattutto io dico: ormai i nuovi popoli che si convertono, gli africani, gli asiatici e così via, non si chiedono quale sia la teologia italiana o quella tedesca, ma quale sia la teologia europea; in mille anni, che cosa ha portato l’Europa di positivo? Questa sintesi noi ancora non l’abbiamo fatta. Bisogna dunque fare la sintesi della spiritualità europea, cioè dei migliori valori che l’Europa deve fornire. Perché ogni nazione e ogni cultura portano qualcosa di nuovo alla Chiesa, alla rivelazione che progredisce.

La lavanda dei piedi, mosaico della cappella Redemptoris Mater, Città del Vaticano. I mosaici della cappella Redemptoris Mater sono stati realizzati da padre MarKo Ivan Rupnik, direttore del Centro studi e ricerche Ezio Aletti
SpidlÍk: In Oriente il rinnovamento grande avvenne tra l’Ottocento e il Novecento con la cosiddetta “preghiera di Gesù”: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!». È una preghiera analoga a quella del rosario latino. Ed io, quando parlo del rosario, dico sempre che bisogna imparare a recitarlo così come in Oriente si recita la preghiera di Gesù. Ricordo un pastore protestante in Olanda che voleva fare tutto con noi cattolici, tranne recitare il rosario, perché, diceva, questa è la preghiera in cui ci si può liberamente distrarre, giacché nessuno può seguire mentalmente tutta la recita. Si vuole cioè sempre capire, capire con l’intelletto; invece l’intelletto può servire a sviluppare il vero sentimento del cuore.
Sembra di capire che, per lei, proprio questa riscoperta della “fede dei semplici” può rappresentare la medicina più efficace – forse l’unica – in grado di contrastare quella che chiama «la più grave eresia contro la quale la Chiesa ha dovuto lottare sin dall’inizio della sua esistenza»: lo gnosticismo, che – cito dal suo libro La spiritualità russa – «riduce la rivelazione di Gesù Cristo a semplici idee astratte».
SpidlÍk: Gli antichi concili scrivevano: simbolo di fede. L’uomo moderno dice: definizione di fede. Non è lo stesso. Il Credo non è la definizione della fede, il Credo è il simbolo della fede; e in quel simbolo io devo capire la mia propria fede. Inoltre io dico che, in certo senso, noi abbiamo falsificato il Credo. Non con il Filioque, ma con una virgola.
Con una virgola?
SpidlÍk: Sì, perché cantiamo: «Credo in unum Deum» virgola, e poi «Patrem omnipotentem». A quel tempo atei non ce n’erano, ma il primo articolo di fede era «credo in un solo Dio Padre». Io credo che Dio è padre, questa è la professione di fede; la paternità, e col padre si parla. «Credo in unum Deum» in sé può anche significare altro, perché posso credere anche che Dio sia un’idea o una legge del mondo. Invece la verità cristiana è «credo che Dio è padre». Allora la prima fonte è la preghiera al Padre.
Eminenza, oggi il dialogo ecumenico sembra vivere uno dei suoi momenti di difficoltà…
SpidlÍk: Io ho tanti amici in Oriente e quando vado in Romania, per esempio, al ritorno mi chiedono: «Come l’hanno ricevuta gli ortodossi?». E io rispondo: «Guardate che io non sono mai andato a visitare gli ortodossi, sono andato a visitare degli amici, e gli amici mi hanno ricevuto bene!». Nell’ecumenismo, rispetto alle discussioni, bisogna dare la precedenza ai contatti personali. Perché l’amicizia personale è qualcosa che veramente vale. Guardi la nostra cosiddetta “Casa Aletti”. In questi dieci anni abbiamo avuto qui più di mille persone, intellettuali cristiani, sia cattolici che ortodossi. Il fatto strano è che il mondo non li conosce, e così si ha l’impressione che non esistano, che non esistano più contatti, perché di queste cose non si parla. Dobbiamo rompere quest’illusione dei giornali che parlano solo di scandali e di resistenze. Al Centro Aletti non si fa nessuna predica, nessuna lezione. Se le persone vengono qui, vengono semplicemente per incontrarsi. Durante la messa poi, nella cappella, non si chiede se uno è cattolico oppure ortodosso, non si dice niente, non lo sappiamo, e ricevere la comunione è una circostanza lasciata alla libertà di ognuno. Un russo, per esempio, voleva fare la comunione, ma il suo padre spirituale glielo ha proibito; allora lui ha continuato a venire facendo sempre il segno della croce davanti all’eucarestia. È la comunione spirituale, che l’autorità riconosce.
La Chiesa ortodossa greca, poi, in sé è ancora più dura perché ufficialmente non riconosce la validità dei sacramenti latini. Questa è la teoria. Ma quando il Papa è stato a Costantinopoli, ha dato il calice al Patriarca col quale celebrava; e il Patriarca ha fatto un gesto simbolico: ha imposto la stola episcopale sulle spalle del Papa. Così lo ha riconosciuto come valido vescovo. Che significa? Significa che non dobbiamo prendere troppo seriamente ciò che si dice, e neanche le cosiddette posizioni ufficiali. Dobbiamo invece scoprire i fedeli veramente fedeli, e quando i “fedeli-fedeli” si scoprono, tra loro diventano amici. Quel che conta, nell’amicizia, è la sincerità. Alla base dell’amicizia deve stare la sincerità.
In che senso lei pone a fondamento di tutto la sincerità?
SpidlÍk: Una grande amica valdese mi ha detto: «Lei farebbe con noi la liturgia eucaristica?». Io ho risposto: «No! Mi sembrerebbe contro la carità, dato che la mia fede nell’eucarestia è diversa dalla vostra, non sacramentale; beh, fare quella liturgia sarebbe mancanza di sincerità». Gli amici devono essere sinceri tra di loro, dirsi ciò in cui credono e ciò in cui non credono; ma non dobbiamo fare amicizia fittizia, facendo finta di essere uno quando non lo siamo. Siamo amici quando recitiamo i Salmi? Bene, e allora recitiamo insieme i Salmi. L’ecumenismo esige molta sincerità. Le unioni fittizie sono tanto sensazionali quanto nocive.
Leggendo la sua biografia, salta subito all’occhio il gran numero di lingue nelle quali le sue opere sono state tradotte…
SpidlÍk: Ci sono tante traduzioni, è vero, ma non è colpa mia! Il mio ultimo libricino, un libro sulla preghiera, è uscito in arabo, a Baghdad, col permesso di Saddam Hussein. A quel tempo, per tradurlo, c’era bisogno del permesso del governo, che lo accordò. Poi, con la guerra, la posta s’è bloccata, ma adesso mi sono finalmente arrivati i primi due esemplari. Altri tre libri sono usciti in Egitto, così che in arabo sono usciti in tutto almeno quattro miei libri. In neogreco sono tradotti i manuali, mentre i romeni traducono praticamente tutto. Prima, i professori e gli studenti usavano i miei manuali in francese, come seconda lingua; poi i giovani sono diventati anglofoni, ma ora li traducono in romeno. E tra breve, a Mosca, usciranno I vangeli per ogni giorno.
Proprio su Mosca vorrei farle una domanda: dalla sua biografia si evince anche come il valore della sua opera, al di là dell’ambito accademico, sia stato riconosciuto anche da quello politico.
SpidlÍk: Ancora una volta dico: bisogna aumentare le relazioni personali. Qualche anno fa sono stato dal Patriarca un’ora, e abbiamo parlato di cose spirituali, con tanta amicizia e non toccando minimamente le questioni politiche. Che poi si parli anche di politica dipende da ognuno singolarmente. Noi non abbiamo neanche accennato alla possibile visita del Papa, abbiamo lasciato stare queste cose. Abbiamo parlato di spiritualità, e alla fine il Patriarca mi ha abbracciato e mi ha donato una medaglia d’oro.
Secondo lei possono fare qualcosa anche gli Stati per favorire il riavvicinamento tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente?
SpidlÍk: Veramente non saprei. La questione è complicata, e non diventa meno generica se si parla di nazioni. L’Italia, per esempio, cosa può fare? Infatti abbiamo un’Italia di destra, una di sinistra, e poi un’Italia di centro. Più che altro bisogna vedere cosa possono fare i singoli uomini in particolare.
A proposito di singole personalità: tra pochi giorni il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sarà in visita di Stato a Roma. In occasione della conclusione dei festeggiamenti per i 700 anni dell’Università La Sapienza, l’Ateneo gli ha conferito una laurea honoris causa, come aveva fatto per Giovanni Paolo II all’inizio dei festeggiamenti. Da persona che ha sempre operato per il dialogo tra le due Chiese, che augurio sente di fare all’illustre neodottore?
SpidlÍk: Io ho ricevuto la laurea honoris causa dall’Università ortodossa di Cluj, in Romania. Beh, che cosa significa? Significa che degli amici hanno riconosciuto il mio lavoro. Così, senza fare troppe speculazioni, la laurea honoris causa significa riconoscenza. La laurea honoris causa, in un certo senso, è il monsignorato ed il cardinalato laici. Si riconosce il valore del lavoro svolto.