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REPORTAGE DAL BURUNDI
tratto dal n. 11 - 2003

Reportage fotografico dal Burundi

Un antidoto contro la guerra


Il Centre Jeunes di Bujumbura. Viaggio nel quartiere che dieci anni fa fu teatro degli scontri più feroci tra hutu e tutsi. Qui sorge un centro gestito dai missionari saveriani che rappresenta una speranza per migliaia di ragazzi


Testo e foto di Paolo Simoncelli


Il Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura è una sorta d’allegro oratorio affollato ogni giorno da migliaia di ragazzi tra i 16 e i 30 anni. Ma per la gente di Kamenge, quartiere della zona nord della capitale del Burundi e teatro di feroci scontri tra hutu e tutsi nel ’93-94, è una casa e una speranza. E un vaccino contro la guerra.
Lungo l’infida strada che porta a Cibitoke, a pochi metri dal confine congolese, c’è l’affollato campo profughi dei 10.700 derelitti in fuga da un'altra guerra. Provengono dalla vicina provincia di Kivu. Qui l’unica speranza è cercare molecole d’oro nelle acque limacciose del fiume Niangamana

Lungo l’infida strada che porta a Cibitoke, a pochi metri dal confine congolese, c’è l’affollato campo profughi dei 10.700 derelitti in fuga da un'altra guerra. Provengono dalla vicina provincia di Kivu. Qui l’unica speranza è cercare molecole d’oro nelle acque limacciose del fiume Niangamana

Mentre percorro la strada per arrivare al Centro, creato dieci anni fa dal missionario saveriano Claudio Marano, la gente cammina tranquilla sulle dorate spiagge del lago Tanganica. Ci sono innamorati, venditori di Coca-Cola e qualcuno che fa ginnastica sotto le palme, tutti perfettamente incuranti della lunga guerra civile.
Kamenge è il quartiere dove più di ogni altro sono evidenti i segni delle devastazioni. Si respira sempre la paura per le incursioni dei due gruppi ribelli, gli avventisti-protestanti dell’Fnl (Fronte di liberazione nazionale) e i musulmani dell’Fdd (Fronte per la difesa della democrazia), eppure la gente è oramai fisiologicamente assuefatta alla precarietà.
Qui tutti conoscono molto bene il rumore sinistro dei tamburi dei ribelli di religione evangelica, gli assalliants, che annunciano un attacco, e le litanie dei Salmi recitate a gran voce dai guerriglieri che brandiscono il Vangelo e il kalashnikov prima di incominciare ad uccidere senza pietà. Lo fanno scandendo lugubri "alleluja" per ogni vittima massacrata.
Quelli dell’Fdd, invece, uccidono senza proclami né simboli religiosi. Una spietata crudeltà è in ogni caso il loro comune denominatore.
Entrambi gli eserciti sono suddivisi in una complicata miriade di sottogruppi che proprio in questo periodo — è questa l’inspiegabile novità — stanno incominciando a scontrarsi tra loro. Sono in molto a pensare che i ribelli abbiano la forza di prendere il potere, trasformando la lunga guerra etnica in guerra religiosa. Anche perchè se quelli dell’Fdd faranno la voce grossa perché sono la maggioranza, quelli dell’Fnl si batteranno per avere una fetta, non si sa quanto grande, di potere. Che il duro scontro tra protestanti-avventisti e musulmani può portare il paese nell’abisso di una moderna guerra di stampo religioso lo si visto a luglio quando i ribelli hutu dell’Fnl (gli unici a non avere ancora firmato trattati di pace perché vogliono che il controllo delle forze armate sia tolto ai tutsi) hanno scatenato una guerriglia, durata una settimana, che ha lasciato più di 700 vittime per le strade di Musaga e Kanyosha, i quartieri sud di Bujumbura, fino ad allora relativamente sicuri. Il governo di transizione, col passaggio di potere avvenuto il 1� maggio 2003 dal presidente tutsi Pierre Buyoya al leader hutu Domitien Ndayizeye come stabilito dagli accordi di Arusha del 2000, è dunque miserabilmente fallito.
I bombardamenti dalle colline che circondano la città sono durati giorni interi mentre per le strade si combatteva anche corpo a corpo. È stato come ritornare agli efferati massacri del ’93, quando, a seguito del colpo di Stato del 21 ottobre che fece fuori il presidente d’etnia hutu Melchior Ndadaye, il primo eletto democraticamente nella storia del Paese, ebbe formalmente inizio la guerra civile.
Non fu altro che l’ineluttabile strascico degli orrori del ’72, l’anno in cui l’etnia minoritaria tutsi, il 15% appena della popolazione, scatenò la caccia all’hutu. Un genocidio che fece 200mila morti e che undici anni dopo si ripeté a ruoli invertiti con altrettanta ferocia.
Sopra, alcuni dei feriti ricoverati all’ospedale di Bujumbura dopo gli scontri avvenuti a luglio, quando i ribelli hutu dell’Fnl hanno scatenato una battaglia che ha lasciato più di 700 morti per le strade di Musaga e Kanyosha, i quartieri sud della capitale. L’8 agosto scorso, in un’irreale atmosfera, le donne dei quartieri nord (foto sotto) si sono recate in visita, cantando e ballando, a quelle in lutto dei quartieri sud, per portare loro conforto e solidarietà

Sopra, alcuni dei feriti ricoverati all’ospedale di Bujumbura dopo gli scontri avvenuti a luglio, quando i ribelli hutu dell’Fnl hanno scatenato una battaglia che ha lasciato più di 700 morti per le strade di Musaga e Kanyosha, i quartieri sud della capitale. L’8 agosto scorso, in un’irreale atmosfera, le donne dei quartieri nord (foto sotto) si sono recate in visita, cantando e ballando, a quelle in lutto dei quartieri sud, per portare loro conforto e solidarietà

Ecco perché l’8 agosto scorso, in un’irreale atmosfera, tragica e festosa insieme, le donne dei quartieri nord si sono recate in visita, cantando e ballando, a quelle in lutto dei quartieri sud, per portar loro conforto e solidarietà. Sfilavano per le strade, inveendo contro la guerra, con le ceste piene di cibo da offrire sulla testa. Una speranza potrebbe arrivare dal fatto che i ribelli hutu dell’Fdd si sono detti disponibili ad entrare in un governo transitorio guidato dal presidente Ndayizye. Al momento in cui scriviamo sappiamo solo che la firma dell’accordo è prevista per metà novembre a Dar El Salaam, e che l’Fdd si trasformerà in un partito che entrerà in Senato. Una luce in fondo al tunnel della crisi per il Burundi? Speriamo, ma da queste parti di accordi fatti e subito disfatti se ne sono visti tanti. Inoltre bisogna sciogliere il nodo dei ribelli dell’Fnl che hanno sempre rifiutato di partecipare a trattative.
Per ora, l’unica piccola luce per questa gente è rappresentata dal Centro dei saveriani.Quando vi arrivo, uscendo dal caotico assembramento di case grigie brulicanti di vita, mi accoglie padre Claudio Marano, in Burundi già molti anni prima della sua inaugurazione. Il Centre Jeunes Kamenge, nato nel 1993 da un progetto della Chiesa cattolica di Bujumbura, fu voluto fortemente dal vescovo di allora, monsignor Simon Ntamwana e poi affidato ai saveriani. Attualmente, oltre a padre Claudio, c’è padre Modesto, che parla kirundi e vive in Burundi dal ’72, padre Luigi Signori di Bergamo, arrivato qui nel ’98, e altri diciannove preti saveriani sparsi a macchia di leopardo nelle piccole missioni del Paese.
Padre Marano ha un faccione rassicurante e una folta barba bianca. Per questa gente, da anni senza speranza, deve sembrare un Babbo Natale alla latitudine sbagliata. Nel dicembre scorso il Babbo Natale d’Africa è infatti partito per la nordica Stoccolma, insieme a Guillaume Harushimama, uno dei giovani di lungo corso del Centro, per ritirare il meritatissimo Premio Right Livelihood 2002, il Nobel alternativo che ogni anno viene assegnato all’associazione più meritevole in campo socioculturale e umanitario. "Siamo qui" ha detto commosso durante il suo discorso al Parlamento svedese "a nome di tutti quelli che non sono qui stasera, i 20mila iscritti al Centro e le 200mila persone dei quartieri nord di Bujumbura dove viviamo, lavoriamo e sogniamo. Abbiamo passato anni terribili con interrogatori, minacce, assedi e catture di ostaggi. I momenti più duri erano di notte, quando persone d’ogni genere bruciavano, distruggevano e uccidevano, a volte banditi, a volte ribelli o militari. Ma anche in questo clima poco conviviale, migliaia di giovani d’ogni etnia continuavano a venire al Centro per incontrarsi, discutere e raccontarsi le atrocità della guerra, cercando motivazioni per tirare avanti. Giovani, oggi come allora, che non volevano entrare nell’esercito o nei movimenti di liberazione perché credevano in una società senza armi…".
Al Centro ho conosciuto molti di questi ragazzi, d’ogni provenienza, etnia e religione, perché qui non ci sono barriere né discriminazioni. I giovani vivono assieme, partecipano a seminari, frequentano corsi di lingue e di computer, organizzano tornei di calcio e pallavolo, guardano documentari e film, giocano a biliardo e ping-pong, leggono i libri della biblioteca, suonano. Chi vuole partecipa a veglie ecumeniche, e i cattolici vanno alla messa domenicale.
Attaccati alle mura del Centro ci sono infatti sempre dei foglietti e una lavagna che illustrano dettagliatamente le attività della giornata. "Abbiamo attualmente più di 21.500 iscritti" racconta padre Claudio "e le attività organizzate ogni anno sono centinaia. In questo modo aiutiamo le giovani generazioni di diversa etnia e condizione sociale a far saltare tutte le divisioni".
Quando Claudio Marano arrivò qui nel dicembre 1990, si respirava un’atmosfera di lenta preparazione alla democrazia, dopo tre decenni di guerra civile seguita all’indipendenza dal Belgio. C’erano ovunque attesa e voglia di ricominciare ed erano frequenti le occasioni di confronto e collaborazione tra i due partiti che rappresentavano le etnie hutu e tutsi, l’Uprona e il Frodebu. Poi nel 1993 il Paese finì nel baratro della violenza.
"Forse perché era troppo bello vivere insieme" spiega, amaro, padre Claudio. "Eppure, anche in quei mesi terribili, da gennaio ad aprile del ’94, abbiamo continuato a lavorare coi giovani del Centro. Hutu e tutsi si scontravano quotidianamente con atti di crudeltà inaudita e noi restavamo in mezzo al fuoco incrociato perché non volevamo rassegnarci al fatto che il Paese potesse sprofondare nella logica della violenza. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Almeno 10mila persone sono state uccise solo nei quartieri nord. Di notte si sentivano le grida dei torturati. Il nostro Centro era diventato una sorta di lazzaretto dove Msf Belgio [Medici senza frontiere, ndr] aveva allestito un ospedale da campo per curare i feriti. Finché il 23 aprile ci evacuarono con la forza. Noi accettammo di uscire solo dopo sei ore di drammatiche trattative coi militari da cui ottenemmo l’assicurazione che non avrebbero distrutto il Centro.
Restammo fuori una settimana, poi il 1� maggio rientrammo accompagnati da due ufficiali dello Stato maggiore e dal nunzio apostolico. Trovammo carcasse di animali ovunque, i campi coperti dai bossoli dei proiettili, tre camion carichi di mitragliatrici all’ingresso. Morte e desolazione erano dappertutto e tanta era la voglia di fuggire. Ma da quel giorno, nella buona e nella cattiva sorte, il Centro non è più stato chiuso. Abbiamo continuato a stare con i nostri ragazzi e i frutti li stiamo raccogliendo adesso".
Ho passato qualche giorno al centro di padre Marano e, per fortuna, non erano i colpi di mortaio sulle colline a svegliarci alle sette del mattino ma il suono di una vecchia chitarra elettrica collegata ad un amplificatore che un ragazzo pizzicava mentre padre Claudio gli teneva il microfono. All’insolita sveglia seguiva un inno al Signore, coi giovani seduti in cerchio intorno alla bandiera della pace issata sul pennone; poi la colazione nel cortile preparata da un gruppo di donne indaffarate tra i fuochi e, infine, il Centro si riempiva del fragore delle carriole piene di zappe e vanghe, condotte dai giovani che si recavano al lavoro. Nei mesi di vacanza, infatti, vanno ogni giorno a bonificare i malsani canali del quartiere, a impastare mattoni di fango o a riparare le case malandate.
Spesso al Centro fanno da sottofondo le note soavi di Shamba, la canzone di Kidumu, un giovane di Kamenge cresciuto coi saveriani e divenuto una celebrità del Burundi e una delle voci più sublimi di tutta l’Africa. Adesso vive in Kenya e quando viene a Kamenge è osannato come una divinità, anche se pare si sia dimenticato troppo in fretta degli anni trascorsi qui.
Al concerto del 7 agosto organizzato dai saveriani c’era una folla smisurata ad ascoltarlo. E i militari dovettero faticare non poco per contenere l’entusiasmo della gente.
Non è roba da poco in Burundi dimenticare per un giorno gli orrori della guerra.


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