Archivio di 30Giorni
La città di Dio. Cioè il luogo della grazia
Il dualismo tra le due città non si identifica con il conflitto tra Chiesa e Stato. Anzi, Agostino afferma la necessità dell’ordinamento civile che ha la semplice finalità di assicurare una convivenza pacifica tra opposti interessi
di Massimo Borghesi

Battesimo di sant’Agostino, affresco (1338), chiesa degli Eremitani, Padova
Ora nella fuoriuscita da questa strettoia e nel delinearsi dei tre punti sopra indicati sta, come si è detto, l’attualità presente della posizione agostiniana. Per essa diviene nuovamente comprensibile, in tutto il suo valore, il significato della civitas Dei come luogo della grazia. Questa percezione si fa netta nel tramonto di quella identificazione tra natura e grazia che Romano Guardini in La fine dell’epoca moderna definisce la «slealtà moderna», l’indebita appropriazione di contenuti e valori che solo la presenza e l’azione del soprannaturale può mantenere vivi e autentici. Si fa chiara, altresì, nel venir meno di quell’identificazione tra città ideale e città politica che contrassegna tanto il sogno teocratico medievale quanto, su un piano diverso, l’utopia moderna il cui modello sorge, sul finire del Medioevo, grazie alla secolarizzazione della nozione di “età dello Spirito” così come viene affermata nella teologia della storia di Gioacchino da Fiore5.
La comprensione della peculiarità agostiniana riporta così la riflessione sul cristianesimo a una situazione che precede il Medioevo, alla condizione della Chiesa degli inizi. Agostino, come scrive Ratzinger, «ha praticamente preso come base la situazione della Chiesa delle catacombe quando ha progettato la sua determinazione del rapporto tra Chiesa e Stato. La Chiesa non appare ancora per nulla come elemento attivo in questo rapporto, l’idea di una cristianizzazione dello Stato e del mondo non appartiene decisamente ai punti programmatici di sant’Agostino»6. Ciò non significa indifferenza nei confronti del mondo e della res publica, in particolare, significa piuttosto che «la sua dottrina delle due civitates non mira né a ecclesializzare lo Stato né a statalizzare la Chiesa, ma, in mezzo agli ordinamenti di questo mondo, che rimangono e devono restare ordinamenti mondani, aspira a rendere presente la nuova forza della fede nell’unità degli uomini nel corpo di Cristo, come elemento di trasformazione, la cui forma completa sarà creata da Dio stesso, una volta che questa storia abbia raggiunto il suo fine»7. In questo modo Agostino non si preoccupa di elaborare una costituzione cristiana del mondo, l’idea di una “cristianità”. «Qui non è consentito abbandonarsi ad alcuna illusione: tutti gli Stati di questa terra sono “Stati terreni” anche quando sono retti da imperatori cristiani [...]. Sono Stati su questa terra e quindi “terreni” e nemmeno possono divenire di fatto qualcosa d’altro. In quanto tali sono forme di ordinamento necessarie di quest’epoca del mondo ed è giusto preoccuparsi del loro bene»8.

I resti archeologici del battistero di San Giovanni alle Fonti nella sistemazione successiva alle indagini del 1996; si nota la forma ottagonale della vasca, ripetuta dal perimetro esterno dell’edificio
Il “ritorno ad Agostino” coincide così con la consapevolezza che il nostro, come il tempo in cui si riattualizza per tanti aspetti la condizione del cristianesimo delle origini, è più che mai il tempo della “grazia”, o;Cristianesimo che ancora pensa rivolto agli spazi illimitati delle genti e che ha ancora la speranza della salvezza del mondo»11.
Note
1 R. Niebuhr, Christian Realism and Political Problems, New York 1953 (su Niebuhr studioso di Agostino, cfr. G. Dessì, Niebuhr. Antropologia cristiana e democrazia, Roma 1993); M. Borghesi, Cristianesimo e democrazia in Reinhold Niebuhr, in Il Nuovo Areopago, 1 (1994), pp. 31-42; É. Gilson,Les métamorphoses de la cité de Dieu, Paris 1952 (tr. it. La città di Dio e i suoi problemi, Milano 1959, pp. 40-81); S. Cotta, La città politica di sant’Agostino, Milano 1960; J. Ratzinger, Volk und Haus Gottes in Augustinus Lehre von der Kirche, Ismaning 1971 (tr. it. Popolo e casa di Dio in sant’Agostino, Milano 1978); id., Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter, München 1971 (tr. it. L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, Brescia 1973).
2 L. Storoni Mazzolani, Sant’Agostino e i pagani, Palermo 1987, pp. 93-94.
3 Per questa distinzione e, in particolare, per la differenza tra Origene e Agostino, cfr. J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, cit.
4 É. Gilson, La città di Dio e i suoi problemi, cit., p. 81.
5 Cfr. A. Crocco, Il superamento del dualismo agostiniano nella concezione della storia di Gioacchino da Fiore, in Aa.Vv., L’età dello Spirito e la fine dei tempi in Gioacchino da Fiore e nel gioachimismo medievale, San Giovanni in Fiore 1986, pp. 143-161. Sulla diversità tra il modello agostiniano, che presuppone le due civitates, e quello gioachimita, che porta all’unificazione di Chiesa e società in un’unica città, cfr. M. Borghesi, L’“età dello Spirito” e la metamorfosi della città di Dio, in Il Nuovo Areopago, 13 (1994), pp. 5-27 (tutto il numero, con contributi di J.-R. Armogathe, G. B. Contri, C. Dalmasso, O. Grassi, M. Vallicelli, è dedicato al confronto tra Gioacchino da Fiore e Agostino). Sulla secolarizzazione della terza età gioachimita, cfr. H. de Lubac, La posterité spirituelle de Joachim de Flore, 2 vv., Paris 1979-1981 (tr. it. La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore, 2 vv., Milano 1981-1984). Sulla trasformazione della città di Dio agostiniana nel corso dell’epoca moderna, si veda É. Gilson, La città di Dio e i suoi problemi, cit.
6 J. Ratzinger, Popolo e casa di Dio in sant’Agostino, cit., p. 313.
7 J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, cit., p. 105.
8 Ibid., p. 96.
9 Su questa linea si situa la rivalutazione di Agostino operata da R. Esposito, Nove pensieri sulla politica, Bologna 1993.
10 J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, cit., p. 107.
11 H.U. von Balthasar, Il filo di Arianna attraverso la mia opera, Milano 1980, p. 6.