Il fulgore di Beatrice
Arduo sintetizzare i mille spunti di riflessione che offre il saggio di Rossini. Forse l’ultima pagina suggerisce la chiave di lettura: «Dante è perfettamente cristiano proprio nell’aver compreso che il cristianesimo è l’incontro nella carne col Mistero…»
di Tommaso Ricci

Antonio Rossini, Il Dante sapienziale. Dionigi e la bellezza di Beatrice, Fabrizio Serra editore, Pisa - Roma 2009, 184 pp., s.i.p.
L’autore non ce ne vorrà per questa scorciatoia suggerita ai lettori ma siamo convinti che, con l’ausilio di questa bussola, il percorso tra le pagine di questo esigente cammino di avvicinamento al cuore di passi, perlopiù poco studiati, della Commedia dantesca (Purgatorio XXVIII e XXXIII), venga agevolato a un più largo numero di appassionati del Divin Poeta. E serve anche a scoraggiare dall’impresa tutti coloro che vi cercassero una via esoterica di accesso al Mistero, al modo di Dan Brown (che è citato un paio di volte da Rossini). Perché le difficoltà che si incontrano nella lettura di Dante e della sua cattedrale poetica, non attengono affatto a presunti messaggi criptati destinati a una cerchia di spiriti eletti e non decodificabili dal volgo; il problema è molto più storico e concreto e riguarda (oltre la diffusa ignoranza odierna, l’allergia alla consuetudine con la cultura classica tout court) la nostra lontananza esistenziale, di uomini moderni, dalla prospettiva dantesca, e più in generale medievale, rispetto alla vita e al suo significato. Se la coscienza del secolo di Dante e dei lettori a lui coevi poggia tutta sulla (e tende tutta verso la) realtà di Dio, riconosciuta come dato certo, evidente, “razionale”, su noi moderni pesa l’onere di “dimostrare”, a noi stessi e agli altri, la verità di quel che sorpassa l’orizzonte del nostro intelletto. Si intuisce perciò come Dante disponesse di una libertà, di una sicurezza e di una maestosità di movimento poetico affatto superiore a quella ipotizzabile oggi. Sicché a legger Dante spesso si finisce o nell’aridità esegetica o nell’avventurismo misteriosofico. Solo un’esperienza di grazia (la stessa, ieri, oggi e sempre), accolta e riconosciuta, può mettere un lettore dantesco odierno sulla “diritta via”.
E già che siamo in tema di “furbizie” per lettori incolti, suggeriamo altresì di dare un’occhiata preventiva all’appendice ragionata (pp. 152-176), “sbirciare” tra gli arnesi usati da Rossini per questa sua fatica e “rubarne” un assaggio ante pastum. Vi si troverà una collazione di passi della Commedia e di versi tratti dai libri salomonici della Bibbia (Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei cantici, Sapienza, Siracide) che mostra con palmare evidenza una sorprendente dipendenza dantesca da questa letteratura biblica e dai relativi commentari patristici. Con il che siamo già ben dentro il perimetro dell’indagine di Rossini. Dante fu uomo di smisurata cultura e di prodigiosa memoria. La sua conoscenza delle Sacre Scritture farebbe impallidire tanti biblisti di oggi. I canti del Purgatorio presi in esame si appoggiano continuamente, a volte parafrasano, i versi biblici. Il viaggio dantesco nell’oltretomba insomma assume la ricca segnaletica scritturistica, contenuta in particolare nel testo sapienziale. Ignorare questo vuol dire schivare il senso vero dell’opera di Dante, come ha fatto «tutta la cultura italiana novecentesca laica» (Chiavacci). Commenta Rossini: «Sul piano della storia culturale tante verità e sensibilità teologiche che per il critico sono oggi, nel migliore dei casi, soltanto mediate, furono, per Dante e i suoi coevi, un polline vivo e vitale, assorbito liturgicamente, omileticamente e attraverso la lettura del mondo illuminata dall’esegesi patristica».
È arduo sintetizzare i mille spunti di riflessione che offre il saggio di Rossini. Ci avventuriamo nel sottolineare l’intima connessione posta dal testo tra Beatrice, la sapienza (sophia) e la bellezza, in una trasfigurazione teologico-esistenziale della triade che già von Balthasar (via Dionigi l’Areopagita) ha messo bene in luce. Il fulgore di Beatrice è per Dante il medesimo che il giovane Salomone avverte per sophia, un’attrattiva estetico-erotica, che commuove l’uomo concreto nella sua interezza, non appena intuisce come lì sia in gioco la sua salvezza, cioè la sua felicità totale e definitiva. «“L’amor che move il sole e l’altre stelle” non può riferirsi in Dante poeta, ai “principi dell’essere”, ma solo a realtà esistenti», afferma il teologo svizzero ripreso da Rossini. E inoltre: «Non si può dire che il primato dell’etica in Dante significhi primato della “prassi” sulla “teoria”, dell’azione sulla contemplazione, perché lui più volte si dichiara per l’antica gerarchia dei valori, ma indubbiamente primato della concreta personale esistenza rispetto alla concezione scolastica del mondo fondata sull’essenza. Queste sono le vie nuove di Dante». Con il che è dichiarato scacco anche a una lettura cattolica “fissista” della Commedia, come statica, inarrivabile summa. No, la Commedia è summa, è divina, perché con straordinaria sapienza e intuito poetico, ricapitola e mette in versi, a disposizione per noi, un’esperienza di conversione e di incontro con il destino ultimo vissuta in prima persona. E in cui Beatrice-Sophia, figura Christi investita dunque d’accenti soteriologici, gioca un ruolo cruciale. «“Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi”, / era la sua canzone, “al tuo fedele, che, per vederti / ha mossi passi tanti!”» (Purgatorio XXXI, 133-135).