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POVERTA'
tratto dal n. 05 - 2002

FAME NEL MONDO. “Five years later”, il Vertice sull’alimentazione a Roma

C’era stata una promessa...


...entro il 2015 il numero degli affamati nel mondo sarà dimezzato. L’aveva stabilito il precedente vertice del 1996 ma oggi non sembra possibile mantenere fede all’impegno preso. Il vicedirettore generale della Fao Manfredo Incisa di Camerana ribadisce: dobbiamo richiamare i governi sulla necessità di raggiungere quell’obiettivo con una correzione di strategie. Ma per padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano, anche le agenzie dell’Onu hanno le loro responsabilità


di Paolo Mattei


Un bambino presso il centro nutrizionale gestito dalle suore salesiane a Viana, a 40 chilometri da Luanda

Un bambino presso il centro nutrizionale gestito dalle suore salesiane a Viana, a 40 chilometri da Luanda

Padre Renato Kizito Sesana, comboniano missionario in Kenya, sa bene cos’è un Vertice. L’apice di una struttura, il punto sommitale di un’organizzazione regolata dalle disposizioni e dagli obiettivi che le giungono da quel punto. Ma sa pure bene, per esperienza personale, che quando la struttura è grande, o gigantesca, come la Food and Agricolture Organization, gli obiettivi anche coraggiosi e lungimiranti che il Vertice si pone davanti a tutto il mondo molto spesso non vengono raggiunti, perché si smarriscono in complicate ambagi burocratiche. Così nella memoria dei più restano gli impegni non mantenuti, le mete non raggiunte. Rimangono le parole che Henry Kissinger pronunciò a Roma nel 1974 («Entro una decade, nessun uomo, donna o bambino, andrà a letto affamato») e un diffuso senso di amarezza per la loro retorica ingenuità. Il tono di voce del segretario di Stato americano era quello asseverativo della promessa solenne, anche se formulata in un periodo della storia in cui le promesse si potevano fare solo tenendo conto dei due grandi blocchi politico-economici che connotavano il mondo. Quella decade si consumò purtroppo seppellendo le parole di Kissinger assieme ai milioni di morti per fame. Ventidue anni dopo, nel novembre del 1996, caduto il Muro di Berlino, venuta meno l’identificazione del “secondo mondo” con quello governato dal socialismo reale, inaugurata fastosamente l’epoca del commercio senza frontiere, il World Food Summit organizzato dalla Fao si era dato un obiettivo preciso, con la speranza che l’abbattimento delle frontiere commerciali rendesse più facile il suo raggiungimento: il numero delle persone affamate nel mondo, stimato intorno agli 800 milioni, entro il 2015 doveva essere dimezzato. Quindi circa 22 milioni di persone denutrite ogni anno dovevano essere affrancate dalla schiavitù della fame. A ventott’anni di distanza da quel 1974, la Fao, che dal 10 al 13 giugno organizza a Roma il Vertice mondiale sull’alimentazione intitolato “Five years later”, cinque anni – e qualche mese – dopo quel 1996, deve registrare un’altra sconfitta: nel decennio scorso non più di 6 milioni di persone l’anno si sono risvegliate dall’incubo della fame. Ma l’obiettivo rimane lo stesso, come dice a 30Giorni Manfredo Incisa di Camerana, vicedirettore generale della Fao: «Vogliamo richiamare l’attenzione dei governi, dei massimi livelli politici e dell’opinione pubblica sulla necessità di apportare quelle correzioni necessarie alle strategie perché si possa raggiungere entro il 2015 la meta fissata nel ’96, cioè il dimezzamento del numero delle persone denutrite».
Anche Kofi Annan, che nel marzo scorso ha riunito a Monterrey la Conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo, si era posto l’obiettivo del 2015. Il segretario generale delle Nazioni Unite voleva raddoppiare la quota di aiuti che i Paesi ricchi forniscono oggi ai Paesi poveri, così da dimezzare entro quell’anno la porzione di umanità nel mondo – più di un miliardo di persone – che sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Annan ha chiesto uno sforzo per arrivare a 100 miliardi di dollari l’anno (contro gli attuali 50) allo scopo, oltre che di arginare la povertà estrema e la fame, di far accedere tutti i bambini del mondo all’istruzione elementare e di arrestare la diffusione dell’Aids nei Paesi indigenti. Ma la risposta di Usa e Unione europea non è bastata a far raggiungere la cifra proposta dal segretario dell’Onu. Incisa di Camerana non giudica troppo pessimisticamente questa esperienza: «Non parlerei di fallimento riguardo alla Conferenza di Monterrey, piuttosto dell’avvio di un nuovo dibattito internazionale. Noi, da parte nostra, sollecitiamo una presa di coscienza perché si assumano delle posizioni più ferme nei confronti della lotta contro la povertà e la fame. Siamo realisti, non ci poniamo obiettivi particolarmente precisi sulla richiesta di soldi agli Stati. Desideriamo rafforzare le strategie avviate che finora non hanno dato i risultati sperati. L’importante è che anche la società civile partecipi. Per questo abbiamo molto interesse agli eventi paralleli, come il Forum delle Organizzazioni non governative, la Giornata parlamentare e il Forum del settore privato».
Comunque, per adesso, le poche certezze registrabili sono purtroppo le cifre della fame.
Le foto di un reportage sulle popolazioni povere dell’Angola, dell’Eritrea e del Kenya, realizzate dal giovane fotografo romano Giulio Napolitano

Le foto di un reportage sulle popolazioni povere dell’Angola, dell’Eritrea e del Kenya, realizzate dal giovane fotografo romano Giulio Napolitano


Gli altri mondi
Negli anni Novanta, infatti, stando ai dati del Food Insecurity Report redatto dalla Fao nell’ottobre del 2001, il numero delle persone denutrite è diminuito in media, come si è detto, soltanto di 6 milioni l’anno. Mancano attualmente all’appello 16 milioni l’anno di “liberati dalla fame” per l’obiettivo del 2015. E se la tendenza resterà la stessa, ci vorranno 60 anni per portare il numero delle persone affamate a 400 milioni, la metà di quanti, oggi, rischiano quotidianamente la morte per inedia. Sono 24mila quelli che muoiono ogni giorno per denutrizione o per cause a essa correlate, circa 8 milioni l’anno. Tre quarti di questa umanità è costituita da bambini con meno di cinque anni. Il miglioramento registrato rispetto ai 35mila decessi quotidiani di dieci anni fa o ai 41mila di vent’anni fa, non permette ottimismi di sorta, perché dati negativi lo bilanciano drammaticamente.
Secondo le stime della Fao, nel periodo tra il 1997 e il 1999 vivevano nel mondo 815 milioni di persone denutrite: 777 milioni nei Paesi in via di sviluppo, 27 nei Paesi “in transizione verso l’economia di mercato”, e 11, per la gran parte immigrati, in quelli industrializzati. Dei 777 milioni di persone denutrite nei Paesi in via di sviluppo, 180 milioni erano bambini e ragazzi sotto i dieci anni.
Solo 32 dei 99 Paesi in via di sviluppo, secondo le segnalazioni della Fao, hanno registrato un miglioramento nel decennio ’90-2000. In questi 32 Stati sono uscite dalla denutrizione 116 milioni di persone. Ma in tutti gli altri il numero degli affamati è rimasto costante, o è addirittura aumentato, con un bilancio di 77 milioni di persone denutrite in più. Poiché il “gruppo dei 32” comprende Paesi di grandi dimensioni come Cina, Indonesia, Thailandia, Nigeria e Brasile, è potuto accadere infatti che la riduzione netta delle persone prive di un adeguato nutrimento nei Paesi in via di sviluppo sia risultata pari a 39 milioni. Se però da un lato, la Cina negli anni Novanta (un periodo di crescita economica e agricola) ha ridotto di 76 milioni i suoi cittadini denutriti (restando tuttavia il secondo Paese al mondo dopo l’India per numero di persone senza cibo sufficiente), dall’altro, la Repubblica Democratica del Congo, Paese potenzialmente ricchissimo, tra il ’90 e il ’99 ha visto aumentare il numero dei cittadini affamati a 17 milioni su un totale di 48 milioni di abitanti. Le cifre delle performance positive sono quindi purtroppo accompagnate da dati che non fanno ben sperare. L’Africa subshariana resta la zona del globo più colpita dalla fame, ma la geografia della miseria e della malnutrizione sta cambiando: segnali d’allarme giungono da Cambogia, Afghanistan e Corea del Nord. Al “terzo mondo”, espressione inventata dal demografo francese Alfred Sauvy, che la utilizzò per la prima volta all’inizio degli anni Cinquanta pensando al “terzo Stato” rivoluzionario, si è da tempo aggiunto un “quarto mondo” comprendente i Paesi più arretrati, quali Etiopia, Tanzania, Ciad, Bangladesh. Sempre più distanti dagli standard di vita dell’Occidente, sempre più sull’orlo del baratro. Spiega ancora Incisa di Camerana: «È necessario distinguere varie categorie di emergenza. Vi sono quelle dovute a disastri naturali e quelle create dalla volontà dell’uomo. E purtroppo nel pianeta sono distribuite “equamente”. In Africa il male è più evidente. Per l’Afghanistan si sta avviando un grande progetto di riabilitazione e “rivivificazione” dell’agricoltura, e anche in Corea del Nord siamo presenti. Siamo presenti dappertutto e non modifichiamo il nostro livello d’attenzione secondo ciò che colpisce l’emotività dell’opinione pubblica».
Le patrie e il guadagno
L’origine della piaga della denutrizione nel mondo non va cercata nella scarsa produzione di risorse agricole, piuttosto nella disparità della loro distribuzione. Nei Paesi in via di sviluppo, accanto ad un’agricoltura di sussistenza, povera perché priva di tecnologie, che non concede un surplus commerciale, in via di estinzione perché quasi completamente fagocitata dal latifondo, c’è l’agricoltura del mercato planetario in forma di monocultura (caffè, zucchero, cacao, tè, caucciù, cotone, arachidi ecc.) che raggiunge anche livelli altissimi di produttività ma è quasi sempre all’origine del degrado ambientale, della salinizzazione dei suoli, dell’inquinamento delle fonti d’acqua provocati dalle sementi “ad alto rendimento” che “funzionano” bene solo con l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi. È un’agricoltura evidentemente non destinata alla normale alimentazione quotidiana, ma all’esportazione in Occidente, e i profitti avvantaggiano solo un esiguo numero di persone o enormi multinazionali occidentali. Così i contadini dei Paesi poveri sono trascinati in un vortice che li rende irrimediabilmente dipendenti da grandi società che vendono loro le sementi (spesso sterili, per perpetuare questa dipendenza), e dai sussidi delle organizzazioni umanitarie mondiali che gli permettono di acquistare i pesticidi e i fertilizzanti. Dentro un circolo vizioso incrudelito dal debito estero che grava sui Paesi poveri. Un circolo vizioso in cui il 20% della popolazione mondiale consuma quasi la metà della produzione alimentare del pianeta.
Neanche l’ipotesi della scarsità di risorse minerarie ed energetiche basta a spiegare la diffusione della fame. I Paesi del Sud del mondo dispongono infatti del 60% di minerali come alluminio, stagno, cobalto, e i massimi produttori di petrolio del mondo sono Paesi in via di sviluppo. Essi sono però costretti all’esportazione in quanto solo in Occidente si trova l’industria di trasformazione delle materie prime. E se è vero che le industrie nei Paesi del terzo e quarto mondo sono poche, è altrettanto vero che negli ultimi trent’anni la produzione industriale ha inciso sul loro Pnl con percentuali elevatissime (dal ’70 all’81 per il Brasile era del 18,8% mentre per gli Usa del 2,4%; per il Messico del 17,8%, mentre per il Giappone del 2,2%; per la Corea del Sud del 15,6%, mentre per l’Italia dell’1,9%). Ma questo fattore non ha portato ricchezza e benessere alle popolazioni.
È chiaro che la causa principale di questo flagello planetario si trova nella diseguale distribuzione delle risorse, nell’impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. Nei Paesi avanzati la spesa alimentare rappresenta il 20-25% del reddito familiare (il resto in vestiario, divertimenti, trasporto, alloggio), in quelli più poveri raggiunge l’80% del reddito di una famiglia.

Progetti, soldi
e sacchi di grano
Questo è lo scenario in cui si muovono le organizzazioni umanitarie internazionali come la Fao. Si fanno progetti, vengono inviati nei Paesi poveri funzionari per realizzarli valutando le situazioni locali. Ma i risultati, a quanto sembra, sono scarsi. «I grandi progetti d’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite così come sono stati attuati finora si sono rivelati fallimentari» spiega a 30Giorni padre Renato Kizito Sesana. «Questo a causa dello stretto legame delle organizzazioni internazionali – la Fao, l’Unicef e tutte le altre – con i giochi di potere delle grandi industrie multinazionali, le quali non vogliono che si facciano programmi a lunga scadenza per il futuro dei Paesi poveri. Ma le loro strutture si rivelano inefficaci anche nei momenti di crisi più drammatica, nelle emergenze più evidenti. Faccio un esempio: nel ’98 c’è stata una carestia in Sudan che, secondo le stime delle stesse Nazioni Unite, ha causato la morte di 400mila persone. La carestia era stata preannunciata dai miei confratelli missionari comboniani almeno dal dicembre del ’97. A febbraio del ’98 tutti i missionari rilanciarono l’allarme ma non furono presi sul serio. Questo accadeva nel momento in cui l’Unicef aveva sul posto funzionari superstipendiati, in possesso di titoli altisonanti. I vari “Food monitor” e “Food security advisor” non si accorgevano della tragedia che incombeva». Il legame della Fao con i governi degli Stati membri e, indirettamente, anche con le grandi industrie di quegli Stati, è scritto nel suo stesso Dna. Spiega Incisa di Camerana: «Noi siamo uno strumento in mano ai governi, che sono i nostri proprietari. La Fao agisce sulla base delle loro direttive. E i nostri progetti, come quelli delle altre organizzazioni delle Nazioni Unite, sono basati su finanziamenti volontari dei governi. Noi possiamo consigliare gli interventi, indicare quelle che, sulla base delle nostre analisi obiettive, sono le priorità».
Madre e figlia cuociono il pasto a base di radici, in un campo profughi di Muatchimbo

Madre e figlia cuociono il pasto a base di radici, in un campo profughi di Muatchimbo

Le regole ferree del commercio, dei cambi internazionali, della sicurezza alimentare e della protezione della proprietà intellettuale, sono state redatte dai Paesi industrializzati. Sono regole che istituiscono la liberalizzazione dei flussi delle merci, dei capitali e delle tecnologie in un unico senso, con una conseguente concentrazione dei vantaggi a discapito dei Paesi in via di sviluppo. Questo sistema ha come scopo la protezione dei diritti acquisiti dai Paesi sviluppati. Dice padre Kizito Sesana: «Si preme sui Paesi poveri affinché aprano i loro mercati. Poi però gli Usa impongono le loro tariffe doganali sulla carne d’importazione, e l’Unione europea impedisce di importare in Europa i prodotti agricoli dall’estero. Questa è la realtà. Dov’è la parità, dov’è il libero mercato tanto predicato? Il libero mercato si realizza solo quando i potenti devono aprire varchi ai loro prodotti nei mercati dei deboli. Mai nell’altra direzione». Secondo il padre comboniano i progetti implementati dalle agenzie delle Nazioni Unite nei Paesi della fame falliscono oltre che per la loro troppo stretta connessione con gli interessi economici degli Stati ricchi, anche perché non tengono conto delle realtà locali: «Ci sono troppi burocrati pagati ad altissimo livello che però non hanno contatto con la realtà. I fondi arrivano in enorme quantità e spesso sono mal spesi, non necessariamente per corruzione, ma perché i progetti sono faraonici e non prevedono la partecipazione della gente. Sono vent’anni che diciamo queste cose, le dicono anche loro, ma in realtà poi la partecipazione della gente non si verifica. Ci si nasconde dietro belle espressioni in inglese come “empowerment”, “dare potere alla gente”, ma poi niente avviene. In Sudan, sulle montagne Nuba, noi abbiamo lavorato per sette anni letteralmente con quattro soldi rispetto a quelli di cui dispongono i grandi progetti della Fao. Soldi che, molte volte, le organizzazioni umanitarie internazionali non riescono nemmeno a spendere. L’Unicef, ad esempio, ha avuto a disposizione 17 milioni di dollari da utilizzare per il Sudan in sei mesi. Ne sono passati quattro e non ha ancora speso un dollaro. Si finirà per buttare dall’aeroplano sacchi di grano, facendo più danno che bene. Ecco, i progetti della Fao sono come quei sacchi di grano, cose che letteralmente cadono dall’alto». Incisa di Camerana, da parte sua, non può che dissentire da questa visione delle cose: «Non intendo entrare in polemica con nessuno, ma voglio dire che la Fao ha tutto l’interesse a che i Paesi beneficiari sviluppino una capacità di gestire questi progetti. Per questo lavoriamo molto intensamente con le Organizzazioni non governative, sia cattoliche che laiche, prendiamo atto delle loro osservazioni anche critiche modificando, quando è possibile, i moduli d’esecuzione dei progetti. Approfittiamo del loro prestigio e della forza che hanno in loco per aiutare le comunità beneficiarie a divenire i padroni dei progetti. Siamo in continua tensione per migliorare la nostra capacità di intervento e chiediamo la collaborazione di tutti».
Padre Kizito Sesana fa una proposta: «C’è bisogno di una riforma sostanziale. Sono lontano dall’avere competenze economiche, ma sono certo che le grandi organizzazioni come la Fao debbano essere sburocratizzate. Rendiamole vicine alla gente. Perché, per esempio, non affidarsi a veri volontari per realizzare i progetti della Fao? Non i volontari che percepiscono 3 o 4mila dollari al mese. Sono sicuro che c’è tanta gente, giovani, ma anche pensionati, di grandi competenze, che desiderano mettere a disposizione le loro capacità a chi ne ha bisogno. Perché la Fao non si serve di un numero più cospicuo di queste persone riducendo all’osso la burocrazia che fa fatica a muoversi? Perché non apre le porte a volontari disposti a lavorare solo in cambio del loro mantenimento? Essi stabilirebbero con le popolazioni dei Paesi poveri un rapporto diverso da quello che si instaura solitamente con chi viene qui avendo come prospettiva la grande carriera nella Fao, la villa con piscina a Nairobi e l’automobile di lusso, rischiando di abituarsi a vivere grazie ai grandi progetti inattuati».
È una piccolissima idea che viene dal Kenya. Forse potrà trovare un posto tra le tante questioni che la Fao dovrà affrontare per giungere in tempo alla fatidica scadenza del 2015.


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