Dovrà pur finire la lunga notte della Terra di Gesù
La relazione del nostro direttore al convegno “Il volto di Cristo”, il 20 ottobre 2002
di Giulio Andreotti

Un palestinese siede sulle macerie della propria casa distrutta dai soldati israeliani, campo rifugiati di Jenin, West Bank, aprile 2002
L’anno scorso, attoniti dinanzi a quel che era accaduto quaranta giorni prima alle Torri Gemelle di New York, esprimemmo la speranza che il moto di solidarietà mondiale che si era creato in reazione potesse coinvolgere beneficamente anche la terra di Gesù. Non solo questo non è avvenuto, ma vi è stato anzi un continuo aggravarsi di agguati, di assassinii (civili e militari; uomini, donne e bambini), di tensioni, e si è inoltre di fronte alla accentuata decisione di metter fuori giuoco Arafat non solo bombardandone la sede ma dequalificandolo come interlocutore non valido per concludere accordi.
Nel corso dei mesi
che passano dopo l’ultimo congresso
nel quale il cardinale Angelini mi invita puntualmente a riferire sulla questione palestinese, vivo sempre nella speranza di poter annotare qualche evento o almeno qualche indizio
che possa suscitare l’avvio di una soluzione o indicare una
sia pur pallida inversione di rotta
Strana sorte quella di Yasser Arafat, del quale si badi, difficoltà religiose a parte, non penso davvero che caldeggerei un giorno il processo di beatificazione. Nel 1982 quando ancora veniva classificato tra i terroristi e gli era vietato l’accesso negli Stati Uniti d’America e in tanti Paesi d’Europa, lo invitammo a Roma, in occasione della conferenza dell’Unione interparlamentare; e di qui, raccogliendo l’invito fatto due anni prima dal Consiglio europeo di Venezia (documento Colombo-Genscher), dichiarò la disponibilità al negoziato, con l’ovvio superamento della odiosa clausola dello statuto Olp secondo la quale Israele non aveva diritto ad esistere. Il seguito non fu facile e, come ho altre volte ricordato, per poter ascoltare Arafat l’Assemblea dell’Onu dovette spostarsi a Ginevra essendo tuttora negato ad Arafat stesso il “visto” anche per la sola New York. Comunque, attorno a un tavolo, le parti finalmente si misero d’accordo e nel 1994, dopo gli accordi di Oslo resi pubblici a Washington, Arafat salì sul podio dei premi Nobel per la pace, insieme a Peres e a Rabin. Defenestrarlo da premio Nobel alla inaffidabilità e all’ostracismo è comunque troppo. Occorre anche rilevare che il possibilismo di Arafat è contestato all’interno dell’universo palestinese, non solo dai movimenti fondamentalisti ma da un’ala importante degli stessi vertici del movimento tra cui il ministro degli Esteri Kaddumi, che non ha mai messo piede a Gerico e a Gaza perché non accetta la soluzione rateizzata di una autorità in attesa dello Stato palestinese.Ho accennato al ruolo che sul nostro tema ebbe nel 1982 l’Unione interparlamentare nella conferenza di Roma. Nel marzo di quest’anno la conferenza annuale si è svolta a Marrakech e la Commissione speciale che si occupa delle questioni del Medio Oriente ci ha presentato un rapporto – che ha trovato il consenso collettivo – formulato in un primo momento congiuntamente da delegati di Israele, palestinesi, egiziani e giordani. In mancanza di progressi operativi nel settore, il documento un qualche valore lo ha, anche se in una seconda fase preparatoria gli israeliani erano stati assenti. Comunque nel voto l’assemblea generale non ha registrato dissensi.
Vi leggo alcuni passi:
«Abbiamo dovuto constatare i drammi provocati dalla guerra che con tanti morti e feriti nella popolazione civile non fa che accrescere l’odio e non consente di arrivare ad una soluzione del conflitto.
Siamo tutti d’accordo sulla necessità assoluta di arrestare il circolo vizioso della violenza e di sostituire una logica di pace alla logica di guerra e di terrore, che domina nella regione, ripristinando il dialogo tra le due parti, alle quali i delegati unanimi rivolgono un appello perché si blocchi la violenza e si avviino i due popoli a vivere liberi e in pace».
Dopo un commento positivo all’iniziativa del principe Abdallah dell’Arabia Saudita, il testo che sto citando continua con una comparazione analitica delle rispettive posizioni, palestinese e israeliana, ricercando le convergenze.
L’Unione interparlamentare ha caldeggiato l’idea di riunire in Egitto – il che è avvenuto pochi giorni dopo (il 12 aprile) a Sharm El Sheik – i presidenti delle Istituzioni parlamentari per impostare anche una iniziativa molto forte: la visita dei presidenti stessi sia a Gerusalemme che a Ramallah per un incontro collettivo con le due Assemblee. Era anche un mezzo elegante per sottolineare l’assurdità che l’Assemblea palestinese eletta da diciotto mesi non aveva avuto il permesso di riunirsi. Sintomo molto eloquente di anormalità.
La prima idea dell’incontro fu peraltro del presidente della Knesset: e questo è importante. Vorrei notare per incidens che quando si mette l’accento esclusivo sui morti civili si rischia un effetto diseducativo, cioè di sottovalutare l’obiettiva iniquità anche della morte di militari. In una riunione informale qui in Roma tra israeliani, palestinesi e giordani, la giovane madre di un soldato ebreo ucciso ha detto di aver chiesto al capo del governo, che era andato a presentarle le condoglianze: «Ci dovreste spiegare perché continuano queste morti». Non a caso movimenti femminili cominciano a muoversi in loco e sono riecheggiati in molte capitali. Occorre aiutarli a rimuovere una irrazionale convinzione esistente in ambedue i fronti: che sia possibile far fuori definitivamente la controparte. Credo che questo massimalismo sia alla base del fallimento di tutti i tentativi di soluzione.
Agli inizi, quando l’Onu dette vita alla istituzione dello Stato d’Israele e di uno Stato arabo, mentre ebbe immediato seguito il primo adempimento, gli arabi – a parte certe difficoltà obiettive di interpretazione – si attestarono sul rifiuto globale. Presero poi disastrose iniziative armate per bloccare Israele, ma hanno continuato a nutrire la segreta speranza di un ritorno indietro (non credo, certo, al protettorato inglese liberando la Palestina). Credo però folli tutti i disegni non transattivi.
Quando nel 1978 partecipai insieme a Forlani ministro degli Esteri a missioni distensive per allentare la reazione furiosa che vi era nei Paesi arabi contro l’accordo tra Israele e l’Egitto, andammo anche a Baghdad, e quel capo di Stato, il generale Bakr (ma l’uomo forte era già Saddam Hussein), per spiegare il loro punto di vista sulla illegittimità della presenza in Palestina degli ebrei non nativi immigrati da tutto il mondo, disse che era come se noi italiani accettassimo definitivamente la perdita delle città istriane e dalmate. Reputò ingenuità o machiavellismo la nostra risposta che dovevamo considerare superato il passato e inquadrare il presente nel rafforzamento e allargamento della Comunità europea.

Soldatesse israeliane portano via una colona nel corso dell’evacuazione forzata dell’insediamento abusivo di Havat Gilad, a sud di Nablus, ottobre 2002
Ma come si può realizzare il passaggio dalla coesistenza conflittuale odierna ad una convivenza pacifica attuando o completando gli Accordi di Oslo del 1993?
Un momento positivo sembrò quello degli incontri di Camp David nel luglio del 2000, sul cui fallimento le parti si sono palleggiate le responsabilità, in modo tuttora non chiaro.
Certamente il capitolo Gerusalemme era particolarmente difficile per gli israeliani, andando contro (come si dice in uno studio molto attento fatto dal nostro Senato) ad una tradizione molto avvertita e lasciando scoperti molti dei punti più sensibili della loro storia, cultura e società.
Come potrebbe essere oggi impostata una realistica soluzione del problema?
Nel passato io richiamai, sul Muro del pianto, il monito evangelico secondo il quale sono gli ammalati ad aver bisogno del medico. Quando erano gli ebrei ad aver bisogno di solidarietà e di amicizia era iniquo il tirarsi indietro. Ora erano i palestinesi ad aver necessità di cure e dovevamo essere insieme agli ebrei al loro capezzale. Ma in realtà oggi sono ambedue malati e l’immagine è superata.
Mentre una linea che ho più volte enunciata forse è impraticabile. Fino a che da ambo le parti non si dichiarerà formalmente che, qualunque atto terroristico avvenga, la trattativa di pace non sarà interrotta, saranno sempre determinanti (anzi in qualche modo stimolati) i disegni dei violenti. Con un sorriso amaro un amico di laggiù mi ha detto che anche lui, se vivesse a Roma, la penserebbe così.
Occorre quindi cercare altre strade, necessariamente graduali e inizialmente anche minime. Quali? Andrebbero prese due decisioni. Sarebbe stupendo se fosse raccolta una idea lanciata qui all’insegna del Volto di Cristo. I palestinesi dovrebbero rinunciare alla pregiudiziale formale del diritto al ritorno. Comprendo sentimentalmente il principio, ma chi può pensare che possa venire attuato nel suo complesso? Bisognerebbe invece che puntassero su un iniziale programma di sistemazione di un gruppo di rifugiati: ad esempio cominciando dai più disagiati, che sono in Libano o in Giordania. Sarebbe la prima tappa di un lungo itinerario. Ma occorre un corrispettivo: la chiusura di un certo numero di insediamenti di coloni, riconoscendo che la crescita di questi nuclei ha prodotto sempre difficoltà, pratiche e psicologiche. Va anzi detto che, sotto i leader israeliani classificati politicamente più larghi nelle loro posizioni politiche generali, gli insediamenti sono aumentati. Mistero!

Il funerale di un palestinese ucciso durante un’incursione di carri armati israeliani nella striscia di Gaza, nell’ottobre 2002
Non pretendo davvero di aver trovato la strada. È solo un contributo accorato di chi sente la gravità crescente di un conflitto micidiale e non si rassegna allo status quo. Sento spesso parlare di una conferenza ad hoc, ma a questo punto una conferenza non ha senso se non si concordano prima le linee di una soluzione positiva concreta. Su uno schema di gradualità ha lavorato di recente il ministro Shimon Peres, concordandolo informalmente con il presidente del Consiglio legislativo palestinese Ahmed Qrei. Vi si legge che gli Accordi di Oslo non hanno dato ai palestinesi l’indipendenza perché di fatto dipendono come prima dallo Stato di Israele. Il tentativo di metter fine al conflitto con immediatezza è fallito; e fallito è anche il disegno di rinunciare ai sogni. Due punti sensibili – Gerusalemme e i rifugiati – sono stati messi, secondo Peres, al centro dei negoziati in un momento in cui gli spiriti non erano pronti. Per questo occorre che un processo destinato a concordare uno statuto permanente dei territori palestinesi debba esser elaborato con previsioni di gradualità ma con tappe predeterminate con precisione.
La situazione presente – si aggiunge nel testo di Peres – esige un cambiamento radicale: il riconoscimento immediato di uno Stato palestinese, per rendere possibile un negoziato per lo statuto permanente, condotto tra uguali. Uno Stato palestinese darebbe maggiore responsabilità ai dirigenti (palestinesi) che non potrebbero più dire di non aver sufficiente autorità. Sarebbero anche obbligati a dar vita a regolari strutture governative con una precisa determinazione delle responsabilità ministeriali e amministrative.
Si dovrebbe partire da un preciso “cessate il fuoco”, con il coinvolgimento degli Stati Uniti (io penso anche di altri), tale da instaurare una reciproca fiducia tra le parti compreso l’impegno comune per la lotta al terrorismo. Per il momento, il reciproco riconoscimento dei due Stati (Israele e Palestina) sarebbe fondato sul territorio che è sotto controllo palestinese, totale o parziale. In seguito sarebbero sancite le frontiere permanenti secondo le note risoluzioni dell’Onu 242 e 398. Otto settimane dopo il cessate il fuoco inizierebbe – con un tempo massimo di un anno per concluderlo – il negoziato globale sulle frontiere, sui rifugiati, su Gerusalemme, sugli insediamenti, sulla sicurezza, sui problemi delle acque e sui rapporti con gli altri Stati.
Ci si può domandare se la linea Peres sia anche la linea di Sharon e del governo come tale. Comunque sviluppi concreti fino a questo momento non si sono avuti. Ogni giorno anzi si aggiungono nuovi motivi di preoccupazione. Martedì scorso, all’annuncio dell’arresto del gran muftì di Gerusalemme, ad esempio, forte fu il timore di una immediata reazione, in questa spirale ormai terrificante di violenza.
I riflettori posti prima sull’Afghanistan ed ora sull’Iraq, possono produrre anche un affievolimento dell’interesse generale sul Medio Oriente, ma sarebbe un gravissimo errore. Ricordiamo tutti l’impegno (preso a suo tempo) di risolvere il problema palestinese subito dopo restituito il Kuwait all’indipendenza. Fu uno dei punti politici essenziali nell’accordo per la guerra del Golfo. Purtroppo rimase inattuato. Oggi si lascia circolare una ripetizione di quella promessa, ma la credibilità è molto affievolita.
Nei giorni scorsi si è tenuto in Roma un solenne simposio celebrativo di santa Brigida che Giovanni Paolo II ha posto tra i patroni d’Europa. Nel 1371 santa Brigida, ormai da tempo residente in Roma donde faceva forti pressioni perché i papi rientrassero da Avignone, volle intraprendere un pellegrinaggio in Terra Santa. La cronaca delle sue giornate a Gerusalemme, Betlemme e altri luoghi della Palestina è molto attraente spiritualmente. Le “rivelazioni” di cui la santa beneficiò sul Calvario e sul Santo Sepolcro sono più che mai suggestive. Rileggerle giova a non perdere fiducia che finalmente la pace possa un giorno tornare in questi che giustamente sono chiamati Luoghi Santi.
Tornando per un momento indietro, già l’anno scorso ho ricordato gli sforzi fatti dal presidente Clinton al termine del suo mandato per una soluzione del problema. Cinque giorni di confronti serrati a Camp David non arrivarono a conclusione. E, nell’opinione di molti, per i palestinesi erano ipotesi così favorevoli, non avanzate prima e forse non più riproducibili. Perché Arafat non aderì? I suoi dissero che era convinto che Israele non avrebbe potuto mantenere gli impegni in quanto vi era una opposizione di destra che avrebbe defenestrato il coraggioso Barak. Ed in effetti al ritorno in patria il primo ministro dovette fronteggiare l’assalto della destra che gli rimproverava di avere ipotizzato l’accettazione delle concessioni proposte dagli Stati Uniti. Il governo Barak cadde e le elezioni dettero una schiacciante vittoria (1.600.000 voti contro 967.850) alla linea dura del Likud (personalizzata da Sharon). Si sperò tuttavia per un momento in una svolta positiva quando venne l’annuncio che il nuovo governo sarebbe stato di coalizione con i laburisti e con alcuni partiti religiosi (altri sono irremovibilmente ostili ad ogni dialogo). E si sperò che Peres ministro degli Esteri potesse compensare le asperità di Sharon. Ma così non è stato. Tuttavia a Peres si può accreditare, negli ultimi mesi, la piattaforma possibilista che ho prima ricordato.
A sua volta, nelle proposte del signor Tenet, capo della Cia, uno dei tanti missi dominici americani in Medio Oriente, si poneva – come condizione perché i palestinesi potessero accettare una tregua – che il governo israeliano congelasse ogni nuovo insediamento. Sharon non accettò e contrappose l’attuazione verificata di un impegno di Arafat a porre fine ad ogni atto di terrorismo, dopo di che, trascorso un congruo lasso di tempo, si sarebbero iniziate trattative sugli insediamenti. Nelle ultime ore, di ritorno da Washington, Sharon ha adombrato una ripresa di trattativa con una cadenza iniziale di tre anni e, questa volta, senza condizionarla all’assenza di attentati. Mi limito – ed era doveroso – ad accennarlo.
Tornando a Tenet, aveva ripreso uno dei punti del Piano Mitchell, l’illuminato senatore americano – di origine familiare libanese – che per primo aveva messo in chiaro l’ostacolo essenziale rappresentato dagli insediamenti.
L’anno scorso, attoniti dinanzi
a quel che era accaduto quaranta giorni prima alle Torri Gemelle
di New York, esprimemmo
la speranza che il moto
di solidarietà mondiale che si era creato in reazione potesse coinvolgere beneficamente anche la terra di Gesù.
Non solo questo non è avvenuto, ma vi
è stato anzi un continuo aggravarsi di agguati, di assassinii (civili e militari; uomini, donne e bambini), di tensioni, e si è inoltre di fronte alla accentuata decisione di metter fuori giuoco Arafat
Dopo un momento di grandi speranze è calato il silenzio anche sulla ricordata proposta saudita, molto importante perché fino a questo momento il Regno saudita si era tenuto piuttosto ai margini del problema. La proposta era questa: Israele riduca i suoi insediamenti a quelli che erano prima della Guerra dei sei giorni (1967) e tutti gli Stati arabi – quindi anche la Siria e l’Iraq – riconoscano Israele.Non solo il messaggio di Riyadh non è stato accolto, ma la situazione si è ulteriormente incattivita. Nel solo mese di marzo avvennero due eccidi, legati rispettivamente alla Pasqua ebraica e alla Pasqua cattolica. La reazione israeliana si snodava con un apparato bellico inesorabile, invadendo anche il campo di Jenin dove vegetano diecimila profughi palestinesi. È tuttora pendente la disputa su quanti morti vi siano stati in questa operazione. Del resto le cronache parlano ormai del Medio Oriente solo se il numero dei morti e feriti di una giornata supera le due cifre o se il soggetto colpito è un notabile: così avvenne l’anno scorso quando il 27 agosto i soldati di Israele uccisero il leader del Fronte popolare palestinese Mustafa Abu Alì e per rappresaglia fu assassinato il 17 ottobre il ministro Rehavam Zeevi, esponente dell’estrema destra. Per immediata controrappresaglia, l’armata uccise in un solo giorno quaranta palestinesi tra i quali due bambini ed una mamma di numerosa famiglia.
Mentre, perché l’opinione pubblica mondiale sia interessata, occorrono ormai – e purtroppo sono frequenti – i gesti suicidi di uomini – spesso fanciulli – che imbottiti di esplosivo provocano inauditi disastri. Tra questi si annovera la strage del 2 aprile in un centro commerciale di Gerusalemme, autrice una ragazza sedicenne.
Lo stesso giorno, temendo una contromossa, un gruppo di 140 guerriglieri palestinesi (uso questo termine, aggirando quelli contrapposti di terroristi e di partigiani) occupava a Betlemme la basilica della Natività.
L’emozione del mondo intero fu enorme.
Un fremito si ebbe nell’animo di milioni, forse di più, di miliardi di persone. Il messaggio di pace che da duemila anni parte dalla piccola città della Giudea rivolto a tutti gli uomini di buona volontà o, nella dizione più recente, a coloro che amano Gesù, si trovava di fronte ad una contraddizione drammatica. Su Betlemme, oasi cristiana in un alveo ostile sotto due matrici, si puntavano riflettori di ogni parte del mondo e l’esterno della basilica era sotto la ripresa di un numero enorme di radio e di televisioni; mentre i carri armati israeliani circondavano la basilica stessa ponendola sotto assedio per impedire la fuga dei rifugiati. Che la guerra fosse giunta alla soglia del luogo dove è nato Gesù Cristo non poteva – mi ripeto – non suscitare enorme emozione sul piano internazionale. Le due parti non recedevano dalle loro posizioni intransigenti. I rifugiati non intendevano arrendersi; i soldati israeliani non rimuovevano l’assedio. Quanto fossero disastrose le condizioni igieniche all’interno della basilica lo hanno mostrato le riprese televisive effettuate il giorno dopo la liberazione dei rifugiati. Notizie che filtravano dalla basilica fin dai primi giorni dell’assedio suscitavano apprensioni per la mancanza di cibo e di bevande. Ma i rifugiati e la comunità dei francescani sono riusciti a sopravvivere per 39 giorni. La diplomazia internazionale, sollecitata dagli accorati appelli di Giovanni Paolo II, è riuscita finalmente a far accettare un accordo alle due parti in base al quale il 10 maggio novanta civili palestinesi rifugiati hanno riacquistato subito la libertà; 26 persone considerate da Israele “terroristi minori” sono state trasferite a Gaza, e 13, classificate “terroristi radicali”, sono state esiliate in Paesi dell’Unione europea disponibili ad accoglierli. L’Italia ne sta ospitando tre.
Le cronache di quei giorni sono state ricche di colpi di scena anche nei riflessi in Italia di un alternarsi tra intransigenze e possibilità. Mentre gli organi ufficiali negavano coinvolgimenti, per le vie brevi si ebbero molte iniziative. Io stesso raccolsi un messaggio di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig (il Servizio missionario giovanile di Torino), a sua volta richiesto dal patriarca di Gerusalemme e da francescani della Terra Santa. Avvertii subito il ministro dell’Interno e caldeggiai la possibile accoglienza in Italia, appunto nell’arsenale di Torino, di un certo numero di palestinesi con tutte le garanzie necessarie. Salto la cronaca delle iniziative diplomatiche che seguirono con gli Stati Uniti, con l’Unione europea e con gli israeliani. Vi era una forte contrarietà in Italia, chiamandosi in causa inopportunamente il caso del terrorista curdo Ochalan. Finalmente, facendo tappa a Cipro, il nucleo di espulsi tra i liberati di Betlemme fu smistato; e l’Italia ne accettò tre, previa approvazione di un decreto legge di urgenza. È prevista la ospitalità per un anno.
Si è chiusa così la angosciante parentesi, fatto nuovissimo nella storia di una presenza francescana radicata nella cosiddetta custodia della Terra Santa.
Nel corso della tormentata vicenda ebbi un sollecito telefonico diretto anche dal padre francescano Ibrahim Faltas, deus ex machina dell’avventura betlemita. Dello stesso sta per uscire un diario, di cui ho potuto avere le bozze. Sotto la data del 2 aprile 2002 scrive:
«Ero appena addormentato quando è arrivato il parroco padre Amjad tutto agitato. Mi ha detto: “Guarda che sono entrati i palestinesi, sono tanti e sono armati. Cosa facciamo con loro?”.
Allora sono sceso. Erano veramente tanti, un centinaio, qualcuno giovanissimo. Avevano forzato la porta del chiostro di Santa Caterina che era chiusa. Era chiaro che non sarebbero stati disposti a uscire. C’erano bombardamenti, si sparava. Farli andare via sarebbe stato come mandarli a morire. Erano nervosi, ci siamo messi a parlare e si sono calmati. Mi sono fatto promettere che non avrebbero usato le armi. Qui mai nessuno deve sparare, da dentro e da fuori la Natività.
Proprio quella mattina, con padre Amjad avevamo preparato molto cibo da distribuire alla gente di Betlemme perché si sapeva che l’esercito israeliano stava entrando. In previsione di tempi duri, dal venerdì santo avevamo acquistato una discreta quantità di alimentari per dare conforto a chi sarebbe rimasto chiuso in casa. Quei viveri li abbiamo consegnati ai palestinesi e io ho dato loro pure una cinquantina di coperte perché faceva freddo quella notte.
Era molto tardi quando sono andato a letto. Mi addolorava questa situazione: la basilica violata con le armi. A rincuorarmi c’era il pensiero di non aver sbagliato. Io, ancor prima di essere un prete, sono un cristiano, ho il dovere di ospitare chi ha bisogno di rifugio, chi ha fame. Anche san Francesco accolse i ladroni che chiedevano rifugio e cibo. Pensavo: questa storia non sarà lunga, un giorno, due, massimo tre. Avevo paura più per quello che accadeva fuori dalle nostre mura, a Betlemme.
Il giorno successivo ho visitato i palestinesi e ho visto che nella notte erano aumentati. Gli israeliani non erano riusciti a bloccare tutti gli accessi e un altro gruppo consistente era entrato passando dal giardino degli ortodossi che ha la porta di fronte alla Grotta del Latte. Non so se e chi gli abbia aperto. Stavano tutti insieme tranquilli, stesi sul pavimento della basilica. Volevano altre coperte e gliele abbiamo date».
E così, ora per ora, il diario arriva al 10 maggio.
«Alle sette, finalmente, hanno iniziato a uscire i palestinesi. Padre Partenios, un monaco greco-ortodosso che non parla arabo, stava con i militari israeliani. Sulla Porta dell’Umiltà con la lista dei nomi c’era Frank Amin, ufficiale di collegamento per la zona di Betlemme. Comunicava attraverso il telefonino con il comandante degli israeliani, Ali Noor, che si trovava sul lato opposto della piazza con un’altra copia della lista. Io avevo il compito, su richiesta di entrambe le parti, di scortare i palestinesi uno per uno dalla Porta dell’Umiltà fino ai pullman dove li attendeva il loro capo militare Ahmed Aid. Dovevo passare ogni volta sotto il metal detector che avevano piazzato dinanzi alla porta.
Nei giorni precedenti mi ero abituato a far uscire feriti, malati e morti. Finalmente accompagnavo gente che se ne andava sulle proprie gambe.
Il primo è stato Abul Kassem Daoud. È un tipo silenzioso e in quei minuti mi è sembrato particolarmente serio. Mi ha ringraziato. Ma lo dico solo perché era il primo ad andarsene. Tutti uscendo hanno ringraziato per quanto noi frati avevamo fatto per loro. Dicevano: “Grazie Abuna, se abbiamo commesso qualche errore con voi perdonateci”.
In quel momento mi ha telefonato il nunzio apostolico: “Ti vedo in diretta alla Tv, allora sta finendo veramente?”».
Fin qui il drammatico racconto.

Le ombre dei soldati israeliani che ispezionano una macchina crivellata dai proiettili dei palestinesi vicino a Hebron, ottobre 2002
Non posso – anche se avevo avuto un impulso al riguardo – chiedere al cardinale Angelini di non inserire il tema della Palestina nel programma dell’anno prossimo o comunque di scegliere un relatore meno obbligatoriamente monotono. Il nostro animo per quel che accade – o non accade – in Medio Oriente continua ad essere profondamente triste. Sempre di più sono convinto che non saranno né le diplomazie né tanto meno i politici a trovare una soluzione. Ma dovranno pur un giorno raggiungere il risultato invocato le preghiere e i sacrifici di tante creature di Dio che non si rassegnano a perdere la speranza. Ampliando coraggiosamente i misteri del Rosario, il Santo Padre ci ha richiamato all’unico riarmo che potrà riacquistare e costruire la pace.
La lunga notte della Terra di Gesù dovrà pure un giorno aver termine.