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EDITORIALE
tratto dal n. 06 - 2001

In morte di Taviani



Giulio Andreotti


Milano, 1955. Nel decennale della liberazione, Paolo Emilio Taviani parla in piazza Duomo

Milano, 1955. Nel decennale della liberazione, Paolo Emilio Taviani parla in piazza Duomo

Il commiato religioso di Paolo Emilio Taviani, celebrato come era suo desiderio nella periferica chiesa romana di Santa Emerenziana e non in una delle basiliche che ospitano i “funerali di Stato”, ha fatto vivere momenti di grande commozione, in un misto armonico di solennità, di intimità familiare e di autentica comunità parrocchiale. E così era l’amico da cui ci congedavamo, dopo averlo visto a Palazzo Madama pochi giorni prima quando, per il privilegio dell’anzianità tra i presenti, aveva inaugurato la XIV legislatura repubblicana.
Apparteneva al nucleo di fucini e laureati cattolici che negli anni Quaranta corrisposero ad una vocazione politica prima inimmaginabile. De Gasperi ne apprezzò subito la sensibilità economica, l’attenzione ai problemi internazionali, la concretezza tutta genovese. Pur essendo un docente non venne catalogato tra i “professorini” che in effetti erano venuti su non alla scuola di Montini ma nell’Università Cattolica di padre Gemelli. Non esprimo giudizi comparativi, ma indico solo le sostanziali differenze. Peraltro in Taviani la missione pubblica era stata costruita su una personale partecipazione alla Resistenza coraggiosa, aperta, fortemente caratterizzante. Qualche volta scherzando gli dicevo che nella conversazione con lui erano certi tre argomenti: la Resistenza, Cristoforo Colombo e i problemi del sesso. Sotto quest’ultimo aspetto fu sempre non soltanto personalmente irreprensibile, ma molto severo con i personaggi che – forse anche per millantato credito – ritenevano conforme alla modernità le maglie larghe in materia per così dire di sesto e nono comandamento.
Nella Democrazia cristiana, dove ebbe anche la massima posizione di responsabilità, fu di una esemplare profondità e coerenza, rivendicando le caratteristiche sociali e la intransigenza istituzionale.
Sopra, Paolo Emilio Taviani, a sinistra, giura come ministro del governo Pella nelle mani del presidente della Repubblica Einaudi; sotto, Taviani, ministro della Difesa, durante una cerimonia militare negli anni Cinquanta

Sopra, Paolo Emilio Taviani, a sinistra, giura come ministro del governo Pella nelle mani del presidente della Repubblica Einaudi; sotto, Taviani, ministro della Difesa, durante una cerimonia militare negli anni Cinquanta

Tra le tante “carte Taviani” che in questo momento offrono spunti essenziali di ricordo, ne sottolineo tre. La prima riassume quanto disse al Consiglio nazionale del nostro partito nel settembre 1971. Delineò un ritorno al Centrismo dinamico respingendo le tentazioni di approccio verso la destra; e con non minore vigore teorizzando la necessità di amputare l’ala sinistra democristiana. Del resto su questa chiara linea aveva dettato poco prima articoli molto netti nel settimanale genovese Il Corriere del pomeriggio. Con l’occasione, rievocando con tristezza quello che era accaduto in Francia, scrisse: «O la Dc rimane una grande forza laica al centro dello schieramento politico o deperisce e si dissocia come è accaduto al Mrp. La Chiesa resta l’anima, ma la Chiesa lavora per i secoli e per i millenni: noi non possiamo fare altrettanto».
L’altro “ritaglio” è del febbraio 1996 in una intervista al Secolo XIX. Cito due frasi: «Non parliamo più di comunismo e fascismo: ora il pericolo è l’avanzata del thatcherismo»; «Il presidenzialismo è il progetto meno adatto per il popolo italiano».
Ed infine proprio su 30Giorni, nel numero di gennaio 1999, Taviani sintetizzò le linee guida della sua esperienza.
«Per capire le ragioni che portarono i democristiani, l’ala socialista di Saragat, i liberali e i repubblicani ad abbandonare la politica di neutralità e passare a una scelta di campo a favore dell’Occidente bisogna ripercorrere la storia di quegli anni:  l mondo che si divideva in due blocchi, la scomunica di Tito da parte dell’Unione Sovietica, l’esigenza di difendere la libertà e la pace da poco riconquistata».



Sul piano della cultura Taviani era concordemente ritenuto il più grande esperto di studi colombiani. Nell’America Latina i suoi libri sono testi universitari ed è stata sempre una ambizione degli atenei e delle accademie il poterlo avere ospite.
L’omaggio che anche la nostra stampa meno attenta ha reso in morte di Taviani è stato ampio e sentito. Mentre siamo tutti in attesa della pubblicazione delle sue memorie, di cui parlava spesso, riservando al “dopo” il chiarimento su punti critici della storia del dopoguerra. Certamente ne uscirà ancora più fulgida l’immagine dell’amico ora scomparso.


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