Home > Archivio > 06 - 2001 > Ero in carcere, mi avete visitato
REPORTAGE DA CARIACICA,...
tratto dal n. 06 - 2001

REPORTAGE DA UN CARCERE MINORILE BRASILIANO

Ero in carcere, mi avete visitato


Una giornata a Cariacica con un missionario comboniano. Più che una prigione questo è un lager per i meninos di vitória, città ricca e violenta


di Stefania Falasca


Cariacica. Hinterland di Vitória. Da qui non si vede il mare. Solo un edificio sbiadito contro un cielo azzurro. All’entrata una lunga iscrizione: «Unità d’integrazione sociale dell’istituto infanzia e adolescenza dello Stato dell’Espírito Santo». Non è una scuola, è un carcere. Il carcere di una delle più ricche e fiorenti città del Brasile, il carcere minorile di Vitória, la seconda città più violenta dell’intera America Latina, dopo Medellín, in Colombia.
Bambini nella scuola della Fondazione Oscar Romero, uno dei tre centri di assistenza e formazione dei minori realizzati da Saverio Paolillo, missionario comboniano, nella periferia di Vitória.

Bambini nella scuola della Fondazione Oscar Romero, uno dei tre centri di assistenza e formazione dei minori realizzati da Saverio Paolillo, missionario comboniano, nella periferia di Vitória.

A Cariacica arriviamo con padre Saverio; lo chiamano Xavier, è un missionario comboniano, responsabile della pastorale dei minori. Oggi è giovedì, il suo giorno di visita. Il direttore dell’istituto gli viene incontro. «Tudo bem, padre». «E la situazione come è oggi?». «Tudo tranqüilo». Dalle scale scende in fretta un colonnello dell’esercito. Il sacerdote non fatica molto a capire che non è affatto così, e con molta calma inizia a chiedere dei ragazzi. Parla con fermezza. Padre Saverio conosce bene questo sistema. Conosce bene la realtà miserabile e violenta da cui vengono questi ragazzi. Nella periferia di Vitória, dove vive, ha realizzato progetti a favore dei minori a rischio ed ha ottenuto la custodia dei ragazzi in libertà vigilata.
Il colloquio va avanti per quasi un’ora. Alla fine ottiene il permesso per entrare insieme agli altri della pastorale do menor, ma il permesso è limitato solo ai padiglioni più tranquilli. Dice che la situazione è molto critica, che nella notte c’è stato un tentativo di evasione nell’ala C.
Un “educatore”, così chiamano i secondini, ci fa strada. Un quadrato di erba alta e incolta è il cortile interno. Ci infiliamo in un lungo corridoio buio. Il caldo è asfissiante. Un pugno allo stomaco il fetore di liquami ed escrementi sparsi ovunque. Le celle sono luridi buchi neri ricavati dai muri. Mani di ragazzini sbucano da quei buchi, da sotto le sbarre. Corpi ammassati, seminudi. «C’è Xavier!», gridano appena lo vedono arrivare e si affollano contro le sbarre gettando fuori le braccia. Padre Saverio stringe tutte quelle mani. Li chiama uno per uno. Si ferma ad ogni cella. Alcune sono strapiene. Altre completamente vuote. Non c’è distinzione di età, di condizioni fisiche. Bambini di dodici anni stanno insieme a ragazzi di vent’anni. «Quanti siete qui?». «Siamo in dieci». «C’è un letto per ciascuno di voi?». «C’è n’è uno solo». «Siete usciti oggi?». «No. È una settimana che non ci fanno uscire per l’ora d’aria». «Voi siete in due. Dov’è José?». «L’hanno portato via…». «Perché?». «Non lo sappiamo…». «Padre, io sto male, mi fa male qui, vomito, ma loro non chiamano mai un dottore…». Il compagno lo strattona: «Togliti di mezzo Wilson! Fammi parlare… Senti, amico, siamo sempre più arrabbiati! Non abbiamo nulla da fare, tutto il giorno e tutta la notte chiusi in questo schifo!». Chiedono a padre Saverio notizie dei propri familiari. Spesso i familiari non sanno che i propri figli sono in carcere perché non vengono mai avvertiti dell’arresto.

Vite strappate
L’ala delle ragazze è separata dalle altre. Sono in quattordici in una cella di sei metri per sei senza finestre. Lucia ha quindici anni, è qui da quattro mesi, le braccia piene di tagli, è incinta. Ma le ragazze sono più determinate e spesso sono loro a capeggiare sommosse.
Oltre la parete si sente un incessante rumore sordo di colpi. In uno stretto corridoio chiuso da sbarre ci sono due ragazzi di colore, uno di loro ha al collo uno di quei rosari di plastica fosforescenti, lo mostra con orgoglio, ci tiene a dire che è un regalo di Xavier. È dentro per omicidio. Perché vi hanno isolati qui? «Perché non possiamo stare là» dicono indicando l’ala C. Sono marcados para morrer dai loro compagni, in caso di rivolta potrebbero essere presi in ostaggio dagli altri. Il soffitto della cella di fronte è pieno di macchie di sangue. Quelle dell’ultima rivolta.
Le rivolte a Cariacica scoppiano brutali, cruente. I ragazzi si uccidono tra di loro. Sono disposti a tutto pur di scappare. Dall’inizio dell’anno ne sono scoppiate sei. Una al mese. La fuga è una via per uscire dal terrore, da queste condizioni inumane. La ribellione è un grido disperato per riscattare dignità. Ma chi si ribella può perdere la vita o ricevere maggiori ritorsioni. «Durante quella di gennaio» dice padre Saverio «siamo riusciti ad evitare che i militari intervenissero. Qui non c’è, come a San Paolo, la tropa de choque, ma i metodi di repressione dell’esercito sono gli stessi. A febbraio ci sono stati tre morti e otto ragazzi sono stati brutalmente torturati. Dopo le denunce è venuto anche l’arcivescovo di Vitória. Nulla è cambiato. Non c’è volontà di cambiare le cose, solo così si spiega l’assurdo di queste situazioni fondate sull’illegalità, sulla violazione dei più elementari diritti umani con l’unico scopo di annientare ed eliminare».
Le drammatiche condizioni di vitanel carcere di Carandiru,nello Stato di San Paolo

Le drammatiche condizioni di vitanel carcere di Carandiru,nello Stato di San Paolo

La maggioranza di questi ragazzi è qui per furto, traffico di droga, rapina a mano armata e una piccola percentuale per omicidio e stupro. Ma il reato è una circostanza nella vita di questi ragazzi, abituati a vedere e a subire nient’altro che miseria e violenza, in una società profondamente ingiusta.
Rannicchiato in un cantuccio un ragazzino mulatto fissa il soffitto. Si chiama Creison. Creison ha quattordici anni. «Da quanto tempo sei qui?». «Sei mesi…». Creison non sa né leggere né scrivere. Non sa il nome del giudice che lo ha condannato, non sa per quanto tempo dovrà ancora rimanere qua dentro. «Qualcuno della tua famiglia ti viene a trovare?». «No. Non ho nessuno». Accetta di raccontarci la sua storia. «Mio padre vendeva frutti di mare. Quel giorno aveva guadagnato tanti soldi, trecento reais. Qualcuno però aveva visto che prendeva in mano quei soldi e lo aveva seguito. Alla sera eravamo a casa. Quegli uomini sono venuti armati e hanno ordinato a mio padre di dargli i soldi. Lui si è rifiutato allora gli hanno sparato addosso colpendolo alla gola. Prima di morire è riuscito ad aprire la finestra per farci scappare. Io sono uscito per primo, poi mia madre. Ma mentre saltava giù, quelli le hanno scaricato le armi addosso. Sono fuggito lontano, non avevo un posto dove andare, ho girato a lungo… avevo fame, tanta fame… ho cominciato a rubare poi a spacciare… un giorno mi hanno preso».
«A me i poliziotti m’hanno “battezzato”» interviene Nelson, seduto lì accanto. “Battezzato”… «Che vuol dire?». «Sì, m’hanno battezzato… eravamo al cimitero, perché io dormivo là. Una notte ero talmente “fatto” di acquaragia, ne avevo sniffata troppa, che mi sono sdraiato su una tomba e ho cominciato a pregare per quello che stava lì sotto. Per quello lì sotto, capisci?». Ride. «Sono venuti dei poliziotti e ci hanno picchiato, poi mi hanno versato addosso tutta l’acquaragia… ridevano come matti… “Adesso ti battezziamo”». Nelson ha disturbi mentali, non sa neanche perché è finito in carcere, non ricorda. «Ah sì» dice, «ho rubato dei ferri ad un meccanico».
«Xavier! Xavier!». Una voce fievole giunge da dietro un angolo della cella. Buttato per terra c’è un esile ragazzetto. Appena vede padre Saverio si apre in un debole sorriso… «Paulo, come stai?». Si china a terra per abbracciarlo. Non ha più i denti, la faccia e il torace sono pieni di ecchimosi, le braccia devastate da cicatrici di sigarette… Paulo è uno degli otto torturati denunciati da padre Saverio. «Hai rintracciato mia madre?» gli chiede. «No, Paulo, mi dispiace, non l’abbiamo ancora trovata…». Il ragazzino gli si aggrappa alle gambe… «Tirami fuori da qui, Xavier… e se non puoi, almeno fammi vedere mia madre…».
«Molte volte» dice padre Saverio, «di fronte a situazioni così terribili, davanti alle quali mi trovo impotente, sono tentato di mandare all’aria tutto. Ma anche se fosse per salvare una sola vita di questi ragazzi, vale la pena tentare».


Il tempo si è fermato a Dakau

Le urla e il rumore di colpi provenienti dall’ala C si fanno sempre più forti. Il concitato andirivieni di monitores, gli agenti di sicurezza, rende il clima sempre più teso. Saverio chiede di entrare nell’ala C. Il permesso gli viene ancora negato. Torna a parlare con il direttore. Ritorna. Dalle sbarre chiama quei ragazzi. A sentire la sua voce le urla si placano. Lo fanno entrare. Durante la notte sono riusciti a sfondare le pareti di tre celle, si sono uniti per tentare di scappare, avevano intenzione di prendere in ostaggio un agente. Dicono a padre Saverio che è da tre settimane che a loro viene negato di uscire al sole, tre settimane senza neanche un’ora d’aria e che nelle ultime notti degli agenti entravano ubriachi nelle loro celle. Intanto nelle ali A e B cominciano a protestare per il ritardo della razione del pranzo. «Niente cibo!» urla un monitor. «Niente cibo ho detto!». Ci costringono ad uscire. Padre Saverio ottiene di restare, lui solo. Si offre per evitare ancora una volta il peggio.
Ci fanno uscire in fretta e ci ritroviamo catapultati all’improvviso fuori dal buio. La luce intensa è una frustata per gli occhi e per un attimo ci sembra che quello lasciato alle nostre spalle sia solo un’allucinazione provocata da questo spietato sole tropicale. Fuori è l’aria, il tempo che scorre normale. A trecento metri dal carcere c’è una scuola privata. È l’ora di uscita, arriva un vociare festoso, si vedono i ragazzini, con le loro magliette colorate e i loro zainetti all’ultima moda, saltare in macchina. Da lì non si sentono queste grida. Nessuno vede oltre queste mura sbiadite dove il tempo si è fermato a Dakau. Davanti al cancello un militare di guardia fuma lento e impassibile la sua sigaretta. «Cos’è oggi? Non va bene alla pastorale do capeta?», dice rivolgendosi a quelli della pastorale. Capeta in portoghese è il diavolo. «Sono diavoli quelli là», continua, «e questo è il loro inferno e se continuano a comportarsi male vengono puniti come meritano». «Dicono sempre così», commenta una donna della pastorale, «ma anche loro sono vittime di questo sistema perverso». Dal portone del carcere esce il colonello dell’esercito. Arriva una camionetta militare. Gli amici di padre Saverio temono che le trattative non siano andate per il verso giusto. I militari scendono armati di lunghe mazze di legno scheggiato. Pronti a risolvere in fretta, come sanno, contro un pugno di ragazzi. Entrano.
ýinalmente dopo due ore di attesa lo vediamo uscire. È riuscito ad ottenere che i ragazzi coinvolti nel tentativo di fuga fossero spostati, ammanettati, davanti ai suoi occhi, in altre celle, senza che all’operazione intervenisse la polizia militare. Un sospiro di sollievo. Prima di andar via raccomanda ai suoi amici di restare ancora un po’ perché si assicurino che tutti i militari escano fuori dal carcere, che nessuno tocchi i ragazzi. Ma per quanto ancora?…
Padre Saverio sale in macchina senza una parola. Torniamo. Il sole è ora una palla rossa in fondo alla strada. Xavier resta in silenzio. E in silenzio sgrana una coroncina di legno guardando fisso l’orizzonte. I suoi ragazzi sono là… ora che la notte scende. Un’altra notte di braccia tese nel buio, un’altra notte ancora negli occhi di Paulo, un’altra notte negli occhi di Creison… Mio padre vendeva frutti di mare…


Español English Français Deutsch Português