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REPORTAGE DA CARIACICA,...
tratto dal n. 06 - 2001

I MISSIONARI CATTOLICI NELLE PRIGIONI BRASILIANE PIÙ A RISCHIO

I dannati di Carandiru


Le rivolte hanno portato all’attenzione del mondo la situazione delle carceri brasiliane, in cui i detenuti vivono e muoiono in pochi centimetri quadrati. Con l’incubo delle bande criminali e dell’intervento dei corpi speciali.


di Stefania Falasca


Il 20 febbraio scorso si è conclusa con un bilancio di 15 morti e centinaia di feriti la megaribellione scoppiata nel Carandiru, la struttura penitenziaria più grande dell’America Latina. Una megaribellione che aveva coinvolto contemporaneamente 28mila reclusi di 29 istituti carcerari dello Stato di San Paolo, capeggiata dal Primeiro comando da capital (Pcc), l’organizzazione malavitosa che controlla le prigioni pauliste. Le immagini di quella sommossa sedata nell’inferno del Carandiru, con migliaia di carcerati stesi in fila nel cortile, legati per i polsi e denudati, hanno fatto il giro del mondo. Resterà nelle cronache come la più grande rivolta carceraria della storia. Ma questa rivolta ha soprattutto ricordato al mondo le condizioni nelle quali vivono i reclusi delle carceri brasiliane.
Immagini del carcere di Carandiru, San Paolo, definito da una commissione parlamentare brasiliana «la reinvenzione dell’inferno»

Immagini del carcere di Carandiru, San Paolo, definito da una commissione parlamentare brasiliana «la reinvenzione dell’inferno»

Lo scorso anno l’organizzazione non governativa Human Rigth Watch, autorizzata dall’Onu, ha realizzato una ricerca in 70 Paesi. Il documento redatto dall’ong cita nove Paesi dove si riscontrano le peggiori condizioni carcerarie. Il Brasile, l’ottava potenza economica del mondo, è ai primi posti insieme ad Azerbaigian, Uzbekistan, Turchia.
Sono 240mila, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Instituto brasileiro de geografia e estatística, i detenuti nei penitenziari brasiliani. La capacità massima complessiva delle strutture esistenti è di 170mila ospiti. Il 40 per cento dell’intera popolazione carceraria si concentra nello Stato di San Paolo, dove il numero degli arrestati è cresciuto ad un ritmo del 50 per cento negli ultimi cinque anni. Il complesso del Carandiru, che ha una capacità massima di 3.500 detenuti, ne contiene quasi 12mila. Il sovraffollamento è impressionante. Ogni uomo vive in 50 centimetri quadrati. Li chiamano morcegos, pipistrelli, dormono appesi alle sbarre. Uomini senza spazio e senza diritti. Uomini “ammucchiati”, con le carni martoriate dalle infezioni, dalla scabbia, dalle micosi, dalla lebbra. Nel ’94, secondo statistiche nazionali, c’erano 45mila casi di tubercolosi nei presidi di San Paolo, 25mila di aids, di cui circa 3mila in stato conclamato. I dati si fermano al ’94. L’assistenza medica è quasi del tutto inesistente. Sono solo 320 i posti-letto per i malati detenuti nei 43 istituti penitenziari dello Stato di San Paolo.
La legge brasiliana dice che i prigionieri dovrebbero essere separati in relazione ai crimini commessi. Ma chi è dentro per reato di furto vive a fianco di un omicida recidivo. Gli articoli 12 e 13 del Codice di esecuzione penale dicono che lo Stato deve fornire alimentazione, vestiario, adeguate installazioni igieniche. Al Carandiru l’acqua è un beneficio di pochi e le latrine sono state trasformate in celle. Lo chiamano jumbo e significa “pacco di alimento”. Tutti lo aspettano. In genere sono le famiglie che lo inviano ai carcerati, pagando tangenti ai secondini. La corruzione tra i funzionari è altissima. Nonostante tutto, ogni detenuto costa allo Stato 800 reais (circa 800mila lire) al mese.
I segregati del Carandiru vedono la luce del sole due volte alla settimana. Non è praticata nessuna attività. La legge prevede l’alfabetizzazione, tuttavia l’87 per cento dei detenuti non ha terminato la scuola elementare o è completamente analfabeta.
Uomini abbandonati, dimenticati, lasciati morire nelle celle con i propri escrementi. In media un accusato resta in carcere quattro anni prima di ricevere la sentenza. La maggioranza non ha mai letto i capi di accusa. Le confessioni sono estorte spesso con la tortura. In un rapporto divulgato dal Movimento nacional dos direitos humanos, si dichiara che solo il 10 per cento dei casi di tortura diventano pubblici.

Paura, follia, suicidi, violenza. Dentro un presidio come il Carandiru il rischio di essere assassinati è dieci volte maggiore che nella regione più violenta del mondo. Lo Stato ha perso il controllo di queste strutture ormai allo sbando. E questo vuoto di potere è stato occupato da altre organizzazioni.
La chiamano faxina, è la mafia dei detenuti, rispettata fino alla morte, e la sua legge è l’unica che viene rigorosamente applicata. È la faxina ad esercitare il controllo dei prigionieri, a gestire traffici ed affari. Mercati illegali. Pagando, un carcerato può ottenere tutto, dalla protezione ai telefoni cellulari, dalle armi ad ogni tipo di droga.
Una commissione parlamentare ha definito il Carandiru la «reinvenzione dell’inferno». In questo inferno si calano quotidianamente un pugno di missionari, di sacerdoti cattolici. I missionari sono gli unici a conoscere realmente ciò che esiste all’interno di queste prigioni e spesso solo loro rappresentano un riferimento, uno spiraglio per molti di questi segregati. Aloís Gunther è uno di questi, è il coordinatore della Pastorale carceraria di San Paolo. Visita i carcerati del Carandiru dal 1995. Per sua iniziativa, la Pastorale carceraria ha inoltrato un dossier all’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, in cui sono state raccolte denunce di torture, di soprusi attuati verso detenuti in attesa di giudizio. È stato anche grazie alla presenza e all’intervento di questi sacerdoti, se la grande ribellione di febbraio non è stata soffocata in un bagno di sangue come quella del ’92, dove l’irruzione e la repressione attuata dalla polizia militare aveva provocato (ufficialmente) la morte di 111 detenuti. A fine giugno, per quel massacro, il Tribunale di San Paolo ha condannato alla pena complessiva di 635 anni di carcere il colonnello Ubiratan Guimaraes, ex capo della polizia.
«La rivolta di febbraio» dice padre Gunther «per la forma in cui è stata attuata non ha precedenti, i rivoltosi non chiedevano condizioni migliori, sono insorti contro il trasferimento degli uomini della cupola di Primeiro comando da capital. I detenuti sono totalmente in balìa di queste organizzazioni legate al narcotraffico, che dal carcere controllano e gestiscono la vita nelle grandi favelas e non solo. È un 10 per cento di prigioneri che esercita il potere di vita e di morte sugli altri prigionieri, un 10 per cento che terrorizza il 90 per cento dei reclusi. A Rio de Janeiro si chiamano Comando vermelho e Terceiro comando. Sono organizzazioni che fanno paura allo Stato. Uno Stato nello Stato». Eles tomaram o poder, «loro hanno preso il potere», avevano titolato i giornali brasiliani all’indomani della rivolta, scrivendo come questa organizzazione sia il «segnale di allerta di un sistema fallito, corrotto e pericoloso». «Ma non c’è bisogno di aspettare» commenta padre Gunther, «siamo già Colombia».
Un incubo chiamato Febem
Di questo sistema «fallito, corrotto e pericoloso» fanno parte anche i detenuti adolescenti. Ma se la realtà delle carceri minorili è per certi aspetti diversa rispetto a quella degli adulti, per altri è senza dubbio peggiore.
Sono circa 9mila gli adolescenti privati della libertà in tutto il Brasile. Un numero considerevolmente inferiore rispetto alla popolazione carceraria degli adulti. La maggioranza si concentra, ancora una volta, nello Stato di San Paolo, dove gli arresti sono aumentati in questi ultimi anni. Attualmente i reclusi, in questo Stato, sono 4mila, distribuiti in 25 istituti; ogni istituto può contenerne un numero ridotto (al massimo un centinaio). L’età media degli internati va dai 14 ai 17 anni. I reati connessi al narcotraffico rappresentano l’80 per cento dei casi. Eppure in Brasile, le carceri minorili in quanto tali, non dovrebbero esistere, non sono previste dall’attuale ordinamento legislativo.
«Nel giugno del 1990 in Brasile è stata varata una legge per la protezione dei bambini e degli adolescenti. Si chiama Eca (Estatuto da criança e do adolescente)» spiega l’avvocato Valdênia Paulino, fondatrice del Centro di difesa dei diritti dei minori a San Paolo. «È una delle leggi esistenti meglio articolate, per quanto concerne la tutela dei minori, sicuramente la più avanzata al mondo».

In Brasile, i minori, fino all’età di 18 anni, non sono perseguibili. Tuttavia, a partire dai 12 anni fino alla maggiore età, se un adolescente commette un reato, questa legge prevede l’applicazione di determinate misure. «Sono tutte misure socioeducative, non pene» afferma la fondatrice del Centro. «La prima di queste misure è la remissione o perdono giudiziario, nel caso di infrazioni (reati) di lieve entità; la seconda è la prestazione di un servizio presso comunità o istituzioni pubbliche; la terza è la restituzione o la riparazione del danno; la quarta è la libertà vigilata; la quinta è la privazione della libertà da attuarsi non presso degli istituti penitenziari ma in unità, in centri appositamente studiati per la reintegrazione sociale dei soggetti. Quest’ultima misura può essere attuata solo in casi eccezionali, nei confronti di adolescenti che possono costituire provvisoriamente una minaccia per la società. Tali unità devono pertanto rispondere a due principi fondamentali: primo, il rispetto della situazione propria dell’adolescente come persona in processo di sviluppo sia fisico sia psicologico; secondo, la brevità. La privazione della libertà non deve superare i tre anni. La legge inoltre» spiega ancora l’avvocato Valdênia Paulino «elenca con estrema puntualità i criteri e le modalità su cui devono basarsi queste unità: dalla separazione dei soggetti in base all’età, allo sviluppo fisico e alla gravità dell’infrazione commessa, fino alle attività pedagogiche, ricreative e scolastiche e alle condizioni necessarie per un’integrità fisica e psichica dei soggetti. Le unità attualmente esistenti non rispondono a nessuna di queste caratteristiche. Sono totalmente fuorilegge. Lo Statuto del bambino e dell’adolescente» conclude «non è mai stato applicato».
Nello Stato di San Paolo queste “unità”, che si chiamano Febem (Fundação estadual para o bem-estar do menor), di legale hanno solo il nome.
«Sono veri e propri campi di concentramento. Luoghi di segregazione dove non solo la legge non viene rispettata, ma migliaia di giovani esseri umani sono tenuti come animali, sottoposti quotidianamente a sevizie e torture di ogni tipo» afferma Giovanni Munari, direttore della rivista missionaria Sem Fronteiras. L’otto marzo scorso, Saulo Castro de Abreu Filho, attuale presidente della Febem, ha rilasciato un’intervista sulla Folha de São Paulo (il quotidiano più diffuso in Brasile) in cui ha ammesso l’uso della tortura su minori reclusi in almeno 300 casi, dall’ottobre del 1999 al dicembre 2000. Nell’intervista gli viene chiesto di spiegare le ragioni di questa violenza nei confronti di ragazzi posti sotto la tutela dello Stato. La risposta è la seguente: «Sono adolescenti che hanno una propensione alla aggressività e di conseguenza vengono trattati in modo aggressivo. È un fatto. Quando una persona comincia a convivere quotidianamente con questo fatto, comincia anche ad accettare la tortura. A Parelheiros (una delle unità della Febem) un medico mi ha riferito che ai meninos erano state praticate sevizie di ogni tipo, aggressioni di ogni tipo, bambini con genitali bruciati dal fuoco. [...] È più o meno come un soldato della polizia militare che si sente legittimato a uccidere i bambini di strada. Che dire, questi comincia ad avere un sentimento che sta lì per risolvere, incomincia a pensare che ha una forza che sta in cima a qualunque cosa, una forza per sopprimere...». Una confessione sconcertante che si conclude con una sentenza altrettanto sconcertante: «Foi tudo arquivado, è stato tutto archiviato». I familiari delle vittime, in genere persone molto povere, hanno paura di avanzare denunce. Le minacce, le ritorsioni si allargano anche a loro. Il terrore è regime e l’orrore è documentato dai gruppi e dai sacerdoti della Pastorale dei minori che entrano in queste unità.

«Nella Febem» afferma padre Júlio Lancelotti, responsabile della Pastorale do menor dell’arcidiocesi di San Paolo, «i ragazzi sono totalmente in balìa degli agenti di custodia. Non c’è la faxina come nel carcere degli adulti perché qui i giovani reclusi non possono organizzarsi. Il tempo di reclusione degli adolescenti è in media di otto mesi, c’è quindi una mobilità maggiore, ma soprattutto maggiore controllabilità». A Franco da Rocha, una unità della grande San Paolo, ci sono 250 agenti di custodia per 400 ragazzi. Gli agenti hanno disturbi mentali, fanno uso di droghe o sono alcolizzati. Praticano ordinariamente abusi ed atrocità sugli adolescenti. Le ribellioni, i tentativi di fuga sono frequenti.

La tropa de choque
Quando scoppia una rivolta, per reprimerla interviene un corpo speciale dell’esercito, si chiama tropa de choque. I metodi sono quelli delle S.S. Ninjas, così chiamano questi militari i ragazzi. La tropa de choque ha lo scopo di annientare e uccidere. Non si conosce il numero delle vittime provocate dalle loro incursioni negli ultimi anni. I dati non sono stati pubblicati. Le testimonianze sono agghiaccianti. «Lo scorso anno» racconta padre Lancelotti «la tropa de choque è entrata a Parelheiros, ha fatto denudare e stendere per terra sui vetri rotti i ragazzi, i militari hanno calpestato quei corpi correndoci sopra, poi li hanno chiusi dentro ed hanno appiccato il fuoco. Era il giorno di Natale. Quando escono, se escono vivi dalla Febem» dice ancora Lancelotti «sono persone devastate, nell’anima e nel corpo, persone ridotte a larve o totalmente pazze. È molto difficile recuperarle». Padre Lancelotti lavora nella Pastorale do menor da 29 anni, è noto in Brasile per la difesa di questi ragazzi. Il marzo scorso è stato aggredito dagli agenti dell’unità di Franco da Rocha, in seguito ad una ribellione durante la quale era stato chiamato nel tentativo di operare una trattativa. Gli agenti gli hanno strappato la croce dal petto e lo hanno picchiato. A maggio un altro sacerdote è stato picchiato in un’altra unità. La situazione è destinata a peggiorare.

Di recente la Camera dei deputati ha proposto la riduzione dell’età dell’imputabilità penale da 18 a 16 anni. L’opinione pubblica brasiliana preme affinché si argini il clima di violenza nella società e tende a criminalizzare gli adolescenti autori di reati, per stroncare alla base questa violenza. «Ma nessuno mette la responsabilità della situazione di questi ragazzi, sullo Stato, sulla società, sulla famiglia» afferma Renato Chiera, un missionario italiano che lavora tra i ragazzi di strada nell’estrema periferia di Rio de Janerio. «Non si può comprendere questo clima di violenza senza considerare la realtà sociale di questo Paese, senza considerare il grave divario economico che ne è alla base» afferma il sacerdote. Il Brasile infatti è un Paese avanzato e opulento alla cui ricchezza tuttavia può accedere solo il 20 per cento della popolazione, contro 40 milioni di persone (tanti quanto l’intera Argentina) che vivono al di sotto della soglia minima di sopravvivenza. È un Paese dove Manhattan e India convivono contemporaneamente, dove la politica sociale è quasi inesistente. Lo scorso anno il governo brasiliano ha stanziato solo 7 miliardi di reais per l’istruzione. «Questo grave squilibrio economico è alla base dell’ingiustizia sociale e l’ingiustizia sociale è la causa prima della violenza» spiega ancora Chiera. «Si vuole reprimere la violenza con la violenza, secondo il modello americano. Ma questo non ha ottenuto risultati. Anzi. Si vuole colpevolizzare i bambini, gli adolescenti, si vuole criminalizzarli, ma i ragazzi sono solo il frutto di queste contraddizioni. Si vuole abbassare l’età dell’imputabilità penale, ma allora si dovrebbe abbassarla non a 16 ma a 6, 5 anni, perché è a questa età che i bambini delle favelas, delle grandi, miserabili periferie metropolitane, vengono adescati nel traffico di droga, che rappresenta l’unica possibilità per sfuggire alla fame e alla miseria. Si negano così a milioni di bambini non solo i diritti fondamentali, ma le condizioni minime per l’esistenza, si nega l’essenziale e poi vengono eliminati come topi di fogna». Renato Chiera ha creato asili e scuole di specializzazione, case-famiglia per i bambini di strada e molti di loro che erano considerati irrecuperabili ora vanno persino all’università. «Un’alternativa non è impossibile» conclude. «Una strada c’è, ma questo non interessa a nessuno, di questo si tace».


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