Le tre cose essenziali
Continua il dialogo con i cardinali, iniziato dopo il Concistoro di maggio. In questa intervista Ivan Dias, arcivescovo di Bombay, parla della realtà della Chiesa in India, distinta per diversità di culture e unita dall’eucarestia, dalla devozione alla Madonna e dalla fede di Pietro
di Giovanni Cubeddu

Il cardinale Ivan Dias
Da parte sua il pastore di Bombay affida se stesso e il suo popolo a Gesù eucaristico e alla Madonna, raccomanda quando è opportuno di cantare canti gregoriani, come la Missa de Angelis e la Salve Regina, perché «è la bellezza che invita alla preghiera».
Abbiamo incontrato il cardinale Dias durante uno dei suoi soggiorni romani, a seguito dell’ultimo Concistoro. Il colloquio inizia da lì.
IVAN DIAS: Per me il Concistoro è stata la prima occasione di incontrare un gran numero di cardinali tutti insieme, anche qualcuno molto anziano. È stata un’esperienza di fratellanza e di ricerca, assieme al Santo Padre, d’una comune visione sulla Chiesa del terzo millennio. La lettera del Papa Novo millennio ineunte è stata la base dei nostri scambi di vedute, e tutti ci siamo ritrovati d’accordo sulle linee indicateci dal Papa: la chiamata universale alla santità (che il mondo di oggi, specialmente quello giovanile, tende sempre più a dimenticare), e una spiritualità di comunione che dovrebbe spingerci ad uscire dal nostro “cenacolo” a testimoniare la nostra fede nelle famiglie, in parrocchia, nella diocesi, nel dialogo ecumenico ed interreligioso, nella società e nei rapporti con la natura. Questo significa essere sale della terra e luce del mondo, così ce l’ha insegnato Gesù e perciò ci ha dato lo Spirito Santo.
Il cardinale Danneels ha detto recentemente: «I sacramenti rischiano di non essere più il punto di gravità della vita pastorale cattolica, sospinti alla periferia dell’apparato ecclesiale».
DIAS: Ha ragione il cardinale Danneels, anche se non dobbiamo generalizzare. In alcuni luoghi è stata forse sminuita la presentazione della liturgia come cosa sacra. Può darsi che qualche sacerdote “fa le cose sacre” senza mostrare quel senso di meraviglia e di ammirazione che si addice a chi è al cospetto di Dio, come Mosé davanti al roveto ardente. Alcuni fedeli partecipano alla messa e cantano gli inni con impegno, ma come se non fossero consci del grande mistero che si celebra attorno alla presenza reale di Gesù eucaristico.
Se il sacro non traspare nella celebrazione dei sacramenti, la liturgia viene ridotta a riti: belli, cantati, celebrati magari con solennità e dignità, ma sempre riti. Alla fine anche i fedeli si accorgono che il prete sta recitando formule, ma non sentono che egli è mediatore tra Dio e gli uomini. Vi è chi dice che l’aver assolutizzato l’uso liturgico delle lingue moderne abbia contribuito alquanto a ridurre il senso del sacro nella messa. Tale opinione si può discutere. Molto comunque dipende dal contegno del sacerdote e dalla preparazione dei fedeli.

Cattolici indiani durante una cerimonia religiosa
DIAS: L’idea fondamentale della collegialità è chiara ed accettata da tutti: questa è la Chiesa che ci ha lasciato Gesù. Nell’ultima cena Egli ha costituito il primo collegio dei vescovi negli apostoli, con Pietro a capo di questa collegialità. I vescovi sono successori degli apostoli in quel collegio e devono pertanto operare cum et sub il successore di Pietro, il papa. Il Concilio Vaticano II ha messo più in risalto tale senso di collegialità dei vescovi. Talvolta ci può essere qualche problema nel modo di attuare la collegialità. La Chiesa è una famiglia dove ogni membro ha un suo ruolo specifico e dove l’unità deve spiccare nella diversità. È naturale che vi siano dei problemi interpersonali in una famiglia. In India siamo 153 vescovi tra diocesani, ausiliari ed emeriti: vi sono ben quattro conferenze episcopali, una per ciascuno dei tre riti cattolici presenti nel Paese, più una “assemblea” che le raggruppa tutte e tre. È possibile che non tutti i vescovi vedano le cose allo stesso modo, e ciononostante manteniamo l’unione tra noi sull’essenziale, compresa la comunione con Roma: ciò fa parte della nostra identità cattolica. Tra i vescovi c’è un ottimo spirito di fratellanza ed è bello ascoltare i pareri diversi dei confratelli. La nostra prima urgenza è il servizio pastorale del nostro popolo composto da una varietà di culture, lingue ed etnie. Personalmente, non ho trovato nessuna difficoltà per quanto riguardava la collegialità né in India né nei vari Paesi dove ho avuto l’onore di essere nunzio apostolico. Dunque la collegialità per noi non è un problema. In India la distanza con la Chiesa di Roma non la prendono i vescovi, ma forse altri…
Chi?
DIAS: I teologi. Non tutti, ma quelli simpatizzanti con una certa interpretazione della cosiddetta “teologia contestuale”, che peraltro non è neanche un’idea originale indiana. Essi basano le loro tesi o teorie non sulla Rivelazione divina né sul magistero ecclesiale, ma sul contesto storico e sociale locale, dando così il via al relativismo teologico. Per questi teologi, ad esempio, Gesù non è l’unico salvatore né la via, verità e vita per tutti gli uomini; Egli è considerato invece alla pari con i fondatori di altre religioni, come Maometto, Buddha… Affermano inoltre che i dogmi cattolici vanno valutati alla luce del contesto culturale indiano, quindi relativizzati, come succedeva anni fa sul piano della morale con “l’etica della situazione”. In quest’ottica non avrebbe più urgenza il mandato di “missione” datoci da Gesù, perché i non cristiani possono salvarsi con i propri mezzi. A costoro ha risposto la Dominus Iesus, ma già prima aveva risposto la sana indolenza del nostro popolo cristiano, cui quelle disquisizioni dottrinali dei teologi non dicono proprio nulla. La preoccupazione dei vescovi indiani è piuttosto per i professori dei seminari, poiché a quel livello certe tesi possono nuocere alla sana formazione teologica dei futuri sacerdoti.
Del resto, non solo l’India deve avvedersi dei pericoli di tali teologie moderne.
Che cosa è stato importante nella sua vocazione e tuttora nella sua fede?
DIAS: Per me, è stata la Madonna che mi ha attirato e afferrato… c’è la sua immagine anche sul mio anello episcopale. Inoltre, c’è stata la vita cristiana vissuta con impegno nella mia famiglia: i miei genitori mi hanno dato l’esempio da cui io sto ancora traendo benefici per la mia vita e la mia fede. Loro mi hanno fatto conoscere Maria come madre e maestra: essa era al centro della nostra famiglia ed era venerata con la recita in comune del santo Rosario ogni sera. Come accadeva in tante famiglie indiane, ogni giorno andavamo a messa con la mamma. Ciò da noi non fa notizia, perché è normale che una famiglia quotidianamente si avvicini all’eucarestia. Anche oggi le nostre messe feriali nelle parrocchie sono molto frequentate.
Cosa direbbe innanzitutto, a chi non la conosce, della Chiesa in India?
DIAS: La Chiesa in India è variopinta, data la diversità di culture e di etnie che la distinguono. Per cui sarebbe difficile dare un’accurata descrizione di essa nella sua totalità. Posso parlare invece dell’arcidiocesi di Bombay che conosco più da vicino. La Chiesa lì è molto dinamica e centrata sui sacramenti e sulla Madonna. Ci sono molte associazioni cattoliche, movimenti e comunità ecclesiali. Il laicato è sempre più impegnato nelle opere sociali ed umanitarie ed è incoraggiato ad esercitare ministeri permanenti nella Chiesa. Come dicevo poco innanzi, anche le messe feriali sono molto frequentate. Molti fedeli si accostano al sacramento della penitenza regolarmente, mentre per le feste di Natale e Pasqua le file sono interminabili. Vi sono molti ministri straordinari che portano la santa comunione ai malati nelle proprie case, assistono i sacerdoti il mercoledì delle ceneri o per dare la benedizione della gola in febbraio per san Biagio: in qualche parrocchia si tratta di circa quindicimila persone! La cattedrale di Bombay si trova nella zona degli uffici e ogni giorno alle ore tredici e quindici c’è una messa affollatissima. La gente che lavora negli uffici intorno approfitta dell’ora di pausa per il pranzo, dall’una alle due, per andare in chiesa per la santa messa e poi fa uno spuntino prima di ritornare al lavoro. E l’afflusso alla santa messa è così grande per il primo venerdì di ogni mese che qualche ufficio o albergo, i cui capi non sono cristiani, offre i propri locali al sacerdote per celebrare la messa per i suoi dipendenti cattolici… In tre quarti delle 115 parrocchie di Bombay vi sono cappelle d’adorazione al Santissimo aperte dalla mattina alla sera e visitate da molte persone durante tutta la giornata. In parecchie chiese ci sono veglie notturne di preghiera ogni mese. Una volta all’anno c’è una processione penitenziale: migliaia di fedeli camminano tutta la notte a piedi per quindici chilometri per giungere al santuario della Madonna sul Monte a Bandra. Il popolo cattolico ha davvero una fede viva e contagiosa.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica nell’India tutta intera, vi sono oggi 23mila sacerdoti diocesani e religiosi e 80mila suore e fratelli religiosi. Le vocazioni abbondano: i seminaristi maggiori sono circa settemila. Oggi molti preti e religiose svolgono l’opera pastorale in Africa, nelle Americhe e in Europa. Certo, non siamo esenti dalla secolarizzazione che invade un po’ dappertutto: ce ne stiamo accorgendo sempre più e questo preoccupa non poco i vescovi del Paese.

Nuova Delhi, novembre 1999. Vescovi indiani assistono alla messa del Papa
DIAS: Ci sono sei case, quattro femminili e due maschili, che accolgono i lebbrosi, i senzatetto e i moribondi di una città che conta dodici milioni di persone, diciotto se consideriamo la diocesi tutta intera. Guardando le opere delle suorine e dei figli spirituali di Madre Teresa si rivive la presenza e la testimonianza di carità di quella religiosa che è stata un faro per tutti, cristiani, indù, musulmani, tutti… e tutti insieme gioiremo quando lei sarà portata alla gloria degli altari. L’arcidiocesi di Calcutta, dove c’è la casa madre delle suore fondate da Madre Teresa, sta finendo il processo canonico diocesano, che poi sarà esaminato a Roma. Ma il popolo l’ha già canonizzata perché in ogni suo gesto traspariva l’amore di un Dio misericordioso.
Recentemente don Giussani commentando la giaculatoria Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam ha detto che la Madonna «è quasi un segno sacramentale della bellezza per cui Dio ha fatto il mondo».
DIAS: Maria è il più bel mondo che Dio abbia mai creato, diceva san Luigi Maria di Montfort: «Dio ha riunito tutte le acque e le ha chiamate mare, ha riunito tutte le grazie e le ha chiamate Maria». E aggiungeva: «Maria è la bussola che punta sempre verso Gesù… è la calamita che attira lo Spirito Santo». L’amore alla Madonna è di tutta l’India. Del resto, tale devozione fa parte della “terna” che professiamo e che distingue la nostra fede cattolica, cioè: Gesù, Maria e il papa.
Penso a un episodio accaduto a Nagasaki in Giappone 150 anni or sono. La Chiesa fioriva in quella regione durante la predicazione di san Francesco Saverio, oltre 400 anni fa, ma a causa della persecuzione essa dovette scendere nella clandestinità. Passati 250 anni, un missionario europeo ritornò a Nagasaki, e poiché parlava giapponese andava chiedendo alla gente se vi fosse rimasto qualche residuo della fede cristiana degli inizi. Incontrò un vecchietto, che lo invitò a presentarsi la sera in un certo luogo per parlarne assieme con un gruppo di anziani. Questi lo interrogarono: «Dicci, perché sei venuto?». E il sacerdote raccontò la vita di Gesù. Terminato, gli chiesero: «Adesso parlaci della sua Madre». Il missionario parlò lungamente di Maria santissima. Poi un altro soggiunse: «Tu sei venuto dall’uomo bianco?». Al che il prete restò un attimo perplesso, prima di intuire che si riferivano al Papa biancovestito, per cui subito affermò che egli veniva dall’“uomo bianco”. «E dov’è tua moglie?», gli chiese un altro anziano. Il missionario rispose che non era sposato. Allora il vecchio che lo aveva invitato all’incontro si alzò e dalla stanza contigua portò un calice. «I nostri antenati» disse «prima di patire la persecuzione e la morte ci consegnarono questo calice, ingiungendoci di non darlo a nessuno se non a chi conosceva la Madre, veniva dall’“uomo bianco” e non era sposato. Prima di te altri sono venuti da noi, ma o non conoscevano la Madre, o non venivano dall’uomo bianco, o erano sposati. Per cui non abbiamo dato questo calice a loro, ma l’abbiamo tramandato di generazione in generazione. Tu sei il primo dopo 250 anni che adempie le direttive dei nostri antenati e te lo consegniamo con gioia». Così laggiù riprese di nuovo il cristianesimo.
Questo episodio dimostra come il Signore Gesù, la Madonna e il papa fanno parte essenziale della nostra identità cattolica.
Ci racconti un episodio che le è caro della vita semplice della sua Chiesa.
DIAS: Il Signore sta attirando molti alla fede cristiana. Mi ha colpito assai la storia di Usha, una studentessa di medicina a Bombay, che lei stessa una volta ha raccontato pubblicamente. Questa signorina era indù e apparteneva alla casta braminica, la più alta e fiera dell’induismo. Nello studentato condivideva la stanza con un’altra collega, Rosa, che era cattolica. Due volte alla settimana vedeva questa sua compagna uscire il pomeriggio e ritornare la sera, tutta contenta e gioiosa. Dopo un po’, presa dalla curiosità, Usha le chiese dove andava, e quella rispose che con alcuni amici frequentava un gruppo di preghiera del Rinnovamento carismatico. Sempre curiosa, sebbene indù, cominciò ad accompagnare Rosa e a partecipare al gruppo, anche se solo ai canti. Poi prese anche a sfogliare la Bibbia, quel libro che i giovani del gruppo leggevano assiduamente durante gli incontri. S’era anche accorta che Rosa, ormai un’amica, usciva durante la settimana, ordinatamente, sempre in certi orari. Quando seppe che andava a messa, decise di andare anche lei con la collega e le faceva molte domande, specialmente sulla santa comunione, dalla quale vedeva che Rosa riceveva tanta gioia e beneficio spirituale. Saputo che nell’eucarestia era presente Gesù in persona si rammaricava di non poter riceverlo perché non era cristiana. Un certo giorno le vengono in mente le parole di un suo professore di medicina, il quale le aveva insegnato che ci sono delle sostanze tossiche che, non appena toccano la lingua, invadono mortalmente tutto il corpo. Usha si mise a riflettere: tale principio sicuramente vale anche in senso inverso, per le sostanze buone. Quindi, quando Rosa ritornava al suo posto dopo aver ricevuto la comunione, Usha le chiese il permesso di mettere una mano sulla sua spalla, per poter così partecipare alle grazie che Rosa riceveva da Gesù eucaristico: si ricordava infatti che un simile gesto di fede aveva compiuto una donna nel Vangelo, la quale era stata guarita all’istante dalla sua lunga infermità quando toccò il lembo del vestito di Gesù. Passa del tempo, finché Usha non ha un sogno tutto particolare, che ella stessa ha così raccontato nella sua testimonianza pubblica: «Ho visto Gesù che lacrimava, per cui anche io cominciai a piangere profusamente. Allora Gesù mi chiese: “Perché piangi?”. Gli risposi: “Perché sei così vicino a me al momento della comunione ma non ti posso ricevere”. Gesù mi disse: “Anche io piango per la stessa ragione”». Usha non tardò più, ma chiese subito di esser battezzata per poter godere la dolce compagnia di Gesù eucaristico.
Questo è solo uno di tanti episodi che dimostrano come il Signore stia attirando molte persone alla fede cristiana nel mio Paese. Usha è stata attirata all’ovile del Buon Pastore con l’esempio della sua collega Rosa. Dio non ha bisogno di molte parole, ma di molti testimoni…