Poche parole, radicate nel Vangelo
È l’unica indicazione che si può dare a chi, vescovo o sacerdote, vuole essere presente sui mass media. Parla l’arcivescovo di Baltimora William Henry Keeler
di Giovanni Cubeddu
Presiede The Cathedral Foundation, William Henry Keeler, arcivescovo di Baltimora e principe della Chiesa dal 26 novembre 1994. La Fondazione coordina la distribuzione della stampa cattolica negli Stati Uniti e ci riesce così bene che anche l’edizione americana del giornale del Papa, L’Osservatore Romano, vi si affida. Non è azzardato considerare il cardinale Keeler, dopo che pastore, un esperto di media. All’ultimo Concistoro straordinario, come ci dirà, ha esposto con lucidità quale rapporto la Chiesa possa ragionevolmente tenere con il mondo della comunicazione nella società globale, che innanzitutto è un dato di fatto. Keeler mantiene il buon umore e il buon senso del parroco vicino alla sua gente quando consiglia di spegnere la televisione la sera, «per non aggiungere rumore tra noi e il Signore che, nonostante tutto, ogni giorno ci chiama per nome, uno per uno…».
Il cardinale non si iscrive al club degli acritici fondatori (anche nella Chiesa) di tv cattoliche con facile pretesa di evangelizzare, né predilige la logorrea e la spettacolarizzazione: se invitati in tv, sacerdoti e vescovi preparino “poche parole, radicate nel Vangelo”.
Quali temi del Concistoro sono stati secondo lei più significativi e più aderenti alla realtà della Chiesa americana?
WILLIAM HENRY KEELER: Il tema dei media e della comunicazione, di cui anch’io ho parlato al Concistoro. Perché, come puntualizzò il Papa nella Redemptoris missio, i media generano una loro cultura ed hanno sulla realtà un enorme impatto. Talvolta nella Chiesa si sente dire che “dobbiamo usare i media”. No, dovremmo invece anzitutto affrontarli con professionalità, e per quanto riguarda ciò che interessa la Chiesa, dovremmo capirli meglio e sapere che la loro azione di fatto è di secolarizzazione, che tra i media e la Chiesa c’è un divario e vedere se si può colmare. Ci diceva il cardinal Szoka al Sinodo americano che la globalizzazione è qui e non basta desiderare che vada via… Szoka consigliava di parlare con i leader della globalizzazione. Io aggiungo che bisogna parlare anche con i leader dei media.
A proposito dei media e della secolarizzazione…
KEELER: …Essi hanno un’influenza che certo non è positiva, danno un’informazione prona allo scandalismo o ai lati sociali peggiori. Programmaticamente evitano di mostrare un aspetto buono. Del resto anche l’informazione televisiva ha preso ad esprimersi con criteri di intrattenimento in modo tale da disorientare la gente, che non capisce più il profilo dei temi proposti. Il tutto con contorno di spot pubblicitari, secondo un’insana “razionalità” consumistica.
Che rapporto c’è tra media e fede, partendo dall’esperienza americana?
KEELER: Certo i media non sono parte del nutrimento della fede dei cattolici americani, nutrimento che viene dalla loro partecipazione settimanale all’eucarestia. Lo posso testimoniare, con mio stupore. Visito tante parrocchie della mia diocesi e ho celebrato l’eucarestia in tanti altri luoghi negli Stati Uniti, e sempre mi trovo dinanzi una stupenda e raccolta partecipazione della nostra gente alla messa domenicale. Il loro sostegno spirituale viene dalla liturgia. Quando incontro i consigli parrocchiali li interrogo su quali siano i benefici che vengono a loro dalla parrocchia. E generalmente la prima risposta è la partecipazione all’eucarestia. Quando poi li interrogo sui loro principali problemi, il primo, mi dicono, è l’educazione dei figli; il secondo è richiamare alla fede quegli uomini che si sono allontanati – e ne abbiamo molti –; il terzo, è la distanza che c’è tra la Chiesa reale in parrocchia e quella virtuale vista tramite i mezzi di comunicazione. Di questo ho parlato all’occasione con i responsabili dei media, dicendo loro che non rappresentano bene la Chiesa.
Ma lei non crede che anche nella Chiesa si cada nella tentazione di voler essere presenti comunque in tv o nei giornali?
KEELER: Quando si può accettare un invito a parlare ai media senza il timore di compromettersi, si abbiano in mente poche parole radicate nel Vangelo. È un modo di seminare la verità.
Riprendiamo quanto lei diceva prima: la fede si sostiene con la partecipazione alla messa e ai sacramenti, prima e più che con la “stampa cattolica”…
KEELER: …che può dare solo un supporto. I media hanno agevolato la Chiesa, anche americana, quando hanno riportato gli eventi del Giubileo o i viaggi del Papa, specialmente quello in Terra Santa. L’intensa copertura di questo evento è stata giudicata unanimemente come positiva, ha rafforzato la fede di cattolici e cristiani mostrando quanto cari siano quei sacri luoghi alla nostra gente, mostrando il contesto della vita, della morte e resurrezione di Gesù, mostrando i luoghi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ed è stata di aiuto al dialogo con gli ebrei, che negli Stati Uniti sono numerosissimi. Qui a Baltimora c’è una sincera amicizia con la comunità ebraica. Parlare con loro è stato più facile, sotto l’enorme impressione destata dal viaggio papale. Lo stesso con i nostri amici musulmani americani, dopo la visita del Papa a Damasco…
La stampa cattolica va valutata come supporto della fede e espressione integra della dottrina cattolica. Un esempio odierno è il campo della bioetica, dove i media non presentano integralmente la concezione morale della Chiesa relativa alla clonazione e alla ricerca sugli embrioni.
Il cardinale non si iscrive al club degli acritici fondatori (anche nella Chiesa) di tv cattoliche con facile pretesa di evangelizzare, né predilige la logorrea e la spettacolarizzazione: se invitati in tv, sacerdoti e vescovi preparino “poche parole, radicate nel Vangelo”.
Quali temi del Concistoro sono stati secondo lei più significativi e più aderenti alla realtà della Chiesa americana?
WILLIAM HENRY KEELER: Il tema dei media e della comunicazione, di cui anch’io ho parlato al Concistoro. Perché, come puntualizzò il Papa nella Redemptoris missio, i media generano una loro cultura ed hanno sulla realtà un enorme impatto. Talvolta nella Chiesa si sente dire che “dobbiamo usare i media”. No, dovremmo invece anzitutto affrontarli con professionalità, e per quanto riguarda ciò che interessa la Chiesa, dovremmo capirli meglio e sapere che la loro azione di fatto è di secolarizzazione, che tra i media e la Chiesa c’è un divario e vedere se si può colmare. Ci diceva il cardinal Szoka al Sinodo americano che la globalizzazione è qui e non basta desiderare che vada via… Szoka consigliava di parlare con i leader della globalizzazione. Io aggiungo che bisogna parlare anche con i leader dei media.
A proposito dei media e della secolarizzazione…
KEELER: …Essi hanno un’influenza che certo non è positiva, danno un’informazione prona allo scandalismo o ai lati sociali peggiori. Programmaticamente evitano di mostrare un aspetto buono. Del resto anche l’informazione televisiva ha preso ad esprimersi con criteri di intrattenimento in modo tale da disorientare la gente, che non capisce più il profilo dei temi proposti. Il tutto con contorno di spot pubblicitari, secondo un’insana “razionalità” consumistica.
Che rapporto c’è tra media e fede, partendo dall’esperienza americana?
KEELER: Certo i media non sono parte del nutrimento della fede dei cattolici americani, nutrimento che viene dalla loro partecipazione settimanale all’eucarestia. Lo posso testimoniare, con mio stupore. Visito tante parrocchie della mia diocesi e ho celebrato l’eucarestia in tanti altri luoghi negli Stati Uniti, e sempre mi trovo dinanzi una stupenda e raccolta partecipazione della nostra gente alla messa domenicale. Il loro sostegno spirituale viene dalla liturgia. Quando incontro i consigli parrocchiali li interrogo su quali siano i benefici che vengono a loro dalla parrocchia. E generalmente la prima risposta è la partecipazione all’eucarestia. Quando poi li interrogo sui loro principali problemi, il primo, mi dicono, è l’educazione dei figli; il secondo è richiamare alla fede quegli uomini che si sono allontanati – e ne abbiamo molti –; il terzo, è la distanza che c’è tra la Chiesa reale in parrocchia e quella virtuale vista tramite i mezzi di comunicazione. Di questo ho parlato all’occasione con i responsabili dei media, dicendo loro che non rappresentano bene la Chiesa.
Ma lei non crede che anche nella Chiesa si cada nella tentazione di voler essere presenti comunque in tv o nei giornali?
KEELER: Quando si può accettare un invito a parlare ai media senza il timore di compromettersi, si abbiano in mente poche parole radicate nel Vangelo. È un modo di seminare la verità.
Riprendiamo quanto lei diceva prima: la fede si sostiene con la partecipazione alla messa e ai sacramenti, prima e più che con la “stampa cattolica”…
KEELER: …che può dare solo un supporto. I media hanno agevolato la Chiesa, anche americana, quando hanno riportato gli eventi del Giubileo o i viaggi del Papa, specialmente quello in Terra Santa. L’intensa copertura di questo evento è stata giudicata unanimemente come positiva, ha rafforzato la fede di cattolici e cristiani mostrando quanto cari siano quei sacri luoghi alla nostra gente, mostrando il contesto della vita, della morte e resurrezione di Gesù, mostrando i luoghi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ed è stata di aiuto al dialogo con gli ebrei, che negli Stati Uniti sono numerosissimi. Qui a Baltimora c’è una sincera amicizia con la comunità ebraica. Parlare con loro è stato più facile, sotto l’enorme impressione destata dal viaggio papale. Lo stesso con i nostri amici musulmani americani, dopo la visita del Papa a Damasco…
La stampa cattolica va valutata come supporto della fede e espressione integra della dottrina cattolica. Un esempio odierno è il campo della bioetica, dove i media non presentano integralmente la concezione morale della Chiesa relativa alla clonazione e alla ricerca sugli embrioni.