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LA CHIESA VISTA DALLA SISTINA
tratto dal n. 06 - 2001

La bellezza di una fedeltà indivisa


Un invito a rileggere gli Atti degli apostoli. Partendo dalle interviste con i cardinali Lorscheider e Danneels pubblicate nel numero scorso


di Lorenzo Cappelletti


Nel numero scorso di 30Giorni il cardinale Aloísio Lorscheider, alla domanda di Stefania Falasca su quali dovrebbero essere oggi i beni da custodire e far fiorire nella Chiesa, rispondeva: «Quelli descritti alla fine del secondo capitolo degli Atti degli apostoli: dottrina degli apostoli, eucarestia (intesa anche nel senso di condivisione), comunione e preghiera». Quanto aggiungeva subito dopo («sono quattro punti fondamentali che esprimono la perseveranza nella fede data dagli apostoli»), chiariva che il rimanere nella fede non consiste solo nel rimanere nella dottrina degli apostoli, ma nella fedeltà indivisa alla dottrina, alla condivisione, alla preghiera e all’eucarestia degli apostoli. Precisazione attualissima, visto l’atteggiamento dottrinario, e non necessariamente fedele alla dottrina, che sta prendendo piede attualmente presso un certo establishment ecclesiastico. Come rilevava nell’intervista successiva il cardinale Godfried Danneels, «la predicazione corrente insiste molto nel presentare il cristianesimo come un insieme di verità eterne. Ma molti dei nostri contemporanei davanti a chi parla di verità si sentono come dei piccoli Pilati. Domandano: “Quid est veritas?”, “cos’è la verità?”. E restano sulla soglia, incerti, senza entrare».
Ci è venuto voglia di approfondire quel passaggio degli Atti richiamato da Lorscheider e ci siamo rivolti agli scritti di due fra i più grandi studiosi recenti del Nuovo Testamento (non per offrire una trattazione scientifica del tema, ma solo per capire meglio l’attualità). Il compianto Lucien Cerfaux, morto a Lourdes, lui terziario francescano e padre spirituale di una comunità di francescane, l’11 agosto del ’68, dies natalis di santa Chiara (non si nasce né si muore mai in un giorno a caso). Superati forse qua e là dai progressi della critica testuale, i suoi scritti restano insuperabili per la commossa partecipazione con cui delineano la vicenda della prima comunità. E il benedettino Jacques Dupont, da poco scomparso (1998), che dell’opera di Cerfaux è stato insigne collaboratore e continuatore, il quale, in perfetta sintonia col cardinale Lorscheider, scriveva già nel 1969 in un testo poi raccolto nei suoi Nuovi studi sugli Atti degli apostoli: «Non sarebbe inutile ricordare che nella frase così densa di Atti 2,42 la perseveranza nella koinonia è strettamente legata da un lato all’assiduità all’insegnamento degli apostoli e dall’altro alla frazione del pane e alle preghiere» (p. 290).

La frazione del pane e le preghiere
Come si sa, gli Atti degli apostoli non sono altro che il prosieguo del terzo vangelo. Autore di entrambi fu san Luca, «il caro medico» compagno degli ultimi anni di Paolo, che fece «ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi» tanto che – Cerfaux lo dimostrò in un dotto articolo del 1939 – per la sezione d’esordio degli Atti degli apostoli, 2,41-5,42, si servì dei ricordi della stessa comunità di Gerusalemme. Quel sommario così semplice (2,42-47) a cui alludeva il cardinale Lorscheider (e gli altri due che si incontrano in questa sezione: 4,32-35 e 5,12-16) non sono frutto di pia immaginazione, ma scaturiscono, scrive Cerfaux, da «una concreta documentazione grazie alla quale possiamo delineare i tratti della storia della prima comunità cristiana di Gerusalemme» (p. 31). La Scrittura racconta anzitutto dei fatti.
Ed è un fatto – continua Cerfaux – l’«importanza della liturgia nella primitiva comunità. I salmi e i capitoli del Servo di Isaia, insieme alla liturgia ebraica, forniscono il modello e il tema di preghiere salmodiate, e danno la loro impronta al linguaggio cristiano. La nostra sezione d’altronde insiste espressamente sull’aspetto liturgico della vita cristiana. Dei quattro termini del titolo posto in testa (At 2,42) allo svolgimento, gli ultimi due (la frazione del pane e le preghiere) riguardano la “liturgia”. [...] Ci viene detto dell’assiduità della giovane comunità al tempio (At 2,46). Vediamo Pietro e Giacomo – non sono che l’avanguardia del gruppo – salire al tempio per la preghiera liturgica al momento del sacrificio della sera all’ora nona (3,1); gli apostoli fanno del portico di Salomone un luogo ordinario di raduno (5,12; cfr. 3,11)» (p. 23). A questa preghiera «si accompagna naturalmente la gioia [...], gioia che si prolunga nei pasti presi in comune avvolti in un’atmosfera liturgica e soprattutto nella cena eucaristica [la frazione del pane]» (ivi).
In un libretto del 1943 dedicato alla Communauté apostolique, che fu tradotto anche in italiano nel 1955, Cerfaux riprendeva l’esegesi di Atti 2,41-5,42 in forma divulgativa e dalla partecipazione degli apostoli alla preghiera liturgica tradizionale faceva emergere un giudizio: «Soli tra i Giudei, gli Esseni hanno preso di fronte al tempio un atteggiamento per lo meno indifferente. Dal momento che si trovavano a Gerusalemme, i primi cristiani avrebbero rinunciato alla gioia di partecipare alla liturgia? [...] La liturgia “nella casa del Padre” spandeva i suoi splendori ogni giorno, mattino e sera. Ancor più bello era quando, nel sabbato o nei giorni di festa, officiava personalmente il sommo sacerdote. [...] Non facciamo fatica a immaginarci gli apostoli, i discepoli, le pie donne e i nuovi convertiti mescolati a questa folla raccolta che si lascia conquistare dall’ordine dei sacrifici e delle libagioni, dallo splendore dei costumi, dal profumo dell’incenso, dal suono delle trombe d’argento (che faceva chinare il volto alla folla) o dal canto dei salmi che invitava alla preghiera» (pp. 51. 53). Dunque la primitiva comunità gerosolimitana si distingueva da sètte come quella degli Esseni, con cui invece si è voluto assimilarla in tempi recenti, proprio perché legata alla normalità della pratica religiosa. «Non siamo i concorrenti delle sètte. La missione è la vita cristiana stessa nella sua normalità», diceva a questo proposito il cardinale Lorscheider. In effetti il richiamo agli Atti degli apostoli del cardinale Lorscheider non intende marcare la situazione odierna come una situazione eccezionale che richiede perciò misure eccezionali. «La condizione della Chiesa è sempre quella degli inizi» egli afferma, in polemica con chi vuole sottolineare la particolare analogia del nostro tempo con gli inizi dell’era cristiana e non si rende conto che sono dei piccoli Pilati e non degli apostoli quelli a cui ci si rivolge.

Dottrina degli apostoli e povertà
Se la liturgia della prima comunità cristiana non è altro che la fedeltà alle preghiere tradizionali e allo spezzare il pane con letizia e semplicità di cuore secondo la forma di una pasto giudaico tradizionale in memoria del Signore, anche l’unione fraterna è espressa dagli Atti con un termine che fa riferimento alla vita ordinaria. «Da molto tempo» scrive Dupont, e cita proprio Cerfaux, «gli esegeti si sono resi conto che il modo in cui Luca descrive la comunità dei beni tra i primi cristiani si ispira al tema greco dell’amicizia» (p. 282). Koinonia è una parola che per orecchi greci (Luca scrive per gente di lingua greca) richiama «inevitabilmente la massima molto corrente: “tra amici tutto è comune”» (ivi), o l’altra similare “tra amici niente appartiene in proprio”. Dunque, a indicare l’unità dei cristiani, sta una parola corrente la cui novità risiede semplicemente nel fatto che sono dei “credenti”, ovvero “quelli che hanno aderito alla fede”, a viverla: «La base del loro atteggiamento partecipativo non è precisamente l’amicizia, ma la loro fede comune. [...] La loro fede comune (2,44; 4,32; 5,14), inseparabile dalla loro comune speranza (2,47), è il fondamento della loro unità» (pp. 283. 289).
Se Dupont mette in evidenza l’accezione a un tempo antica e nuova sottesa a koinonia, Cerfaux ne delinea la fattispecie concreta. Innanzitutto rilevando che essa è parte dell’insegnamento di Gesù stesso e degli apostoli: «Non si può accusare gli apostoli di essersi ingannati sul pensiero di Gesù. Se essi hanno insegnato ai cristiani di Gerusalemme a praticare la vita in comune è perché sapevano che rispondeva all’ideale del Maestro. Bisogna dire di più e cioè che essi stessi avevano vissuto questa vita con lui. [...] “Cercate il Regno di Dio”, diceva Gesù: esso è la pietra preziosa, è il tesoro nascosto nel campo. Per comperare la perla e il campo bisogna vendere tutti i beni. Gesù intendeva ciò alla lettera. Il Regno di Dio costituisce la vera ricchezza, la sola, anzi. [...] Preminenza del Regno, necessità di rinunciare al temporale [...] queste due formule sono legate, inseparabilmente, nel pensiero di Gesù e in quello dei suoi apostoli. E insieme con tutto ciò la cura dei poveri. [...] Poiché ci sono dei poveri bisogna nutrirli bisogna moltiplicare i pani. E c’erano dei poveri nella Chiesa di Gerusalemme, cioè della gente che aveva fame!» (pp. 47-48).
E la Chiesa di Gerusalemme è povera non solo per costituzione ma anche perché è stata fedele a questo insegnamento di Gesù e degli apostoli. «Per aver disprezzato le ricchezze e i mezzi per procacciarle, la Chiesa di Gerusalemme conosce ben presto la povertà. Perciò si fa mendicante. Nobile mendicante che si è impoverita per arricchire i suoi figli. Ella mendica a testa alta. È giusto, dirà san Paolo, che le Chiese che hanno ricevuto da Gerusalemme dei beni spirituali (e la prima Chiesa non avrebbe potuto donarne tanti se non fosse stata così indifferente alle cose di quaggiù) facciano parte con essa dei loro beni materiali. La povertà della Chiesa di Gerusalemme sarà l’occasione, per i cristiani dispersi, di stringere legami con la Chiesa madre» (p. 45).
«I poveri sono il tesoro della Chiesa» ha ribadito il cardinale Lorscheider in quell’intervista. Poche pagine più avanti, quasi in un contrappunto, il cardinal Danneels diceva: «Ciò che è irresistibile, anche per i nostri contemporanei, è seguire ciò che appare bello. Non parlo solo delle opere d’arte. Anche san Francesco, per chi lo incontrava, brillava della bellezza della santità. Come dicevano i nostri Padri “pulchrum est splendor veri”. La bellezza è lo splendore del vero». La povertà può attrarre come un tesoro che splende, e così il vero attrae per il suo splendore, dunque il vero non può essere che povero per attirare e commuovere. Come Dante cantò in quelle mirabili terzine del canto XI del Paradiso:

Ma perch’io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facìeno esser cagion di pensier santi;

tanto che ’l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.


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