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SANTI PIETRO E PAOLO
tratto dal n. 06 - 2001

29 giugno - Festività dei santi Pietro e Paolo

Una festa ecumenica


La memoria degli apostoli Pietro e Paolo è comune alle Chiese anche separate tra loro. Ed è assegnata universalmente al 29 giugno, data che risale almeno al III secolo


di Tommaso Federici


Tra le feste che si chiamano «della Chiesa», alcune, tra cui quella che viene il 29 giugno, nella memoria dei due apostoli Pietro e Paolo, sono celebrate da tutte le Chiese della Tradizione divina apostolica chiamata “cattolica”, universale, ossia propria delle Chiese che hanno conservato gelosamente la successione apostolica dei vescovi, il sacerdozio e il complesso dei sette sacramenti di istituzione divina. Anche se tutte queste Chiese oggi si ritrovano separate e alienate tra di loro.
L’incontro di Pietro e Paolo, mosaici della cattedrale di Monreale (Pa), XII secolo

L’incontro di Pietro e Paolo, mosaici della cattedrale di Monreale (Pa), XII secolo

Ora, qualunque sia la responsabilità grave, che in genere non è mai senza reciproco concorso, queste Chiese non hanno obbedito al desiderio intenso di Cristo Signore «affinché siano uno» (Gv 17, 21), per cui pregava sacerdotalmente il Padre nella Cena in modo così teso (Gv 17, 1-26). Così in antico i grandi concili ecumenici come Efeso (anno 431) e Calcedonia (anno 451) hanno visto in Oriente la tragica lacerazione del corpo della Chiesa. Infatti a causa del Concilio di Efeso, e non senza responsabilità di alcuni suoi esponenti, prese sostanza l’autonomia dal corpo ecclesiale dell’immensa Chiesa sira d’Oriente, bollata ingenerosamente con il titolo infamante di “nestoriana”. Questa Chiesa nel secolo VI era diffusa per l’Asia centrale fino in Cina, dove aveva a Pechino un arcivescovo metropolita e diciassette diocesi suffraganee, e contava decine di milioni di fedeli. Nel secolo XIV infatti i nestoriani erano i due terzi della cristianità, circa ottanta milioni di fedeli, con un’impressionante organizzazione ecclesiale, sostenuta da un monachesimo contemplativo e missionario di altissima qualità. Quelle cristianità furono sterminate completamente dalle orde turche musulmane di Temur-leng (Tamerlano).
In seguito al Concilio di Calcedonia si separarono i Siri occidentali, detti “monofisiti”, che tra l’altro avevano elaborato la dottrina retta dell’unicità della divina Persona di Cristo, e una profonda dottrina mariologica adottata dalle Chiese cattoliche; di forte influsso greco, essi portarono con sé anche i Copti, gli Etiopi e gli Armeni.
Infine, il più tremendo colpo all’unità cattolica fu assestato dal fatale scisma tra Chiesa cattolica e Chiesa bizantina (anno 1054). Tutto questo preparava lo scisma protestante.
Quanto alle feste liturgiche che qui interessano, è chiaro che quelle Chiese, tutte facenti parte e classificabili appunto nella «Tradizione cattolica», conservarono quelle in vigore al momento della separazione, libera poi ciascuna Chiesa, dopo il V secolo, l’epoca delle prime separazioni, di disporre altre feste proprie.
Così, quando una festa, alla medesima data, è celebrata da tutte le Chiese, essa è “ecumenica”, poiché dimostra la sua antichità risalente, e quindi facilmente manifesta che proviene dall’unità originaria delle stesse Chiese. Il complesso festale cristologico è comune. Esso proviene in larga parte da Gerusalemme, la madre ecumenica di tutte le Chiese, e si fissa tra i secoli II e V. In questo periodo, oltre la domenica, che contempla l’intero indivisibile Mistero del Signore risorto, il complesso festale proviene dalla «selezione per accentuazione», per cui un evento della vita del Signore è posto in risalto singolare. Così è dell’Annunciazione, della Nascita, della Circoncisione, della Presentazione al tempio, del Battesimo, dell’Ingresso festoso a Gerusalemme, della Cena, della Croce, dell’Ascensione gloriosa, della Pentecoste. La Trasfigurazione appare solo nell’VIII secolo (ma gli Armeni la celebravano forse già nel secolo IV). Alle feste del Signore si aggiunsero già dal secolo III la memoria degli apostoli, della “deposizione” dei martiri, e la memoria dei vescovi della Chiesa locale. Insieme, in specie in Oriente, si ebbe la memoria dei santi dell’Antico Testamento. Le feste mariane si diffusero dal secolo V.
Inoltre va considerato il fatto, al quale quasi mai si fa riferimento, perfino nell’azione ecumenica attuale, che le Chiese non unite con Roma e la porzione di esse che ha optato per l’unione con Roma hanno i medesimi e identici libri liturgici. Così è per i Siri orientali, ossia i Nestoriani e i Caldei e Malabaresi uniti con Roma. Per i Siri occidentali, ossia i Siri ortodossi e i Siri antiocheni cattolici e i Malankaresi uniti con Roma. Per i Copti ortodossi e per i Copti cattolici. Per gli Etiopi ortodossi e per gli Etiopi cattolici. Per gli Armeni ortodossi e per gli Armeni cattolici. E finalmente per la Chiesa bizantina ortodossa e per la Chiesa bizantina unita con Roma.
Se si guarda infine alla festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, risulta che questa celebrazione, solenne tra tante, dalle Chiese diffuse nel mondo, anche separate tra esse, è assegnata universalmente al 29 giugno, data che risale almeno al secolo III.
Vetro dorato con i busti di Pietro e Paolo (IV secolo), Museo Sacro, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano

Vetro dorato con i busti di Pietro e Paolo (IV secolo), Museo Sacro, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano


Le tombe dei due apostoli a Roma

L’analisi letteraria dell’epistolario paolino e petrino, gli eventi narrati dagli Atti degli apostoli e il seguito delle peripezie storiche che portarono Pietro e Paolo a Roma a fondare qui la Chiesa che già esisteva, a confessare la fede divina davanti all’Impero, mostra un singolare accordo dei due apostoli. Proprio tenendo conto della radicale diversità delle due personalità, delle due vocazioni e delle due vicende storiche, si rivela sul piano teologico e dottrinale e su quello dell’azione apostolica e missionaria la totale identità di vedute e di operazioni che vincolò per sempre Pietro e Paolo, e con loro l’apostolo Giacomo il Maggiore, il figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni.
La stessa rappresentazione dei due apostoli, ad esempio nei fondi di coppe di vetro trovate nelle catacombe, in medaglioni e altro, li mostra di fronte, o mentre si abbracciano, Pietro ricciuto, con densi capelli e con la barba corta, Paolo molto stempiato, con la barba corta e liscia.
Per il loro significato singolare, le tombe degli apostoli Pietro e Paolo erano considerate dal mondo cristiano come il luogo più sacro e importante della cristianità, già prima che Costantino dal terzo decennio del IV secolo, attuando un astuto piano di conquista di consensi e di dominio, costruisse imponenti basiliche sia a Roma e in altri luoghi preminenti, sia soprattutto a Gerusalemme e in Palestina. A Roma si conveniva da tutta l’ecumene cristiana, per venerare i due apostoli che avevano annunciato al mondo il loro Signore e lo avevano confessato in singolare concordia di fraternità. La visita ad limina Apostolorum, ossia ai due sepolcri, significava così per i fedeli cristiani un atto di culto formale, l’insistenza e la riaffermazione della confessione della medesima fede divina e irremovibile di Pietro e Paolo, la fede apostolica della Chiesa unica, la santa, la cattolica.

La Lex orandi

Una delle principali norme della fede, in pratica del tutto trascurata nella teologia e nella prassi pastorale, va sotto il nome di Lex orandi, e si formula in Occidente circa così: la vita dei fedeli è tale che in essa tutto avviene «affinché la legge del pregare stabilisca la legge del credere». In Oriente assume questa forma: «Noi siamo e possediamo solo quanto celebriamo».
Nel tribolato campo della tragica divisione tra le Chiese la Lex orandi assume forza particolare. Così si può riflettere che la domenica i fedeli delle diverse Chiese tra esse divise e alienate celebrano il medesimo Signore risorto con la medesima divina Parola.
Una riprova classica è il fatto evidente, ma mai preso in considerazione, che le Chiese orientali cattoliche usano i medesimi libri liturgici delle Chiese orientali da cui sono divise, senza mutare una sillaba, solo introducendo la menzione del vescovo di Roma dove si deve fare menzione della gerarchia per cui si intercede presso il Signore.
Per quanto riguarda la festa del 29 giugno si assiste al fatto che le Chiese orientali non in comunione con Roma festeggiano con grande solennità gli apostoli Pietro e Paolo, dei quali tessono un appassionato encomio. Questo si può vedere se si prendono i formulari delle due maggiori Chiese della tradizione greca, quella bizantina, e della tradizione sira, quella nestoriana (o caldea, la Chiesa sorella unita a Roma).
Icona di san Pietro (VI secolo), convento di Santa Caterina, 
Sinai, Egitto

Icona di san Pietro (VI secolo), convento di Santa Caterina, Sinai, Egitto


Il rito bizantino

Il Sinassario bizantino (una sorta di martirologio, cioè una raccolta di notizie brevi relative alle commemorazioni liturgiche giornaliere) segna: «Il 29 del medesimo mese [giugno], memoria dei santi, gloriosi e famosissimi apostoli e protocorifei Pietro e Paolo», e l’ufficiatura ripete nel titolo: «Memoria dei santi, gloriosi e famosissimi apostoli e protocorifei Pietro e Paolo». Il titolo di protocorifeo significa la primazia nell’annuncio evangelico, e indica già la dignità riconosciuta nella Chiesa a Pietro e Paolo. Al grande Vespro dopo l’esordio e il canto dei Salmi si procede al canto di sei Idiómela Stichirá, tropari (cioè particolari tipi di inni liturgici). Il testo del terzo di essi, dovuto all’innografo Andreas Pyros, dice: «Con quali canti spirituali noi loderemo Pietro e Paolo? Essi, le bocche della tremenda spada dello Spirito che uccidono l’ateismo e non restano spuntate. Essi, gli splendenti ornamenti di Roma, le delizie dell’intera terra, le spirituali tavole divinamente scritte della nuova alleanza, che promulgò in Sion Cristo, che possiede la grande misericordia».
Verso la fine del Vespro, dopo il «Gloria al Padre», viene un tropario di Efrem di Karia: «Festa gioiosa risplendette fino ai confini oggi, la tuttasanta memoria dei sapientissimi apostoli e corifei Pietro e Paolo. Perciò anche Roma congioisce con cori. Con canti e inni festeggiamo anche noi celebrando questo venerabilissimo giorno. Gioisci, Pietro apostolo e autentico amico del tuo Maestro, Cristo il Dio nostro! Gioisci, Paolo da tutti amatissimo, e araldo della fede e maestro del mondo. Poiché avete divina fiducia, coppia santa eletta, intercedete presso Cristo, il Dio nostro, affinché siano salvate le anime nostre».
Il tropario proprio della festa canta: «O primi nel trono degli apostoli e maestri del mondo, intervenite presso il Sovrano di tutti, affinché sia donata pace al mondo e la grande misericordia alle anime nostre».
Al Mattutino si cantano due canoni (ufficiatura del mattino), per Pietro e per Paolo, dovuti a Giovanni Monaco (Damasceno). In quello di Paolo la strofa innica (Hypakoê) che termina la I ode canta: «Quale prigione non ti ebbe incatenato? Quale Chiesa non ha te come oratore? Damasco grandi fatti pensa di te, Paolo, poiché ti vide abbattuto dalla Luce. Roma, accogliendo il tuo sangue, anche essa si vanta. Però Tarso gioisce di più, e con desiderio onora le tue fasce. Pietro, la pietra della fede, Paolo, il vanto del mondo, convenendo a Roma, rendeteci forti».
Agli Áinoi (Lodi) il terzo tropario riassume la vicenda di Pietro: «Tu degnamente fosti chiamato Pietra, sulla quale il Signore ha resa ferma la fede inconcussa della Chiesa, arcipastore ti fece delle pecore spirituali. Da qui portatore delle chiavi delle porte celesti Egli, come Buono, ti stabilì, per aprire a tutti quelli che attendono nella fede. Perciò degnamente fosti reso degno di essere crocifisso come il tuo Sovrano: tu intercedi presso Lui affinché salvi e illumini le anime nostre».
Dopo il «Gloria al Padre» finale, il tropario di Cosma il monaco acclama così: «La venerabilissima festa degli apostoli viene per la Chiesa di Cristo, procurando la salvezza a tutti noi. Perciò misticamente applaudendo, a essi ci indirizziamo: Gioite, astri che siete raggi del Sole spirituale per quanti stanno nelle tenebre! Gioite, Pietro e Paolo, infrangibili fondamenta dei divini dogmi, amici di Cristo, strumenti preziosi! Siate presenti in mezzo a noi invisibilmente, rendendo degni di doni immateriali quelli che la vostra festa esaltano con canti».
San Paolo, mosaico dell’XI secolo, monastero di Delfi, Grecia

San Paolo, mosaico dell’XI secolo, monastero di Delfi, Grecia


Il rito nestoriano o caldeo

Questo rito celebra le memoria dei due apostoli due volte l’anno, ossia al secondo venerdì dopo il Denkha’, la Manifestazione, il Battesimo del Signore, assegnato dalla Tradizione al 6 gennaio (quasi in corrispondenza del 18 e del 25 gennaio), e il 29 giugno.
L’ufficio dal Ramsha’ (Vespro) al Lelja’ (i Notturni) al Sapra’ (Lodi), che dura circa 4 ore, è di impressionante lunghezza. Alcuni inni sono poi ripetuti ai Ra’ze’ (i misteri, la divina liturgia). Al Vespro e alla divina liturgia si cantano i versetti del Sal 65, 5 e 34, 22, poi l’inno (antifona): «Beata sei, Roma celebre, città di re, ancella del Re dei cieli. In te, come in un porto, furono posti due predicatori veridici, Pietro, capo degli apostoli, sulla cui saldezza il Salvatore nostro edificò la sua Chiesa fedele, e Paolo, l’eletto e apostolo e architetto delle Chiese di Cristo. Noi ci rifugiamo alle loro preghiere, affinché stiano la misericordia e la tenerezza sopra le anime nostre».
Nella prima festa in modo significativo si proclamano Mt 16, 13-19 e Gv 21, 15-19 (in alternativa al 29 giugno), per ribadire il primato di Pietro. Poi in forma antifonica si cantano il Sal 144, 1; 50, 5; Is 43, 9, e l’antifona: «Cristo, che invitasti i tuoi adoratori alla gioiosa festa degli amici tuoi Pietro, il capo dei dodici, e Paolo, strumento di fatti mirabili, ecco, i celesti [gli angeli] e i cori dei terrestri si allietano oggi nella memoria dei tuoi evangelizzatori, e con amore implorano che la tua pace regni sulla tua Chiesa. Allontana da essa le guerre dell’Ingannatore. E rendici degni, Signore, con i tuoi santi di salmodiare a Te nel talamo del Regno tuo. Gloria a Te!».
Prima e dopo la comunione si cantano questi inni: «Benedetto Colui che edificò la santa Chiesa sulla pietra della fede, e pose in essa gli apostoli, i profeti e i dottori, conoscitori della verità.
Simone è capo degli apostoli, perché il Signore gli ordinò parlando: Pasci le mie pecore e i miei agnelli, e proteggili dal Maligno.
Dal cielo il Signore nostro chiamò Paolo l’eletto, e gli parlò: Va’, insegna a tutte le nazioni nel nome della Trinità».
Solo nella prima festa si seguita così: «Parla Roma: Per i secoli dei secoli è edificata la Chiesa, e non sarà vinta né dai re né dalle potenze».
Viene qui una conclusione, benché del tutto insufficiente. La messe di testi presso le diverse Chiese produrrebbe una raccolta enorme. Quasi tutti i testi della memoria di Pietro e Paolo risalgono al tempo in cui le Chiese erano ancora unite. Secondo il contenuto di quei testi le Chiese mai si sarebbero dovute dividere. Ma si divisero. Risalendo nel tempo, la Lex orandi proclama la grande unità tra le Chiese. Questa fu rotta da piccoli uomini delle varie Chiese, i quali per il peccato, sostenuto poi dall’arroganza del potere, colsero ogni pretesto perché vollero litigare con i fratelli, e sempre e solo sull’opinabile, sui concetti umani. Come sul «concetto di Chiesa» proprio di ciascuno, non quello unico, di Cristo Signore. I litiganti invariabilmente uscivano dal clero, che celebrava i divini misteri secondo la Lex orandi. Ancora oggi avviene così.
Ma non tenendo conto di due fatti di enorme importanza. Anzitutto, il soggetto principale è la Chiesa unita al suo Sposo, e non il potere. Poi, povero il popolo di Dio, ma con cui sta il Signore, è innocente, e vittima dello scempio perpetrato sul corpo immacolato di Cristo. Di chiunque sia la colpa. Però la colpa non è mai tutta e per intero di uno solo. Il concorso di colpa va conosciuto e analizzato, per trarne, benché tardive, resipiscenze.
Pietro e Paolo, particolare dei mosaici della Cappella 
di San Zenone nella basilica di Santa Prassede a Roma

Pietro e Paolo, particolare dei mosaici della Cappella di San Zenone nella basilica di Santa Prassede a Roma


Pietro e Paolo testimoni
del Signore a Roma

Il martirio di Pietro a Roma è un fatto storico non dubitabile. Esso fu subito circondato da una meritata aureola di gloria, e a questa presto si aggiunsero elementi apocrifi, ricamati in leggenda. Altrettanto presto era stata dimenticata una pagina singolare, di uno che al fatto aveva assistito da giovane, Clemente Romano, terzo vescovo di Roma, di probabile origine ebraica. Quando nel 96 d.C. invia tre laici romani con una lettera «alla Chiesa di Dio che è pellegrina in Corinto», allora in preda a dissensi e discordie gravi, pone tra l’altro come parametro a cui rifarsi in senso negativo quanto era accaduto a Roma stessa, e che aveva portato alla morte dei principi degli apostoli, i gloriosi Pietro e Paolo. La causa della loro esecuzione per mano dell’autorità imperiale era stata l’invidia e la gelosia di gruppi di cristiani stessi di Roma. Pietro e Paolo sono così portati come esempi, si può dire attuale, quasi contemporaneo, di quanto può l’invidia nella comunità cristiana. Il testo vale la pena di essere riportato all’attenzione. I paragrafi 4-6 sono dedicati a descrivere i casi dolorosi di invidia, anzitutto Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, il faraone e Mosè, Datan e Abiron rivoltosi, Saul e David (par. 4). Poi Clemente prosegue: «5. – 1. Ma affinché cessiamo con gli esempi antichi, veniamo agli atleti fattisi più vicini a noi. Prendiamo gli autentici esempi della nostra generazione. 2. Per gelosia e invidia le più grandi e le più giuste colonne furono perseguitate, e fecero agone fino alla morte. 3. Prendiamo davanti ai nostri occhi i buoni apostoli. 4. Pietro, che per gelosia ingiusta non subì una o due, ma numerose sofferenze, e così, avendo testimoniato [martyréô], procedette fino al lui dovuto luogo della gloria. 5. Per gelosia e lite Paolo mostrò il premio della pazienza. 6. Sette volte avendo portato le catene, esiliato, lapidato, diventato araldo in Oriente e in Occidente, ricevette la gloria autentica della sua fede, 7. dopo avere insegnato la giustizia, e essere giunto ai confini dell’Occidente [la Spagna], e avendo testimoniato [martyréô] davanti ai governanti, così fu trasposto dal mondo e andò nel Luogo santo, divenuto immenso modello di pazienza.
6. – 1.Con questi uomini vissuti santamente fu radunata una grande folla di eletti, i quali, avendo sofferto molti oltraggi e torture, divennero tra noi un bellissimo esempio».
Clemente presenta il martirio di Pietro e Paolo a fedeli che lo conoscevano bene. Solo che si preoccupa di annotare fatti che forse non erano pervenuti fuori di Roma. I due apostoli furono condotti alla morte dalla polizia imperiale a causa della gelosia e dell’invidia di fedeli di Roma, poiché i pagani difficilmente potevano provare tali sentimenti per i cristiani, che disprezzavano come gente di una religione abominata. La storia seguente dice che quei medesimi delatori poi riconobbero la sublime grandezza di Pietro e Paolo, riconoscendoli come i veri fondatori della Chiesa di Roma, ossia il popolo dei fedeli romani quale sede apostolica: a questa sede apostolica prestigiosa scriveva sant’Ignazio vescovo d’Antiochia e glorioso martire proprio a Roma, allo stadio di Domiziano, oggi piazza Navona. E soprattutto, a questa sede apostolica senza paragoni guardava l’intera cristianità indivisa. Oggi nessuno sa più che la sede apostolica di Roma è il popolo romano cristiano. Se si dicesse si provocherebbe meraviglia, e, «per gelosia e invidia», forse rappresaglie in luogo debito. Ma questa è la via regale per recuperare alla fede piena un popolo ecclesialmente così sfortunato.
L’archeologia, al di là delle leggende (come la richiesta, per umiltà, di Pietro ai carnefici di essere crocifisso a capo verso il basso; il Quo vadis?, e altro), sulla scorta di Tacito e di Svetonio, dice che «un’ingente folla di cristiani» furono condannati da Nerone nell’anno 64. Nel numero di essi stava il loro apostolo, Pietro. Tutti quei padri nostri furono crocifissi, alcuni avvolti da pelli di animali spalmate di pece, e così bruciati vivi, altri lasciati a esser sbranati dalle bestie feroci. Il luogo è indicato accanto al circo di Nerone, sulla direttiva della via Cornelia con la via Trionfale, ossia nei pressi dell’attuale via della Conciliazione. Di fatto il sepolcro di Pietro sotto la basilica costantiniana ha restituito le ossa calcinate di un uomo di circa 60-70 anni, raccolte piamente in drappo trapunto d’oro. È difficile dubitare che quelle ossa siano la santa spoglia del Principe degli apostoli.
Il martirio di san Paolo (XIII secolo), 
Sancta Sanctorum, Roma

Il martirio di san Paolo (XIII secolo), Sancta Sanctorum, Roma

Paolo seguì il fratello Pietro nella testimonianza a Cristo Signore circa 3 anni dopo, nel 67, nella località che la tradizione senza esitazione né mutamenti addita alle Acque Salvie, presso l’attuale area indicata come le Tre Fontane, sulla via Laurentina. Paolo fu composto nel sepolcro dell’area cimiteriale della via Ostiense.
Le spoglie sante di Pietro e di Paolo furono preservate dalla loro distruzione desiderata dall’autorità imperiale collocandole per diversi decenni nella “catacomba” per antonomasia, da cui venne il nome delle altre catacombe, le attuali catacombe di San Sebastiano sulla via Appia. Dopo il 258 furono riportate ai rispettivi luoghi di sepoltura, dove attendono la resurrezione finale.
Una conclusione.
Giovanni Battista,
Andrea e Pietro

Di rilevante importanza ecumenica ha la figura del più grande tra i nati da donna (Mt 11, 11), Giovanni il Prodromo (precursore), il Profeta e il Battista del Signore. Egli ha la rivelazione divina sul Figlio di Dio, riconoscibile dal fatto che su Lui discende e resta lo Spirito Santo, e così battezzerà di Spirito Santo (Gv 1, 32-34).
Quando il Figlio di Dio «passa, guarda e chiama» irreversibilmente, verso Lui Giovanni indirizza due dei suoi discepoli, con il dito levato e l’indicazione finale: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 35-36). Così rivela che Cristo Signore è l’Agnello di Is 53, 7-8, il Servo sofferente che pone la sua vita per tutti (non l’agnello pasquale, che nel Nuovo Testamento non esiste).
Allora uno dei discepoli, Andrea, si reca dal fratello Simone, lo informa che hanno trovato il Messia, il Re consacrato, e lo porta a Cristo (Gv 1, 37-41). Cristo di lui fa la sua proprietà, per la sua disposizione ancora misteriosa, e gli muta il nome in segno di possesso: «Tu Simone figlio di Giona, tu sarai chiamato Kepa», che in aramaico significa pietra (Gv 1, 42) sopra la quale fonderà la sua Chiesa, affidando al titolare le chiavi del Regno dei cieli (Mt 16, 16-19).
ýa funzione di Giovanni Battista è perenne nell’economia della redenzione che si attua dalla Croce e dalla Resurrezione e dalla Pentecoste nella Chiesa. Con il suo dito perennemente levato a indicare Cristo Signore, egli riporta in permanenza Andrea, Costantinopoli, a portare di continuo il fratello Pietro, Roma, a Cristo Signore, affinché di continuo la Chiesa, nonostante le furiose e terrificanti bufere, consista sopra la Pietra.
Così resta sempre la domanda pensosa, fattasi sempre più dolorosa, se nei secoli Andrea e Pietro abbiano adempito a questo movimento perenne, mentre la bufera della storia cresce, e la nave è sempre più scossa da un mare diventato sempre più furibondo.


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