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EDITORIALE
tratto dal n. 02 - 2001

L’educazione politica dei cittadini dalla Costituzione italiana all’Unione europea



Giulio Andreotti


Ringrazio per l’invito a partecipare a questa serata di approfondimento. Vorrei enunciare alcune idee, perché quello che abbiamo sentito comporterebbe un dibattito di grandissimo interesse su molti punti. Inizio dicendo che nell’intitolazione di questa riunione – “Famiglia, scuola, università, mondo del lavoro e della politica si interrogano sulla comune responsabilità” – forse vi sarebbe da fare un’aggiunta: i mezzi di comunicazione. Questi infatti hanno, agli effetti formativi ed educativi, un ruolo molto importante. Scusate questa pignoleria. Per il resto, limitandomi al mio sottotema sulla educazione politica, innanzitutto vorrei dire che “politica” è tutto e il contrario di tutto. Qualche volta è di moda sentir dire: “voi politici”... Non è un fatto nuovo. Quando ero ragazzo c’erano dei cartelloni in cui si diceva: «qui non si fa politica, qui si lavora», probabilmente, ritengo, in uno spirito diverso. Ma, ecco, la politica non è qualcosa di specialistico, non è una professione. C’è anche una tecnica, è chiaro, vi è poi un approfondimento specifico di molte cose, però la politica, per avere una finalità educativa, deve proporsi qualcosa di diverso da quello che è una moneta corrente. Per ragioni anche storiche. Oggi si accentua il diritto (la carta dei diritti, i diritti umani… e così via), mentre se noi guardiamo anche tutta la nostra tradizione, chiamiamola risorgimentale, si faceva più spesso appello al dovere. Lo dico in modo semplice: qui siamo in una sede bancaria o parabancaria e non può esistere una banca nella quale si eroghino soltanto dei prestiti e non si raccolgano dei risparmi. Anche nella società ci deve essere un intreccio tra diritti e doveri con alcune accentuazioni nel tempo e nello spazio che derivano dalle circostanze storiche, che sono diverse. C’è poi una specie di pendolo: se si comprime il diritto, si ha poi una fase in cui forse si eccede, e si rischia anche di avere (come qualche volta abbiamo) l’anarchia organizzata, che non è certo un modello che ci possiamo proporre come punto d’arrivo.
La scuola certamente ha un insegnamento di educazione civica, che però (e non manco di riguardo a nessuno nel dirlo) è considerata un po’ come l’educazione fisica, che chi la fa, la fa. E comunque da sola non basta.
Non entro nelle polemiche attuali sui testi, altrimenti sconfinerei. Devo dire, però, che c’è un errore, in questo caso, di antica data, per esempio nell’insegnamento della storia. Se uno guarda i libri di storia tradizionali, anche i migliori, sembra che l’umanità non abbia fatto altro che guerre: la Guerra dei cent’anni, la Guerra dei trent’anni, la Guerra di secessione, le guerre del Risorgimento, certamente più importanti per noi. Ma si dà mezza paginetta all’invenzione della stampa, tre o quattro righe alla macchina a vapore. E la storia dell’arte, poi, per carità! È quasi considerata una cosa senza interesse, mentre un vero programma di sviluppo (e oggi è culturalmente possibile farlo in Italia) deve far leva proprio su alcune realtà che noi abbiamo ed altri non hanno: parlo dell’ambiente, parlo del nostro patrimonio artistico.
Qualche anno fa pregai Federico Zeri chiedendogli: «Ma perché non fai un piano?». Oggi è possibile; prima non lo era anche per ragioni culturali, a cominciare dai sindacati. Lo sviluppo era considerato l’industria, anzi, la grande industria e se uno diceva per esempio in Calabria, come è capitato a me, “attenzione, guardate Rimini che con l’agriturismo sta avendo un notevole sviluppo, in una condizione certamente non buona come la vostra” veniva preso a male parole. Il professor Lombardini, quando era ministro delle Partecipazioni statali, andò a proporre in Calabria un grande centro turistico (che poi hanno fatto in Spagna e va benissimo), e si sentì accusare di voler fare una regione di camerieri.
Siamo in una stagione di riforme. Però, attenzione, che non solo nella procedura penale ci sono le riforme in peggio. Non è scontato che per il fatto che si riforma qualche cosa ci sia un miglioramento. Anzi, qualche volta prendere un po’ di respiro e limare i contorni di un modello forse è meglio di un intervento drastico. Ci sono dei ministri che se non fanno una riforma pensano di non legarsi alla storia, mentre dobbiamo essere gratissimi oltre che a qualcuno che fa le riforme, anche a quelli che cercano di far andar bene la macchina e si occupano dell’ordinaria amministrazione, che non dà gloria ma fa funzionare il meccanismo.
Detto questo, penso che oggi ci sia una necessità di formazione alla politica, con una variante rispetto a periodi anche non lontanissimi. Cioè, se io devo formare a comprendere la politica devo considerare che esiste anche chi ha questa vocazione. Questi deve approfondirla ulteriormente, impegnarsi in un modo specifico, deve tener conto delle dimensioni dei problemi. Una volta bastava il proprio comune di appartenenza, oggi tutti i giorni parliamo di globalizzazione, di nuova economia, parliamo di Unione europea. Sono cose che esistono e che ci obbligano naturalmente a condizionare la preparazione, anche sotto l’aspetto strettamente politico, a queste dimensioni che diventano più vaste, non facendo confusione. Ad esempio, una parola che è abbastanza di moda è sussidiarietà. C’è chi la interpreta in un modo e chi la interpreta in modo opposto, cioè: “Io faccio tutto quello che lo Stato non fa”, oppure: “Lo Stato fa tutto quello che io non faccio”. Signori, dobbiamo cercare di metterci un momento d’accordo anche sulla terminologia.
Nella realtà politica, io credo che abbiamo un punto di riferimento che è la Costituzione della Repubblica. Essa ha un grandissimo merito, quello di non essere la Costituzione di una scuola o di una tendenza, ma di essere stata, giorno per giorno, lo sforzo comune, tra tre grandi indirizzi – l’indirizzo socialista e comunista, l’indirizzo liberale e l’indirizzo cattolico –, per trovare delle soluzioni. Mi hanno invitato qualche settimana fa all’Università di Padova ad un incontro con gli studenti; ero stato un po’ in dubbio ad accettare perché c’è sempre qualche rischio ad andare in una università. Poi ho accettato e mi hanno detto: «Scelga un tema». Ho scelto come tema per il dibattito “Il compromesso nella vita politica”, perché nella vita guai a chi scende troppo a compromessi, ma nella vita politica, che non è che un aspetto della vita in generale, c’è sempre un punto di mediazione tra quello che uno vorrebbe e quello che uno può. Ho detto a Padova: nella Costituente c’erano con noi proprio due grandi vostri professori. Noi eravamo ragazzini, con un grande rispetto naturalmente per queste persone. C’era Concetto Marchesi da un lato e Giuseppe Bettiol dall’altro; e poi la terza tendenza, quella liberale. Se avessero ognuno camminato nel proprio circuito dicendo “devo far prevalere…” non avremmo fatto niente. Noi non abbiamo modificato la Costituzione neppure negli anni ’89 e ’90, quando c’era l’esigenza di alcune modifiche. Tra l’altro, la Costituzione è nata quando non esisteva la Comunità europea che ha cambiato notevolmente i termini di molti problemi e di molte competenze. Allora avevamo individuato una strada possibile, dicendo: facciamo fra il 1992 e il ’97 una legislatura che nel primo anno e mezzo sia costituente, cioè che consenta modifiche con delle procedure più semplici di quelle giustamente complesse previste dall’articolo 138, il quale richiede tempi lunghi. Ci fu una opposizione e non se ne fece nulla. Perché non se ne fece niente? Perché, anche se ci fosse stata l’unanimità da parte del Parlamento, si sarebbe dovuti andare ad un referendum d’approvazione. E alcuni dicevano: «Allora bisogna portare al referendum anche un modello alternativo». Questa è una fesseria, scusate il termine; perché un solo modello alternativo? Ce ne potevano essere tre o quattro, non era necessario che fosse uno. Se non si collabora quando si fa un lavoro di riforma costituente con lo spirito che ho detto prima, uno spirito di conciliazione, uno spirito di punti d’incontro, ognuno cercherà di far prevalere, alla fine, nell’esito di conferma o non conferma da parte del cittadino, la propria tesi. La Costituzione prevede anche l’intervento diretto dei cittadini non per anticipare la teoria del “fai da te”, ma perché ci sono alcune cose che, giustamente, se non c’è una forte maggioranza parlamentare che le approva, possono essere portate a una conferma. Non starò qui a dire, per brevità, che se si esagera in questo appello al referendum, allora se ne perde anche il significato.
Senza dire, poi, che ci sono cose da libro giallo, perché quando si votò alla Costituente l’articolo sul referendum, si stabilirono tre materie non ammesse a referendum: i trattati internazionali, le amnistie e i condoni, i bilanci e i tributi. (A proposito dell’amnistia noi facemmo una modifica costituzionale nel ’90 per cui ci vogliono, per dare una amnistia o un condono, i due terzi del Parlamento. Da allora non se ne concessero più, anche se adesso c’è una situazione carceraria che sta scoppiando. (Ma qui andrei fuori tema). In aula, alla Costituente, il gruppo comunista (prima firmataria una deputata, Maria Maddalena Rossi) fece una proposta di emendamento aggiuntivo in cui si diceva che anche sulle leggi elettorali non si dovrebbe fare il referendum, con una motivazione abbastanza pertinente: se, infatti, si rimanesse senza la legge elettorale, si potrebbe arrivare a uno stato di vera anarchia. Questo argomento fu messo ai voti ed approvato, ma poi è scomparso. Ora, se voi guardate il resoconto stampato di quel giorno, c’è questa modifica. Tra l’altro io c’ero e l’ho pure votata. Però poi è scomparsa. Ce ne siamo resi conto alcuni anni dopo, perché nessuno se ne era accorto sul momento. Forse, se fosse stata introdotta, ci saremmo evitati tanti successivi guai. Perché? Perché per formare politicamente occorre un senso della rappresentatività che sia effettiva. La rappresentatività deve esserci a tutti i livelli, a cominciare dalla propria circoscrizione, dal proprio municipio e così via. Non a caso tutta la nostra migliore tradizione era proporzionalista, perché dava a ciascuno il suo: con alcuni difetti, che ci possono essere, di frammentazione.
Poi c’è stata la contro-ondata: il maggioritario era quello che risolveva tutto. Ora io non posso che accennare a questo, ma è una cosa assurda, tanto è vero che l’ultimo referendum che ha ripetuto quello dell’anno precedente ha visto sconfiggere gli antiproporzionalisti. Oggi ci sono tre quarti di maggioritario e un quarto di proporzionale: la proposta dei radicali, ma anche di altri, era di togliere questo quarto di proporzionale per fare tutto maggioritario. Noi siamo intervenuti, con Bertinotti, Bossi, Boselli, Urbani, Zecchino, dicendo: attenzione perché è il sistema attuale che non funziona. Infatti che cosa comporta? Lo dico perché diseduca politicamente. La politica dovrebbe essere fatta di alcune idee chiare e di alcuni progetti che orientino veramente. Se io invece ho un sistema che porta, nel momento elettorale, a dover fare l’ammucchiata – ci sono due poli e l’ammucchiata – il numero dei partiti è superiore a quello che c’era prima. Questa è una realtà su cui non è che dobbiamo stasera soffermarci. Tuttavia a me sembra indicativo che mentre l’anno precedente il quorum non era scattato per poco (perché era andato a votare il 49% dei cittadini) quest’anno lo stesso quesito ha visto votare il 32% di cittadini. Dieci milioni di italiani hanno ritirato il loro voto a favore. E non per pigrizia, ma perché ritengo che condividano questo senso del pericolo di assolutismo.
Òell’educazione c’è anche la tradizione. Noi abbiamo una tradizione che è un valore. In questo tema però le opinioni si divaricano. La polemica che è stata qui ricordata tra studi classici-studi non classici è una polemica veramente curiosa. Io credo che non sia vero che a un matematico non sia servito un liceo classico, credo proprio il contrario. Sono reduce da un viaggio in Cina e ho visto, con una certa commozione, che per la terza volta si sta traducendo Dante. E ho visto, con la stessa commozione, che dei giovani professori molto motivati stanno traducendo Cicerone e Sallustio. E non è che fanno un danno. D’altra parte, ho visto, con altrettanta ammirazione, che i migliori politici lì sono ingegneri e stanno facendo un meraviglioso lavoro di avvio ad una vera modernità, forse proprio perché hanno una formazione umanistica.
Il modello americano. A parte alcuni infortuni tecnologici – ma questo può capitare a tutti – personalmente ho un po’ paura del modello americano. Una delle nostre sessioni del Centro studi ciceroniani la tenemmo alla Columbia University, con uno stupendo discorso del professor Ettore Paratore, morto da poco, uomo di fama internazionale, e con la partecipazione anche di molti professori americani importanti. Fu assoluta l’indifferenza da parte dell’opinione pubblica: c’era un pezzettino su un giornale che, facendo un po’ di confusione, scrisse: «Oggi si inaugura un convegno delle guide turistiche, dei ciceroni italiani». Eppure si era mosso il presidente della Repubblica per venire lì; insomma, direi che ebbe un’eco assai debole al di fuori dell’ambito dei latinisti.
Dov’è necessario dare una accentuazione di carattere politico, noi abbiamo fatto un grande salto di qualità creando l’Unione europea, anche all’inizio con dei contrasti. Poi tutti si sono convinti e ora non vi sono più contrasti né politici né ideologici. Però forse ancora non abbiamo acquisito la necessità di operare insieme in molte cose, tra cui, per esempio, in tutto il settore della ricerca. La Comunità aveva impostato bene, ad esempio, i progetti “Eureka”, che, fra l’altro, erano e sono tuttora aperti anche a Paesi che non appartengono alla Comunità. Questi hanno dato un certo indirizzo. Adesso noi vediamo che, anche per alcune cose in sé buone, come le privatizzazioni, vi è preoccupazione. Su certi settori, settori nevralgici, noi finiamo per avere una internazionalizzazione che va benissimo se, però, ha delle compensazioni ed anche una nostra partecipazione. Ma non va bene se questo significa rinunciare. Io stesso non sono in contraddizione, credo, quando auspico un grande avvenire dell’Italia turistica. Contemporaneamente però auspico che ci sia questa integrazione. È triste vedere che per approfondire degli studi ed andare avanti si è costretti ad andare all’estero. C’è la necessità di dare un indirizzo politico, sia nella scuola sia nella vita, e di darlo con questa prospettiva di mettere a fattore comune… Qualche volta la Comunità, adesso Unione, è vista soltanto per alcuni aspetti che sono di sacrificio. Vale quello che ho detto prima: non può esistere una società nella quale si istituzionalizzano le ingiustizie. Anche qui bisogna aiutare politicamente a correggere. Si dice ad esempio: “Attenzione, la politica agricola comune è qualche cosa di limitativo”. Ma senza la politica agricola comune, senza il sostegno, la nostra agricoltura andrebbe a picco a livello internazionale… insomma, non ci staremmo nei costi. La formazione politica, certo, dipende anche da noi che facciamo vita politica, anche dal buon esempio, dal senso di concretezza, tutto quello che si vuole… però è necessario dire che deve esserci un modello.
Alcune cose, sinceramente, se dovessi esprimere la mia opinione, non mi convincono molto. Sono un po’ di età archeologica, ma mi sono convinto poco quando ho visto quella specie di moltiplicazione degli insegnanti elementari… Forse perché uno di noi nella vita può essere vecchio come lo sono io, ma la maestra della mia scuola elementare è rimasta un mito, un punto di riferimento della mia formazione, del mio affetto se volete. La sensazione che ho è che si è avuto lo sdoppiamento perché c’erano più insegnanti e meno alunni a causa del tasso demografico. Sarebbero magari serviti per insegnamenti particolari, quali la musica e il canto: ma dove stanno la musica, il canto o le lingue?
Ultime due osservazioni. C’è una cosa di cui quasi nessuno si è accorto, ma è una bestialità che si è introdotta nella nostra legislazione qualche tempo fa. Si è creata l’equiparazione di alcuni dialetti alla lingua. Pare che la legge fosse passata alla Camera dicendo: “Tanto poi il Senato la corregge”. Quando è arrivata al Senato c’è stata una specie di sbarramento e la legge ora è nella Gazzetta Ufficiale. Mi limitai a parlare contro, a votare contro, ma non è che vi siano le moltiplicazioni dei voti. Oggi abbiamo una legge che stabilisce che si possono fare gli atti pubblici nei comuni, o gli esami, in dialetto. L’origine di questa iniziativa era nata nel Friuli perché si diceva: come gli sloveni hanno il diritto… Ma allo sloveno si contrappone l’italiano, non il friulano. Allora, può sembrare una barzelletta, c’è il grechio, che forse pochi sanno che cos’è, che si parla in alcuni comuni della Puglia, c’è l’albanese che può essere ancora un esempio valido, perché ci sono zone storiche in Calabria e in Sicilia… Dico che non sarà applicato perché in questo modo ammettiamo che gli esami devono farli per forza i locali. Se io professore debbo sapere l’occitano, debbo sapere il friulano, dove potrò essere utilizzato?
Perché ho detto questo? Per dire che si stanno qualche volta perdendo dei punti di riferimento.
Ultima cosa che è stata accennata qui: la questione scuola pubblica-scuola non pubblica. Personalmente ho frequentato la scuola pubblica come pure i miei figli. Il modo in cui qualche volta si è impostato il problema risente di una tradizione di contrapposizione. Quando si parla di parità noi non partiamo da zero, cioè non siamo un Paese che nasce adesso, in cui ci si debba chiedere oggi come vada impostato il problema… No, noi partiamo da una realtà che esiste. Allora, guai, fra l’altro, a dare l’impressione che chi difende un certo tipo di realtà scolastica sia poi contro quella che è la scuola pubblica o contro i pubblici insegnanti. Può darsi che ad un certo momento bisognerà trasformare (perché queste cose richiedono tempi lunghi), per esempio, la rigidità dello stato giuridico. Quando uno parla con un professore americano e si sente dire: “Ma davvero è possibile da voi che un professore possa aver conquistato a 24 anni una cattedra di fisica, e poi se non vuole continuare a studiare, può farlo e¼rimanere in cattedra fino a settant’anni?”. Quando però prescindesse dallo stato giuridico si aprirebbero tutte le complicazioni della discrezionalità, dell’arbitrio, del protezionismo.
In questa legislatura abbiamo compiuto un salto di qualità. Finora le tre parole della Costituzione che dicono che c’è il diritto, ma «senza oneri per lo Stato» erano interpretate politicamente come impossibilità di oneri per lo Stato, mentre non è così. Non è una mia interpretazione. Io c’ero, e i resoconti sono, del resto, precisi. Se prendiamo quella pagina stampata (per fortuna in Parlamento si stampa tutto quello che si dice: le interpretazioni possono essere diverse, ma i testi sono quelli) lo stesso proponente (un liberale, Corbino) chiarisce che «senza oneri per lo Stato» vuol dire che non c’è un automatismo di diritto ad avere degli oneri. Non è automatico che se tu crei una scuola, lo Stato ti deve aiutare perché tu sei una scuola. E ancora, nella stessa seduta, quello che in un certo senso era il “pontefice massimo” della laicità, Tristano Codignola, dice proprio che certamente è questa l’interpretazione, e esemplifica: «Chi potrebbe negare, domani, l’intervento dello Stato o il sostegno per le scuole professionali?». Alla fine del secolo scorso (non a caso nelle zone che hanno avuto poi uno sviluppo industriale vi erano solo le scuole professionali cattoliche, dei Salesiani e dei Giuseppini). C’è negli atti parlamentari dell’epoca il quesito posto al Ministero: «Perché non fate anche voi delle scuole professionali?». La risposta del Ministero della Pubblica istruzione dell’epoca era che lo Stato non era competente per la formazione professionale, le arti e i mestieri. Forse all’epoca c’era un eccesso di cultura umanistica che impediva di guardare a questo tipo di scuole. Mi pare che ora sia chiaro: il quantum sarà poco o sarà molto… ma mi sembra che si sia culturalmente superata una posizione di un contrasto che non era giusto.
Intanto un complimento per aver organizzato questo convegno.
Abituiamoci a discuterne e a non essere soggetti soltanto alle impressioni; all’educazione, compresa l’educazione politica, deve fare fronte la famiglia; l’avete detto anche qui. Attenzione che la modernità non può consistere nel considerare la famiglia qualche cosa di non necessario alla società.
Per quanto riguarda il divorzio, in Parlamento, ci fu una battaglia epica, una battaglia che ebbe un risultato in Parlamento confermato dal referendum. In un Paese civile ognuno cerca di portare delle linee educative e poi confrontarle con quella che è una realtà. Mi ricordo che intervenni (qualche volta, sembra che uno dica una battuta… ma si possono dire delle cose anche con una battuta, senza offendere nessuno e essere forse più efficaci) perché si faceva una petulante diatriba sulla questione che il Papa poteva sciogliere il matrimonio rato e non consumato. Mi ero seccato e dissi alla fine: «Ma dove viviamo? Io mi preoccupo del fatto che ci sono molti più matrimoni consumati e non rati in questo nostro Paese» e non è che la situazione sia migliorata da allora. Il fatto che voi abbiate messo la famiglia tra le istituzioni che sono in comunione responsabili della educazione, mi pare sia molto giusto. Anche sotto questo aspetto dobbiamo dire che non tutto quello che è buono e non tutto quello che è nuovo è certamente migliore del passato.
Modena, 1 dicembre 2000


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