«La verità non è mai un possesso»
«Cristo stesso ha detto di essere verità e insieme via, cammino: la verità noi la cerchiamo, per grazia la troviamo e nuovamente riprendiamo ad attenderla». Incontro con il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della cultura.
di Giovanni Cubeddu
«Agostino è una persona che frequento da cinquant’anni, da quando ero giovane sacerdote e credevo di essere destinato a fare il cattedratico. Avevo difficoltà a scegliere l’argomento per la mia laurea: storia, teologia o filosofia del cristianesimo? Optai alla fine per quest’ultima e scrissi di un pensatore del ’900, l’abate Louis Bautain. E ricordo che all’inizio della sua opera La philosophie du Christianisme egli aveva posto una frase del De vera religione di Agostino: «La filosofia, che è lo studio della sapienza, non è altro che la religione». Oggi qualcuno alzerebbe gli scudi protestando che non è rispettata così la distinzione epistemologica tra filosofia, teologia, intelligenza della fede e fede; Agostino invece parte semplicemente dall’etimologia, affermando che la filosofia è amore per la sapienza, e se così è, chi può essere, chiede Agostino, più amico della saggezza di colui che segue Gesù Cristo?».
Sul cardinale Paul Poupard incombono le altissime scaffalature della sua biblioteca di quindicimila volumi, con cui convive nel suo studio-casa a palazzo San Calisto a Roma. Gestire una tale mole di sapere è l’insidioso dovere d’ufficio di questo settantenne cardinale – dal 1988 presidente del Pontificio Consiglio della cultura – cui spetta di districarsi nel rapporto tra cultura e fede. E c’è gratitudine nel poter parlare di Agostino, la cui testimonianza ed intelligenza nella fede non poche volte devono aver ristorato le fatiche del porporato francese, il cui primo gesto è quello di ritrovare tra i quindicimila tomi proprio quel primo volume dell’abate Bautain. Sfogliandolo ancora una volta l’occhio cade su una frase…
…«Conosci la verità solo se conosci chi la testimonia».
PAUL POUPARD: Aurelio Agostino è sempre nuovo, come tutti i grandi padri della Chiesa. E quanto ha detto sulla verità, rimane. Essa non è astratta, ma incarnata. Non solo: Agostino sa che anche chi non cerca affatto la verità costruisce i suoi ragionamenti su di essa, vi è ancorato. Da qui l’atteggiamento tipicamente agostiniano, di chi se pure è costretto a contrapporsi dialetticamente a qualcuno, lo fa sempre partendo dall’interno dell’affermazione da confutare, senza mai voler sfidare l’interlocutore.
A questo proposito ecco quanto Agostino scrive rivolgendosi al donatista Cresconio: «Vedi dunque quanto è ragionevole la condotta che seguiamo noi [cattolici, ndr]. Quando vengono da noi eretici e scismatici correggiamo quello che hanno stravolto, ma riconosciamo e lodiamo quel che hanno conservato così come l’hanno ricevuto. E questo per non recare, irritati dai vizi degli uomini, offesa alle cose di Dio, andando oltre il giusto, mentre vediamo che l’Apostolo stesso ha confermato e non confutato il nome di Dio trovato sull’altare dei pagani adoratori degli idoli».
ýOUPARD: Questa potrebbe certamente essere la “magna charta” del Pontificio Consiglio della cultura, nel nostro dialogo con tutti. Tale pensiero fondamentale di sant’Agostino è fatto proprio anche da san Tommaso, che è grande lettore di sant’Agostino. Purtroppo spesso si insegna una storia fatta di archetipi errati, come la contrapposizione tra sant’Agostino e san Tommaso, che non è vera affatto. Basta aprire la Summa theologiae per riscontrare che ad ogni quesito Tommaso risponde citando Agostino. Ed è proprio seguendo Agostino che Tommaso afferma che «ogni verità, da qualunque parte viene, è ispirata dallo Spirito Santo». Agostino è centrale nella grande visione classica del cattolicesimo – cui partecipano sin dall’inizio san Giustino, Clemente di Alessandria, Origene, – dei semina Verbi, del Logos spermatikos. La verità non può che essere una, per suo concetto stesso, e se su di essa si fondano contrapposizioni e duelli, anche nella Chiesa, è per il limite e il peccato degli uomini. Nella storia della Chiesa ritroviamo la confutazione accanita della verità perché essa veniva affermata da nemici. Invece Agostino, con cuore e intelligenza, dice che anche nell’eretico e nello scismatico non solo «riconosciamo» la verità, ma la «lodiamo», lodiamo cioè «quel che hanno conservato così come l’hanno ricevuto». Questo è proprio il cammino del dialogo che cerchiamo con tutti, che sia il dialogo ecumenico, interreligioso, con i non credenti o il dialogo con le culture. Si parte dal positivo che c’è in ciascuno. Lo sa bene Agostino, che in gioventù era stato attratto dal manicheismo, e che poi ha combattuto questa eresia fautrice della contrapposizione assoluta tra il bene e il male.
Agostino afferma nel De civitate Dei che su questa terra Chiesa e mondo convivono insieme così che le due città sono perplexae e permixtae…
POUPARD: Un concetto di Agostino che sempre medito e che uso con gratitudine ed efficacia nel dialogo con le culture. Cioè (qui mutuo anche un concetto del mio grande protettore e patrono san Paolo, «io non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio») il confine tra il bene e il male non è tra me che sono perfetto e te che sei il male incarnato, ma attraversa ogni coscienza, ogni persona, e ogni società che è appunto perplexa e permixta. Allora la grande via del dialogo salvifico che proviene da Gesù stesso è di non spegnere in nessuno quel barlume di bene che fiocamente ancora dà luce, di non soffocare le scintille, ma di partire da queste. Nel tempo che viviamo credo che sia questa la cosa più necessaria ma anche più difficile, in un contesto civile ed ecclesiale non esente dal manicheismo. È ben chiaro che, contrariamente al manicheismo, ogni cultura è vera nella misura della sua cordiale passione per l’uomo e per l’umanità di ogni singolo uomo. Perciò, proprio all’alba del terzo millennio dico: dobbiamo tornare ad Agostino e fuggire le tentazioni antagoniste che sempre ritornano.
Quali tentazioni, secondo lei?
POUPARD: La prima è propria di colui che impossessatosi della verità bestemmia tutto il resto. Di questi diceva san Francesco di Sales che «una verità senza carità è una carità senza verità». Mi colpisce questa frase, perché ridice che per noi la verità non è un concetto astratto ma una persona amata cioè Gesù Cristo. Solo Lui è l’antidoto perfetto a tutte le ideologie, perché una persona non si lascia mai ridurre ad una idea.
La seconda tentazione – come è ben detto nel celebre film Tout le monde il est beau, tout le monde il est gentil (ma non è vero che tutto il mondo è bello e gentile…) – è quella del sincretismo, del relativismo che avvelena nel profondo la cultura dominante, dell’agnosticismo. Ciò è drammatico per la Chiesa, incaricata di annunciare il Vangelo e di andare in tutte le nazioni a dire che il Signore è verità, vita e via. Perché in tale contesto – sta accadendo in Europa – anche il solo proporre Gesù Cristo, la verità che Lui è, viene considerato un gesto di assolutismo e intolleranza. Mi capitò di dirlo in conversazione anche al Papa, e sintetizzai così: «Santo Padre, mi pare davvero che la nostra società della tolleranza tolleri tutto, ma proprio tutto, eccetto la verità». Siamo tornati agli inizi del Cristianesimo. Di recente ho celebrato la santa messa ad un convegno in ricordo del filosofo Maurice Blondel nel Pantheon a Roma. Mi ha molto colpito celebrare lì l’eucarestia in quel tempio già dedicato dagli antichi romani a tutti gli dei, perché all’inizio i romani consideravano il cristianesimo come l’ennesima religione del Pantheon, e con meraviglia, divenuta rabbia, videro che il Dio dei cristiani pretendeva di essere il solo Dio vero.
ý così tra le due tentazioni – il fondamentalismo che non ha convertito nessuno e il sincretismo che svuota tutto – splende l’esempio di Agostino, che ritestimonia la saggezza di san Paolo davanti all’Areopago, quando per confutare chi bestemmiava la verità usò l’intelligenza di una captatio benevolentiae, che era anche il grande abbraccio del suo cuore per riportare al Signore quegli uomini dediti a culti sbagliati.
Lei spiegava prima che le culture esprimono una domanda più che un possesso…
POUPARD: Agostino parla del cuore umano inquietum finché non riposa in Dio. Come si può rispondere a questo cuore inquieto? Partendo da qui si incontra Cristo. Lui stesso ha detto di essere verità e insieme via, cammino: la verità non è mai possesso, ma noi la cerchiamo, per grazia la troviamo e di nuovo riprendiamo ad attenderla. E Pascal, che qui eredita Agostino, dice: «Tu non mi potresti cercare se non mi avessi già trovato, ed avendomi trovato mi cerchi ancora». Il Dio di sant’Agostino, che è il Dio cristiano, non è un’astrazione pietrificata, ma il dolce volto di una persona vivente. Questa è la nostra verità.
E lo stesso vale per le culture: una cultura che vuole essere il “totum”, è intollerante, e infine conduce alla morte. Leopold Sedar Senghor, antico presidente della Repubblica del Senegal, poeta e mio amico, faceva parte del primo Consiglio della cultura che fu istituito venti anni fa, ripeteva sempre che «la culture est dans le métissage», la cultura è nell’incontro fecondo. La sapienza non è mai un possesso, bensì apertura, incontro che procedendo nella storia si arricchisce via via.
Lo capiamo bene quando parliamo di inculturazione: non esistono una fede asiatica, una africana o un’altra americana autoreferenziali, ma da una parte la fede che si propone e dall’altra la cultura, cioè l’uomo, che nella sua libertà l’accoglie: è un mirabile commercium, un incontro ed uno scambio mirabilis, stupendo. Ci mostra ciò la vita del cristianesimo nella storia.
Quindi la cultura fiorisce come sorpresa di un incontro…
POUPARD: Desidero ripeterlo: quando Gesù afferma di essere via, verità e vita, ci dice che non possediamo noi la verità, ma la cerchiamo nel nostro cammino, e possiamo accoglierla perché non è un’astrazione ma una persona amata, il figlio di Maria. E contrariamente al detto di Ernest Renan che «la verità è triste», così la verità è piena di gioia. Dunque, se qualcosa può fare la nostra generazione, se ha un compito, è di restituire alla cultura – certo, compresa quella cattolica – la sorpresa di una verità che è piena di gioia. Scrivendo recentemente sul tema del cristianesimo all’alba del terzo millennio, ho chiuso con il Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: «Ogni cosa che voi avete fatto contro la Chiesa l’avete fatta contro la gioia». Come pure ricordo quelle pagine straordinarie di Agostino sulla felicità: tutti gli uomini la cercano, ma la più grande infelicità deriva agli uomini dal riporre la speranza di felicità nel luogo sbagliato. Anche per Agostino l’avere, il piacere e il potere sono beni terreni condivisi da cristiani e non, beni finché non diventano ideale assoluto.
Anche certe idee di Agostino, dopo di lui, sono state assolutizzate.
POUPARD: E la storia stessa della Chiesa ci mostra che ogniqualvolta si è voluto assolutizzare un particolare di Agostino si è andati fuori strada. Così – chiedo scusa per il bisticcio di parole – l’agostinismo posteriore ad Agostino non è per niente agostiniano, e certo non lo è credere che proprio Agostino col De civitate Dei vagheggi la teocrazia. Ci risiamo. Per il genio umano è facile cadere nel meccanismo delle opposizioni e dell’antagonismo. Per il genio cattolico – come Agostino lo testimonia – vale il grande mistero dell’incontro della grazia con la libertà, una libertà che quando dice sì alla grazia è per grazia, perché è la grazia che previene e che sostiene. Così l’uomo, che pure resta responsabile della sua risposta, vive la fede per ciò che essa è, un dono, come un dono è la sua libertà. Non vi sarebbe stato l’esistenzialismo ateo di Jean-Paul Sartre se egli avesse intuito il mistero della grazia.
«La Chiesa non possiede altra vita se non quella della grazia». Così Paolo VI riprendeva Agostino ne Il Credo del Popolo di Dio.
POUPARD: Lo ripeto. Agostino è di una modernità grande, esprime l’essenza della Chiesa quando dice che vi sono coloro che sembrano essere nella Chiesa ed invece ne sono fuori, mentre altri che appaiono essere fuori invece appartengono alla Chiesa. Perché la realtà profonda della Chiesa non è istituzionale ma è dell’ordine della grazia. Possiamo dire che la grazia assicura all’istituzione di poter essere libera e misericordiosa.
Per questo Dante Alighieri può mettere all’inferno papi e vescovi.
POUPARD: E come no! Chi sembra dentro la Chiesa ne è fuori, e viceversa… Dante è un genio unico. L’ho riletto recentemente. L’esemplare della Divina Commedia che posseggo mi fu regalato da Paolo VI, che era un appassionato lettore di Dante. Papa Montini era persona di grande cultura e di profondo umanesimo, e per lui Dante era il sommo poeta, e lo considerava totalmente cattolico, come Agostino e Tommaso. Tanto che fece ristampare una edizione speciale della Divina Commedia che distribuì a tutti i padri del Concilio ecumenico Vaticano II. Nelle discussioni conciliari vi era sempre chi voleva far prevalere il suo punto di vista, e nell’intento di Paolo VI invitare tutti a leggere Dante significava fare un appello al cattolicesimo della Chiesa che tutto condivide, valorizza ciò che è bene, e mette ogni cosa al proprio posto.
Anche il suo motto episcopale è tratto da Agostino: «Vobis enim sum episcopus. Vobiscum sum christianus» …
POUPARD: Sì, significa «per voi sono vescovo, ma con voi sono cristiano». Quando s’è trattato di scegliere il motto una volta fatto vescovo, immediatamente ho pensato a quelle belle pagine in cui Agostino pone lungamente in contrapposizione l’essere vescovo con l’essere cristiano, il peso di una responsabilità che può essere maggiore occasione di peccato con la gratuità e la letizia della fede. Così il mio stupendo amico Agostino aggiungeva: «il primo titolo è il mio tremore e il secondo è la mia pace. Il primo la mia fatica e il secondo il mio riposo».
Sul cardinale Paul Poupard incombono le altissime scaffalature della sua biblioteca di quindicimila volumi, con cui convive nel suo studio-casa a palazzo San Calisto a Roma. Gestire una tale mole di sapere è l’insidioso dovere d’ufficio di questo settantenne cardinale – dal 1988 presidente del Pontificio Consiglio della cultura – cui spetta di districarsi nel rapporto tra cultura e fede. E c’è gratitudine nel poter parlare di Agostino, la cui testimonianza ed intelligenza nella fede non poche volte devono aver ristorato le fatiche del porporato francese, il cui primo gesto è quello di ritrovare tra i quindicimila tomi proprio quel primo volume dell’abate Bautain. Sfogliandolo ancora una volta l’occhio cade su una frase…
…«Conosci la verità solo se conosci chi la testimonia».
PAUL POUPARD: Aurelio Agostino è sempre nuovo, come tutti i grandi padri della Chiesa. E quanto ha detto sulla verità, rimane. Essa non è astratta, ma incarnata. Non solo: Agostino sa che anche chi non cerca affatto la verità costruisce i suoi ragionamenti su di essa, vi è ancorato. Da qui l’atteggiamento tipicamente agostiniano, di chi se pure è costretto a contrapporsi dialetticamente a qualcuno, lo fa sempre partendo dall’interno dell’affermazione da confutare, senza mai voler sfidare l’interlocutore.
A questo proposito ecco quanto Agostino scrive rivolgendosi al donatista Cresconio: «Vedi dunque quanto è ragionevole la condotta che seguiamo noi [cattolici, ndr]. Quando vengono da noi eretici e scismatici correggiamo quello che hanno stravolto, ma riconosciamo e lodiamo quel che hanno conservato così come l’hanno ricevuto. E questo per non recare, irritati dai vizi degli uomini, offesa alle cose di Dio, andando oltre il giusto, mentre vediamo che l’Apostolo stesso ha confermato e non confutato il nome di Dio trovato sull’altare dei pagani adoratori degli idoli».
ýOUPARD: Questa potrebbe certamente essere la “magna charta” del Pontificio Consiglio della cultura, nel nostro dialogo con tutti. Tale pensiero fondamentale di sant’Agostino è fatto proprio anche da san Tommaso, che è grande lettore di sant’Agostino. Purtroppo spesso si insegna una storia fatta di archetipi errati, come la contrapposizione tra sant’Agostino e san Tommaso, che non è vera affatto. Basta aprire la Summa theologiae per riscontrare che ad ogni quesito Tommaso risponde citando Agostino. Ed è proprio seguendo Agostino che Tommaso afferma che «ogni verità, da qualunque parte viene, è ispirata dallo Spirito Santo». Agostino è centrale nella grande visione classica del cattolicesimo – cui partecipano sin dall’inizio san Giustino, Clemente di Alessandria, Origene, – dei semina Verbi, del Logos spermatikos. La verità non può che essere una, per suo concetto stesso, e se su di essa si fondano contrapposizioni e duelli, anche nella Chiesa, è per il limite e il peccato degli uomini. Nella storia della Chiesa ritroviamo la confutazione accanita della verità perché essa veniva affermata da nemici. Invece Agostino, con cuore e intelligenza, dice che anche nell’eretico e nello scismatico non solo «riconosciamo» la verità, ma la «lodiamo», lodiamo cioè «quel che hanno conservato così come l’hanno ricevuto». Questo è proprio il cammino del dialogo che cerchiamo con tutti, che sia il dialogo ecumenico, interreligioso, con i non credenti o il dialogo con le culture. Si parte dal positivo che c’è in ciascuno. Lo sa bene Agostino, che in gioventù era stato attratto dal manicheismo, e che poi ha combattuto questa eresia fautrice della contrapposizione assoluta tra il bene e il male.
Agostino afferma nel De civitate Dei che su questa terra Chiesa e mondo convivono insieme così che le due città sono perplexae e permixtae…
POUPARD: Un concetto di Agostino che sempre medito e che uso con gratitudine ed efficacia nel dialogo con le culture. Cioè (qui mutuo anche un concetto del mio grande protettore e patrono san Paolo, «io non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio») il confine tra il bene e il male non è tra me che sono perfetto e te che sei il male incarnato, ma attraversa ogni coscienza, ogni persona, e ogni società che è appunto perplexa e permixta. Allora la grande via del dialogo salvifico che proviene da Gesù stesso è di non spegnere in nessuno quel barlume di bene che fiocamente ancora dà luce, di non soffocare le scintille, ma di partire da queste. Nel tempo che viviamo credo che sia questa la cosa più necessaria ma anche più difficile, in un contesto civile ed ecclesiale non esente dal manicheismo. È ben chiaro che, contrariamente al manicheismo, ogni cultura è vera nella misura della sua cordiale passione per l’uomo e per l’umanità di ogni singolo uomo. Perciò, proprio all’alba del terzo millennio dico: dobbiamo tornare ad Agostino e fuggire le tentazioni antagoniste che sempre ritornano.
Quali tentazioni, secondo lei?
POUPARD: La prima è propria di colui che impossessatosi della verità bestemmia tutto il resto. Di questi diceva san Francesco di Sales che «una verità senza carità è una carità senza verità». Mi colpisce questa frase, perché ridice che per noi la verità non è un concetto astratto ma una persona amata cioè Gesù Cristo. Solo Lui è l’antidoto perfetto a tutte le ideologie, perché una persona non si lascia mai ridurre ad una idea.
La seconda tentazione – come è ben detto nel celebre film Tout le monde il est beau, tout le monde il est gentil (ma non è vero che tutto il mondo è bello e gentile…) – è quella del sincretismo, del relativismo che avvelena nel profondo la cultura dominante, dell’agnosticismo. Ciò è drammatico per la Chiesa, incaricata di annunciare il Vangelo e di andare in tutte le nazioni a dire che il Signore è verità, vita e via. Perché in tale contesto – sta accadendo in Europa – anche il solo proporre Gesù Cristo, la verità che Lui è, viene considerato un gesto di assolutismo e intolleranza. Mi capitò di dirlo in conversazione anche al Papa, e sintetizzai così: «Santo Padre, mi pare davvero che la nostra società della tolleranza tolleri tutto, ma proprio tutto, eccetto la verità». Siamo tornati agli inizi del Cristianesimo. Di recente ho celebrato la santa messa ad un convegno in ricordo del filosofo Maurice Blondel nel Pantheon a Roma. Mi ha molto colpito celebrare lì l’eucarestia in quel tempio già dedicato dagli antichi romani a tutti gli dei, perché all’inizio i romani consideravano il cristianesimo come l’ennesima religione del Pantheon, e con meraviglia, divenuta rabbia, videro che il Dio dei cristiani pretendeva di essere il solo Dio vero.
ý così tra le due tentazioni – il fondamentalismo che non ha convertito nessuno e il sincretismo che svuota tutto – splende l’esempio di Agostino, che ritestimonia la saggezza di san Paolo davanti all’Areopago, quando per confutare chi bestemmiava la verità usò l’intelligenza di una captatio benevolentiae, che era anche il grande abbraccio del suo cuore per riportare al Signore quegli uomini dediti a culti sbagliati.
Lei spiegava prima che le culture esprimono una domanda più che un possesso…
POUPARD: Agostino parla del cuore umano inquietum finché non riposa in Dio. Come si può rispondere a questo cuore inquieto? Partendo da qui si incontra Cristo. Lui stesso ha detto di essere verità e insieme via, cammino: la verità non è mai possesso, ma noi la cerchiamo, per grazia la troviamo e di nuovo riprendiamo ad attenderla. E Pascal, che qui eredita Agostino, dice: «Tu non mi potresti cercare se non mi avessi già trovato, ed avendomi trovato mi cerchi ancora». Il Dio di sant’Agostino, che è il Dio cristiano, non è un’astrazione pietrificata, ma il dolce volto di una persona vivente. Questa è la nostra verità.
E lo stesso vale per le culture: una cultura che vuole essere il “totum”, è intollerante, e infine conduce alla morte. Leopold Sedar Senghor, antico presidente della Repubblica del Senegal, poeta e mio amico, faceva parte del primo Consiglio della cultura che fu istituito venti anni fa, ripeteva sempre che «la culture est dans le métissage», la cultura è nell’incontro fecondo. La sapienza non è mai un possesso, bensì apertura, incontro che procedendo nella storia si arricchisce via via.
Lo capiamo bene quando parliamo di inculturazione: non esistono una fede asiatica, una africana o un’altra americana autoreferenziali, ma da una parte la fede che si propone e dall’altra la cultura, cioè l’uomo, che nella sua libertà l’accoglie: è un mirabile commercium, un incontro ed uno scambio mirabilis, stupendo. Ci mostra ciò la vita del cristianesimo nella storia.
Quindi la cultura fiorisce come sorpresa di un incontro…
POUPARD: Desidero ripeterlo: quando Gesù afferma di essere via, verità e vita, ci dice che non possediamo noi la verità, ma la cerchiamo nel nostro cammino, e possiamo accoglierla perché non è un’astrazione ma una persona amata, il figlio di Maria. E contrariamente al detto di Ernest Renan che «la verità è triste», così la verità è piena di gioia. Dunque, se qualcosa può fare la nostra generazione, se ha un compito, è di restituire alla cultura – certo, compresa quella cattolica – la sorpresa di una verità che è piena di gioia. Scrivendo recentemente sul tema del cristianesimo all’alba del terzo millennio, ho chiuso con il Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: «Ogni cosa che voi avete fatto contro la Chiesa l’avete fatta contro la gioia». Come pure ricordo quelle pagine straordinarie di Agostino sulla felicità: tutti gli uomini la cercano, ma la più grande infelicità deriva agli uomini dal riporre la speranza di felicità nel luogo sbagliato. Anche per Agostino l’avere, il piacere e il potere sono beni terreni condivisi da cristiani e non, beni finché non diventano ideale assoluto.
Anche certe idee di Agostino, dopo di lui, sono state assolutizzate.
POUPARD: E la storia stessa della Chiesa ci mostra che ogniqualvolta si è voluto assolutizzare un particolare di Agostino si è andati fuori strada. Così – chiedo scusa per il bisticcio di parole – l’agostinismo posteriore ad Agostino non è per niente agostiniano, e certo non lo è credere che proprio Agostino col De civitate Dei vagheggi la teocrazia. Ci risiamo. Per il genio umano è facile cadere nel meccanismo delle opposizioni e dell’antagonismo. Per il genio cattolico – come Agostino lo testimonia – vale il grande mistero dell’incontro della grazia con la libertà, una libertà che quando dice sì alla grazia è per grazia, perché è la grazia che previene e che sostiene. Così l’uomo, che pure resta responsabile della sua risposta, vive la fede per ciò che essa è, un dono, come un dono è la sua libertà. Non vi sarebbe stato l’esistenzialismo ateo di Jean-Paul Sartre se egli avesse intuito il mistero della grazia.
«La Chiesa non possiede altra vita se non quella della grazia». Così Paolo VI riprendeva Agostino ne Il Credo del Popolo di Dio.
POUPARD: Lo ripeto. Agostino è di una modernità grande, esprime l’essenza della Chiesa quando dice che vi sono coloro che sembrano essere nella Chiesa ed invece ne sono fuori, mentre altri che appaiono essere fuori invece appartengono alla Chiesa. Perché la realtà profonda della Chiesa non è istituzionale ma è dell’ordine della grazia. Possiamo dire che la grazia assicura all’istituzione di poter essere libera e misericordiosa.
Per questo Dante Alighieri può mettere all’inferno papi e vescovi.
POUPARD: E come no! Chi sembra dentro la Chiesa ne è fuori, e viceversa… Dante è un genio unico. L’ho riletto recentemente. L’esemplare della Divina Commedia che posseggo mi fu regalato da Paolo VI, che era un appassionato lettore di Dante. Papa Montini era persona di grande cultura e di profondo umanesimo, e per lui Dante era il sommo poeta, e lo considerava totalmente cattolico, come Agostino e Tommaso. Tanto che fece ristampare una edizione speciale della Divina Commedia che distribuì a tutti i padri del Concilio ecumenico Vaticano II. Nelle discussioni conciliari vi era sempre chi voleva far prevalere il suo punto di vista, e nell’intento di Paolo VI invitare tutti a leggere Dante significava fare un appello al cattolicesimo della Chiesa che tutto condivide, valorizza ciò che è bene, e mette ogni cosa al proprio posto.
Anche il suo motto episcopale è tratto da Agostino: «Vobis enim sum episcopus. Vobiscum sum christianus» …
POUPARD: Sì, significa «per voi sono vescovo, ma con voi sono cristiano». Quando s’è trattato di scegliere il motto una volta fatto vescovo, immediatamente ho pensato a quelle belle pagine in cui Agostino pone lungamente in contrapposizione l’essere vescovo con l’essere cristiano, il peso di una responsabilità che può essere maggiore occasione di peccato con la gratuità e la letizia della fede. Così il mio stupendo amico Agostino aggiungeva: «il primo titolo è il mio tremore e il secondo è la mia pace. Il primo la mia fatica e il secondo il mio riposo».