Manzoni, l’uomo e il credente
Il credente non ha mai soffocato l’uomo, proprio come l’uomo non è mai intervenuto nel dominio del credente: al contrario, l’uno ha sostenuto l’altro, l’uno ha nutrito l’altro. Non ci sono molti altri esempi di una fusione così felice e di una immedesimazione così sostenuta criticamente. Un saggio di Carlo Bo
Signor presidente del Senato, onorevoli senatori, quando Alessandro Manzoni viene nominato senatore, nel giugno del 1860, ha compiuto i 75 anni e da molto è una gloria dell’Europa letteraria. La motivazione ricordava giustamente, oltre ai meriti artistici, quelli civili perché nella sua maniera riservata ma tenace Manzoni si era battuto perché l’Italia diventasse un solo Paese e però non aveva mai taciuto il suo amore e nascosto le ansie e le speranze del suo cuore. Prevista la sua reazione, previsti i richiami alla sua indegnità, ma altrettanto prevedibile la sua partecipazione al momento di decidere il passaggio della capitale da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Un atteggiamento che gli era costato un lungo tempo di aspre disapprovazioni e di polemiche a cui aveva risposto con quel suo inflessibile regime di verità e di realismo. In fondo non ci si doveva aspettare altro. Quei due segni consacravano una vocazione che si era accesa sin dall’adolescenza, al tempo delle sue ribellioni e delle sue generose invocazioni, e alla fine saldavano tutta un’esistenza esemplare e illustravano, se ce ne fosse stato bisogno, una vita dedicata alla ricerca del vero fondata su una straordinaria regola morale.
Non mi sembra necessario ripercorrere le tappe di questa evoluzione, i momenti di questo doppio e pur liberissimo percorso fra le ragioni dello spirito e quelle del cuore civile.
Oggi siamo nella posizione più favorevole per vedere fino a che punto e in quale misura le due ragioni si sono compenetrate e sostenute, talché sarebbe impossibile separare queste due invenzioni, così come sembra superfluo riprendere una polemica già abusiva fin dal suo nascere sulle contraddizioni e sulle divaricazioni dei due momenti.
Nel cattolico Manzoni non vi è mai stata distrazione, non vi sono stati giochi di equilibrio, tanto meno calcoli e infingimenti. La realtà era per lui qualcosa che andava sottoposta al vaglio della verità e, alla fine, il risultato gli si imponeva senza possibilità di riduzioni e di evasioni. Ma non si trattava soltanto di sentimento e di inclinazione. Nella sua immagine dell’Italia unita avevano un posto ben preciso la lunga ricerca storica, gli anni di meditazione, gli studi che spiegano il silenzio cominciato venti anni prima. Da un certo punto di vista si potrebbe dividere la storia della sua vita in due grandi momenti: il primo, che va dalle violente passioni del collegio di Lugano e arriva alla conclusione del suo grande libro; il secondo che dura 33 anni, ma non è vacanza, non è riposo, al contrario è approfondimento e ostinata ricerca. Questo silenzio, che non possiamo spiegare con la stanchezza o la riduzione dello spirito creativo, in effetti era il risultato di una speculazione tutta interiore, dove – lo ripetiamo – non stavano soltanto delle ragioni religiose, ma avevano il loro posto, un posto di privilegio, le sue profonde aspirazioni e ambizioni civili.
Il credente non ha mai soffocato l’uomo, proprio come l’uomo non è mai intervenuto nel dominio del credente: al contrario, l’uno ha sostenuto l’altro, l’uno ha nutrito l’altro. Non ci sono molti altri esempi di una fusione così felice e di una immedesimazione così sostenuta criticamente. Il Manzoni che sente non vive senza il Manzoni che riflette, che pensa, che specula e, allo stesso modo, il Manzoni che si studia e studia il mondo non si abbandona mai a delle mere esercitazioni culturali. In ogni momento ci appare come lo scrutatore disinteressato e libero e il dipanatore del groviglio del cuore umano.
Tutta la sua opera è la trama di questi rapporti, di questi richiami, di questi molteplici inserimenti di mondi opposti e spesso inconciliabili, e però sembra molto strano che lo si sia potuto accusare di fragilità e di accondiscendenza al momento delle decisioni. La cosa è tanto più vera quando si studi la sua fede religiosa e la sua fede politica, quando si accerti il grado di perfetta concordanza tra il suo cattolicesimo e il suo laicismo. Manzoni andava ben al di là di queste barriere, di queste separazioni e aveva una visione della storia che gli consentiva di non scontrarsi o inciampare nelle ragioni del momento e del contingente.
Naturalmente è stata una conquista, non si è trattato di una grazia, termine che avrebbe adoperato soltanto per una vicenda capitale e troppo ardua e profonda per essere raccontata; si è trattato invece di una educazione che in effetti non è mai cessata.
Così come lo scrittore tornava sulla pagina, allo stesso modo l’uomo non cessava di vagliare, confrontare, misurare e soprattutto cancellare il superfluo, il retorico, il di più, quel di più che era ed è invece il castello dei sogni del puro letterato.
C’è un passo de I promessi sposi che mi è sempre suonato come il termine più esatto per conoscere il meccanismo intellettuale del Manzoni e sarebbe più giusto dire l’immagine intera dello scrittore che credeva nella letteratura ramo delle scienze morali. Lo troviamo alla fine del XXI capitolo, nel paragrafo dedicato alla parola che non si può più mandare indietro. Eccolo: «Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare in gran parte quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo, proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire».
C’è qui tutta la sua poetica fondata sulla speculazione morale e c’è anche un senso di pietà per la nostra fragilità, per il nostro perpetuo ricorso alla parola come rifugio, come consolazione e giustificazione. Parlare per un certo verso è l’illusione di abolire gli ostacoli, di rimuoverli, di spostare su un altro mondo situazioni insidiose e pericolose; alla fine è scegliere la finzione in cui ci compiacciamo contro la verità che non offre uscite di comodo ed esige forza, coraggio, più semplicemente forza d’animo.
Il Manzoni che tace, che decide di non cadere più nella trappola di quella cosa così sola non per questo smette di osservare, di ascoltare, di paragonare, insomma di pensare.
C’è un altro esempio, sia pure di natura diversa, nella storia della letteratura, di questo comportamento. A sentire Paul Valéry, anche il grande poeta francese Mallarmé pensait avant de parler: pensava prima di parlare.
Due posizioni analoghe, ma per ragioni molto diverse. Manzoni procede dal suo credere nella letteratura morale; Mallarmé obbediva al criterio della poesia pura fino alla astrazione. Il primo compone, unisce, fonde, mentre il secondo separa l’uomo dalla poesia. Manzoni procede da Dio verso l’uomo e tende al riscatto, alla resurrezione; Mallarmé molto più semplicemente si sostituiva a Dio.
Se noi leggiamo l’evoluzione letteraria di questi due ultimi secoli – mi sia permesso di giocare con molto agio tra le due date – non possiamo non riconoscere che ha vinto il poeta puro, l’immagine del Mallarmé che rinuncia all’uomo, alla sua storia, alla sua politica e alle sue radici sociali ed economiche. Ecco perché in un certo senso il Manzoni chiude un tempo, nessuno come lui era in grado di prevedere quello che sarebbe stato il nuovo mondo, soprattutto come sarebbe stato l’uomo disancorato dal confronto con le ragioni dell’eterno, l’uomo non più disegnato su una figura incorruttibile e perfetta.
Manzoni con questo non diminuiva, né evirava il suo uomo. No, la sua intenzione era di farlo più completo, di radicarlo meglio nella sua terra, nella storia della sua patria terrena, altrimenti gli sarebbe stato più semplice e certamente più utile rinunciare a questo tentativo di somma composizione, di soluzione unica, assecondando l’uomo sulla strada del divertimento e della distrazione. Rinuncia al divertissement pascaliano, che è venuta ben presto nell’ambito delle sue decisioni, quando frequentava gli amici della maisonnette e non era stato ancora fulminato dalla grazia.
Ed è proprio questa contraddittoria presenza degli inizi che costituirà il fondo delle sue meditazioni e dei suoi confronti. E a Parigi fra gli idéologues che prende a credere nel progresso e nel miglioramento degli uomini e della vita. Una fede che non modificherà neppure dopo la sua conversione, additando per sé e per gli altri un modo di vivere la fede cristiana non disgiunto da una economia umana, da una visione terrena delle cose.
Siamo ben lontani dall’ipotesi di un Manzoni separato e che patteggia opportunisticamente con il mondo della città. Per lui la città è un ulteriore termine di confronto, è il segno dell’hic et nunc. Sicché nulla è tralasciato al caso e neppure ad una accezione distorta della Provvidenza. E questo perché fin dove poteva arrivare la ragione umana per Manzoni non c’era alcun bisogno di aiuti miracolosi; anzi bisogna dire qualcosa di più, la Provvidenza andava aiutata, sostenuta, nutrita e proprio con la ragione, con la meditazione e il vaglio dei fatti.
Tutto il contrario di quanto è stato detto per molti anni sulla favola cristiana de I promessi sposi; dove sì c’è Dio, ma in primo piano ci sono soltanto gli uomini e proprio a quegli uomini è demandato il compito di vivere e di capire la vita. Non c’è ombra di mistero nel Manzoni, non c’è mistero in quello che definiva un bal pour les pauvres: un ballo per i poveri. E soprattutto non c’è mistero quando, da parte dello scrittore, si è proceduto ad una svestizione, ad un denudamento dei suoi personaggi. Manzoni spoglia soprattutto i potenti, gli uomini che coprono la loro natura sotto vesti curiali, sotto le insegne e le decorazioni.
Per i poveri questo non era necessario: erano già nudi, la sorte non li aveva privilegiati. Eppure erano materia di storia, anzi più veri, più vicini al modello di povertà che è consacrato nei Vangeli. Contro il gioco delle maschere che aveva la funzione di illudere il popolo e nascondere le colpe, le omissioni e le distorsioni della società, Manzoni mette in scena un altro spettacolo che è guidato dal bisogno, dalla sopraffazione e dallo spirito di giustizia.
Certo, si può sostenere che la sua forse è una illusione, ma un’illusione che è nata conversando con i suoi maestri francesi e guardando l’Italia da lontano, da un Paese più progredito e che da poco aveva superato una grande crisi e aveva fatto una rivoluzione in nome dei diritti e contro la corruzione e l’ingiustizia. Manzoni ha messo sulle spalle dell’uomo eterno, dell’uomo nudo, due manti; quello del sogno progressista e quello dell’uomo che tende al riscatto, a un riscatto più ampio, spirituale, ma prima ancora materiale. In sostanza è l’uomo secondo giustizia che postula e non l’uomo così come lo avviliamo dentro di noi, l’uomo che parla prima di pensare o invece di pensare.
I promessi sposi, ma anche tutto il resto della sua opera, obbedisce a questo criterio di educazione assoluta e totale. Se separiamo questi due registri, non capiremo più né le intenzioni dello scrittore né il pensiero dell’uomo che vive nella città. E infatti troppo spesso si è smarrita la strada giusta, la chiave di lettura giusta, privilegiando uno solo dei due registri, anticipando quelli che sono nel romanzo i domini ulteriori e i termini della seconda vita. Ma Manzoni non ha mai pensato che mentre dura il cammino in comune, solo il credente possiede il vero, essendo il vero il frutto di una comunione più ampia degli uomini in generale. L’errore e il vero vanno insieme: sta nello spirito critico stabilire il tipo e i tempi della collaborazione, esattamente come nel suo “ballo” giusti e ingiusti convivono, esattamente come dentro il nostro cuore il bene convive con il male. Tutto sta nel saper dare il nome giusto alle cose, tutto sta nel saper fare di quella cosa così corta un discorso meditato e concreto.
Conosceva troppo se stesso per credere nella bontà delle esclusioni e delle separazioni, mentre sapeva che una costruzione anche morale ha bisogno di tutti i materiali e però non si può pensare di comporre utilizzando solo un tipo di cemento. Lo stesso criterio valeva per testimoniare il primato della giustizia, da un certo momento il grande tema della sua speculazione. Per Manzoni il giusto era la somma o il risultato di una guerra tra il bene e il male che sono dentro di noi; riservava all’uomo la parte più sua, che era per l’appunto quella della lotta interiore, e rimetteva a un arbitro che per lui era Dio il giudizio finale e la sentenza. Ecco perché non giudica mai né in blocco né a senso unico. Soprattutto non chiude mai la porta al pentimento o al desiderio del riscatto, ma quando ripercorre la carriera, la strada di queste carriere umane, anche le più desolate e perfide, si limita a considerare i mali, gli errori per quello che sono, per ciò che hanno di personale, di profondamente personale. Insomma, vede dove sta l’errore, perché viene commesso e di che cosa è composto. Tutte valutazioni e stime di natura laica.
Si pensi a quel mirabile trattato sulla giustizia umana che è la Storia della colonna infame, dove Manzoni non predica, limitandosi a registrare passo a passo la devastazione della corruzione intellettuale e morale, il pregiudizio, la superstizione usati come armi, come strumenti per proteggere e per difendere il castello del proprio potere. Tutto questo rientra ancora nella valutazione laica dei reati e non ha nulla a che fare con una strumentalizzazione di ordine religioso.
Se mettiamo sulla bilancia questi due motivi, ebbene dobbiamo ammettere che non c’è possibilità di equilibrio tra il male considerato per se stesso e il bene che deriva da un’altra visione.
Manzoni non confonde le due sfere. Così, quando giudica e condanna si riferisce esclusivamente a un codice morale senza nessun altro colore, per cui il presupposto resta pur sempre il fatto, l’errore, mentre in un secondo tempo il processo viene spostato su un altro tribunale e lui, giudica a freddo, cede le armi e non invade un campo che non ritiene suo.
Con quanto scrupolo ha saputo mantenere equidistanti i due domini! E questo perché nella sua concezione religiosa il peccato, l’errore può essere perdonato ma non cancellato. Insomma l’errore resta con tutto il suo peso e con tutto il carico di responsabilità. Si direbbe che fosse più rigido e severo nel corso della prima parte delle sue indagini, nella fase istruttoria, quando non lo sfiorava neppure la tentazione di lavare quelle colpe con degli strumenti laici; insomma non ricorreva a giustificazioni che magari potessero avere qualche punto di appoggio in un libro di considerazioni generali.
Veniva sempre prima il laico e in un secondo tempo apriva le porte al credente. Era laico fin dove potevano soccorrerlo le ragioni del mondo; era credente quando si accorgeva che quelle armi erano insufficienti e ci voleva qualcosa di appartenente a un altro territorio.
Se torniamo per un momento alla sua battaglia politica, vediamo fino a che punto salvaguardasse la sfera laica, fino a che punto intendesse promuovere la crescita e lo sviluppo dell’uomo libero, anche perché era convinto che un diverso regime, più sensibile e corrivo alla confusione delle due ragioni, si sarebbe immediatamente trasformato in ingiustizia. Non basta, anche quando abbandona il tribunale civile non rinuncia al dato del laicismo se questo dato è suscettibile di aiuto per l’uomo solo.
Non crede alla dannazione e qui sbagliano quanti si ostinano a trovare nel suo cuore riflessi giansenistici. Non calcola mai questa riduzione assoluta alla condanna decretata prima della prova dei fatti. Lo testimoniano i personaggi de I promessi sposi, lo testimonia quel suo bisogno di distinguere sempre l’errore dall’errante, il peccato dal peccatore. L’errore può e deve essere corretto con ogni sistema e rappresenta un altro tipo di battaglia che ci ostiniamo a chiamare laica. L’errante deve vedersela con la sua coscienza, dove lasciare cristallizzare dentro di sé il diamante del rimorso.
Forse si tratta di nomi. Per quel grande interprete del cuore umano che era Manzoni i sentimenti di fondo esistono, hanno una voce anche quando non sono ancora arrivati a trovarne la definizione. È tutto il grande capitolo del sentire che egli pone alla base di ogni costruzione morale; senza sentimenti non c’è possibilità di rimedio, di miglioramento, tanto meno di conversione.
Comunque si tratta pur sempre di una lunga insidiosa lotta. Valga il caso di padre Cristoforo, sotto la cui tonaca, infatti, non è morta la memoria di Ludovico e però il rimorso sussiste anche quando la pena sembra essere stata scontata ad usura.
Il silenzio degli ultimi anni è anche questo perenne rimuginare sulle condizioni dell’uomo, sulle sue speranze e sulle sue cadute. Manzoni, che aveva una così robusta fede nel progresso e nella scienza, era nello stesso tempo convinto che la rivoluzione non finisce mai, intendendo per rivoluzione lo strumento della correzione e non quello della violenza.
Quando i personaggi del suo bal pour les pauvres escono dalla scena del romanzo – beninteso quelli che sono sfuggiti al flagello della peste – non sono salvati, non sono guariti per l’eterno; sono sempre nel mare della vita, escono dalla finzione per rientrare nella storia e la storia per Manzoni non era quella degli storici, non stava scritta nei libri, ma al contrario era nel cuore dei suoi protagonisti maggiori e minori, nel cuore della gente, era sempre nel groviglio di vipere dell’esistenza.
Fra i sentimenti di partenza e d’arrivo della vita c’è un mare di cui si ignora il tempo delle tempeste e quello delle bonacce. Allora ciò che per Manzoni si poteva e si doveva fare era curare la navigazione, non perdere la rotta verso il porto del vero, per lo meno non tradire mai il verbo, che era una cosa molto diversa dalla parola, da quella cosa così corta. La parola nel senso alto era, per il Manzoni, un termine capitale di invenzione umana. Ecco perché le ricerche che hanno riempito i giorni della sua grande maturità erano qualche cosa di molto diverso da una mania di un gusto letterario, tutto dipendendo sempre dal bisogno di fissare bene i termini della realtà.
Il ramo delle scienze morali che aveva privilegiato alla fine si era staccato dal grande tronco della sua vita. A volte costituiva motivo di scherzo, a volte era un bagaglio da rispedire al grande passato.
Tutto quanto aveva speso nella ricerca del bello, ora gli serviva per trovare il vero. Era morta la letteratura, questo divino mestiere guastato, restava la preoccupazione del vero, del vero concesso alla mente umana.
E c’è una curiosa corrispondenza tra questa rinuncia e la maggiore assunzione dell’umano. La letteratura gli era servita per spogliare l’uomo coperto e vedere finalmente l’uomo così com’è, senza distinzione di classe, fuori dai campi corrotti del potere, libero dal falso delle religioni tradite. Ma una volta compiuta questa operazione, prendono maggiormente corpo le grandi domande e assumono un altro colore le ombre delle speranze e delle attese.
Qui il laico ha il sopravvento sul credente, nel senso che gli sarebbe stato facile trasformarsi in scrittore di devozione e Manzoni questo non lo ha fatto. Non lo ha fatto per questo suo estremo rigore intellettuale, per non confondere due mondi contrapposti, per non ingannare il suo famoso “non proferir mai verbo”, che valeva anche in senso opposto; non doveva servire per illudere e ingannare, per fare credere agli altri di saper dare ciò che non poteva offrire.
Quando cessa il “mestiere guastato” è in fondo più libero e il Manzoni si fa tutto morale – non moralista – e sviluppa i due registri, il laico e il religioso, con maggiore autonomia e libertà.
Siamo ben lontani da Chateaubriand e dalle sue adulazioni, da quel suo modo di intendere con l’occhio della carne il genio del cristianesimo, da quel voler conciliare la parola e una vita che la contraddiceva.
Per Manzoni non c’è stato, dunque, nessun riposo morale. C’è stato quel dialogare in segreto con Dio, le discussioni con Rosmini, il sentir messa a San Fedele e, insieme, quel grande amore della patria – come ha detto Cesare Angelini, manzonista tra i manzonisti – e quel suo vivere sempre fedele a Dio e alla patria. Non li ha mai barattati, non ci ha mai speculato sopra; li ha serviti e nella maniera più segreta e gelosa, più umile, con il più chiaro dei linguaggi. Secondo una regola già fissata da Angelini: «Il romanzo rappresenta l’esperienza di tutti portata al livello di tutti».
Era ciò che aveva fatto nell’ambito dell’economia del suo romanzo, dove anche chi non aveva diritto di parola riusciva, nonostante tutto e con semplice atto di presenza, ad annullare questa antica sopraffazione. E alla fine sono proprio i personaggi senza parola a parlare meglio il linguaggio della verità, riscattati dalla sincerità e dall’umiltà della loro natura. In questo senso vanno chiamati umili, perché sono più vicini alla terra, perché non hanno imparato ad usare la parola come inganno; insomma, perché sono di più nella realtà, molto di più di quelli che si illudevano e si illudono di dominare il mondo.
Questo era – almeno tale ci appare nelle nostre imprecise, grossolane e orgogliose ricostruzioni critiche – il Manzoni che entrava in Senato. Taceva da vent’anni, avrebbe continuato a tacere per altri tredici. Ma il suo silenzio era il segno di una responsabilità crescente, della sua incessante approssimazione al vero: vero santo per lui, semplice vero per quanti lo avrebbero continuato a leggere. È a questo miracolo di prudenza, di indipendenza e di libertà che prima o dopo tutti i suoi lettori si sono inchinati.
Tutto quanto è stato indagato e scritto su di lui a un certo punto scompare mentre resta il riconoscimento per l’uomo, per quella che Renato Serra chiamava la grande mente serena del Manzoni. Serena per noi, tempestosa e drammatica fino all’ultimo per il Manzoni, vittima ed eroe di una tempesta di cui abbiamo ancora come sola testimonianza il silenzio.
Noi certo gli rendiamo onore per quanto ci ha lasciato, ma lo facciamo con la coscienza di essere lettori dimezzati e impari non essendo in grado – e finora nessuno lo è stato per intero – di misurare il senso e il peso della sua lotta. E tuttavia, nonostante questa fitta rete di ombre e di voci nascoste, ci troviamo come italiani e come credenti, insomma come semplici laici, ad ammirarne con gratitudine la lezione e l’esempio. Cosa che in letteratura è di per sé un’eccezione, la più bella delle eccezioni.
Non mi sembra necessario ripercorrere le tappe di questa evoluzione, i momenti di questo doppio e pur liberissimo percorso fra le ragioni dello spirito e quelle del cuore civile.
Oggi siamo nella posizione più favorevole per vedere fino a che punto e in quale misura le due ragioni si sono compenetrate e sostenute, talché sarebbe impossibile separare queste due invenzioni, così come sembra superfluo riprendere una polemica già abusiva fin dal suo nascere sulle contraddizioni e sulle divaricazioni dei due momenti.
Nel cattolico Manzoni non vi è mai stata distrazione, non vi sono stati giochi di equilibrio, tanto meno calcoli e infingimenti. La realtà era per lui qualcosa che andava sottoposta al vaglio della verità e, alla fine, il risultato gli si imponeva senza possibilità di riduzioni e di evasioni. Ma non si trattava soltanto di sentimento e di inclinazione. Nella sua immagine dell’Italia unita avevano un posto ben preciso la lunga ricerca storica, gli anni di meditazione, gli studi che spiegano il silenzio cominciato venti anni prima. Da un certo punto di vista si potrebbe dividere la storia della sua vita in due grandi momenti: il primo, che va dalle violente passioni del collegio di Lugano e arriva alla conclusione del suo grande libro; il secondo che dura 33 anni, ma non è vacanza, non è riposo, al contrario è approfondimento e ostinata ricerca. Questo silenzio, che non possiamo spiegare con la stanchezza o la riduzione dello spirito creativo, in effetti era il risultato di una speculazione tutta interiore, dove – lo ripetiamo – non stavano soltanto delle ragioni religiose, ma avevano il loro posto, un posto di privilegio, le sue profonde aspirazioni e ambizioni civili.
Il credente non ha mai soffocato l’uomo, proprio come l’uomo non è mai intervenuto nel dominio del credente: al contrario, l’uno ha sostenuto l’altro, l’uno ha nutrito l’altro. Non ci sono molti altri esempi di una fusione così felice e di una immedesimazione così sostenuta criticamente. Il Manzoni che sente non vive senza il Manzoni che riflette, che pensa, che specula e, allo stesso modo, il Manzoni che si studia e studia il mondo non si abbandona mai a delle mere esercitazioni culturali. In ogni momento ci appare come lo scrutatore disinteressato e libero e il dipanatore del groviglio del cuore umano.
Tutta la sua opera è la trama di questi rapporti, di questi richiami, di questi molteplici inserimenti di mondi opposti e spesso inconciliabili, e però sembra molto strano che lo si sia potuto accusare di fragilità e di accondiscendenza al momento delle decisioni. La cosa è tanto più vera quando si studi la sua fede religiosa e la sua fede politica, quando si accerti il grado di perfetta concordanza tra il suo cattolicesimo e il suo laicismo. Manzoni andava ben al di là di queste barriere, di queste separazioni e aveva una visione della storia che gli consentiva di non scontrarsi o inciampare nelle ragioni del momento e del contingente.
Naturalmente è stata una conquista, non si è trattato di una grazia, termine che avrebbe adoperato soltanto per una vicenda capitale e troppo ardua e profonda per essere raccontata; si è trattato invece di una educazione che in effetti non è mai cessata.
Così come lo scrittore tornava sulla pagina, allo stesso modo l’uomo non cessava di vagliare, confrontare, misurare e soprattutto cancellare il superfluo, il retorico, il di più, quel di più che era ed è invece il castello dei sogni del puro letterato.
C’è un passo de I promessi sposi che mi è sempre suonato come il termine più esatto per conoscere il meccanismo intellettuale del Manzoni e sarebbe più giusto dire l’immagine intera dello scrittore che credeva nella letteratura ramo delle scienze morali. Lo troviamo alla fine del XXI capitolo, nel paragrafo dedicato alla parola che non si può più mandare indietro. Eccolo: «Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare in gran parte quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo, proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire».
C’è qui tutta la sua poetica fondata sulla speculazione morale e c’è anche un senso di pietà per la nostra fragilità, per il nostro perpetuo ricorso alla parola come rifugio, come consolazione e giustificazione. Parlare per un certo verso è l’illusione di abolire gli ostacoli, di rimuoverli, di spostare su un altro mondo situazioni insidiose e pericolose; alla fine è scegliere la finzione in cui ci compiacciamo contro la verità che non offre uscite di comodo ed esige forza, coraggio, più semplicemente forza d’animo.
Il Manzoni che tace, che decide di non cadere più nella trappola di quella cosa così sola non per questo smette di osservare, di ascoltare, di paragonare, insomma di pensare.
C’è un altro esempio, sia pure di natura diversa, nella storia della letteratura, di questo comportamento. A sentire Paul Valéry, anche il grande poeta francese Mallarmé pensait avant de parler: pensava prima di parlare.
Due posizioni analoghe, ma per ragioni molto diverse. Manzoni procede dal suo credere nella letteratura morale; Mallarmé obbediva al criterio della poesia pura fino alla astrazione. Il primo compone, unisce, fonde, mentre il secondo separa l’uomo dalla poesia. Manzoni procede da Dio verso l’uomo e tende al riscatto, alla resurrezione; Mallarmé molto più semplicemente si sostituiva a Dio.
Se noi leggiamo l’evoluzione letteraria di questi due ultimi secoli – mi sia permesso di giocare con molto agio tra le due date – non possiamo non riconoscere che ha vinto il poeta puro, l’immagine del Mallarmé che rinuncia all’uomo, alla sua storia, alla sua politica e alle sue radici sociali ed economiche. Ecco perché in un certo senso il Manzoni chiude un tempo, nessuno come lui era in grado di prevedere quello che sarebbe stato il nuovo mondo, soprattutto come sarebbe stato l’uomo disancorato dal confronto con le ragioni dell’eterno, l’uomo non più disegnato su una figura incorruttibile e perfetta.
Manzoni con questo non diminuiva, né evirava il suo uomo. No, la sua intenzione era di farlo più completo, di radicarlo meglio nella sua terra, nella storia della sua patria terrena, altrimenti gli sarebbe stato più semplice e certamente più utile rinunciare a questo tentativo di somma composizione, di soluzione unica, assecondando l’uomo sulla strada del divertimento e della distrazione. Rinuncia al divertissement pascaliano, che è venuta ben presto nell’ambito delle sue decisioni, quando frequentava gli amici della maisonnette e non era stato ancora fulminato dalla grazia.
Ed è proprio questa contraddittoria presenza degli inizi che costituirà il fondo delle sue meditazioni e dei suoi confronti. E a Parigi fra gli idéologues che prende a credere nel progresso e nel miglioramento degli uomini e della vita. Una fede che non modificherà neppure dopo la sua conversione, additando per sé e per gli altri un modo di vivere la fede cristiana non disgiunto da una economia umana, da una visione terrena delle cose.
Siamo ben lontani dall’ipotesi di un Manzoni separato e che patteggia opportunisticamente con il mondo della città. Per lui la città è un ulteriore termine di confronto, è il segno dell’hic et nunc. Sicché nulla è tralasciato al caso e neppure ad una accezione distorta della Provvidenza. E questo perché fin dove poteva arrivare la ragione umana per Manzoni non c’era alcun bisogno di aiuti miracolosi; anzi bisogna dire qualcosa di più, la Provvidenza andava aiutata, sostenuta, nutrita e proprio con la ragione, con la meditazione e il vaglio dei fatti.
Tutto il contrario di quanto è stato detto per molti anni sulla favola cristiana de I promessi sposi; dove sì c’è Dio, ma in primo piano ci sono soltanto gli uomini e proprio a quegli uomini è demandato il compito di vivere e di capire la vita. Non c’è ombra di mistero nel Manzoni, non c’è mistero in quello che definiva un bal pour les pauvres: un ballo per i poveri. E soprattutto non c’è mistero quando, da parte dello scrittore, si è proceduto ad una svestizione, ad un denudamento dei suoi personaggi. Manzoni spoglia soprattutto i potenti, gli uomini che coprono la loro natura sotto vesti curiali, sotto le insegne e le decorazioni.
Per i poveri questo non era necessario: erano già nudi, la sorte non li aveva privilegiati. Eppure erano materia di storia, anzi più veri, più vicini al modello di povertà che è consacrato nei Vangeli. Contro il gioco delle maschere che aveva la funzione di illudere il popolo e nascondere le colpe, le omissioni e le distorsioni della società, Manzoni mette in scena un altro spettacolo che è guidato dal bisogno, dalla sopraffazione e dallo spirito di giustizia.
Certo, si può sostenere che la sua forse è una illusione, ma un’illusione che è nata conversando con i suoi maestri francesi e guardando l’Italia da lontano, da un Paese più progredito e che da poco aveva superato una grande crisi e aveva fatto una rivoluzione in nome dei diritti e contro la corruzione e l’ingiustizia. Manzoni ha messo sulle spalle dell’uomo eterno, dell’uomo nudo, due manti; quello del sogno progressista e quello dell’uomo che tende al riscatto, a un riscatto più ampio, spirituale, ma prima ancora materiale. In sostanza è l’uomo secondo giustizia che postula e non l’uomo così come lo avviliamo dentro di noi, l’uomo che parla prima di pensare o invece di pensare.
I promessi sposi, ma anche tutto il resto della sua opera, obbedisce a questo criterio di educazione assoluta e totale. Se separiamo questi due registri, non capiremo più né le intenzioni dello scrittore né il pensiero dell’uomo che vive nella città. E infatti troppo spesso si è smarrita la strada giusta, la chiave di lettura giusta, privilegiando uno solo dei due registri, anticipando quelli che sono nel romanzo i domini ulteriori e i termini della seconda vita. Ma Manzoni non ha mai pensato che mentre dura il cammino in comune, solo il credente possiede il vero, essendo il vero il frutto di una comunione più ampia degli uomini in generale. L’errore e il vero vanno insieme: sta nello spirito critico stabilire il tipo e i tempi della collaborazione, esattamente come nel suo “ballo” giusti e ingiusti convivono, esattamente come dentro il nostro cuore il bene convive con il male. Tutto sta nel saper dare il nome giusto alle cose, tutto sta nel saper fare di quella cosa così corta un discorso meditato e concreto.
Conosceva troppo se stesso per credere nella bontà delle esclusioni e delle separazioni, mentre sapeva che una costruzione anche morale ha bisogno di tutti i materiali e però non si può pensare di comporre utilizzando solo un tipo di cemento. Lo stesso criterio valeva per testimoniare il primato della giustizia, da un certo momento il grande tema della sua speculazione. Per Manzoni il giusto era la somma o il risultato di una guerra tra il bene e il male che sono dentro di noi; riservava all’uomo la parte più sua, che era per l’appunto quella della lotta interiore, e rimetteva a un arbitro che per lui era Dio il giudizio finale e la sentenza. Ecco perché non giudica mai né in blocco né a senso unico. Soprattutto non chiude mai la porta al pentimento o al desiderio del riscatto, ma quando ripercorre la carriera, la strada di queste carriere umane, anche le più desolate e perfide, si limita a considerare i mali, gli errori per quello che sono, per ciò che hanno di personale, di profondamente personale. Insomma, vede dove sta l’errore, perché viene commesso e di che cosa è composto. Tutte valutazioni e stime di natura laica.
Si pensi a quel mirabile trattato sulla giustizia umana che è la Storia della colonna infame, dove Manzoni non predica, limitandosi a registrare passo a passo la devastazione della corruzione intellettuale e morale, il pregiudizio, la superstizione usati come armi, come strumenti per proteggere e per difendere il castello del proprio potere. Tutto questo rientra ancora nella valutazione laica dei reati e non ha nulla a che fare con una strumentalizzazione di ordine religioso.
Se mettiamo sulla bilancia questi due motivi, ebbene dobbiamo ammettere che non c’è possibilità di equilibrio tra il male considerato per se stesso e il bene che deriva da un’altra visione.
Manzoni non confonde le due sfere. Così, quando giudica e condanna si riferisce esclusivamente a un codice morale senza nessun altro colore, per cui il presupposto resta pur sempre il fatto, l’errore, mentre in un secondo tempo il processo viene spostato su un altro tribunale e lui, giudica a freddo, cede le armi e non invade un campo che non ritiene suo.
Con quanto scrupolo ha saputo mantenere equidistanti i due domini! E questo perché nella sua concezione religiosa il peccato, l’errore può essere perdonato ma non cancellato. Insomma l’errore resta con tutto il suo peso e con tutto il carico di responsabilità. Si direbbe che fosse più rigido e severo nel corso della prima parte delle sue indagini, nella fase istruttoria, quando non lo sfiorava neppure la tentazione di lavare quelle colpe con degli strumenti laici; insomma non ricorreva a giustificazioni che magari potessero avere qualche punto di appoggio in un libro di considerazioni generali.
Veniva sempre prima il laico e in un secondo tempo apriva le porte al credente. Era laico fin dove potevano soccorrerlo le ragioni del mondo; era credente quando si accorgeva che quelle armi erano insufficienti e ci voleva qualcosa di appartenente a un altro territorio.
Se torniamo per un momento alla sua battaglia politica, vediamo fino a che punto salvaguardasse la sfera laica, fino a che punto intendesse promuovere la crescita e lo sviluppo dell’uomo libero, anche perché era convinto che un diverso regime, più sensibile e corrivo alla confusione delle due ragioni, si sarebbe immediatamente trasformato in ingiustizia. Non basta, anche quando abbandona il tribunale civile non rinuncia al dato del laicismo se questo dato è suscettibile di aiuto per l’uomo solo.
Non crede alla dannazione e qui sbagliano quanti si ostinano a trovare nel suo cuore riflessi giansenistici. Non calcola mai questa riduzione assoluta alla condanna decretata prima della prova dei fatti. Lo testimoniano i personaggi de I promessi sposi, lo testimonia quel suo bisogno di distinguere sempre l’errore dall’errante, il peccato dal peccatore. L’errore può e deve essere corretto con ogni sistema e rappresenta un altro tipo di battaglia che ci ostiniamo a chiamare laica. L’errante deve vedersela con la sua coscienza, dove lasciare cristallizzare dentro di sé il diamante del rimorso.
Forse si tratta di nomi. Per quel grande interprete del cuore umano che era Manzoni i sentimenti di fondo esistono, hanno una voce anche quando non sono ancora arrivati a trovarne la definizione. È tutto il grande capitolo del sentire che egli pone alla base di ogni costruzione morale; senza sentimenti non c’è possibilità di rimedio, di miglioramento, tanto meno di conversione.
Comunque si tratta pur sempre di una lunga insidiosa lotta. Valga il caso di padre Cristoforo, sotto la cui tonaca, infatti, non è morta la memoria di Ludovico e però il rimorso sussiste anche quando la pena sembra essere stata scontata ad usura.
Il silenzio degli ultimi anni è anche questo perenne rimuginare sulle condizioni dell’uomo, sulle sue speranze e sulle sue cadute. Manzoni, che aveva una così robusta fede nel progresso e nella scienza, era nello stesso tempo convinto che la rivoluzione non finisce mai, intendendo per rivoluzione lo strumento della correzione e non quello della violenza.
Quando i personaggi del suo bal pour les pauvres escono dalla scena del romanzo – beninteso quelli che sono sfuggiti al flagello della peste – non sono salvati, non sono guariti per l’eterno; sono sempre nel mare della vita, escono dalla finzione per rientrare nella storia e la storia per Manzoni non era quella degli storici, non stava scritta nei libri, ma al contrario era nel cuore dei suoi protagonisti maggiori e minori, nel cuore della gente, era sempre nel groviglio di vipere dell’esistenza.
Fra i sentimenti di partenza e d’arrivo della vita c’è un mare di cui si ignora il tempo delle tempeste e quello delle bonacce. Allora ciò che per Manzoni si poteva e si doveva fare era curare la navigazione, non perdere la rotta verso il porto del vero, per lo meno non tradire mai il verbo, che era una cosa molto diversa dalla parola, da quella cosa così corta. La parola nel senso alto era, per il Manzoni, un termine capitale di invenzione umana. Ecco perché le ricerche che hanno riempito i giorni della sua grande maturità erano qualche cosa di molto diverso da una mania di un gusto letterario, tutto dipendendo sempre dal bisogno di fissare bene i termini della realtà.
Il ramo delle scienze morali che aveva privilegiato alla fine si era staccato dal grande tronco della sua vita. A volte costituiva motivo di scherzo, a volte era un bagaglio da rispedire al grande passato.
Tutto quanto aveva speso nella ricerca del bello, ora gli serviva per trovare il vero. Era morta la letteratura, questo divino mestiere guastato, restava la preoccupazione del vero, del vero concesso alla mente umana.
E c’è una curiosa corrispondenza tra questa rinuncia e la maggiore assunzione dell’umano. La letteratura gli era servita per spogliare l’uomo coperto e vedere finalmente l’uomo così com’è, senza distinzione di classe, fuori dai campi corrotti del potere, libero dal falso delle religioni tradite. Ma una volta compiuta questa operazione, prendono maggiormente corpo le grandi domande e assumono un altro colore le ombre delle speranze e delle attese.
Qui il laico ha il sopravvento sul credente, nel senso che gli sarebbe stato facile trasformarsi in scrittore di devozione e Manzoni questo non lo ha fatto. Non lo ha fatto per questo suo estremo rigore intellettuale, per non confondere due mondi contrapposti, per non ingannare il suo famoso “non proferir mai verbo”, che valeva anche in senso opposto; non doveva servire per illudere e ingannare, per fare credere agli altri di saper dare ciò che non poteva offrire.
Quando cessa il “mestiere guastato” è in fondo più libero e il Manzoni si fa tutto morale – non moralista – e sviluppa i due registri, il laico e il religioso, con maggiore autonomia e libertà.
Siamo ben lontani da Chateaubriand e dalle sue adulazioni, da quel suo modo di intendere con l’occhio della carne il genio del cristianesimo, da quel voler conciliare la parola e una vita che la contraddiceva.
Per Manzoni non c’è stato, dunque, nessun riposo morale. C’è stato quel dialogare in segreto con Dio, le discussioni con Rosmini, il sentir messa a San Fedele e, insieme, quel grande amore della patria – come ha detto Cesare Angelini, manzonista tra i manzonisti – e quel suo vivere sempre fedele a Dio e alla patria. Non li ha mai barattati, non ci ha mai speculato sopra; li ha serviti e nella maniera più segreta e gelosa, più umile, con il più chiaro dei linguaggi. Secondo una regola già fissata da Angelini: «Il romanzo rappresenta l’esperienza di tutti portata al livello di tutti».
Era ciò che aveva fatto nell’ambito dell’economia del suo romanzo, dove anche chi non aveva diritto di parola riusciva, nonostante tutto e con semplice atto di presenza, ad annullare questa antica sopraffazione. E alla fine sono proprio i personaggi senza parola a parlare meglio il linguaggio della verità, riscattati dalla sincerità e dall’umiltà della loro natura. In questo senso vanno chiamati umili, perché sono più vicini alla terra, perché non hanno imparato ad usare la parola come inganno; insomma, perché sono di più nella realtà, molto di più di quelli che si illudevano e si illudono di dominare il mondo.
Questo era – almeno tale ci appare nelle nostre imprecise, grossolane e orgogliose ricostruzioni critiche – il Manzoni che entrava in Senato. Taceva da vent’anni, avrebbe continuato a tacere per altri tredici. Ma il suo silenzio era il segno di una responsabilità crescente, della sua incessante approssimazione al vero: vero santo per lui, semplice vero per quanti lo avrebbero continuato a leggere. È a questo miracolo di prudenza, di indipendenza e di libertà che prima o dopo tutti i suoi lettori si sono inchinati.
Tutto quanto è stato indagato e scritto su di lui a un certo punto scompare mentre resta il riconoscimento per l’uomo, per quella che Renato Serra chiamava la grande mente serena del Manzoni. Serena per noi, tempestosa e drammatica fino all’ultimo per il Manzoni, vittima ed eroe di una tempesta di cui abbiamo ancora come sola testimonianza il silenzio.
Noi certo gli rendiamo onore per quanto ci ha lasciato, ma lo facciamo con la coscienza di essere lettori dimezzati e impari non essendo in grado – e finora nessuno lo è stato per intero – di misurare il senso e il peso della sua lotta. E tuttavia, nonostante questa fitta rete di ombre e di voci nascoste, ci troviamo come italiani e come credenti, insomma come semplici laici, ad ammirarne con gratitudine la lezione e l’esempio. Cosa che in letteratura è di per sé un’eccezione, la più bella delle eccezioni.