IMMIGRAZIONE. La Carta della convivenza
Una città multietnica
di Marco Belvederi
Gandhi disse: «Nessuna cultura può sopravvivere se pretende di escludere le altre». Su questa frase, credo universale di ogni civiltà progredita, si basa l’interculturalismo, ovvero la capacità di varie etnie, con le proprie culture, di condividere gli stessi spazi aprendo un dialogo costruttivo. Acerrimo nemico è invece l’etnocentrismo, ossia il sentimento di chi considera la propria cultura, con le proprie caratteristiche e propri valori, preferibile alle altre. Per potere pensare una città multietnica perfetta sarebbe necessario liberarsi dei propri pregiudizi e stereotipi, collegati spesso a un’idea statica di identità culturale. È invece evidente che l’identità di un popolo è in perenne evoluzione e può progredire e confermarsi soltanto con l’interazione rispettosa delle alterità. Nel panorama italiano la città di Bologna è nota per la sua tolleranza verso le diverse etnie ospiti. In genere per favorire l’integrazione occorre che l’immigrato sia pienamente consapevole dell’identità storica di costumi e abitudini di una città per attutire le problematiche dell’impatto con una nuova cultura.

Il comune di Bologna ha concretizzato questa necessità in un insieme di regole: la “Carta della convivenza”. Lo scopo della Carta è quello di integrare le diverse provenienze basandosi innanzitutto sul rispetto reciproco, un comandamento indiscutibile. Dopo un simbolico patto di convivenza vengono trattati in questo documento gli svariati argomenti che ogni immigrato non può ignorare, come l’inserimento civico, le discriminazioni e il razzismo, l’istruzione, la tutela della salute e, naturalmente, il lavoro e l’abitazione. I quasi 18mila stranieri residenti a Bologna incidono sicuramente sulla struttura culturale della città che si sta rapidamente uniformando alle metropoli europee, le quali già da decenni riconoscono la presenza di forti minoranze etniche all’interno dei propri confini, rendendole inoltre partecipi della vita sociale ed economica.
Il quadro delle provenienze è molto vario: i collettivi nazionali più rappresentati sono, nel comune di Bologna, il filippino, il marocchino e il cinese ma in numero consistente sono presenti anche albanesi, cittadini del Bangladesh e dello Sri Lanka. Per quanto riguarda l’occupazione lavorativa, questa città non presenta particolari problemi di sistemazione: la Caritas (ammirevole associazione stimata anche dai non cattolici) procura posti decorosi, che facilitano i permessi di soggiorno degli immigrati e al tempo stesso li distolgono dalle occupazioni offerte dalla malavita. Comunque, soprattutto nella provincia, la disponibilità è grande e per quanto riguarda la qualità bassa degli impieghi, Bologna deve fare i conti con la realtà che accomuna molte città d’Italia. Lo straniero (burocraticamente italiano) si deve battere con un numero ristretto di ambiti lavorativi, una relativa dequalificazione, difficoltà di carriera e debolezza contrattuale. Questo si spiega pensando che, una volta superata la diffidenza “congenita” che si prova verso uno straniero, è ovviamente poco quello che gli si può offrire se non un impiego a basso rischio: le competenze di un non-comunitario sono nella maggior parte dei casi basse e si può constatare un’effettiva carenza nell’offerta di professionalità da parte degli stessi lavoratori immigrati. I servizi, l’industria metalmeccanica, il commercio, l’agricoltura, i lavori domestici sono infatti i settori più frequentati nell’area di Bologna. Nonostante ciò anche le imprese individuali sono in crescita e consentono all’extracomunitario di potersi ritagliare un proprio spazio nel settore commerciale bolognese.
Un dato positivo è testimoniato inoltre dall’associazionismo degli immigrati: le comunità sono organizzate per esaltare il senso di appartenenza, per la salvaguardia e la trasmissione delle risorse comuni, per la rappresentanza collettiva e la partecipazione alla vita pubblica. Resta comunque difficile da sfatare il mito dell’immigrato malvivente, soprattutto in una città come Bologna che ospita in pieno centro, proprio sotto l’ombra delle due torri, molti spacciatori di droga che importunano i passanti a ogni ora. Non c’è da meravigliarsi perciò se nell’immaginario collettivo il forestiero rappresenti ancora una minaccia.
Durante questi anni è stato registrato a Bologna un aumento delle denunce contro extracomunitari. Questa è una manifestazione tipica delle realtà del nord Italia, dove, come affermano diversi autori, la devianza è imputata principalmente allo straniero, unico capro espiatorio. Bologna, pur risentendo dei tipici problemi di una società benestante come l’individualismo e il materialismo, si presenta agli occhi dell’immigrato più benevola di altre città. Grazie all’Alma Mater Studiorum, l’Università più antica del mondo, Bologna ha sempre convissuto con diverse provenienze italiane e straniere, diventando città ritrovo e crocevia di numerosissimi giovani.
In varie interviste a immigrati di ogni etnia, svolte nella zona di piazza Maggiore, alla domanda: «Cosa apprezzi di questa città?», veniva risposto principalmente: «La sua apertura e la socievolezza degli studenti».

Ragazze indiane in piazza Maggiore
Il quadro delle provenienze è molto vario: i collettivi nazionali più rappresentati sono, nel comune di Bologna, il filippino, il marocchino e il cinese ma in numero consistente sono presenti anche albanesi, cittadini del Bangladesh e dello Sri Lanka. Per quanto riguarda l’occupazione lavorativa, questa città non presenta particolari problemi di sistemazione: la Caritas (ammirevole associazione stimata anche dai non cattolici) procura posti decorosi, che facilitano i permessi di soggiorno degli immigrati e al tempo stesso li distolgono dalle occupazioni offerte dalla malavita. Comunque, soprattutto nella provincia, la disponibilità è grande e per quanto riguarda la qualità bassa degli impieghi, Bologna deve fare i conti con la realtà che accomuna molte città d’Italia. Lo straniero (burocraticamente italiano) si deve battere con un numero ristretto di ambiti lavorativi, una relativa dequalificazione, difficoltà di carriera e debolezza contrattuale. Questo si spiega pensando che, una volta superata la diffidenza “congenita” che si prova verso uno straniero, è ovviamente poco quello che gli si può offrire se non un impiego a basso rischio: le competenze di un non-comunitario sono nella maggior parte dei casi basse e si può constatare un’effettiva carenza nell’offerta di professionalità da parte degli stessi lavoratori immigrati. I servizi, l’industria metalmeccanica, il commercio, l’agricoltura, i lavori domestici sono infatti i settori più frequentati nell’area di Bologna. Nonostante ciò anche le imprese individuali sono in crescita e consentono all’extracomunitario di potersi ritagliare un proprio spazio nel settore commerciale bolognese.
Un dato positivo è testimoniato inoltre dall’associazionismo degli immigrati: le comunità sono organizzate per esaltare il senso di appartenenza, per la salvaguardia e la trasmissione delle risorse comuni, per la rappresentanza collettiva e la partecipazione alla vita pubblica. Resta comunque difficile da sfatare il mito dell’immigrato malvivente, soprattutto in una città come Bologna che ospita in pieno centro, proprio sotto l’ombra delle due torri, molti spacciatori di droga che importunano i passanti a ogni ora. Non c’è da meravigliarsi perciò se nell’immaginario collettivo il forestiero rappresenti ancora una minaccia.
Durante questi anni è stato registrato a Bologna un aumento delle denunce contro extracomunitari. Questa è una manifestazione tipica delle realtà del nord Italia, dove, come affermano diversi autori, la devianza è imputata principalmente allo straniero, unico capro espiatorio. Bologna, pur risentendo dei tipici problemi di una società benestante come l’individualismo e il materialismo, si presenta agli occhi dell’immigrato più benevola di altre città. Grazie all’Alma Mater Studiorum, l’Università più antica del mondo, Bologna ha sempre convissuto con diverse provenienze italiane e straniere, diventando città ritrovo e crocevia di numerosissimi giovani.
In varie interviste a immigrati di ogni etnia, svolte nella zona di piazza Maggiore, alla domanda: «Cosa apprezzi di questa città?», veniva risposto principalmente: «La sua apertura e la socievolezza degli studenti».