La Cina si apre
Intervista con Wang Xiaoshuai. L’entrata del suo Paese nel Wto, la libertà di critica
di Antonio Termenini
Wang Xiaoshuai è uno dei registi cinesi della “sesta generazione”, un movimento di cineasti nato subito dopo piazza Tienanmen. I suoi film, come quelli degli altri appartenenti al movimento, furono ai tempi proibiti dall’Ufficio del cinema, l’organo governativo cinese che amministrava la censura cinematografica. Inoltre gli fu impedito anche di portarli all’estero. Ma in quegli anni era destino comune a molti documentaristi, autori di video, registi, accusati dalle autorità di Pechino di esprimere tematiche sovversive, pericolose per il mantenimento dell’ordine pubblico. Oggi le cose stanno lentamente cambiando (non senza qualche colpo di coda) e questi autori, per la prima volta, possono esprimere anche dure critiche al regime cinese e a una società secondo loro in crisi. Abbiamo incontrato Wang Xiaoshuai a Roma, dove è stata proiettata la retrospettiva completa dei suoi film, compreso l’ultimo, atteso Drifters, all’interno dell’Asian Film Festival.

Quali sono le principali caratteristiche dei registi cinesi della “sesta generazione”?
WANG Xiaoshuai: Eravamo un gruppo di giovani cineasti che voleva ribellarsi contro una società precostituita che non condividevamo. Eravamo anche coraggiosi, perché i primi film della “sesta generazione” sono stati realizzati dopo i fatti di piazza Tienanmen e sono stati tutti banditi, anche ai festival internazionali. Per girare la mia prima opera, The days, ho vissuto come un randagio per due mesi, senza una casa, senza mangiare, pur di riuscire a trovare le risorse economiche che mi permettessero di finire il film. The days si concentra sul progressivo lasciarsi andare di una coppia di pittori quasi trentenni che fanno lavori saltuari presso l’università. È l’ambiente degli artisti che vivono nella precarietà, che faticano a racimolare qualche soldo per vivere perché hanno scelto di seguire la propria vocazione piuttosto che l’indirizzo stabilito dalle autorità. È lo stesso mondo che ho raccontato in un altro film, Frozen, in cui il protagonista è un performer artist che vive nella clandestinità.
Anche So close to paradise ha avuto problemi con la censura…
WANG: Sì. L’ho ambientato nella città industriale di Hubei, dove si incontrano due amici che vengono dalla campagna e una giovane cantante di origine vietnamita, nell’ambiente della mafia e della piccola prostituzione. L’Ufficio del cinema ha voluto numerose modifiche, dal finale alla caratterizzazione di certi personaggi. Anche il titolo è stato cambiato: inizialmente avevo pensato a The vietnamese girl. Forse aveva infastidito come avevo descritto i campagnoli che arrivano in città e vengono sfruttati, prestandosi ai lavori più umili e faticosi oppure finendo per essere facili prede della malavita.
Drifters, il tuo ultimo film che hai presentato a Cannes, parla del problema del ritorno dei cinesi in patria dopo che erano fuggiti per trovare lavoro...
WANG: Mi ha colpito la storia di un altro regista che si è sposato negli Stati Uniti e che lì ha avuto un figlio. È tornato in Cina dopo due anni perché non aveva occupazione. Nel frattempo ha avuto problemi con la famiglia della moglie e anche in Cina non gli hanno permesso di vedere il figlio. La sua vicenda mi ha ricordato quella delle migliaia di cinesi che emigrano verso altri Paesi perché sperano in una vita migliore. In realtà la maggior parte dei cinesi che vivono all’estero devono affrontare una vita completamente diversa da quella immaginata. Vivono nell’illegalità, sono costretti a lavorare per diciotto o venti ore al giorno. Quando scrivono a casa, però, dicono che tutto sta andando bene e, spesso, come prova, mandano dollari per dimostrare il loro acquisito benessere...
Il film si chiude con le notizie riguardanti l’ingresso della Cina nel Wto. Perché?
WANG: Sono elementi essenziali, non solo nel finale del film. Devo ammettere che oggi la Cina è molto più aperta di prima. La gente può viaggiare all’interno o all’esterno del Paese molto più facilmente di dieci o vent’anni fa. La situazione sta cambiando. L’ingresso della Cina nel Wto è come un simbolo: un grande Paese è diventato parte del mondo. Ma in questi anni la gente comune non ha potuto minimamente prepararsi a questa svolta, e si stanno aprendo enormi contraddizioni a livello sociale. Contraddizioni che ci devono far riflettere.

In alto, il regista Wang Xiaoshuai; qui sotto, un’immagine dei due protagonisti del suo ultimo film
WANG Xiaoshuai: Eravamo un gruppo di giovani cineasti che voleva ribellarsi contro una società precostituita che non condividevamo. Eravamo anche coraggiosi, perché i primi film della “sesta generazione” sono stati realizzati dopo i fatti di piazza Tienanmen e sono stati tutti banditi, anche ai festival internazionali. Per girare la mia prima opera, The days, ho vissuto come un randagio per due mesi, senza una casa, senza mangiare, pur di riuscire a trovare le risorse economiche che mi permettessero di finire il film. The days si concentra sul progressivo lasciarsi andare di una coppia di pittori quasi trentenni che fanno lavori saltuari presso l’università. È l’ambiente degli artisti che vivono nella precarietà, che faticano a racimolare qualche soldo per vivere perché hanno scelto di seguire la propria vocazione piuttosto che l’indirizzo stabilito dalle autorità. È lo stesso mondo che ho raccontato in un altro film, Frozen, in cui il protagonista è un performer artist che vive nella clandestinità.
Anche So close to paradise ha avuto problemi con la censura…
WANG: Sì. L’ho ambientato nella città industriale di Hubei, dove si incontrano due amici che vengono dalla campagna e una giovane cantante di origine vietnamita, nell’ambiente della mafia e della piccola prostituzione. L’Ufficio del cinema ha voluto numerose modifiche, dal finale alla caratterizzazione di certi personaggi. Anche il titolo è stato cambiato: inizialmente avevo pensato a The vietnamese girl. Forse aveva infastidito come avevo descritto i campagnoli che arrivano in città e vengono sfruttati, prestandosi ai lavori più umili e faticosi oppure finendo per essere facili prede della malavita.
Drifters, il tuo ultimo film che hai presentato a Cannes, parla del problema del ritorno dei cinesi in patria dopo che erano fuggiti per trovare lavoro...
WANG: Mi ha colpito la storia di un altro regista che si è sposato negli Stati Uniti e che lì ha avuto un figlio. È tornato in Cina dopo due anni perché non aveva occupazione. Nel frattempo ha avuto problemi con la famiglia della moglie e anche in Cina non gli hanno permesso di vedere il figlio. La sua vicenda mi ha ricordato quella delle migliaia di cinesi che emigrano verso altri Paesi perché sperano in una vita migliore. In realtà la maggior parte dei cinesi che vivono all’estero devono affrontare una vita completamente diversa da quella immaginata. Vivono nell’illegalità, sono costretti a lavorare per diciotto o venti ore al giorno. Quando scrivono a casa, però, dicono che tutto sta andando bene e, spesso, come prova, mandano dollari per dimostrare il loro acquisito benessere...
Il film si chiude con le notizie riguardanti l’ingresso della Cina nel Wto. Perché?
WANG: Sono elementi essenziali, non solo nel finale del film. Devo ammettere che oggi la Cina è molto più aperta di prima. La gente può viaggiare all’interno o all’esterno del Paese molto più facilmente di dieci o vent’anni fa. La situazione sta cambiando. L’ingresso della Cina nel Wto è come un simbolo: un grande Paese è diventato parte del mondo. Ma in questi anni la gente comune non ha potuto minimamente prepararsi a questa svolta, e si stanno aprendo enormi contraddizioni a livello sociale. Contraddizioni che ci devono far riflettere.