Il vescovo di Roma e l’unità dei cristiani
Il teologo Bruno Forte interviene sui temi proposti dal patriarca ecumenico Bartolomeo I nel numero scorso di 30Giorni: «Nel cammino verso l’unità, il ruolo di Pietro e dei suoi successori è stato ed è di decisiva importanza per la Chiesa»
di Gianni Valente

Bruno Forte
Gli incontri già avvenuti e quelli in agenda si intrecciano con le numerose ricorrenze storiche disseminate lungo l’anno corrente. A metà del prossimo luglio cadono i 950 anni dalla scomunica reciproca tra il legato papale Umberto di Silvacandida e il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, l’episodio del 1054 che la vulgata storiografica riporta come la data dello scisma tra le Chiese d’Oriente e la Chiesa di Roma. Mentre stanno per trascorrere gli ottocento anni da quella crociata del 1204 che vide le milizie cristiane d’Occidente saccheggiare la scismatica Bisanzio. Ma cadono quest’anno anche anniversari di tutt’altro segno, che ricordano momenti importanti dell’inizio pieno di attese del dialogo ecumenico. Nel suo primo Angelus di quest’anno Giovanni Paolo II ha ricordato l’abbraccio tra il suo predecessore Paolo VI e il patriarca ecumenico Athenagoras, avvenuto a Gerusalemme il 5 gennaio del 1964. Mentre il prossimo novembre con un grande convegno organizzato a Frascati dal Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani si celebreranno i quarant’anni dalla promulgazione della Unitatis redintegratio, il decreto sull’ecumenismo emanato dall’ultimo Concilio ecumenico.
In questo contesto pieno di richiami suggestivi, l’ampia intervista al patriarca ecumenico Bartolomeo I pubblicata sull’ultimo numero di 30Giorni rappresenta solo il primo di una serie di interventi e articoli che la nostra rivista intende dedicare per tutto l’anno alle ragioni teologiche e storiche e alle incomprensioni presenti che ancora tengono aperto il solco di separazione tra la gran parte delle Chiese d’Oriente e la Chiesa di Roma. Molte di esse hanno a che fare con la funzione del vescovo di Roma come successore dell’apostolo Pietro. Una problematica su cui lo stesso Giovanni Paolo II, con l’enciclica Ut unum sint del 1995, ha favorito una discussione ecclesiale pacata ma libera, definendo «significativo e incoraggiante che la questione del primato del Vescovo di Roma sia attualmente diventata oggetto di studio» (n. 89), e mostrando di prendere sul serio «la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95).

La vocazione di Pietro e Andrea (1601), olio su tela, Royal Gallery Collection, Hampton Court Palace, Londra. L’immagine è pubblicata nel libro di Maurizio Marini, Caravaggio, Roma 2001. Il famoso storico dell’arte sir Denis Mahon, in seguito a un primo e recentissimo intervento di pulitura, ha attribuito questa tela a Caravaggio
Su alcuni dei giudizi espressi nell’intervista del patriarca Bartolomeo, 30Giorni ha raccolto il parere di uno dei teologi cattolici più conosciuti e universalmente apprezzati, chiamato quest’anno a predicare gli esercizi spirituali d’inizio Quaresima al Papa e alla Curia romana. Bruno Forte è nato nel 1949 a Napoli. Ordinato sacerdote nel ’73, è professore di Teologia dogmatica nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Ha trascorso lunghi periodi di ricerca a Tubinga e a Parigi. È conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per le lezioni e le conferenze svolte in molte università europee e americane e per i corsi di aggiornamento e di esercizi spirituali nei vari continenti. È membro della Commissione teologica internazionale, e in essa ha presieduto il gruppo di lavoro che ha redatto il documento Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato (febbraio 2000). Delle sue opere (molte delle quali tradotte nelle più diffuse lingue europee e in numerose altre) le principali sono la Simbolica ecclesiale (Edizioni San Paolo, Milano), in otto volumi, e la Dialogica (Morcelliana, Brescia), in quattro volumi.
Ha fatto discutere l’intervista al patriarca ecumenico Bartolomeo, pubblicata sull’ultimo numero di 30Giorni. Lei ha avuto modo di leggerla?
BRUNO FORTE: Sì, mi è stata segnalata e l’ho letta con interesse. Ho profonda stima per sua santità Bartolomeo I, una stima nata molti anni fa quando da giovane prete, delegato per l’ecumenismo della Chiesa di Napoli, ebbi modo di invitarlo a tenere una conferenza sul dialogo fra Oriente e Occidente, molto prima che fosse eletto successore del patriarca Dimitrios. Mi colpì sin da allora la sua fede profonda, la sua passione per l’unità e la grande conoscenza del mondo cattolico, affiancata a una singolare padronanza linguistica (tra l’altro parla molto bene l’italiano). Ho poi avuto modo di rendergli visita a Costantinopoli, al Fanar, guidando un gruppo di pellegrini sulle orme dell’apostolo Paolo: tutti fummo conquistati dalla sua accoglienza e dal desiderio di unità che le sue parole ravvivarono in noi. Credo che anche le sue dichiarazioni recenti vadano lette alla luce di un antico e costante impegno a favore del dialogo ecumenico: isolare qualche affermazione da questo sfondo non renderebbe ragione della statura teologica e spirituale dell’attuale patriarca di Costantinopoli.
Cosa l’ha colpita, in particolare, nello sguardo con cui Bartolomeo registra le ragioni che hanno alimentato la divisione lungo tutto il secondo millennio cristiano?
FORTE: Il punto che condivido delle dichiarazioni contenute nell’intervista è che la causa profonda della divisione e dello scandalo che essa comporta è lo spirito di mondanità che si è insinuato in varie forme e in tempi diversi nella coscienza dei discepoli di Cristo. Quando il calcolo del potere di questo mondo sostituisce l’unico titolo di gloria dei credenti, che è la sequela di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo, ogni deviazione diventa possibile. La grande arma dell’Avversario per allontanare gli uomini dal Vangelo di Cristo è quella di dividere i cristiani: se il Signore stesso ha detto che «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35), è evidente che la mancanza di amore reciproco, la divisione, nasconderà al mondo il Volto del Redentore. E nulla favorisce tanto la divisione, quanto una logica di potere e di successo in questo mondo, sostituita alla carità vissuta nel dono di sé fino alla fine. Su questo, sua santità Bartolomeo dice una grande verità.

Bartolomeo I e Giovanni Paolo II il 29 giugno 1995 nella Basilica di San Pietro
FORTE: Il punto sul quale mi permetto di avanzare una riserva è l’accento che il patriarca pone sulla responsabilità esclusiva della Chiesa d’Occidente in ordine a questo peccato di mondanità: essa avrebbe «fondato la sua speranza nella sua forza mondana», a differenza dell’uomo ortodosso, che «pone la sua speranza principalmente in Dio». Anche ammettendo le colpe commesse dai figli della Chiesa cattolica – e Giovanni Paolo II lo ha fatto decisamente durante il Giubileo del 2000, dando uno straordinario esempio di fiducia nella forza della Verità che libera e salva – mi pare impossibile pensare che Satana abbia avuto facile presa soltanto sui cristiani d’Occidente. In realtà, la tentazione del potere e della mondanità si è affacciata nei secoli nella cristianità intera, in Occidente come in Oriente: volendo cercare esempi storici, credo che non sarebbe difficile trovarne fra i cristiani ortodossi come non è stato difficile individuarli fra i cristiani cattolici. Insomma, il Maligno è in agguato da tutte le parti e purtroppo nessuno può invocare per una parte della Chiesa l’innocenza dell’Eden o la perfetta sequela della Croce, vedendo da un’altra parte tutte le colpe e i cedimenti alla logica della mondanità. Su questo punto – che mi sembra evidente – l’intervista di sua santità Bartolomeo appare quanto meno incompleta, a meno che non ci sia stato un involontario fraintendimento nella resa giornalistica delle sue parole. Soprattutto, vorrei dire a chiare lettere che anche la speranza della Chiesa cattolica, come quella della Chiesa ortodossa, non si trova in questo mondo, ma in Cristo, morto e risorto per noi. Se così non fosse, non solo non si spiegherebbe la straordinaria fioritura di santi in Occidente, come in Oriente, ma risulterebbe del tutto incomprensibile la stessa singolare sopravvivenza della Chiesa nei secoli, al di là delle parabole di grandezza e di declino dei poteri di questo mondo, succedutesi durante i duemila anni di cristianesimo.
Nell’intervista Bartolomeo relativizza l’episodio che secondo la vulgata avrebbe occasionato lo scisma. Comunque nel corso del secondo millennio la divisione è più volte degenerata in conflitti che conservano la ruvida irreversibilità dei fatti storici.
FORTE: Ha ragione sua santità il patriarca di Costantinopoli quando vede il fatto della divisione consumatasi nel 1054 come la punta di iceberg di un processo più vasto e radicato nelle coscienze: vorrei anzi precisare che questa mi sembra sia esattamente la posizione del cardinale Walter Kasper, che ho ugualmente il privilegio di conoscere da anni tanto attraverso i suoi importanti testi di teologia, quanto di persona. Mai egli ha ridotto lo scisma a un semplice dissidio di caratteri fra due protagonisti, il legato papale Umberto di Silvacandida e il patriarca Michele Cerulario, anche se è evidente che il peso delle personalità in gioco non può essere stato estraneo al precipitare degli eventi. Lo sviluppo della divisione è stato poi favorito da errori umani, di cui tutti dobbiamo essere consapevoli e per i quali la Chiesa chiede perdono, facendo sua giustamente la voce delle vittime, in obbedienza alla verità: penso alle vittime dell’efferatezza compiuta col sacco di Costantinopoli nel 1204, cui il patriarca Bartolomeo fa riferimento, ma penso anche alle tante vittime della barbarie staliniana, che volle semplicemente cancellare la Chiesa greco-cattolica nei territori dell’impero sovietico, unendola forzatamente a Mosca. Nell’un caso e nell’altro è bene chiedere perdono delle possibili connivenze con quanto avvenuto da parte di responsabili ecclesiastici che non hanno fatto tutto quanto potevano o dovevano fare per fermare la barbarie e difendere gli oppressi, tanto fra i cattolici, quanto fra gli ortodossi.

L’abbraccio tra Athenagoras e Paolo VI a Gerusalemme il 5 gennaio 1964
FORTE: Vorrei sottolineare i motivi di speranza che sua santità Bartolomeo più volte richiama, quando ad esempio afferma di considerare «sempre utile il dialogo e di aspettare da esso frutti, anche se maturano lentamente», o quando invita a contare «sull’illuminazione dello Spirito Santo, sulla grazia divina, che sempre risana dalle malattie e supplisce alle cose mancanti». In questo cammino verso l’unità, il ruolo di Pietro e dei suoi successori è stato ed è di decisiva importanza per la Chiesa, tanto in Oriente, quanto in Occidente: basta leggere il Nuovo Testamento per capirlo. Pietro è – dopo Gesù – il personaggio più noto e citato in esso: viene menzionato 154 volte con il soprannome Pétros, “pietra”, “roccia”, associato in 27 casi al nome ebraico Simeon, nella forma grecizzata Simon, mentre l’appellativo aramaico Kefa, che significa ugualmente “roccia”, ricorre 9 volte ed è preferito da Paolo. Questo semplice dato quantitativo non si spiegherebbe senza una specifica rilevanza del ruolo del ministero di Pietro per tutta la Chiesa, secondo la volontà di Gesù, espressa in affermazioni decisive come ad esempio «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18), o il mandato di “confermare” i fratelli (cfr. Lc 22,32). Certo, l’esercizio del ministero petrino è stato svolto in modi diversificati nella storia, e lo stesso Giovanni Paolo II – nella lettera enciclica Ut unum sint (nn. 88 e seguenti) – si è dichiarato pronto ad ascoltare la domanda rivoltagli da tanti cristiani non in piena comunione con Roma a «trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova» (n. 95). In un mondo che sempre più diventa “villaggio globale”, il ministero universale del successore di Pietro appare quanto mai necessario all’intera ecumene cristiana, come ha mostrato ad esempio il ruolo profetico che ha avuto la voce del Papa in rapporto alla recente vicenda della guerra in Iraq: qui, è auspicabile che le Chiese ortodosse non facciano mancare il loro contributo prezioso allo sviluppo di un esercizio di questo ministero che serva l’unità di tutti i discepoli di Gesù nella loro testimonianza al mondo e possa essere da tutti recepito, in obbedienza al disegno divino di unità sulla Chiesa. È un aiuto che ritengo il Vescovo di Roma possa aspettarsi da Chiese così legate sul piano della dottrina della fede e dei sacramenti alla Chiesa cattolica, e in particolare dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, che sull’esempio dei suoi predecessori, a cominciare dal grande Athenagoras, tanto ha fatto e potrà fare per lo sviluppo del dialogo fra Oriente e Occidente e per la crescita nell’unità voluta dal Signore, affinché veramente l’ecumene cristiana respiri in pieno con i suoi due polmoni e i discepoli di Cristo siano anche visibilmente uno, “come” Gesù e il Padre sono uno (cfr. Gv 17,21).

L’incontro tra il patriarca Alessio II e il cardinale Walter Kasper il 22 febbraio 2004 a Mosca
FORTE: La vita e il messaggio di Gregorio VII sono compendiati nelle parole scritte sulla sua tomba: «Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exilio» – «Ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio». Esse esprimono il senso autentico della riforma da lui promossa, che mirava precisamente a liberare la Chiesa da quello spirito di mondanità in cui sua santità Bartolomeo individua giustamente la causa di tutti i mali dell’esistenza cristiana. Rivendicare la libertas Ecclesiae contro un potere politico invadente e avido voleva dire combattere la simonia e l’immoralità fra i discepoli di Cristo, favoriti invece dall’investitura laica dei ministri sacri. Questa lotta ha anticipato la moderna distinzione fra Chiesa e Stato, che spesso manca proprio nell’esperienza storica delle Chiese ortodosse: e questa mancanza si è rivelata spesso causa di sofferenze e di mali per esse e per tanti credenti cristiani anche non ortodossi. È strano perciò che il patriarca ecumenico giudichi tanto negativamente una riforma mossa dallo stesso spirito antimondano che egli ritiene così necessario al bene della Chiesa e alla causa dell’unità. Ma forse la resa giornalistica ha reso trancianti giudizi storici che meritavano molta attenzione, e che – opportunamente fondati e articolati – aprono a risultati interessanti per lo stesso ecumenismo, come dimostrano ad esempio i fondamentali contributi sulla storia dell’ecclesiologia del padre Yves Congar.