Il mondo visto dal Terzo mondo. Parla l’arcivescovo honduregno di Tegucigalpa
Mercati geneticamente egemonizzati
«Non mi convince chi presenta gli Ogm come la panacea per risolvere il problema della fame. Un dramma che, specie per quanto riguarda l’America Latina, si risolve attraverso una più equa regolamentazione del commercio mondiale». Il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga fa un bilancio degli incontri di Davos e Pôrto Alegre e giudica i primi passi del neopresidente brasiliano Lula. Intervista
di Gianni Cardinale

Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga
Per saperne di più di questa curiosa partecipazione, 30Giorni ha posto alcune domande al cardinale honduregno, che ha accettato volentieri di raccontare qualche particolare di questa interessante esperienza. «A questo Forum» spiega il porporato «c’è sempre quello che viene chiamato il “gruppo religioso”, dove si trovano rappresentanti della Chiesa cattolica, delle altre comunità cristiane, delle altre confessioni. Quest’anno doveva parteciparvi anche il metropolita Kirill, del patriarcato di Mosca, ma non è venuto. “Capo” del gruppo è stato George Carey, ex primate anglicano. Da parte cattolica erano poi presenti anche gli arcivescovi Diarmuid Martin, nunzio alla sede Onu di Ginevra, e Michael Louis Fitzgerald, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso». Il porporato latinoamericano ha partecipato a due tavole rotonde: una sui limiti etici della ricerca scientifica e l’altra sui limiti della tolleranza. «Si è discusso» racconta «anche della dichiarata clonazione umana da parte dei raeliani, ma non si è preso molto sul serio, sembra, quello che hanno proclamato i membri di questa setta. Il loro è sembrato un bluff. Ma la gravità del problema resta».
Eminenza, che impressione le ha fatto stare accanto ai grandi della terra e ai big delle multinazionali?
OSCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA: Alcuni di questi sono molto arroganti, ma ce ne sono altri che hanno, o almeno sembrano avere, buone intenzioni. Domenica 26 gennaio ho celebrato messa in una piccola chiesa di Davos e sono rimasto colpito che vi abbiano assistito non pochi partecipanti al Forum provenienti dall’America Latina. Si trattava di gente di fede che si trovava a Davos con l’intenzione buona di migliorare le cose nel mondo.
Quest’anno il World economic forum di Davos si è celebrato contemporaneamente al terzo Forum sociale mondiale di Pôrto Alegre. Come mai è andato in Svizzera e non in Brasile?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Semplice, a Pôrto Alegre non ero stato invitato. Non so come si faccia a partecipare a questo Forum sociale, ma se mi invitassero vi andrei con curiosità. Lula ad esempio è stato a Pôrto Alegre e poi è venuto a Davos dove ha fatto un discorso molto serio e sensato…
Il neopresidente brasiliano è stato una delle star a Pôrto Alegre e anche a Davos…
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Lula ha dichiarato di voler costruire un ponte tra Pôrto Alegre e Davos: e questo è buono. E ha lanciato una proposta quanto mai necessaria: fare fronte comune contro la fame e la povertà del mondo, stabilendo – tanto per cominciare – un fondo, finanziato soprattutto dal G7 e dalle grandi imprese internazionali, per ridurre queste due calamità di oggi. Complessivamente ha fatto un discorso chiaro, non demagogico, equilibrato. È evidente che non vuole essere massimalista, che vuole portare avanti il suo programma con determinazione ma anche con prudenza, senza fare salti nel buio. Bisognerà vedere se riuscirà a fare quanto promesso e anche se glielo lasceranno fare.
Lula non era il solo leader latinoamericano presente…
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Ho partecipato ad una tavola rotonda dove c’era il presidente del Perù, Alejandro Toledo. Mi ha impressionato quando ha detto: «Ho fatto il bravo ragazzo, ho applicato le “terapie” neoliberiste, ho obbedito alle indicazioni del Fondo monetario internazionale, e per questo – ha aggiunto – ho pagato un prezzo politico alto; non basta infatti aggiustare i parametri macroeconomici, quello che è necessario è alleviare il dramma crescente della povertà in America Latina». Questa esigenza di uscire dalla povertà è stata manifestata anche da altri presidenti latinoamericani presenti, come quelli di Messico, Colombia e Bolivia.
Ma cosa si può fare in concreto per combattere questa povertà?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Un punto importante è quello del commercio internazionale. Molto della lotta alla povertà, specialmente per quanto riguarda l’America Latina, passa attraverso una più equa regolamentazione del commercio. A Davos su questo punto si è messo più volte il dito nella piaga, e anche il direttore del Wto ha dovuto ammettere che se non si raggiunge un maggior equilibrio in questo campo non ci sarà la pace sociale e quindi la pace tout court. Un altro punto importante è risolvere il problema dei sussidi alle agricolture dei Paesi più ricchi che rendono artificialmente meno competitivi i contadini del Terzo mondo che sono così ridotti alla fame.
A proposito di agricoltura. A Davos si è discusso anche di Ogm…
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, e ho notato sensibilità diverse sull’argomento. È chiaro che non si può accettare tranquillamente la modificazione genetica per ragioni puramente economiche, senza valutare molto bene le eventuali conseguenze sia dal punto di vista sanitario che ecologico. Non mi convince molto chi presenta gli Ogm come la panacea per risolvere il problema della fame del mondo, ho il timore che lo possa fare più per coprire corposi interessi economici che per filantropia.
Un altro big che ha parlato a Davos è stato il segretario di Stato statunitense, Colin Powell…
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Ha fatto un discorso molto duro, accolto con freddezza dai partecipanti. Un discorso analitico, preparato per rispondere ai molti dubbi che questa minacciata guerra suscita. Comunque, il sentimento comune che ho sentito anche a Davos è che non ci sono ancora le condizioni etiche e giuridiche per una guerra contro l’Iraq, tanto più se condotta unilateralmente.

Un momento del World economic forum che si è tenuto a Davos, Svizzera, alla fine di gennaio
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Si pensava che fosse un moderato, invece… Il giorno dopo il suo intervento, l’International Herald Tribune ha pubblicato in prima pagina una sua grande foto con a fianco il titolo: Gli Usa sono pronti ad agire da soli. Quello che mi ha colpito è stata la foto scelta dall’influente quotidiano statunitense: era uno scatto impressionante che raffigurava Powell in un’espressione particolarmente “arrabbiata”. Una scelta iconografica che valeva più di tante parole.
Qual è la sua impressione generale su queste giornate di Davos?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Mi è sembrata una iniziativa seria, molto bene organizzata, cui hanno partecipato molte personalità animate dalla migliori intenzioni per costruire un mondo migliore, più equo. A questo proposito suggerirei agli organizzatori del Forum sociale mondiale di Pôrto Alegre di cercare di imitare l’efficienza organizzativa di Davos. Anche se capisco benissimo che l’atmosfera brasiliana è diversa da quella svizzera…
Non le sembra di essere un po’ troppo ottimista? Crede che tutte queste buone intenzioni verranno messe a frutto?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Questo è il problema, perché, alla fine, non è a Davos che si prendono le decisioni che contano. I grandi della terra sono quelli che siedono al G7, e specialmente alcuni di loro. L’ordine economico mondiale passa necessariamente per loro. Si può suggerire, come si è fatto a Davos, si può protestare, come si è fatto a Pôrto Alegre. Ma per farli decidere bene bisogna cercare di avere influenza direttamente su di loro, e non è facile.