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KOSOVO
tratto dal n. 02 - 2003

A quattro anni dalla “guerra umanitaria” in Kosovo

Dopo le bombe il caos


Gli estremisti albanesi continuano a far saltare in aria le chiese ortodosse. E l’incombente smobilitazione dei contingenti militari internazionali mette a rischio anche gli antichi monasteri medievali. Mentre aumentano le ostilità verso il personale Onu e gli attentati contro gli esponenti moderati del partito di Rugova


di Gianni Valente


La chiesa del monastero di Lesok, minata nel 2001. Sono state 112 le chiese fatte saltare dopo il  ’99

La chiesa del monastero di Lesok, minata nel 2001. Sono state 112 le chiese fatte saltare dopo il ’99

A Decani, che a parole è ancora una città della provincia autonoma del Kosovo appartenente alla Serbia, di serbi non ce ne sono più. Solo nel monastero dedicato all’Ascensione del Signore i 35 monaci e qualche anziana perpetua della comunità, coi ritmi ordinari della loro vita quotidiana, consentono che questo luogo tanto caro alla memoria e alla devozione dell’ortodossia serba non si sia già trasformato in un monumento alle glorie passate. Tra loro c’è anche padre Sava Janjic, il “cybermonaco” che da quattro anni tiene le redini di un cliccatissimo sito internet dove ha raccontato prima gli orrori del conflitto e adesso la vita sotto assedio dei pochi serbi rimasti in Kosovo dopo le pulizie etniche seguite alla “guerra giusta” targata Nato del ’99. Alle cinque, insieme ai suoi confratelli, si reca nella chiesa senza elettricità per le preghiere del mattino. Che qui, da quasi settecento anni, si ripetono sempre uguali. Così come le sante liturgie, quelle scritte da san Giovanni Crisostomo nel IV secolo. Poi, subito al lavoro, nella stanza piena di computer, di modem, di scanner.
Non si può dire che padre Sava e i suoi compagni si presentino come dei fanatici istigatori all’odio etnico. La documentazione che divulgano via internet adesso batte tutta sul calvario della comunità serba in Kosovo. Ma si ricordano anche gli interventi con cui, prima della guerra, i monaci di Decani denunciavano la “politica cieca e irrealistica” del regime di Milosevic, prendendo le distanze – a differenza di altri esponenti dell’ortodossia serba – dalle mitologie ancestrali della stirpe, del sangue e dei confini etnici perenni tracciati dalla volontà divina. Per questi trascorsi, i monaci di Decani sono stati accusati di tradimento dagli ultranazionalisti serbi, specialmente quando durante l’escalation del conflitto etnico e della repressione dell’esercito iugoslavo diedero asilo a più di duecento musulmani albanesi in fuga dalle rappresaglie dell’esercito serbo.
Eppure adesso quella che si vive a Decani è una normalità artificiale, sospesa a un filo. Il filo spinato dei recinti militari della Kfor, la forza multinazionale dislocata dal giugno ’99 anche qui, come in tutto il Kosovo, a garantire la “pace” bugiarda seguita alla pioggia delle bombe intelligenti. Da allora, i reggimenti italiani che si sono succeduti nella task force “Sauro” dislocata a Decani vengono ospitati in un decadente ex centro-vacanze a cinquecento metri dal monastero. I reticolati inglobano il complesso religioso ortodosso all’interno dell’area militare. Ma presto anche questa tranquillità sotto tutela potrebbe venir meno.
Non è un mistero che nei prossimi mesi, forse già entro la primavera, le truppe italiane di stanza a Decani verranno trasferite a Pec, dove è stato ultimato il cosiddetto Camp Italy, la struttura logistica centrale intorno a cui ruotano i programmi di ristrutturazione e di graduale smobilitazione della presenza militare italiana in Kosovo. La cosa allarma intellettuali e studiosi di tutto il mondo, che vedono messa a repentaglio la sopravvivenza di una delle opere più belle e rilevanti dell’architettura serbo-ortodossa medievale. Ma preoccupa soprattutto i monaci. Dice padre Sava: «Fin dalla scorsa estate abbiamo raccolto per vie indirette notizie e documenti che annunciavano lo spostamento della task forceSauro”. L’imminente rimozione dell’unità Kfor è stata più volte confermata anche alle autorità municipali albanesi di Decani. Io personalmente ho scritto al comando Kfor in Kosovo, per riaffermare che la riduzione della presenza militare, in condizioni di sicurezza così precarie, metterà a rischio la sopravvivenza del monastero. Sto ancora aspettando risposte concrete».
In questi anni neanche la presenza del contingente italiano ha risparmiato al monastero di Decani le “provocazioni” degli estremisti albanesi: il cimitero comunale dissacrato, il boschetto circostante distrutto, un paio di granate atterrate vicino alla chiesa. Anche chi fa la spesa per la comunità può girare in città solo grazie alla scorta di soldati italiani. «La task force “Sauro”» aggiunge padre Sava «è l’unico posto in cui possiamo ricevere assistenza medica e altri aiuti urgenti. Non ci è permesso l’accesso a nessuna istituzione, lì in città». Ora che nell’area di Decani si avvicina anche il passaggio di consegne tra la polizia Onu e le forze di polizia locale, in cui si sono riciclati buona parte degli ex miliziani estremisti albanesi dell’Uck, gli appelli dei monaci per il mantenimento della task force “Sauro” assumono toni allarmati: «Il piano a lungo termine» insiste padre Sava «è di costringerci a lasciare il monastero, per poi magari trasformarlo in un museo o in un “monumento cristiano” del Kosovo indipendente. Ma confido nei soldati italiani: già durante la guerra mondiale furono i vostri carabinieri a salvare il monastero di Decani dai Balli Kombetar, i paramilitari nazionalisti albanesi che combattevano a fianco dei nazisti e che volevano distruggerlo...». Anche un colonnello italiano che ha passato due anni nel Kosovo occidentale, e che chiede di mantenere l’anonimato, sul destino delle antiche chiese ortodosse in caso di smobilitazione dei peacekeepers internazionali, nutre pochi dubbi: «Gli estremisti aspettano solo che ce ne andiamo per fare piazza pulita dei luoghi santi ortodossi concentrati nel Kosovo. Pensano che solo radendoli al suolo, le chiese e i santuari perderanno la forza di richiami perenni al ritorno dei serbi».

Sotto gli occhi dell’Onu

Tra ’98 e ’99, durante le rappresaglie dell’esercito di Milosevic in Kosovo, a detta della locale comunità islamica furono distrutte o danneggiate più di duecento moschee. Ma adesso, in tutte le aree in cui è spartita la regione sotto protettorato internazionale, i minareti spigano a decine tra i cantieri delle città e dei paesi in ricostruzione, anche grazie agli aiuti di solerti finanziatori sauditi. Per le chiese è successo il contrario. Dall’arrivo delle truppe Onu ne sono state distrutte o sventrate 112, mentre venivano dissacrati a dozzine i cimiteri. La maggior parte delle distruzioni avvenne tra il ’99 e il duemila, quando tracimò la sete di vendetta albanese contro tutto ciò che veniva identificato col dominio politico serbo. In diversi casi, come a Djakovica, o a Pristina, le chiese saltarono in aria sotto gli occhi dei soldati della Kfor. Poi le truppe internazionali intensificarono la difesa intorno agli obiettivi sensibili di natura religiosa. Soprattutto intorno ai monasteri e alle chiese antiche – oltre al monastero di Decani, il patriarcato di Pec, il monastero di Gracanica, la cattedrale della Madonna di Ljevisa, a Prizren – che gli ortodossi considerano come la culla della propria tradizione ortodossa. Vennero poste sotto scorta anche decine di altre chiese. Ma passata la sfuriata, fuggita la gran parte dei 200mila serbi, per comprensibili motivi di gestione delle risorse si va gradualmente abbassando la guardia dei presidi militari intorno alla rete sparsa di chiese e cappelle quasi sempre vuote e spesso già danneggiate. E si apre il fianco allo stillicidio di attentati sporadici ma persistenti, che oltre a sfogare la non sopita ostilità etnica perseguono il calcolato, sistematico disegno di bonificare per sempre la terra kosovara da luoghi e simboli cari alla memoria storica e religiosa di tutti i serbi. Le ultime chiese dinamitate sono state, nella notte tra il 16 e il 17 novembre scorso, quella di Ognissanti a Durakovac e quella di San Basilio a Ljubovo, ambedue nel distretto occidentale di Istog, dove negli ultimi mesi erano stati rimossi i presidi permanenti e si era passati a un livello di protezione “indiretta”, affidata alle transenne, ai fasci di luce accesi giorno e notte, a sporadici pattugliamenti e all’azione della polizia civile, composta da albanesi. Il giorno dopo, una nota del comando Kfor ha confermato la decisione della forza di pace a guida Nato di mantenere presidi fissi solo intorno a siti religiosi «di importanza storico-artistica o attivi al culto». Lo scorso 20 gennaio, il ministro dell’Educazione del governo provvisorio ha addirittura ipotizzato la demolizione “autorizzata” della chiesa di Cristo Salvatore, nel centro di Pristina, rimasta incompiuta dopo che la costruzione era stata interrotta per gli eventi bellici, con il pretesto che l’edificio sorgerebbe “illegalmente” su terreni appartenenti al locale campus universitario. Infine, il 23 gennaio, il comando Kfor ha fatto parziale marcia indietro, rendendo nota la decisione di congelare il programma di rimozione dei check-point ancora posti a protezione degli edifici di culto minacciati.
Questi ed altri recenti episodi simili riaprono le domande sull’esistenza o meno di una strategia a lungo termine per la salvaguardia delle chiese serbo-ortodosse. E anche gli interrogativi sulle singolari aporie del pensiero unico occidentalista. Sempre solerte nel raccogliere e divulgare i segnali dell’ostilità islamica verso la sedicente civiltà cristiana occidentale. Ma quanto mai omertoso rispetto alle violenze ancora perpetuate nel cuore dell’Europa dagli estremisti islamici albanesi. Gli stessi che durante la guerra, organizzati nelle milizie dell’Uck, godettero guardacaso di diffuse e documentate complicità politiche e militari da parte dei centri di potere occidentali.
Quel che resta della chiesa della Santa Trinità a Petric

Quel che resta della chiesa della Santa Trinità a Petric


Dopo la guerra umanitaria,
il caos
L’incerto destino delle chiese ortodosse è solo un tassello vagante del frantumato mosaico kosovaro. A quasi quattro anni dall’intervento Nato, l’ultima sanguinosa convulsione della storia balcanica si prolunga nello stato confusionale e sconnesso in cui si trascina il Kosovo sotto tutela internazionale. Una polveriera attraversata da confitti latenti, senza prospettive credibili di stabilità politica. L’ambigua risoluzione 1244 dell’Onu, che congela ogni discussione sullo status definitivo della regione condizionandola al ritorno dei profughi serbi e rom e al rispetto dei loro diritti, è giudicata dagli osservatori come un’irrealizzabile utopia. In essa, vengono richiamati esplicitamente gli accordi di Rambouillet del 23 febbraio ’99, col riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli come criterio per stabilire il definitivo assetto della regione. E questo conferma la schiacciante maggioranza albanese nella convinzione che, prima o poi, verrà ufficialmente riconosciuta la completa indipendenza della nazione kosovara. Ma la stessa risoluzione non giustifica alcuna violazione unilaterale del principio di integrità e sovranità territoriale della peraltro agonizzante Federazione Iugoslava.
Sul campo, la situazione concreta fa apparire a molti irrealistico il puntiglio europeo di tener fede agli obiettivi annunciati di “restaurare” la convivenza multietnica prima di cercare, a lungo termine, una via morbida e “consensuale” all’indipendenza kosovara. Dei quasi 200mila serbi fuggiti, ne sono tornati (secondo i dati forniti dalla Kfor) poco più di tremila. Quelli che erano rimasti sopravvivono sotto assedio in enclave protette dalle truppe internazionali. A nord, nella fascia dove adesso si è concentrata la minoranza serba, Mitrovica, la nuova Berlino, rimane il simbolo del rifiuto della convivenza tra serbi e albanesi, con la linea di divisione tra le due etnie che scorre lungo l’Ibar, il fiume cittadino. A Pristina, per fare un esempio, sono rimaste poche decine di serbi, dei 40mila che ce ne erano prima della guerra. Nell’intera regione di Pec erano 32mila, e ne sono rimasti un migliaio.
Sullo sfondo, proprio la questione rimossa dello status definitivo del Kosovo mantiene tutta la situazione sospesa in un limbo carico di tensioni. Con una presenza internazionale frammentata, dai costi astronomici (l’Umnik, l’Amministrazione Onu che gestisce le istituzioni politiche e amministrative, paga anche gli stipendi di molti impiegati pubblici, oltre a quelli del proprio personale), su cui si concentra una sempre più palpabile ostilità popolare. Negli ultimi mesi, si sono infittite le intimidazioni, i microattentati e le manifestazioni di insofferenza popolare contro i dipendenti Onu. L’arresto di esponenti del movimento guerrigliero Uck accusati di orrendi crimini compiuti spesso contro albanesi moderati, ha provocato nei mesi scorsi diversi scontri di piazza tra le frange di popolazione più legate agli ex paramilitari e le forze di polizia internazionali. E lo scorso 22 gennaio, un missile anticarro ha centrato il comando di polizia Onu a Pec. Si è trattato del più grave attentato contro le forze di pace di tutto il “dopoguerra”. Allo stesso tempo, la prospettiva di un protettorato Onu prolungato per decenni, che prenda tempo sulla questione cruciale dello status definitivo della regione nell’attesa di far decantare gli odi atavici, rischia di modificare alla lunga solo i rapporti di forza all’interno del campo albanese. Alle elezioni municipali dello scorso 26 ottobre, che hanno visto un’affluenza di elettori inferiore al 60 per cento, il partito del presidente Ibrahim Rugova (Ldk), pur confermando la sua preminenza, ha perso consensi nei confronti dei partiti più radicali (Pdk e Aak), che ancora accarezzano il sogno della “grande Albania”, guidati dagli ex miliziani dell’Uck Hashim Taqi e Ramush Haradinaj. E negli ultimi tempi i gruppi estremisti albanesi hanno firmato una serie di attentati rivolti direttamente a colpire le forze moderate che si riconoscono in Rugova. A ottobre, il giorno dopo il voto, è stato ucciso il sindaco di Suhareka, esponente dell’Ldk. Il 13 dicembre, un ordigno fatto esplodere a Pristina ha ferito 25 persone. Il 4 gennaio, a cadere sotto i colpi dei terroristi insieme al figlio ventenne e a un parente è stato Tahir Zemaj, noto ex capo guerriglia, anche lui legato al partito di Rugova e soprattutto testimone eccellente nei processi contro gli ex miliziani dell’Uck.
Ora che gli imbonitori di turno preparano il mondo a una nuova guerra “moralmente giustificata”, potrebbe non essere inutile dare uno sguardo a come i bombardamenti umanitari hanno lasciato le cose in Kosovo. Dove, quattro anni dopo, in un groviglio da cui nessuno sa come uscire, la realtà più stabile appare l’enorme base militare Usa di Ferizaj/Urosevac. Una vera e propria città di cinquemila soldati, con case e caserme sorte in tempo record su un terreno che gli strateghi militari a stelle e strisce hanno “affittato” fino al 2099.




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