INTERVISTA. Vittorio Sgarbi sulla conservazione dei tesori artistici e religiosi del Kosovo
Bizantini, ma originali come Giotto
Vittorio Sgarbi conosce bene il Kosovo e ama gli antichi monasteri e le chiese della tradizione serbo-ortodossa. Eretti tra il XIII e il XIV secolo, hanno reso questo lembo di Balcani un vero e proprio scrigno di tesori artistici. Gli abbiamo posto alcune domande.
di Paolo Mattei

Gli affreschi della chiesa dei Santi Apostoli a Pec (Scuola di Salonicco, 1300 circa)
In quali condizioni si trovano i monumenti religiosi serbo-ortodossi del Kosovo?
VITTORIO SGARBI: Lo stato generale di conservazione dei monasteri del Kosovo in generale è buono. Hanno bisogno dell’ordinaria manutenzione che, nel corso degli anni, è stata garantita dagli stessi monaci. Per questo è importante che la vita monastica continui a essere salvaguardata. Non mancano tuttavia alcuni interventi che andrebbero fatti con urgenza.
Soprattutto sul tesoro dei cicli pittorici…
SGARBI: Sì. Sono cicli molto estesi e proprio la volontà di rappresentare un universo di vicende in uno spazio limitato è ciò che costituisce la grandezza dei siti in questione. Non vi è alcuna parte senza decorazioni. Sono monumenti enciclopedici di testimonianze che hanno un’ambizione universale, ed è questo che li rende grandi e ricchi. Oltre, è chiaro, alla fine qualità della decorazione, che deriva dalla civiltà bizantina ed è espressa in maniera non ripetitiva e meccanica ma attraverso una vivacità e un’originalità tanto più difficile quanto più rigido è lo schema bizantino. Vi sono dei passaggi dove sembra di vedere Giotto, senza che ci sia la visione che in Giotto è garantita negli stessi anni da una dimensione antropocentrica in cui Dio è lontano. Qui invece la presenza di Dio rende gli atti degli uomini come degli specchi della sua mente, l’originalità e la vivezza dello stile sono tanto più apprezzabili quanto più legati o ristretti in uno stile che non lascerebbe spazio a creatività individuale. C’è indubbiamente la sensazione di vedere l’opera di grandi maestri.
Le chiese ortodosse e i monasteri kosovari rappresentano la storia e la tradizione religiosa di un’etnia già in passato minoritaria e ora in alcune zone pressoché assente. Questi monumenti sono, proprio per questo motivo, considerati “pericolosi” – in quanto simboli e richiami perenni – dai componenti dell’etnia maggioritaria e dominante. Non le pare un ostacolo insormontabile nella prospettiva della conservazione di questi beni artistici?
SGARBI: Il problema è indubbiamente complesso. Ma deve essere anche la comunità internazionale a risolverlo. È stata infatti la Nato, nel 1999, a negoziare la ritirata delle forze armate e di polizia serbe, e poi a precludere loro il rientro, sebbene non escluso dalla risoluzione 1244. Non discuto la scelta, ma non posso non far notare che comporta anche delle responsabilità e che quindi sia la Nato sia l’Onu non devono tralasciare quest’altro aspetto della ricostruzione del Kosovo. Se e quando la polizia del Kosovo sarà realmente multietnica e capace (anche politicamente) di proteggere i siti religiosi – cosa che per ora non sembra proprio in grado di fare – allora si potrà parlare di un ridispiegamento della Kfor. Ora è assolutamente azzardato. E mi fa molto piacere sapere che sebbene con un paio di mesi di ritardo – nei quali si sono purtroppo verificate le ennesime distruzioni – la forza di pace Nato ha, proprio nei giorni scorsi, “congelato” il piano di disimpegno dalle chiese ritenendolo evidentemente prematuro… Meglio tardi che mai! E spero proprio che rivedano presto anche il prospettato ritiro della task force “Sauro” da Decani: non so proprio a chi sia venuta in mente una follia di questo tipo.
A Gracanica è stato attuato un esperimento di presidio dei monumenti di quella zona. Può spiegarci di che cosa si è trattato e se ha avuto buoni risultati?
SGARBI: Non è un vero e proprio esperimento per ora. È solamente diversa la situazione. Il monastero di Gracanica si trova all’interno dell’omologa enclave, circondato da un migliaio di serbi che in qualche modo rappresentano una difesa in sé. Alcuni mesi fa infatti sono stati rimossi i posti di controllo agli ingressi del paese e di fronte al monastero. Grazie al cielo tutto per ora è andato bene. Non dimentichiamoci poi che Gracanica è l’unico posto dove ci sono i poliziotti di etnia serba del neonato “Kosovo police service”. Detto questo, non è che i tesori di Gracanica siano del tutto al sicuro, ma certo non sono a rischio come purtroppo a Decani e al patriarcato di Pec.
Paolo Mattei