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RECENSIONI
tratto dal n. 04 - 2004

Gli uomini della Balena bianca


Nel volume di Antonio Ghirelli si racconta la storia della Democrazia cristiana attraverso le vicende dei protagonisti


di Adriano Ossicini


Antonio Ghirelli, <I>Democristiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda repubblica, </I>Mondadori, Milano 2004, 280 pp., 
euro 17,00

Antonio Ghirelli, Democristiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda repubblica, Mondadori, Milano 2004, 280 pp., euro 17,00

I volumi che raccontano e che, molto spesso, cercano di interpretare la recente storia politica del nostro Paese sono sempre più frequenti.
Essi, tra l’altro, sono quasi sempre sospesi in una zona non del tutto chiara tra la cronaca e la storia, e sono spesso autobiografici.
Ora, non mi meraviglio del fatto che gli autori tendano, più o meno indirettamente, a parlare di se stessi, specie se sono stati, in qualche modo, protagonisti, sotto varie forme e con vari ruoli, della vicenda politica italiana. Il mio maestro Musatti spiegava come, in sostanza, chiunque scriva di qualsiasi cosa, ma specialmente di politica, finisca sempre con il narrare se stesso.
Il problema di fondo è un altro, cioè quale utilità e quale attendibilità possano avere saggi o volumi, nei quali non sia chiaro l’impianto narrativo, per quanto riguarda la validità e la oggettività dei fatti descritti e la differenza tra la cronaca (che in qualche modo ci mostra quella che potremmo chiamare la “faccia” degli avvenimenti) e la storia. Quest’ultima, quali che siano gli orientamenti storiografici, ha il compito di interpretare gli avvenimenti, nel senso sostanziale di questa espressione, ossia renderne comprensibili le complesse motivazioni.
Antonio Ghirelli, nel suo recente volume Democristiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda repubblica ha, secondo me, scelto la strada più utile e in qualche modo anche più coinvolgente. Forse anche sulla base di una esperienza che non è solo quella di un serio impegno culturale e politico, ma anche narrativo, ha scelto la strada di raccontare la storia attraverso i personaggi, ossia, come in un dramma teatrale, di saltare la barriera tra la cronaca e la storia. L’analisi dei protagonisti della Democrazia cristiana permette infatti di individuare che cosa del partito e del suo ruolo fondamentale, sul piano nazionale e internazionale, sia rimasto nelle pieghe della cronaca e che cosa, invece, serva per interpretare la storia.
Non solo, ma una tale indagine, che parte dai pionieri (Toniolo, Murri, Sturzo) e arriva, attraverso De Gasperi, Fanfani, Andreotti, i dorotei, Moro, De Mita, Cossiga, alla diaspora, permette anche di poter valutare a fondo la complessità della dialettica, interna a questa forza politica, tra le differenti componenti che ne hanno animato il percorso, il loro ruolo, e le spesso diverse radici culturali e storiche che esse avevano, pur appartenendo a quello che comunemente viene definito come cattolicesimo democratico.
Alcide De Gasperi, Stefano Cavazzoni e don Luigi Sturzo all’uscita dalla sede del Partito popolare nel1921

Alcide De Gasperi, Stefano Cavazzoni e don Luigi Sturzo all’uscita dalla sede del Partito popolare nel1921

Attraverso i personaggi e la loro genesi, non solo è possibile individuare le profonde differenze tra il personale politico legato all’esperienza del Partito popolare, che approdava alla Democrazia cristiana avendo attraversato in vario modo l’esperienza fascista, e quello della seconda ed anche della terza generazione dei democristiani; ma si possono anche riconoscere i collegamenti, le interazioni e i conflitti tra queste varie esperienze. E tutto questo anche in riferimento al rapporto con gli altri partiti che non fu, nonostante una certa linea più o meno continua di politica delle alleanze, né omogeneo, né sempre uguale, né senza contraddizioni. In base a queste considerazioni è anche comprensibile individuare quali siano, io credo giustamente, per Ghirelli, i personaggi chiave per capire a fondo il valore e i limiti eventuali di una così importante e lunga vicenda.
È indubbio che, pur prestando attenzione in modo sistematico al ruolo di tutti i personaggi, l’accento prevalente cada su Sturzo, De Gasperi, Andreotti e Moro.
Senza una analisi delle origini del movimento cattolico in Italia e del ruolo determinante di Sturzo, non solo per il suo passato, ma per tutta la sua testimonianza, non è comprensibile la storia della Democrazia cristiana, alla quale lui non appartenne mai direttamente.
Così come giustamente grande rilievo viene dato da Ghirelli alla complessa personalità di De Gasperi, sempre più oggetto di riflessioni profonde, anche a distanza di tempo.
Il ruolo di questo statista è giustamente visto come decisivo sul piano nazionale e internazionale, al di là delle luci e delle ombre che si sono alternate sulla scena politica del secolo passato.
Si evince, dalle osservazioni di Ghirelli, come l’importanza di De Gasperi vada molto oltre la vicenda del partito della Democrazia cristiana.
Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti durante un Consiglio dei ministri

Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti durante un Consiglio dei ministri

Così come, a parte l’amicizia personale, che traspare al di là delle differenti posizioni politiche e culturali, è molto importante, giustamente, secondo Ghirelli, il ruolo di Andreotti.
Questi, pur appartenendo alla seconda generazione, va in qualche modo visto come una specie di ponte tra l’antico ed il nuovo, fra il Partito popolare, con la sua nobile tradizione, e la Democrazia cristiana.
Del resto, non è improbabile pensare che, nella sua lungimiranza politica, De Gasperi avesse scelto come, per usare un’espressione un po’ formale, suo braccio destro, Andreotti, pur così profondamente differente da lui, oltre che per storia, per esperienza personale e per carattere, proprio perché intuiva che la sua duttilità, le sue capacità di mediazione e quella che si potrebbe chiamare una certa “spregiudicatezza” nell’azione politica, potevano rappresentare un ponte fra il vecchio e il nuovo, tra una tradizione politica e un impegno quotidiano nella politica stessa. E aveva ragione!
E, in ultimo, Moro. È una figura emblematica della nuova generazione, un uomo che ha portato avanti e ha rappresentato tutte le possibili esperienze che era importante e necessario promuovere, affinché il ruolo della Democrazia cristiana, gli aspetti egemonici di questo ruolo nel nostro Paese, legati anche ad una precisa situazione internazionale, fossero comunque mantenuti attraverso le più profonde trasformazioni passando dal centrismo al centrosinistra alla breve parentesi della solidarietà nazionale.
Ma da Ghirelli risulta evidente anche una cosa che, purtroppo, molti esegeti o denigratori della Democrazia cristiana non hanno chiara. Ossia che proprio per il ruolo determinante assegnato di fatto alla Democrazia cristiana, il suo rapporto con la sinistra, e in particolare con il Partito comunista, non poteva che essere alternativo in una democrazia bloccata dagli equilibri di potenza. E che perciò gli spazi di collaborazione non dovevano mai essere interrotti, ma la loro ampiezza era comunque “disciplinata” da una determinata situazione internazionale. Perciò anche le pause di collaborazione, quelle successive alla Resistenza fino alla Costituente, volute da De Gasperi, e quella della solidarietà nazionale, cercata da Moro e poi tragicamente interrotta anche, ma non solo, a causa delle Brigate rosse, servivano alla concretizzazione di un quadro democratico. Esso però rimaneva bloccato, ossia senza possibilità di una reale alternativa di governo di tutte le forze politiche, fino a che non fosse cambiato il quadro internazionale con i suoi equilibri di potenza decisi da Yalta. Uno stabile “compromesso storico” era… al di fuori della storia.
E proprio in questa luce è anche possibile affrontare tutta la parte finale del volume di Ghirelli che tratta della diaspora della Democrazia cristiana.
Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977

Perché, sì, la dura vicenda di Tangentopoli e complesse realtà nazionali hanno favorito la diaspora, non solo della Democrazia cristiana, ma per molti aspetti del Partito socialista; e hanno favorito anche, per differenti ragioni, i radicali mutamenti del Partito comunista. Ma tutto questo, in fondo, sul piano del reale peso politico ha un valore epifenomenico perché in realtà la fine della Democrazia cristiana e la fine o la trasformazione dei partiti tradizionali sono legate alla conclusione di tutta una fase politica, quella determinata dal Patto di Yalta.
Il libro di Ghirelli, attraverso quella che ho anche, in altra sede, definito una straordinaria capacità psicodrammatica, ci permette perciò di rivivere la lunga vicenda dei democristiani, nella dinamica politica e relazionale del nostro Paese, in un modo abbastanza appassionante, coinvolgente, spesso divertente; comunque, certamente al di là di schemi formali, di rituali prefissati e di difese di comodo.
Quanto a me, poi, sono stato profondamente coinvolto in questa narrazione, che mi ha riportato anche alle mie lontane radici politiche e culturali in quanto figlio di un dirigente del Partito popolare, giovane antifascista durante il fascismo, cristiano non democristiano poi, in un difficile e faticoso ruolo politico. Radici in differente modo legate alla complessa vicenda del cattolicesimo democratico che possono “emblematicamente” essere rappresentate dal fatto che, mentre durante il fascismo ero rinchiuso a Regina Coeli a disposizione del Tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato, il “vecchio” amico di mio padre, monsignor Tardini, cercava di “difendermi”, e il giovane Andreotti, a nome della Fuci, mi portava, a Regina Coeli, dei graditissimi pacchi di cibarie.


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