Ricordo di Reagan
Giulio Andreotti
Quando venne in visita a Roma come governatore della California, Ronald Reagan rappresentò una novità.
Si era fatto preparare dal Dipartimento di Stato piccole schede sui problemi internazionali pendenti e quando il discorso andava su quei punti le consultava diligentemente adeguandosi con puntualità ai contenuti...
Quando venne in visita a Roma come governatore della
California, Ronald Reagan rappresentò una novità. Si era fatto preparare dal
Dipartimento di Stato piccole schede sui problemi internazionali pendenti e
quando il discorso andava su quei punti le consultava diligentemente
adeguandosi con puntualità ai contenuti. Se non aveva schede, diceva
esplicitamente di non essere informato e accantonava l’argomento. Un
atteggiamento di responsabilità che non ho quasi mai visto in tanti personaggi
stranieri che ho incontrato.Ma c’era di più (e questo valeva anche negli incontri collegiali): se su un argomento non aveva ragguagli, non improvvisava ipotesi di soluzioni: lo faceva semplicemente togliere dall’ordine del giorno sostenendo di non essersi preparato. Un vero capolavoro di umiltà e di saggezza che mantenne anche da presidente. Se non aveva ragguagli lo diceva subito, non amando di cedere del tutto il passo ai collaboratori pur se autorevolissimi. Anzi, distraeva dai temi e raccontava – con evidente finalità di distrazione – divertenti barzellette, di un repertorio nemmeno troppo ampio se ne ho sentite ripetere alcune due o più volte. Nel sottofondo vi era una vena satirica di canzonatura per il corpo diplomatico e per lo stesso Dipartimento di Stato. Due esempi.

I funerali di Ronald Reagan, scomparso il 5 giugno 2004
Altro pezzo di repertorio. «Su un pallone nel cielo di Washington due persone hanno perso l’orientamento e ondeggiano a vuoto. Finalmente, vedendo su un terrazzo una piccola folla, si abbassano e domandano gridando: “Dove siamo?” La risposta fu: “Siete in volo”. Il terrazzo era quello del Dipartimento di Stato».
Nello Studio Ovale della Casa bianca capitò a me un curioso episodio. L’udienza era stata anticipata e mi ero vestito in tutta fretta. Per di più quella volta non vi era stata quella mezza giornata di sosta in una cittadina alla periferia, con una piacevole passeggiata in carrozza, salutati da cittadini abbigliati alla coloniale, che di regola consente agli ospiti di adattarsi al fuso orario. Così, dopo il saluto di rito, Reagan mi invitò, molto divertito, ad aggiustare la chiusura lampo dei pantaloni. Rimasi ovviamente male.
Parecchi anni più tardi mi sovvenne questo infortunio protocollare quando un amico mi indicò le tre verifiche per accertare se si è invecchiati: difficoltà a ricordare i cognomi, chiusura dei pantaloni non completata e la terza non la si ricorda.

Ronald Reagan e Giulio Andreotti
Il presidente era entusiasta di Venezia e non ne faceva mistero, stimolando a concentrare la durata delle sedute per potersi godere i canali e le piazzette. Molto contento fu per l’omaggio di una piccola riproduzione della Statua della Libertà, opera dello scultore veneto Gianni Visentin. Mi chiese se il dono era per lui presidente o per lui persona: distinzione che (mi fu spiegato) deriva dalla rigida regola dei presidenti Usa che possono ricevere solo omaggi del valore di pochi dollari.
Ma l’occasione nella quale le mie azioni presso Reagan andarono alle stelle fu durante un incontro del G7. La discussione su temi di finanza internazionale alquanto tecnici si protraeva a lungo e tutti eravamo piuttosto stanchi, quando Ronald Reagan borbottando se ne uscì con un «qui ci vorrebbe un salto alla Caprilli». Nessuno (interpreti compresi) capì la battuta e io intervenni spiegando che si trattava di un cavaliere italiano che aveva inventato un metodo nuovo per saltare gli ostacoli. Reagan mi rivolse un sorriso da grandi occasioni e per tutta la sessione non faceva che esprimermi benevolenza.
...Se non aveva schede, diceva esplicitamente di non essere informato e accantonava l’argomento. Un atteggiamento di responsabilità che non ho quasi mai visto in tanti personaggi stranieri che ho incontrato
Nell’incontro successivo gli portai una
fotografia del Caprilli e si rinnovò l’entusiasmo.Tra gli altri incontri con Reagan ne citerò due. Il primo si inserì in un contesto storico. Gorbaciov dal Cremlino aveva offerto possibilità d’apertura verso le quali il mondo politico-diplomatico internazionale guardava con prudente scetticismo. Il presidente Reagan accettò un incontro a Ginevra ma volle prima consultare collegialmente i governi amici (non solo dei Paesi Nato) indicando un incontro a New York.
Sfortuna volle che pochi giorni prima accadesse il dirottamento della Achille Lauro ad opera di un nucleo di palestinesi. Furono ore di grande tensione e sembrò provvidenziale la soluzione di farli attraccare in Siria (il presidente Assad raggiunto in Cecoslovacchia dove era in visita ci dette subito l’assenso), ma gli americani si opposero puntando su un arrembaggio che risultò poi inattuabile. Comunque fu trovata dagli egiziani una soluzione suggerita da un emissario di Arafat, Abu Abbas, che era andato giù per prestare i suoi buoni uffici. Aggiungo che il suggerimento di rivolgerci ad Arafat era stato dato al nostro ambasciatore a Washington Rinaldo Petrignani dal Dipartimento di Stato. Alla pattuglia criminale si era assicurata l’immunità ma non si sapeva che durante la navigazione coatta era stato assassinato un passeggero americano, il signor Leon Klinghoffer. Appresa la notizia, un aereo statunitense inseguì quello egiziano che riportava a Tunisi la pattuglia e lo obbligò ad atterrare a Sigonella, chiedendo in modo brusco la consegna sia dei dirottatori che dell’uomo dei buoni uffici di cui sospettavano la complicità. Per una giusta ragione di principio i nostri rifiutavano e si rischiò da vicino un conflitto a fuoco con gli americani.

Il presidente Ronald Reagan durante il G7, a New York, il 24 ottobre 1985. Chiariti i dissensi sorti in seguito al dirottamento dell’Achille Lauro, partecipa ai lavori anche il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi
L’assassinio di Leon Klinghoffer provocò una enorme emozione negli Stati Uniti e fummo accusati dalla stampa e dalle televisioni di complicità, con una campagna violentissima.
In tali condizioni Craxi e io non potevamo andare all’appuntamento di New York, dal quale già avevano preso le distanze, rifiutando, i francesi.
Per fortuna esisteva un americano autorevole, saggio e davvero uomo di pace: il generale Vernon Walters, mio vecchio amico che, come addetto militare Usa a Roma, mi aveva più volte accompagnato nei miei viaggi laggiù. In quel momento era ambasciatore presso le Nazioni Unite. Gli telefonai per consultarlo e poche ore dopo mi richiamò chiedendo se Craxi era disponibile a ricevere un inviato di Reagan. Ovviamente. Venne il giorno dopo, con una lettera molto amichevole; e tutto fu appianato.

Washington 1987, Ronald Reagan e Michail Gorbaciov firmano il trattato sulla riduzione degli armamenti
L’incontro di Ginevra andò benissimo e fu l’inizio di una stagione internazionale costruttiva oltre ogni possibile aspettativa; con un momento decisivo – negli sviluppi – legato ad una iniziativa italiana.
L’ostacolo a concordare la riduzione degli arsenali nucleari era nelle possibilità di verifiche. Per gli americani i controllori russi erano considerati inaccettabili spie, mentre per i sovietici era una interferenza capitalista che le forze armate non potevano assolutamente ammettere.
Sulla scia degli incontri e delle iniziative internazionali del professor Zichichi, che si tenevano da anni a Erice con la partecipazione dei più reputati scienziati internazionali di fisica nucleare (americani e sovietici eccezionalmente sempre presenti), fu indetta una riunione ad hoc nella romana Villa Madama. Dopo tre giorni avemmo la formula per i controlli reciproci senza preavviso, che i governi accettarono.
Quando più tardi e ad accordo stipulato si ebbe un controllo in Italia da parte bulgara fu un normalissimo atto di ordinaria amministrazione.
Reagan resta comunque
come il presidente americano del dialogo e della riduzione degli armamenti.
Pace alla sua anima
In tutt’altro contesto l’incontro con
Reagan a Los Angeles nel 1984, che aveva cortesemente fissato nei giorni di chiusura di quei
Giochi olimpici, purtroppo politicamente gravati dall’assenza polemica dei
sovietici e di tutti i Paesi satelliti, ad eccezione della Romania, applaudita
per questo con intensità da curve sud.Poco prima di partire per gli Stati Uniti avevo fatto una visita intergovernativa a Tripoli e, parlando con Gheddafi del suo “libro verde”, avevo apprezzato il brano in cui si dice che nessun uomo è libero se non è proprietario della tenda (o della casa) in cui abita e del mezzo con cui si muove. Lodai l’intonazione liberale di questo principio e il Colonnello si compiacque perché avevo letto il suo libro, a differenza di molti che giudicavano lui per ostilità preconcetta. Di qui venne l’idea di recapitarne una copia, mio tramite, al presidente Reagan. Il che feci regolarmente anche se gli sguardi dei collaboratori del presidente stesso espressero meraviglia e non compiacimento. Sarebbero passati venti anni prima che Gheddafi rientrasse nella sfera delle simpatie angloamericane. Meglio tardi che mai.
Reagan resta comunque come il presidente americano del dialogo e della riduzione degli armamenti.
Pace alla sua anima.