VESCOVI. L’incontro dei segretari generali delle Conferenze dei vari Paesi europei
Quando sembra che la religione sia diventata di moda
I temi trattati alla riunione di Belgrado: il rapporto tra cristianesimo e laicità; i politici diventati i primi protagonisti del dialogo interreligioso; la nuova Costituzione che non riconosce le radici cristiane del Vecchio continente; la galassia del cosiddetto “religioso selvaggio”
di Gianni Valente

Strasburgo, 3 maggio 2004. Le bandiere dei dieci nuovi Paesi membri dell’Unione europea vengono issate durante una cerimonia davanti al Parlamento europeo
Il dibattito si è sviluppato sulla base di alcuni promemoria “istruttori” curati da don Aldo Giordano, segretario generale del Ccee. Punto di partenza: il rinnovato interesse sociologico per il «fattore-religione», tornato in auge anche a livello di analisi geopolitica dopo l’11 settembre. «Sembra quasi» notava Giordano in uno di questi memorandum «che la religione sia diventata di moda. Paradossalmente si può dire che il terrorismo ha richiamato l’attenzione del mondo sulle religioni e sul loro ruolo, per la costruzione (o la distruzione!) della pace. Nella Chiesa questo tema è stato affrontato da decenni, ma la novità è che esso, ora, è affrontato anche dalla politica, dai governi, dalla società civile […]. I politici sembrano diventati i primi protagonisti del dialogo interreligioso!». Proprio in merito alla rilevanza pubblica del fattore-religione, nel comunicato finale dei lavori hanno trovato spazio le perplessità e i disagi manifestati dai rappresentanti degli episcopati dell’Europa orientale, per i quali «le domande cruciali sono: durante il comunismo i cristiani erano emarginati e umiliati: sarà così anche nell’Unione europea? La fede è costretta a rimanere fatto privato anche nella nuova Europa? I padri fondatori dell’Europa erano cristiani. E ora cosa sta succedendo?».
Nell’imminenza dell’approvazione del Trattato costituzionale europeo, avvenuta solo cinque giorni dopo la chiusura dell’incontro di Belgrado, i segretari degli episcopati europei avevano toccato anche la spinosa questione delle radici cristiane dell’Europa, per la cui citazione nel preambolo costituzionale lo stesso pressing papale si è alla fine rivelato infruttuoso. L’argomento era stato affrontato nelle sessioni di lavoro di Belgrado con toni comunque riflessivi, evitando ogni esasperante contrapposizione. A questo proposito, come sottolinea il comunicato finale, «monsignor Noel Treanor, segretario della Comece [Commissione degli episcopati della Comunità europea, l’organismo composto da vescovi delegati degli episcopati degli Stati membri dell’Unione europea, ndr], ha presentato l’esperienza positiva di dialogo e collaborazione tra mondo ecclesiale e politico esistente a Bruxelles e anche in diversi Paesi. Occorre superare il pregiudizio che le istituzioni siano contrarie alla Chiesa. Esempio particolarmente significativo è l’articolo 51 del Trattato costituzionale, che garantisce temi di fondo come la libertà di religione delle Chiese e comunità e riconosce il loro ruolo e contributo specifico». Il dibattito si è acceso anche intorno al rapporto tra cristianesimo e laicità. A questo riguardo, il comunicato finale riporta le opportune distinzioni ribadite dai segretari degli episcopati europei: «Altro è il laicismo che rifiuta il ruolo della religione, altro è l’autentica laicità che è un modo di rapportarsi tra Stato e Chiesa». In particolare, è stata presentata dal segretario dei vescovi francesi Stanislas Lalanne l’esperienza emblematica della Francia «dove la chiara separazione tra Stato e Chiesa non ha significato indifferenza tra le due realtà», pure se «la vicenda della legislazione sul velo ha mostrato anche i limiti e la debolezza di questo modello».
Melting pot europeo
Allargando lo sguardo, la discussione di Belgrado ha preso in considerazione anche il cangiante profilo religioso dell’Europa. Secondo i dati proposti alla discussione da monsignor Giordano, i musulmani che vivono nel Vecchio continente sono ormai 32 milioni, con una crescita esponenziale registrata per i fenomeni migratori degli ultimi quindici anni (nel 1991 erano 12 milioni). Anche i buddisti, che nel ’91 erano 270mila, adesso sono più di due milioni e mezzo. Mentre aumenta, fuori da parametri statisticamente rilevabili, la galassia del cosiddetto “religioso selvaggio”: «Il cosiddetto ritorno del religioso e del sacro, nelle sue espressioni esoteriche, gnostiche, arcaiche, vitalistiche, pagane, paniche, mitiche è un altro protagonista – ambiguo – della nostra cultura e storia. Forme di neopaganesimo e movimenti filosofici che si organizzano quasi come comunità religiose e rivendicano i loro diritti». Un pluralismo religioso che convive con la «deriva secolarizzata e relativista», mentre prosegue «l’impegno per quella evangelizzazione di nuova qualità di cui parliamo da anni». Un quadro multiforme che rende problematica ogni attribuzione dell’etichetta di civiltà cristiana alle odierne società occidentali, come riconosceva uno dei documenti di lavoro sottolineando che «il cristianesimo non coincide mai con nessuna realizzazione storico-culturale e quindi neppure con l’Europa o l’Occidente, pur riconoscendo la “vocazione speciale” e il ruolo storico dell’Occidente per la storia del cristianesimo».
I conti in rosso dell’ecumenismo
In un Paese con città dai palazzi ancora sventrati dai bombardamenti, i segretari degli episcopati cattolici riuniti a Belgrado hanno vissuto anche importanti momenti d’incontro con alti rappresentanti della Chiesa ortodossa serba, venendo ricevuti sia dal patriarca Pavle che dal vescovo Irinej di Novi Sad. Proprio riguardo alla prospettiva ecumenica, alla tre giorni di Belgrado è stato annunciato anche il progetto di una terza Assemblea ecumenica europea – dopo quelle di Basilea (1989) e Graz (1997) – da tenersi nel 2007 a Bucarest. Un’iniziativa ancora in nuce, sponsorizzata dal Ccee insieme al Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), sulla cui realizzazione potrebbero pesare anche difficoltà di ordine economico. Monsignor Giordano ha avvertito che si avvicina «un periodo ancora più difficile per le Chiese dal punto di vista finanziario e nel giro di due anni molti bilanci saranno decurtati, anche per il lavoro ecumenico». Una situazione che impone sobrietà e una drastica cura dimagrante dei progetti. Ma senza esagerare coi tagli. Perché l’organizzazione di un «evento sostanzioso e attraente è una condizione per attirare finanziamenti sia dalle Chiese che dalle fonti pubbliche».