Il “cencio” non è uno straccio
La Madonna di Botero sul drappellone o “cencio” del Palio di Siena in agosto ha riaperto la polemica sulle immagini sacre. Ma ripercorrendo la storia del Palio si scopre che non sono pochi i drappelloni fischiati. I pareri di Massimo Lippi e Mario Verdone
di Paolo Mattei

Il Palio di Botero per la corsa di quest'anno
Infatti l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani ha scritto una lettera pubblicata ad agosto dal quotidiano Il Corriere di Siena, nella quale ha precisato il suo pensiero riguardo all’iconografia sacra del Palio: «Ben vengano dunque palii affidati all’ingegno creativo di rinomati artisti, ma si chieda loro di volersi confrontare seriamente con il mistero del sacro che debbono rappresentare. Sarà un arricchimento per le Contrade di Siena e, perché no, anche per l’espressione dell’arte sacra di cui la nostra città è stata per secoli un punto di riferimento straordinario tanto da essere famosa nel mondo». Il presule, specificando che le sue raccomandazioni sono rivolte alla committenza, ossia all’amministrazione comunale, ha elencato a fine lettera alcuni autori di drappelloni del recente passato che «hanno richiamato negativamente» la sua attenzione: «Valerio Adami, 1981; Bruno Caruso, 1984; Luca Alinari, 1990; Mimmo Paladino, 1992».
Il drappellone, o “cencio”, ha una storia antica, quasi quanto quella della corsa senese del Palio (termine che indica proprio il drappo) che si è svolta pressoché ininterrottamente dal XII secolo ad oggi, pure se in periodi dell’anno e con modalità che hanno trovato scansioni e regole fisse solo in tempi abbastanza recenti. Al 1306 risale la memoria più antica relativa a un drappellone, il cui valore risiedeva inizialmente solo nella qualità e ricchezza del tessuto. Della metà del Seicento sono le prime testimonianze sull’immagine della Madonna che inizia ad esservi rappresentata. D’altronde il Palio è sempre stato corso in onore di Maria, alla quale i senesi si sono rivolti nei momenti di pericolo della città, dalle battaglie medievali contro i fiorentini fino alla Seconda guerra mondiale, e Siena è chiamata civitas Virginis. Dalla fine del Settecento, da quando cioè la consuetudine dei due Palii annuali comincia a regolarizzarsi, diviene costante l’uso di raffigurarvi la Madonna di Provenzano (Palio di luglio) e l’Assunta (Palio di agosto). Fino alla fine dell’Ottocento il compito di realizzare le decorazioni – araldiche, allegoriche e sacre – del “cencio” fu sempre affidato a botteghe di artigiani locali. Ma ecco che, nel 1910, viene bandito un concorso per scegliere il pittore senese che deve illustrare il palio: il drappellone comincia piano piano ad assumere una connotazione sempre più legata all’artista che lo decora, inizia un’epoca di più spiccata personalizzazione e il “cencio” diventa un tema di esercitazione importante che, a partire dal 1970, anno in cui si decide di affidare la cura di quello di agosto a prestigiosi artisti contemporanei nazionali e internazionali, vede protagonisti, tra gli altri, autori come Renato Guttuso, Aligi Sassu e Domenico Purificato.
Fino ad arrivare a Botero, e alla sua coerente, e perciò in qualche misura prevedibile, visione fantastica, “extralarge” e, forse, irriverente, dei temi obbligatori del drappellone: la Madonna e i simboli delle Contrade.
Cosa ne pensano i senesi? Certe volte i fischi sono stati una parte cospicua della colonna sonora durante la cerimonia nella quale il drappellone viene presentato al popolo. Di solito, subito dopo, la tensione per i preparativi della corsa prende il sopravvento su tutto il resto. Ma probabilmente quei fischi restano nelle orecchie dell’artista al quale sono rivolti. E talvolta le polemiche hanno uno strascico anche dopo la gara, come quelle sul palio di Botero. Che fare? Incaricare solo pittori dichiaratamente cristiani? «Macché! Un tempo la fede era una cosa che accomunava il popolo e gli artisti, era una cosa reale e il problema non si poneva. Ma adesso…» dice a 30Giorni Massimo Lippi, poeta, scultore e pittore senese, che dipinse il drappellone nel 1993. «Adesso sarebbe ridicolo distinguere tra artisti credenti e no, e comunque applicando questa eventuale distinzione non si garantirebbe la bellezza del cencio. Si tratta solo d’intelligenza da parte della committenza e dell’artista ingaggiato. La Madonna è bellissima, tota pulchra, dice la tradizione cristiana. La bellezza, questo è ciò cui si deve aspirare. Quindi la committenza si dovrebbe rivolgere ad artisti che hanno l’intelligenza e l’umiltà di non mettere in primo piano solo se stessi e il loro stile, anche se consolidato e riconosciuto. Artisti consapevoli che stanno rispondendo all’incarico di un committente, ossia di una tradizione antica di amore verso Maria e di venerazione delle immagini che la rappresentano. Nel 1352, così recitava lo statuto dei pittori di Siena: “Noi siamo, per la grazia di Dio, manifestatori agli uomini grossi che non sanno lectera delle cose miracolose operate per virtù ed in virtù della santa fede”. Chi oggi fa arte con queste parole nel cuore? Quasi nessuno. Allora» conclude Lippi «il criterio da proporre all’artista, credente o meno, che deve dipingere il drappellone è solo l’umiltà. Nel caso egli non sia cristiano, non si deve assolutamente uniformare in senso bigotto, che sarebbe peggio, suonerebbe falso e darebbe brutti risultati. Basta un po’ d’umiltà, sapere cioè che non si sta rappresentando se stessi, il proprio marchio di fabbrica, ma qualcos’altro. Così – sembra un paradosso ma non lo è – può essere valorizzato di più pure lo stile personale e la propria visione dell’opera d’arte». Anche il professor Mario Verdone, senese, studioso d’arte contemporanea e autore di testi sulla storia del Palio, non condivide l’idea di affidare solamente ad artisti cristiani la decorazione del “cencio”: «Ci sono stati drappelloni belli e rispettosi della tradizione, dipinti da pittori non credenti. Penso, ad esempio, a quello dell’ebreo Corrado Cagli, del 1972. È invece necessario rivolgersi a pittori duttili, capaci di coniugare le proprie forme stilistiche abituali con la tradizione del “cencio”. Buone prove di questa duttilità le hanno date a mio avviso Renato Guttuso, autore di uno dei palii più amati dai senesi, Ugo Attardi, Claudio Maccari».

Una immagine della corsa