Amore e perdono
«La vera pace è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull’equa distribuzione di benefici e di oneri. Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, va esercitata e in un certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati… Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia»
Giulio Andreotti

Giovanni Paolo II in San Pietro il 24 dicembre 2001
Ricorrono spesso critiche alla Chiesa articolate in modo contraddittorio. Alcuni le imputano una non sufficiente attenzione ed apertura verso i problemi materiali dell’umanità; e danno un’interpretazione evasiva ai richiami teologici e dottrinali. Si rimprovera a “Roma” di aver dimenticato che il Vangelo indica nell’ammalato, nel famelico, nel sitibondo, nel carcerato il vero volto di Cristo. In contrapposizione a questi censori altri accusano la Chiesa di aver invaso i campi del sociale, laicizzando per così dire il mandato apostolico. Ricordo, per il secondo aspetto, una censura a Paolo VI perché in un documento veniva richiamata l’esigenza di un meccanismo di stabilizzazione nei prezzi delle materie prime. Alcuni esperti di economia gridarono addirittura allo sconfinamento nell’opinabilità tecnica.
Argomentata risposta sistematica a questi attacchi è stata data nel saggio del cardinale José Saraiva Martins su La Chiesa all’alba del terzo millennio. L’aderenza pastorale ai segni dei tempi corrisponde in pieno alla missione di umanesimo integrale che Gesù ha affidato agli apostoli. Vanno letti così gli ultimi rilievi e moniti del Papa, che sulla tragedia dell’11 settembre aveva già con immediatezza preso posizione condannando il perfido eccidio ma richiamando tutti i responsabili a non lasciarsi prendere dallo spirito di vendetta e dalle incriminazioni generalizzate. È tornato ora in argomento sviluppando due tematiche essenziali: la vulnerabilità e la giustizia associata al perdono. Alcune aree del mondo – vedi ad esempio, ma non solo, l’America settentrionale – si consideravano immuni da ogni rischio di attacco militare. Anzi, in previsione di un possibile sviluppo offensivo futuro, predisponevano scudi protettivi; anche se non è facile ipotizzare un simile rischio sul piano della competitività internazionale.
È vero. In pochi minuti sono crollate tutte le teorie di garantita sicurezza. Non è però né saggio né corretto prendersela con gli apparati di polizia perché non si sarebbero tempestivamente accorti della minaccia. I cittadini degli Stati Uniti debbono, viceversa, andare fieri per il loro regime libero, così diverso da quelli polizieschi e dittatoriali. Può sembrare assurdo che un nucleo di stranieri vi si installi, acquisisca brevetti e specializzazioni, si inserisca in pieno nella società civile; e possa preparare impunemente una strage quale è quella messa in atto. Del resto anche ad opera di nativi si sono portate a termine terribili imprese assassine: valga il ricordo degli assassini di John e di Bob Kennedy. Forte è il rischio che l’impresa criminale ordita da Bin Laden produca anche un effetto secondario: il ritorno, peggiorato, alla dottrina del sospetto generalizzato, delle impronte digitali, della xenofobia.
Bene quindi ha fatto Giovanni Paolo II che, stigmatizzando ogni violenza terroristica che «disonora la santità di Dio e la dignità dell’uomo», afferma però vigorosamente: «La vera pace è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto di diritti e doveri e sull’equa distribuzione di benefici e di oneri. Ma poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, va esercitata e in un certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati… Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia».
Le pagine sul perdono, nel Messaggio per il 2002, sono veramente profonde. «Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa comunità internazionale hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale. Il perdono mancato, al contrario, specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono».
In stretta connessione con la filosofia del perdono è spontaneo il richiamo ad uno dei punti più dolorosi delle irrisolte questioni laceranti: meditando sul tema, non si possono non ricordare alcune tragiche situazioni di conflitto, che da troppo tempo alimentano odi profondi e laceranti, con la conseguente spirale inarrestabile di tragedie personali e collettive: in particolare quanto avviene nella Terra Santa, luogo benedetto e sacro dell’incontro di Dio con gli uomini, luogo della vita, morte e risurrezione di Gesù, il Principe della pace.
«La “delicata” situazione internazionale» dice il Papa «sollecita a sottolineare con forza rinnovata l’urgenza della risoluzione del conflitto arabo-israeliano, che dura ormai da più di cinquant’anni, con un’alternanza di fasi più o meno acute. Il continuo ricorso ad atti terroristici o di guerra, che aggravano per tutti la situazione e incupiscono le prospettive, deve lasciare finalmente il posto ad un negoziato risolutore. I diritti e le esigenze di ciascuno potranno essere tenuti in debito conto e contemperati in modo equo, se e quando prevarrà in tutti la volontà di giustizia e di riconciliazione». Il Papa ha nuovamente rivolto «a quegli amati popoli l’invito accorato ad adoperarsi per un’era nuova di rispetto mutuo e di accordo costruttivo».
Nell’udire le parole di Gesù la reazione era spesso di turbamento perché “durus est hic sermo”. Ed anche i moniti del Papa – non solo gli ultimi – vanno spesso contro corrente, turbando la finta modernità spesso imperante e le tentazioni dell’homo homini lupus.
Lo stesso Pontefice, mentre ha incoraggiato esplicitamente le intese internazionali per prevenire le nequizie del terrorismo, assolve ad un compito, purtroppo tanto disatteso ma essenziale, quando ad alta voce richiama all’obbligo di credere nell’amore.