Come in epoca moderna hanno attraversato guerre e crisi internazionali
Tempo di Giochi
Dopo 108 anni le Olimpiadi tornano ad Atene, dove si svolse la prima edizione moderna. Le prossime saranno a Pechino. Sono cambiate con il mondo che cambia e hanno mantenuto un valore politico e strategico, anche se l’ombra lunga del doping e degli affari rischia di incrinarne il fascino
di Antonio Ghirelli

Yelena Isinbayeva campionessa russa di salto con l’asta
In verità, come tutti sanno, nel tempo quell’evento sacro e solenne andò lentamente degenerando fino al punto che, nel 393 della nostra era, una furibonda rissa che si era accesa nello stadio di Tessalonica, l’odierna Salonicco, mosse talmente a sdegno il vescovo di Milano, il futuro sant’Ambrogio, da indurlo a denunciare lo scandalo all’imperatore Teodosio, ottenendo addirittura la soppressione delle Olimpiadi, decadute ormai a una oscena manifestazione di nudo e di violenza, che per altro verso contrastava inesorabilmente con la sensibilità e i principi del cristianesimo ormai vittorioso.
Ma non è facile cancellare i miti dalla memoria degli uomini, quando, beninteso, essi siano alimentati da profonde risonanze nel cuore e nella mente delle generazioni. La rinascita dello sport in Gran Bretagna e il recupero dei valori storici e culturali dell’antichità attraverso gli scavi in Asia Minore, in Egitto e in Italia, crearono le premesse per il coronamento del sogno di de Coubertin che, il 6 aprile del 1896, si realizzava con l’apertura dei Giochi moderni nello stadio di Atene, alla presenza del re dei greci, dinanzi al quale sfilarono le bandiere e le rappresentanze di dodici nazioni. Poteva sembrare una stanca e grottesca rievocazione, il vano tentativo di rianimare ricordi scolastici e un po’ velleitari, ma in realtà i cinque o sei giorni dello storico appuntamento nella capitale ellenica fecero scoccare una scintilla, accesero un fuoco che continua a splendere dopo 108 anni. Pur se, in tutto questo periodo, ha illuminato la scena di un mondo in continua, stupefacente, spesso drammatica trasformazione, passando dalle ultime illusioni della belle époque all’“inutile massacro” della Prima guerra mondiale, dal tempestoso intervallo tra le due guerre al tragico epilogo dei totalitarismi neri e rossi, fino all’avvento di quel portento scientifico e tecnologico, ma insieme anche a quell’incubo ad aria condizionata, che abbiamo convenuto di definire come globalizzazione.

Il primo Comitato olimpico internazionale nel 1896
Il loro impatto sulle Olimpiadi fu clamoroso almeno in due delle cinque edizioni disputate tra la prima e la seconda guerra planetaria: nel 1932 la fiaccola si accese a Los Angeles sulla nuova, entusiasmante frontiera degli Stati Uniti; nel 1936 fu trasformata a Berlino nell’odiosa svastica di Hitler e nella travolgente fascinazione cinematografica di Leni Riefenstahl. Correva già molto denaro; si allargava già a dismisura, con l’incremento delle delegazioni partecipanti, la platea degli appassionati, dei tifosi, delle folle incantate; già si manifestavano le insidie del divismo e della speculazione ideologica. Ma fu dopo la fine della guerra atomica che tutte queste caratteristiche dei Giochi moderni, quelle negative e quelle positive, si sarebbero moltiplicate con l’aggiunta di un’altra componente velenosa, conseguenza diretta dell’ossessione nazionalistica o ideologica per la conquista della medaglia: l’assunzione di stimolanti artificiali da parte di troppi atleti, il maledetto doping.
L’avvento della televisione avrebbe accentuato, naturalmente, il cambiamento e le tentazioni. Se tra Londra 1948 e Roma 1960 si può individuare forse il periodo più poetico, più decubertiniano, della storia olimpica – l’edizione inglese consacrando il ritorno alla pace, quella italiana esaltando per l’ultima volta, sullo sfondo della più bella città del mondo, l’eleganza e la purezza dello sport dilettantistico –, già quattro anni prima dell’incontro di Roma, a Melbourne, gli echi della soffocata rivoluzione di Ungheria avevano turbato i cuori degli atleti e degli spettatori. I riflessi delle successive tragedie mondiali si sarebbero avvertiti ancor più dolorosamente nell’edizione messicana del ’68 e in quella tedesca del ’72, prima con lo spargimento di sangue nella piazza delle Tre Culture, poi con l’agghiacciante irruzione nel villaggio olimpico di Monaco dei terroristi palestinesi. Più tardi, tra Mosca 1980 e Los Angeles 1984, il reciproco boicottaggio tra americani e sovietici avrebbe segnato penosamente quello che tuttavia, per fortuna, sarebbe stato uno degli ultimi episodi della guerra fredda prima della caduta del Muro di Berlino.

Una cerimonia nell’antico stadio Panatenaico di Atene che ospitò le Olimpiadi del 1896
L’imprevista vittoria nel campionato europeo di calcio ha accresciuto l’entusiasmo popolare con il quale i greci avevano accolto il ritorno dell’Olimpiade, superando anche non lievi difficoltà tanto per l’organizzazione tecnica e strutturale dei Giochi quanto per fronteggiare la folle minaccia del terrorismo islamico. Per la quale sono stati mobilitati 70mila uomini dei servizi di sicurezza più un piccolo esercito di 11mila albanesi incaricati di sorvegliare gli accessi balcanici alla frontiera. Si è voluto riaffermare anche l’antico principio della tregua alla guerra grazie all’iniziativa del Ministero degli Esteri greco che, il 3 novembre del 2003, ha visto approvata da ben 190 Paesi membri dell’Onu una risoluzione sulla tregua olimpica, firmata anche da siriani, iraniani, israeliani e palestinesi, anche se si può temere che Osama bin Laden non si farà commuovere nemmeno dall’adesione che al documento ha assicurato papa Wojtyla.

I Giochi olimpici di Roma nel 1960: i concorrenti passano lungo via dei Fori Imperiali