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OLIMPIADI
tratto dal n. 07/08 - 2004

Come in epoca moderna hanno attraversato guerre e crisi internazionali

Tempo di Giochi


Dopo 108 anni le Olimpiadi tornano ad Atene, dove si svolse la prima edizione moderna. Le prossime saranno a Pechino. Sono cambiate con il mondo che cambia e hanno mantenuto un valore politico e strategico, anche se l’ombra lunga del doping e degli affari rischia di incrinarne il fascino


di Antonio Ghirelli


Yelena Isinbayeva campionessa russa di salto con l’asta

Yelena Isinbayeva campionessa russa di salto con l’asta

Non è per caso pronipote di Cyrano de Bergerac, il romantico poeta immortalato da Rostand, Pierre de Coubertin, quel gentiluomo francese che, sul finire dell’Ottocento, trova il prodigioso guizzo di fantasia e la grinta indispensabile per portare a termine, nel giro di oltre trent’anni, una sorta di miracolo a mezza strada tra sport e cultura, tra genio organizzativo e passione archeologica, resuscitando dopo quasi quindici secoli i Giochi di Olimpia. E non è nemmeno per caso che questi Giochi fossero nati, nel 776 a.C., come un evento sacro, celebrato ogni quattro anni con un complesso di gare onorate dai migliori atleti del mondo allora conosciuto (a esclusione delle donne) e rese particolarmente solenni dalla tregua di qualsiasi guerra. Come se quel popolo civilissimo intuisse già allora l’immensa superiorità del gioco (noi lo chiamiamo sport) sulla battaglia cruenta, il valore inestimabile della regola e della pace rispetto all’anarchia del sangue.
In verità, come tutti sanno, nel tempo quell’evento sacro e solenne andò lentamente degenerando fino al punto che, nel 393 della nostra era, una furibonda rissa che si era accesa nello stadio di Tessalonica, l’odierna Salonicco, mosse talmente a sdegno il vescovo di Milano, il futuro sant’Ambrogio, da indurlo a denunciare lo scandalo all’imperatore Teodosio, ottenendo addirittura la soppressione delle Olimpiadi, decadute ormai a una oscena manifestazione di nudo e di violenza, che per altro verso contrastava inesorabilmente con la sensibilità e i principi del cristianesimo ormai vittorioso.
Ma non è facile cancellare i miti dalla memoria degli uomini, quando, beninteso, essi siano alimentati da profonde risonanze nel cuore e nella mente delle generazioni. La rinascita dello sport in Gran Bretagna e il recupero dei valori storici e culturali dell’antichità attraverso gli scavi in Asia Minore, in Egitto e in Italia, crearono le premesse per il coronamento del sogno di de Coubertin che, il 6 aprile del 1896, si realizzava con l’apertura dei Giochi moderni nello stadio di Atene, alla presenza del re dei greci, dinanzi al quale sfilarono le bandiere e le rappresentanze di dodici nazioni. Poteva sembrare una stanca e grottesca rievocazione, il vano tentativo di rianimare ricordi scolastici e un po’ velleitari, ma in realtà i cinque o sei giorni dello storico appuntamento nella capitale ellenica fecero scoccare una scintilla, accesero un fuoco che continua a splendere dopo 108 anni. Pur se, in tutto questo periodo, ha illuminato la scena di un mondo in continua, stupefacente, spesso drammatica trasformazione, passando dalle ultime illusioni della belle époque all’“inutile massacro” della Prima guerra mondiale, dal tempestoso intervallo tra le due guerre al tragico epilogo dei totalitarismi neri e rossi, fino all’avvento di quel portento scientifico e tecnologico, ma insieme anche a quell’incubo ad aria condizionata, che abbiamo convenuto di definire come globalizzazione.
Il primo Comitato olimpico internazionale nel 1896

Il primo Comitato olimpico internazionale nel 1896

I Giochi moderni rimasero fermi, un po’ come tutto lo sport, alla fase pionieristica con le quattro edizioni successive a quella di Atene, compreso il battesimo americano del 1904 a Saint Louis, fino alla conflagrazione tra le potenze centrali e l’Intesa. Ma quando, dopo quattro anni di orrori, fu firmato il discutibilissimo trattato di Versailles, la ripresa olimpica ad Anversa nel 1920 coincise con l’avvio di un nuovo inizio: i rapporti tra le classi sociali e tra i sessi erano radicalmente cambiati, le comunicazioni erano incredibilmente accelerate, i mass media stavano per celebrare la prima autentica rivoluzione dopo l’invenzione dei caratteri mobili a stampa, quella della radio. L’esplosione della modernità stava modificando la logica e il metodo della stessa lotta politica, in cui il mondo liberale e borghese si vedeva assediato a destra dal nazifascismo, a sinistra dal comunismo, mentre la Chiesa si avviava con prudenza e trepidazione a fronteggiare con spirito ecumenico le ardue sfide dei tempi nuovi.
Il loro impatto sulle Olimpiadi fu clamoroso almeno in due delle cinque edizioni disputate tra la prima e la seconda guerra planetaria: nel 1932 la fiaccola si accese a Los Angeles sulla nuova, entusiasmante frontiera degli Stati Uniti; nel 1936 fu trasformata a Berlino nell’odiosa svastica di Hitler e nella travolgente fascinazione cinematografica di Leni Riefenstahl. Correva già molto denaro; si allargava già a dismisura, con l’incremento delle delegazioni partecipanti, la platea degli appassionati, dei tifosi, delle folle incantate; già si manifestavano le insidie del divismo e della speculazione ideologica. Ma fu dopo la fine della guerra atomica che tutte queste caratteristiche dei Giochi moderni, quelle negative e quelle positive, si sarebbero moltiplicate con l’aggiunta di un’altra componente velenosa, conseguenza diretta dell’ossessione nazionalistica o ideologica per la conquista della medaglia: l’assunzione di stimolanti artificiali da parte di troppi atleti, il maledetto doping.
L’avvento della televisione avrebbe accentuato, naturalmente, il cambiamento e le tentazioni. Se tra Londra 1948 e Roma 1960 si può individuare forse il periodo più poetico, più decubertiniano, della storia olimpica – l’edizione inglese consacrando il ritorno alla pace, quella italiana esaltando per l’ultima volta, sullo sfondo della più bella città del mondo, l’eleganza e la purezza dello sport dilettantistico –, già quattro anni prima dell’incontro di Roma, a Melbourne, gli echi della soffocata rivoluzione di Ungheria avevano turbato i cuori degli atleti e degli spettatori. I riflessi delle successive tragedie mondiali si sarebbero avvertiti ancor più dolorosamente nell’edizione messicana del ’68 e in quella tedesca del ’72, prima con lo spargimento di sangue nella piazza delle Tre Culture, poi con l’agghiacciante irruzione nel villaggio olimpico di Monaco dei terroristi palestinesi. Più tardi, tra Mosca 1980 e Los Angeles 1984, il reciproco boicottaggio tra americani e sovietici avrebbe segnato penosamente quello che tuttavia, per fortuna, sarebbe stato uno degli ultimi episodi della guerra fredda prima della caduta del Muro di Berlino.
Una cerimonia nell’antico stadio Panatenaico di Atene che ospitò
le Olimpiadi del 1896

Una cerimonia nell’antico stadio Panatenaico di Atene che ospitò le Olimpiadi del 1896

La fase storica che si apre sul finire degli anni Ottanta, però, si annuncia ricca di problemi oltre che di straordinarie prospettive, anche per quanto riguarda i Giochi olimpici. È l’edizione del 1988, ospitata a Seoul dalla Corea del Sud, che registra il primo clamoroso scandalo per doping, quello di Ben Johnson, un ragazzo ventisettenne di origine giamaicana e di nazionalità canadese, che risulta positivo al controllo dopo aver dominato imperiosamente la finale dei cento metri. Altri dieci atleti, soprattutto sollevatori di peso e lottatori, incappano nella stessa tagliola, e da quel momento la lotta contro gli stimolanti chimici diventa un impegno primario del Cio, delle federazioni sportive e della stessa Onu perché il doping rappresenta una minaccia mortale non solo per la salute degli sportivi, ma anche per quel fair play che è la legge fondamentale delle Olimpiadi e di ogni altra competizione. A suggerire l’assunzione di sostanze o di pratiche dopanti sta una spregevole corte dei miracoli, composta da medici poco scrupolosi, da massaggiatori ciarlanti privi di ogni ritegno; ma funesta è anche la sollecitazione del primato, del record, della medaglia, del denaro. Lo ha ricordato recentemente anche il presidente Ciampi. Giacché un altro duro colpo vibrato alla purezza dell’ideale olimpico è rappresentato dal pratico abbandono della condizione dilettantistica, che indubbiamente non permetterebbe la continua, frenetica corsa al superamento dei limiti, alimentata evidentemente da una preparazione assidua, da allenamenti faticosi e prolungati, insomma da una totale consacrazione alla disciplina agonistica. E poi c’è l’intervento combinato della televisione satellitare e dell’enorme bacino di udienza che essa offre anche agli operatori della pubblicità, un intervento che esaspera il divismo e incrementa un altro fenomeno caratteristico dello sport-spettacolo: il gigantismo dei Giochi, inteso non tanto come sterminato numero di partecipanti, che è anzi un segnale molto positivo rispetto ai progressi dei Paesi del Terzo mondo, quanto come sterminato aumento di specialità poco significative quali il badminton, il beach volley, il ciclismo mountain bike, il taekwondo e strane varietà di calcio heraklio o patrasso. E tuttavia queste stravaganze, queste esagerazioni, questi pericolosi trend non sono bastati e non bastano ad incrinare il fascino irresistibile dell’Olimpiade; e tanto meno possono sminuirlo nell’edizione numero ventotto celebrata, per la seconda volta in 108 anni, ad Atene, la città madre dei Giochi e di altre, infinite manifestazioni della grandezza dello spirito umano.
L’imprevista vittoria nel campionato europeo di calcio ha accresciuto l’entusiasmo popolare con il quale i greci avevano accolto il ritorno dell’Olimpiade, superando anche non lievi difficoltà tanto per l’organizzazione tecnica e strutturale dei Giochi quanto per fronteggiare la folle minaccia del terrorismo islamico. Per la quale sono stati mobilitati 70mila uomini dei servizi di sicurezza più un piccolo esercito di 11mila albanesi incaricati di sorvegliare gli accessi balcanici alla frontiera. Si è voluto riaffermare anche l’antico principio della tregua alla guerra grazie all’iniziativa del Ministero degli Esteri greco che, il 3 novembre del 2003, ha visto approvata da ben 190 Paesi membri dell’Onu una risoluzione sulla tregua olimpica, firmata anche da siriani, iraniani, israeliani e palestinesi, anche se si può temere che Osama bin Laden non si farà commuovere nemmeno dall’adesione che al documento ha assicurato papa Wojtyla.
I Giochi olimpici di Roma nel 1960: i concorrenti passano lungo via dei Fori Imperiali

I Giochi olimpici di Roma nel 1960: i concorrenti passano lungo via dei Fori Imperiali

I numeri della seconda Olimpiade ateniese sono impressionanti: ben 10.500 atleti in rappresentanza di ben 201 Paesi indipendenti si contenderanno, dal 13 al 29 agosto, 903 medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. La delegazione azzurra, che punta su esperti campioni come Fiona May e giovani come Andrew Howe Besozzi, spera di superare le 34 medaglie di Sydney. E l’appuntamento col futuro è fissato, tra quattro anni, nientemeno che a Pechino.


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