Home > Archivio > 12 - 2001 > La libertà di un incontro
ALGERIA
tratto dal n. 12 - 2001

ECUMENISMO. Cristiani e musulmani

La libertà di un incontro


«Nel primo passo tra cristiani e musulmani ciascuno incontra l’altro con la sua fede e nel dovere reciproco della testimonianza. Ma l’incontro è libero, non per annettere qualcuno, ma per la libertà di ciascuno». Parla Henri Teissier, arcivescovo di Algeri. Intervista


di Giovanni Cubeddu


L’arcivescovo di Algeri Henri Teissier

L’arcivescovo di Algeri Henri Teissier

In un’intervista a 30Giorni del marzo 1999 l’allora presidente dell’Alto consiglio islamico algerino Abdelmadijd Meziane descriveva il terrorismo algerino come un fenomeno «che ha per origine l’Internazionale islamico-afghana, ideologia elaborata per lottare contro il comunismo ateo. Gli adepti milionari di un wahabismo [dottrina rigorista musulmana maggioritaria in Arabia Saudita, ndr] degenerato in ideologia di suicidio e di morte, sostengono questo movimento internazionale con mezzi eccezionali in materia di organizzazione e finanziamenti».
In Algeria tutti sanno che il terrorismo che in oltre dieci anni ha fatto centomila morti e ha straziato il Paese non ha natura differente da quello che ha colpito Manhattan e il Pentagono.
Abbiamo incontrato Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, chiedendogli come vive la Chiesa in Algeria dopo l’11 settembre. Lui ci ha raccontato una storia di libertà.

Il Papa ha invitato ad Assisi il prossimo 24 gennaio «in particolare cristiani e musulmani, per proclamare davanti al mondo che la religione non deve mai diventare motivo di conflitto, di odio e di violenza».

HENRI TEISSIER: La chiamata del Papa è molto importante dopo l’11 settembre. Le opinioni pubbliche islamiche temono una condanna morale generalizzata nei loro confronti, e provvidenziale è stata la distinzione che pubblicamente il presidente Bush, seguito dagli altri capi di Stato, ha inteso fare tra i terroristi e il popolo dell’islam. Il Papa respinge la violenza nel nome di Dio e indica che la relazione tra i popoli è sul piano del dono di Dio. Circa tre mesi fa un capo religioso musulmano mi chiedeva, a proposito di uno di quei piccoli gruppi di propaganda cristiana che sono arrivati anche qui in Algeria: «Perché sono così aggressivi contro di noi?». «Ma lo sono anche nei nostri confronti», risposi, «perché pensano che il dono di Dio sia solo per loro, e che gli altri ne siano indegni, salvo che accettino di stare con loro. Ma questo è l’inizio del fanatismo». Cioè guardare al dono di Dio come un possesso proprio e riservato. Ma noi cristiani sappiamo che il dono di Dio è sempre gratuito, molto più ampio, viene grazie a Gesù Cristo e allo Spirito di Dio, come ricorda il Concilio ecumenico Vaticano II. Allora, quando il Papa chiama a raccolta i rappresentanti delle altre religioni, è per condividere i doni di Dio, e tra questi il dono della pace.
Il suo predecessore, il cardinale Léon-Étienne Duval, diceva: «Non sono specialista di Agostino. Da 63 anni sono tuttavia familiare con le sue opere. Nei giorni più difficili del mio episcopato Agostino è stato il mio sostegno, la mia guida e, oso dirlo, il mio amico». Era il 1987 quando, dal palazzo della cultura ad Algeri, Duval poteva tenere una memorabile conferenza su Saint Augustin et la liberté.
TEISSIER: La conferenza fu fatta nell’aula del Ministero della Cultura, ad Algeri, ed era piena di gente come non s’era mai visto prima. Perché? Perché del cardinale Duval tutti avevano un gran rispetto, che era anche un attestato di riconoscenza per la sua stima nei confronti della società algerina, per il suo impegno per i diritti umani al tempo della guerra di liberazione. Tutti erano là anche perché ci s’interrogava su Agostino (ed è stato quello l’inizio del cammino che ha portato al convegno su sant’Agostino della primavera 2001 ad Algeri), e perché Duval aveva scelto di parlare su sant’Agostino e la libertà… e si era da non troppo tempo usciti dalla colonizzazione. E tanti ascoltavano attentamente, anche perché in tema di libertà, come sempre, il cardinale Duval parlava di ciò che viveva. Quell’incontro dell’87 ha un senso ancora oggi nella relazione tra cristiani e musulmani, perché viviamo l’eredità di Duval. La Chiesa algerina ha vissuto con intatta fedeltà accanto al popolo anche negli anni bui della crisi. E il popolo sa che in questi anni di terrore abbiamo avuto, e accettato, venti vittime della Chiesa cattolica.
Nel tempo della prova anche l’accostarsi ad Agostino si è fatto più frequente.
TEISSIER:Perché oggi ci si interroga con maggiore libertà sulla stessa identità algerina. Prima c’era il partito unico, da cui soltanto dipendeva la definizione di identità nazionale, poi il pluralismo politico e culturale ha permesso in ciascuno la domanda: noi chi siamo? “Algerini, arabi e musulmani”, si rispondeva all’inizio, accorgendosi poi che ciò non era sufficiente, perché l’identità berbera anteriore all’islam finiva così censurata. Una volta ammesso questo, si è aperta la porta perché anche l’antica cultura latina e cristiana algerina fosse rivalutata, come è avvenuto per Agostino. Ne è indice il fatto che in occasione del convegno su Agostino della scorsa primavera sono usciti ben duecentotrenta articoli sul santo di Ippona: articoli di giornali musulmani per un pubblico totalmente musulmano. Ciò indica una novità, un passo in avanti dell’Algeria incontro alla sua storia. Ma non è un percorso lineare. V’è chi si ostina a impugnare la fede e la latinità di Agostino come ostacolo a questo cammino, sebbene lo stesso presidente algerino Bouteflika abbia affermato che Agostino appartiene alla genealogia degli algerini. Il terrorismo ha indotto molti algerini – di fronte alle aberrazioni violente dei cosiddetti estremisti islamici – ad interrogarsi se mai potesse considerarsi vero islam quello dei terroristi e che affinità avesse con l’islam tradizionale e tollerante insegnato loro dai genitori. Hanno così riacquistato una visione più liberale e si sono aperti alla differenza che la minoranza cristiana rappresenta. Non si può dire che gli algerini cerchino il rapporto con i cristiani in quanto tali, per la loro dottrina, ma oggi esprimono di certo il rispetto per la differenza.
La cattedrale di Algeri Notre-Dame d’Afrique

La cattedrale di Algeri Notre-Dame d’Afrique

Duval è stato amato in Algeria. Bouteflika ha ricordato pubblicamente «il nostro buono e vecchio amico Mohammed Habib Duval».
TEISSIER: Adesso le racconto una storia di libertà, la libertà nella fede che abbiamo ricevuto dai nostri nonni in Algeria. È una lunga storia, che però è sempre importante, non solo per noi ma per la Chiesa universale. Quando i francesi sono arrivati nel 1830, avevano la concezione della missione propria di tutte le nazioni cattoliche del tempo: «Bisogna andare e battezzare i musulmani». Così erano stati invitati dei sacerdoti maroniti, dato che parlavano l’arabo e avrebbero potuto preparare i candidati al battesimo. Ma le autorità francesi, temendo la reazione del popolo algerino, in seguito vietarono l’ingresso di questi maroniti. Così accadde che i primi sacerdoti già presenti in Algeria furono pressoché occupati nel servizio pastorale agli europei, e quando arrivò il cardinale Lavigerie nel 1868 vide con dolore che la Chiesa si curava solo del proprio orto, e perciò fondò nel 1869 i Padri bianchi. Vietò loro di avvicinarsi alle parrocchie europee e comandò loro di vivere nei quartieri musulmani, parlando solo arabo o berbero. Lavigerie vietò pure per i primi anni ogni battesimo, finché questo sacramento non fosse anche il frutto della familiarità dei missionari col popolo e della fiducia che il popolo in loro riponeva. I Padri bianchi non promossero una cristianizzazione utopica, al di là della realtà.
Un’altra sorgente di fede in Algeria è stata l’esperienza del padre de Foucauld. Nel 1901 egli era andato ad evangelizzare il Marocco, ma incontrando i nomadi algerini nel deserto, andò a vivere con questi tuareg a Tamanrasset, e lì scoprì che con loro una relazione era possibile. Non voglio certo dire che la Chiesa non debba dare testimonianza del Vangelo, ma un incontro è per sua natura libero.
Gli algerini all’inizio avevano percepito la dominazione francese come bellica e cultural-religiosa allo stesso tempo e dovevamo procedere nel cammino verso la libertà di questa relazione, altrimenti ognuno nella società civile algerina avrebbe avuto “paura” della conversione.
In novembre abbiamo celebrato i cento anni della diocesi di Laghouat, cento anni da quando i primi Padri bianchi arrivarono nelle oasi. A quel tempo la comunità mozabita, una comunità musulmana locale, vietava ad ogni suo membro anche solo di incontrare i Padri bianchi, e se uno aveva incidentalmente salutato un missionario doveva fare le abluzioni, lavarsi le mani per mondarsene. Stavolta, per questo incontro di cristiani sparsi nel deserto (un’ottantina tra sacerdoti, religiosi e laici missionari) la municipalità ha donato una tenda, issata nel cortile della casa dei Padri bianchi, una tenda di nomadi, completa di tappeti e di tutto lo scarno arredamento sahariano. Ci siamo ritrovati là, in quel “duomo”, omaggio del nostro interlocutore musulmano. Al terzo giorno abbiamo terminato l’incontro nell’oasi di Ghardaïa, e un signore ci ha prestato la sua casa dotata di un grande salone: lì abbiamo celebrato la messa, abbiamo cantato… Il proprietario della casa era mozabita. Dunque? Sono trascorsi cento anni dal precetto di non salutare i Padri bianchi, e qualcuno potrà dire che cento anni sono molti… ma questo è il ritmo della storia di un popolo. E non è bello che ora questi uomini siano liberi di incontrare noi e che noi siamo liberi di incontrare loro?
Ritorniamo a Duval.
TEISSIER: Quando è terminata la conferenza del 1987 di cui prima parlavamo, si sono alzate dal pubblico alcune domande. Dopo quattro o cinque interventi è intervenuto un uomo. «Io appartengo alla categoria degli algerini che non hanno diritto alla libertà» disse. «Ringrazio il cardinale Duval, che ha molto lavorato per noi durante la guerra di liberazione, perché ha parlato della libertà nella vita di Agostino, e noi algerini sappiamo il valore di questa parola… Ma io non ho diritto alla libertà, perché sono un algerino cristiano». Tutti attendevano in silenzio una risposta, anche perché in prima fila sedeva il ministro degli Affari religiosi (e si sa che quando si nasce in una società musulmana non c’è la facoltà di proclamarsi cristiano. Che avrebbe detto il ministro?). Rispose Duval: «Se lei non ha la libertà nel suo Paese, ciò è contro la Costituzione, perché la Costituzione algerina garantisce la libertà di coscienza». Duval intendeva dire che esiste la libertà del testimone della fede e quella del popolo: ogni popolo ha il dovere di difendersi dalla dominazione cultural-religiosa del missionario, ma ogni popolo deve servire la libertà di ogni suo membro. Oggi esistono in Kabilia comunità di cristiani che discendono da famiglie musulmane, godono del rispetto sociale.
Nel primo passo ciascuno incontra l’altro con la sua fede e nel dovere reciproco della testimonianza. Ma l’incontro è libero, non per annettere qualcuno, ma per la libertà di ciascuno.
In uno dei brani più belli della Mystici Corporis, Pio XII, citando sant’Agostino, ripete che la conversione al cristianesimo è un atto «di libera e spontanea volontà, non potendo credere se non chi lo vuole».
TEISSIER: Proselitismo e testimonianza per il cardinal Duval non erano sinonimi. Diceva che il primo è cercare di tirare l’altro nel nostro campo di pensiero, la testimonianza è dare all’altro la possibilità di integrare liberamente nel suo cammino i beni che noi abbiamo (e che gli offriamo nella testimonianza). Come noi, che nella nostra vita possiamo far ciò che vogliamo dello spunto della testimonianza di un compagno di strada musulmano. Quando de Foucauld, ancora uno scettico ufficiale dell’esercito francese, venne a contatto con la gente islamica, era lontano dalla fede, ma vedeva quotidianamente la fedeltà alla preghiera dei musulmani a lui prossimi. Fu così che tornò alla fede cattolica, integrò nel suo cammino e nel suo cuore quanto aveva visto.


Español English Français Deutsch Português