Home > Archivio > 12 - 2001 > Roma, città di Terra Santa
MEDIO ORIENTE
tratto dal n. 12 - 2001

PROCESSO DI PACE. Quanto vale la diplomazia della buona volontà

Roma, città di Terra Santa


Il seminario “Il processo di pace in rapporto all’intifada e alla regione, dopo l’11 settembre ”. Per tre giorni, israeliani, palestinesi e giordani hanno discusso di pace nella Città eterna lontano dai riflettori. Ecco come



La chiesa della Natività a Betlemme

La chiesa della Natività a Betlemme

Samir Hazboun, presidente della Ong palestinese Data Studies, ci dice che anche il presidente Arafat gli ha espresso di persona il compiacimento per quei giorni passati a Roma a riallacciare i fili con gli israeliani. «Ha seguito, era informato», dice Hazboun, in particolare sottolineando che il raìs apprezzava la bontà del messaggio congiunto, il documento finale che tutti i delegati hanno sottoscritto domenica 16 dicembre. Lo stesso giorno in cui Arafat, sebbene cinto d’assedio dall’esercito israeliano nella “sua” Ramallah, rilanciava la pace richiedendo ai fondamentalisti di Hamas e Jihad di rinunciare alla violenza (appello a cui le due organizzazioni hanno risposto positivamente, almeno fino alla fine del nuovo tour in Terra Santa dell’inviato americano Anthony Zinni nei primi di gennaio).
Il meeting romano (“Il processo di pace in rapporto all’intifada e alla regione, dopo l’11 settembre”) cui si riferisce Hazboun è un seminario a porte chiuse che si è svolto dal 14 al 16 dicembre – accesso rigorosamente negato ai giornalisti – e che ha visto partecipare tre organizzazioni non governative: la Data Studies palestinese, il Peres Center for Peace israeliano e il giordano Amman Center for Peace and Development (si veda nel box il testo del documento finale).
Nei giorni in cui il primo ministro Sharon affermava pubblicamente che «Arafat ormai non è più rilevante», raggiungendo quello che sembrava un punto di non ritorno verso l’escalation, la riuscita di una iniziativa diplomatica di buona volontà (che ha coinvolto personaggi pubblici della società civile e numerosi generali e dirigenti della security di Israele, Palestina e Giordania) è stata un segnale notevole e confortante.
Non sono mancati momenti di tensione, allorché all’interno della delegazione israeliana si è avuta una momentanea frattura tra Ron Pundak, direttore del Peres Center for Peace e due (ex) generali come Dani Yatom, già capo del Mossad, e Baruch Spiegel. Fatto significativo di come anche all’interno del Partito laburista israeliano (cui sia Pundak che Yatom appartengono) le posizioni possano essere divergenti. Ma poche ore dopo è avvenuta la ricomposizione.
A Ron Pundak e al generale Baruch Spiegel abbiamo chiesto di testimoniare lo spirito di questa iniziativa di pace che viene da Roma. Completa il quadro un contributo dell’ex generale giordano Mansour Abu Rashed, presidente dell’Amman Center for Peace and Development.

L’incontro di Roma si è tenuto nonostante la situazione di tragica difficoltà in Terra Santa. Cosa ha spinto le delegazioni israeliana, palestinese e giordana a partecipare?
RON PUNDAK: È a causa della dura realtà del conflitto in atto che siamo determinati ad incontrarci. È a causa di eventi come quelli accaduti anche nei giorni in cui eravamo a Roma che ci siamo riuniti per riavviare il dialogo e dimostrare, ancora una volta, che la pace è una valida alternativa, che non diventa una parola vuota in tempo di crisi, ma è reale: offrire un piano di lavoro reale che coinvolga gente di tutte le fazioni, in ogni momento e specialmente in questi giorni difficili. Noi che ci siamo incontrati per lavorare assieme, lo facciamo perché sappiamo di condividere sia il nostro tempo presente che il futuro. Perciò, trascorrere tre giorni a Roma è stata la punta dell’iceberg di quella cooperazione che speriamo di reintrodurre a casa nostra. Speriamo cioè di essere capaci di rincontrarci per più di tre giorni in patria, con l’amicizia e il sostegno dei nostri amici europei.
BARUCH SPIEGEL: Proprio la violenza e lo scontro sono le ragioni che ci hanno guidato. Venire a Roma, capitale di pace, capitale interreligiosa, significava mandare un segnale a tutti, nella nostra regione e nella comunità internazionale, che la strada della pace è a senso unico e non si può tornare indietro.
Lo stesso giorno in cui voi avete reso pubblico il vostro documento finale, il presidente Arafat ha chiesto la fine degli interventi armati da ambo le parti e la ripresa dei negoziati (con una indubbia consonanza con quanto da voi scritto nel comunicato). Gli eventi cambiano giorno per giorno, ma alla fine, quali sono le vostre speranze o le vostre previsioni per la ripresa dei negoziati?
PUNDAK: Proprio come abbiamo detto a Roma: poiché è quella giusta e pone termine all’occupazione, alla fine prevarrà la soluzione di creare due Stati, basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite 242 e 338. I temi in ballo saranno risolti solo tramite negoziati. Noi riponiamo grande speranza in dichiarazioni del presidente Arafat come quella fatta lo stesso giorno in cui noi chiudevamo il nostro incontro romano. Nostra sola speranza è che non sia un tempo troppo lungo e sanguinoso quello che manca al compimento della soluzione.
Arafat stringe la mano al patriarca latino Michel Sabbah, durante la visita dei leader cristiani della Terra Santa al presidente dell’Anp, a Ramallah, il 24 dicembre 2001

Arafat stringe la mano al patriarca latino Michel Sabbah, durante la visita dei leader cristiani della Terra Santa al presidente dell’Anp, a Ramallah, il 24 dicembre 2001

SPIEGEL: L’appello di Arafat e il nostro sono due atti che si completano a vicenda. La nostra è stata un’iniziativa partita dal basso, da gente che crede possibile un futuro migliore nella regione, che si prende la propria responsabilità e fa pressione sui propri leader perché fermino la violenza e diano la giusta soluzione. Quel messaggio di Arafat, a questo fine, è molto importante, anche per riportare tutti attorno a un tavolo. Il problema è che tra le sue dichiarazioni e quanto accade sul terreno c’è differenza, e finché c’è la violenza anche chi opera per la pace da entrambe le parti fatica a credere che una soluzione pacifica sia ancora valida per questa regione. Dunque le dichiarazioni di Arafat sono solo una parte del lavoro da fare, cioè occorre arrestare i terroristi, chiudere le loro organizzazioni… in modo da consentire agli israeliani di allentare la morsa, liberare i territori.
Quando nel documento finale avete fatto un richiamo ai «legittimi» leader della regione, il primo ministro Sharon aveva appena definito Arafat «ormai non più rilevante» politicamente. Qual è la sua opinione, generale Spiegel?
SPIEGEL: Israele non è stato e non deve essere coinvolto nelle questioni relative alla legittima leadership palestinese. Arafat è stato eletto in elezioni garantite da ispettori internazionali (tra i quali c’era l’ex presidente americano Jimmy Carter): lui è il legittimo leader dei palestinesi. Anche se talvolta gli israeliani non sono contenti di lui…
Signor Pundak, lei è direttore di un centro che si occupa di favorire la pace tramite la cooperazione economica. In questa ottica, come sarà possibile, dopo una crisi tra israeliani e palestinesi grave come l’attuale, riallacciare solide relazioni?
PUNDAK: Il trattato di pace è solo una pietra miliare sulla strada della pace reale. Una realtà di pace andrà sviluppata con la crescita economica e custodendo la sicurezza e la dignità del popolo e dei singoli. Soprattutto la pace fiorirà su relazioni di persone che rimpiazzeranno due sogni distinti con uno nuovo e condiviso. Quando i negoziati verranno ristabiliti, noi riprenderemo a fare quanto abbiamo già fatto grazie alla fondamentale partnership dei nostri amici in Europa, negli Stati Uniti e in Medio Oriente: continueremo ad evidenziare gli interessi comuni, ad identificare e dar risposta a temi chiave, alimentando politiche di supporto alla pace, iniziando e sostenendo relazioni sociali ed economiche e, soprattutto, accrescendo vicendevolmente fiducia e compassione.
Infine, generale Spiegel, quanto è importante la diplomazia dei militari nel Medio Oriente?
SPIEGEL: I generali forse più degli altri conoscono il prezzo della guerra e apprezzano la pace. Personalmente non mi ritengo un professionista dell’esercito. Dovevo difendere la mia patria, per questo sono entrato nell’esercito e vi ho speso metà della mia vita. Più o meno lo stesso capita ai palestinesi e ai giordani. Gli ex generali in Israele che siedono nei ranghi di governo o alla Knesset, sia nel Likud che nel Centrosinistra sono molti di più di quelli che crede. E tutti le diranno la stessa cosa: vogliamo la pace. Personalmente mi sono ritrovato anche a dover arrestare dei leader palestinesi, con i quali ci eravamo quasi ammazzati a vicenda, ed erano gli stessi con i quali mi sono poi sorpreso in seguito a collaborare proficuamente in tempo di pace. Mi è capitato di fare il generale: è la realtà che ti sceglie, in questa regione piena di guerre…


Español English Français Deutsch Português