Omaggio a Berlinguer
L’intervento del nostro direttore alla tavola rotonda su “Il compromesso storico e l’alternativa”, che si è tenuta il 7 luglio 2004 all’interno del convegno promosso dal Comune di Roma in Campidoglio, per ricordare il segretario del Pci a venti anni dalla scomparsa
di Giulio Andreotti

Enrico Berlinguer
Se la mia esperienza governativa si fosse conclusa nel 1972-73 dovrei ricordare di lui soltanto una durissima contestazione, espressa nel discorso di sfiducia alla Camera dei deputati il 5 luglio 1972 con l’annuncio di una opposizione «intransigente, sistematica e di fondo».
La mia posizione politica era particolare. Salvo una breve interruzione durante il governo Scelba, ero sempre stato – tra sottosegretario e ministro – in un’area non direttamente partecipe della vita dei partiti, compresi i movimenti giovanili che videro tanto impegnato il mio quasi coetaneo Berlinguer (aveva tre anni di meno). Nel dicembre 1968 però, eletto presidente del gruppo democristiano della Camera, iniziai un’esperienza nuova e affascinante, che durò quattro anni vivendo intensamente giorno per giorno la vita parlamentare. Di qui la frequentazione con i responsabili di tutti i gruppi, riallacciando vecchie conoscenze della Costituente come Pietro Ingrao e Giancarlo Pajetta e dando vita a nuovi rapporti, anche di amicizia, come con il presidente dei socialisti Silvio Bertoldi.
Furono anni di scontri molto duri – a cominciare dalla lotta per l’introduzione del divorzio – ma vissuti sempre con un effettivo dialogo politico.
Così quando, caduto il governo Colombo nel febbraio 1972, ebbi io l’incarico di formare un governo senza maggioranza precostituita, che non ottenne infatti la fiducia e si andò alle elezioni, il presidente Leone ebbe da tutti i gruppi parlamentari (o quasi) l’adesione o almeno la non belligeranza perché fosse il mio governo sfiduciato a rimanere in carica fino al dopo elezioni.
Personalmente una tantum mi presentai sia nel Lazio che a Napoli-Caserta ed ebbi un buon risultato.
Cercai, a elezioni fatte, di riallacciare le fila del pentapartito ma vi fu subito la dichiarazione di Craxi di indisponibilità – almeno per un anno – a collocarsi in modo diverso dai comunisti. Di qui il governo con liberali e socialdemocratici, appoggiato dall’esterno dai repubblicani. La Democrazia cristiana aderì a fatica e senza la diretta partecipazione degli esponenti della nostra sinistra.

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977
Berlinguer aveva stigmatizzato in modo particolare il reingresso nel governo dopo quindici anni dei liberali; e particolarmente l’assegnazione del dicastero del Tesoro all’onorevole Malagodi.
Strana sorte quella dei liberali italiani. Ciclicamente passano da essere eredi del migliore Risorgimento a espressione vivente della conservazione se non della reazione. Infastidì che io rievocassi il loro apporto nella propaganda per la legge Fortuna-Baslini.
Con Berlinguer – giovane deputato dal 1968 –, con il quale non avevo avuto rapporti a Montecitorio, non li ebbi nemmeno allora. Era stato del resto personalmente estraneo a due iniziative caratterizzanti: la riforma del regolamento della Camera concordata con Pietro Ingrao e l’avvio di un meccanismo per sbloccare l’interdizione ai comunisti nel Parlamento europeo (poterono così andarvi Giorgio Amendola e Nilde Iotti).
Faticosamente il governo cosiddetto Andreotti-Malagodi andò avanti fino al luglio 1973, subentrando con il recupero dei socialisti un ministero Rumor che andò in crisi nel marzo 1974 per un forte dissidio programmatico tra l’onorevole La Malfa e il socialista (ex comunista) Antonio Giolitti.
Con un nuovo governo Rumor fu varata la legge del guardasigilli Reale che consente un fermo di polizia di quarantotto ore, nel quadro di misure a difesa dell’ordine pubblico. Berlinguer parlò contro con durezza, sostenendo l’alternativa di una politica di risanamento democratico e di moralizzazione.
Tre anni più tardi, di fronte alla aggressività delle Brigate rosse, Berlinguer mutò avviso; e invitò gli italiani a respingere l’abrogazione chiesta dal referendum radicale. La legge Reale fu salva, ma il fatto che sette milioni di cittadini avessero disatteso l’avviso, questa volta identico della Democrazia cristiana e del Pci (sia sulla legge Reale che sul finanziamento ai partiti) produsse forte emozione alle Botteghe oscure; e Berlinguer, che fino a quel momento aveva difeso il presidente della Repubblica dalle stolte accuse dei radicali, inviò Paolo Bufalini a notificare all’onorevole Leone il cambiamento di rotta, provocandone le dimissioni (per esattezza a questo punto suggerite anche dalla Democrazia cristiana).

Enrico Berlinguer durante un intervento alla Camera
Io reggevo allora il Ministero della Difesa, avendo personalmente stretti rapporti (non so se Berlinguer lo sapesse) con i parlamentari della Commissione e specialmente con Mario Palermo, nonostante le fortissime divergenze sui missili e sulla politica atlantica in generale.
L’espressione tavianea degli opposti estremismi non piaceva, ma di fatto voci e timori di gollismo di destra e la contestazione dell’aggressività crescente degli extraparlamentari di sinistra fece elaborare la dottrina del compromesso storico, inquadrata nel disegno berlingueriano di progressiva presa di distanza da Mosca all’insegna del rifiuto di un partito guida (il Pcus) e di partiti comunisti guidati.
Moro non aveva dietro di sé la maggioranza Dorotea della Dc definita, per quel che vale l’aggettivo, moderata (io direi meglio centrista). Così quando fu matura una possibilità di parziale innovazione con l’abbandono comunista dell’opposizione governativa che durava dal 1947, Moro fece affidamento prevalente sui gruppi parlamentari democristiani, convincendoli peraltro non senza fatica. Qui entrai in gioco io.
Con Moro la vecchia fraternità fucina non era continuata nel nostro nuovo impegno politico. Anche se in qualche momento vi avevamo fatto richiamo, come al Congresso di Firenze, quando, per non far vincere lo spericolato aperturismo di Fanfani, Aldo mi chiese formalmente, svegliandomi di notte, i voti della mia piccola corrente.
L’anno successivo era lui a pilotare il Centrosinistra e mi pregò di restare al governo perché la continuità al Ministero della Difesa avrebbe attenuato a suo avviso le preoccupazioni degli americani. Nello stesso ordine di idee pensò a me per il governo monocolore del 1976, con la novità dell’atteggiamento comunista.
Così, un certo giorno mi trovai convocato in casa di Tonino e Giglia Tatò per un incontro riservatissimo con Berlinguer. Con Tonino avevo rapporti extrapolitici perché qualche volta mi invitavano come esterno a incontri di ex alunni dell’Apollinare.
Berlinguer fu molto sbrigativo. Sapeva che io approvavo il disegno di Moro e da parte sua riteneva, a torto o a ragione, che io oltre agli americani tranquillizzassi anche riserve vaticane. Poiché, però, il Pci come tale non aveva rapporti con la Dc, era necessario un mio impegno personale per evitare rischi di ritorni indietro. I comunisti si sarebbero astenuti nel voto di fiducia risultando così determinanti per averlo. Qualora però le circostanze decidessero i comunisti stessi a tornare al voto contrario, io avrei dovuto immediatamente rassegnare le dimissioni. Lungo il cammino, ove occorresse, ci saremmo visti personalmente ma un contatto riservato ed efficace l’avrebbero tenuto Tatò e Franco Evangelisti, che – aggiunse sbagliando – «Vengono come te dall’Apollinare» (io frequentai la scuola pubblica, ma ero davvero in ottimi rapporti con Tonino e con Franco, oltre che con altri ex dell’Apollinare come Franco Nobili e Mario Fornari).
L’impegno che Berlinguer aveva voluto si dimostrò in seguito molto opportuno.
Così, questa volta, al discorso di presentazione del governo non solo non vi fu l’ostilità del Pci, ma Berlinguer spiegò a fondo il cambiamento intervenuto, pur rammaricandosi che non fosse Moro in persona a ricevere il loro determinante sostegno. Ai 258 voti della Dc e degli altoatesini si contrapposero 44 voti contrari (Movimento sociale, radicali e Democrazia proletaria) mentre 303 (comunisti, i due partiti socialisti e i liberali) furono le astensioni. Il governo fu chiamato della “non sfiducia”.
Tuttavia il temperamento serissimo e poco estroverso di Enrico Berlinguer lo aveva indotto a iniziare il suo discorso in modo assai prudente: «Comincerò col dichiarare che questo governo è “lungi dal soddisfarci”». Parlò, poi, di struttura pletorica e di incertezza dell’indirizzo politico. Tuttavia vi era la grande novità. «La necessità di dare un governo al Paese, pur rimanendo prioritariamente della Democrazia cristiana (dato che essa è ancora, ma esiguamente, il partito di maggioranza relativa), è anche responsabilità nostra, responsabilità del Partito comunista italiano».
Accennò ovviamente all’avvenuto accordo per un comunista (Ingrao) alla presidenza della Camera e per molti comunisti presidenti delle Commissioni. In quanto alla mia persona, oltre la menzione dei colloqui avuti con la delegazione (non fece cenno a quelli in casa Tatò), mi rivolse questo avaro complimento: «Onorevole presidente del Consiglio, la sua esperienza politica, la sua perspicacia l’hanno portata certamente ad intendere bene il significato della nostra astensione».

Antonio Tatò con Enrico Berlinguer in una foto dei primi anni Settanta
Non voglio certo dare un significato a un episodio del momento, che solo la capacità politica dei comunisti congiunta con l’amicizia personale con Giancarlo Pajetta riuscì a vanificare.
Pochi giorni dopo la formazione del governo, in una corrispondenza da New York, lanciata qui da L’Espresso con una vistosa copertina, venivo indicato io come il personaggio-chiave dello scandalo dell’acquisto degli aerei americani. Convocato immediatamente l’autore – un ignoto americano – dalla Commissione inquirente del Parlamento, dichiarò di essersi inventato tutto. E il siluro italoamericano al governo andò a vuoto. In seguito, sullo scandalo degli aerei fu fatta piena luce con assoluta conferma della mia estraneità.
Non sto qui a ripercorrere le vicende successive, con uno sforzo nuovo di elaborazione di un programma economico valido, stilato congiuntamente dai partiti democratici (questa volta anche i liberali erano ritenuti tali).
Il documento fu a firma Natta, Galloni, Balzamo, Preti, Biasini e Bozzi. Una novità politicamente importante.
La ferocia dei brigatisti, con mirati omicidi e tante gambizzazioni, era però preoccupante. Sotto tiro particolare era il Pci, ritenuto traditore della classe operaia in quanto appoggiava il governo democristiano. Anche nei sindacati il disagio era palese, mentre nelle basi dei due partiti (Pci e Dc) non si sviluppava alcuno sforzo di ravvicinamento. Anzi, proprio l’esponente più a sinistra tra gli scudi crociati era il più feroce polemista contro il Partito comunista: Carlo Donat Cattin.
In uno dei rari colloqui riservati Berlinguer spiegò le sue difficoltà interne. Impegnato nell’alleggerimento dal dominio di Mosca, doveva concentrare su questo tutto il suo tempo. È vero. La periferia non aveva capito in pieno la sottile manovra delle astensioni; e mi dava ragione nella previsione di un loro danno elettorale. Sovietici e filosovietici lo insidiavano (si parlò in seguito, con elementi, di un attentato tesogli in Bulgaria). Era comunque necessario che all’interno facessimo qualcosa. Come donatori di sangue non potevano reggere più. Di qui il passaggio alla astensione su programma formalmente concordato.
I comunisti avrebbero voluto anche il cambiamento di alcuni ministri (espressione elegante per far estromettere Donat Cattin che quotidianamente li attaccava). Anche Moro in verità voleva ritocchi, tra l’altro inserendo Beniamino Andreatta, obiettivamente utile. Ma i governi sono come i mobili antichi: quando si inizia un restauro, si rischia di avere il crollo polveroso dell’insieme. Così conchiusi in fretta, fissando per il 16 marzo (1978) la presentazione alle Camere. La mattina stessa Moro e la sua scorta caddero nell’imboscata di via Fani, e cominciò la tremenda stagione delle lettere di Aldo dalla prigione.
Per cinquantaquattro giorni vivemmo un periodo tragico: sentimentale e politico. Ma sul rifiuto assoluto di cedere all’antipartito che voleva punire i comunisti collaboranti e sostituirli nella guida della classe operaia, l’intesa con Berlinguer non fu mai messa in discussione, respingendo le insidie di un presunto umanitarismo e l’attivismo ambiguo di qualche notabile socialista e democristiano.
Nell’audizione presso la Commissione Moro, il 9 ottobre 1980, Berlinguer dichiarò: «Non ho avuto mai l’impressione che l’onorevole Andreotti stesse scivolando sulla via della trattativa» e aggiunse: «Per la verità devo dire che ho sempre avuto l’impressione che la linea fondamentale della Dc fosse di rifiuto della trattativa; e comunque di quei passi che potessero comportare un cedimento al ricatto dell’organizzazione terroristica».
E definì la linea della fermezza come: «La sola via possibile per uno Stato democratico».
Ma la linea Moro senza più Moro era fatalmente perdente e proseguì per poco faticosamente.
Entrò qui in giuoco l’accordo iniziale che avevo fatto con Berlinguer in casa Tatò. I comunisti si erano impegnati a riconoscere pubblicamente (e lo avevano fatto con documenti parlamentari nel novembre 1977) che il Patto atlantico e la Comunità europea sono elementi fondamentali della politica estera italiana. A mia volta ero impegnato, come ho già detto, a dimettermi se i comunisti ritiravano l’appoggio.
Quest’ultima condizione si verificò il 31 marzo 1979. Era accaduta, a totale mia estraneità, ma non di qualche autorevole democristiano, una scissione all’interno del Movimento sociale, con la formazione di un nuovo gruppo: piccolo, ma tale da assicurare al governo un margine di fiducia anche se i comunisti fossero passati dalla astensione al voto contrario. Berlinguer (lo disse Di Giulio a Evangelisti) era convinto che io fossi complice della manovra e seguì dal Partito con nervosismo la seduta del Senato, dovendo ricredersi quando vide che per un soffio fummo battuti e che io avevo fatto uscire dall’aula due senatori democristiani del Lazio: Onio Dalla Porta e Benedetto Todini.
Il presidente Pertini sciolse le Camere e il Pci ebbe la flessione che era facile prevedere. Non volendo prendersela direttamente con il loro segretario Berlinguer e non potendo prendersela con Moro, alcuni compagni diffusero la voce che la manovra del 1976 era stato un diabolico gioco della Dc – e mio in particolare – per indebolire il Partito comunista. Di qui manifestazioni ostili nei miei confronti, prelusive di altre su cui non voglio davvero indugiarmi in questa circostanza.
Del resto la conterraneità, e anche un certo grado di parentela, di Enrico con Francesco Cossiga, non lo distolse da una feroce campagna contro il presidente del Consiglio accusato addirittura di favoreggiamento delle Brigate rosse. Forse sullo sfondo va vista, nell’episodio, la presenza di un Donat Cattin. Comunque lapidaria fu la risposta di Berlinguer: «Con i cugini si mangia l’agnello, ma non si fa politica».
Non era una battuta né intacca minimamente la personalità di un uomo che ha ispirato la sua vita e la sua missione a una rigorosa serietà e a una esemplare moralità.
Nella recente raccolta di discorsi di Berlinguer, curata dalla Camera dei deputati, sono stati opportunamente compresi anche quelli tenuti al Parlamento europeo, tra cui uno del 13 settembre 1983 con cui mi piace concludere: «La dimensione comunitaria è quella adeguata per far fronte, con una forza economica, politica e sociale, alle sfide e alle trasformazioni del nostro tempo. Ed è anche una dimensione che crea un terreno nuovo certo, ma più ampio e più favorevole all’unità delle classi lavoratrici e alla loro lotta per trasformare l’attuale stato di cose [...].
Da ciò deriva che vanno posti in modo nuovo, diverso dal passato, i tradizionali termini del contrasto sovranazionalità-difesa degli interessi nazionali. Diversamente da quanto si poteva concepire all’inizio della Comunità, oggi, su alcuni terreni, proprio la definizione di politiche comuni sovranazionali può rappresentare la migliore tutela degli interessi dei singoli popoli e Paesi».
Queste parole, a differenza degli inizi, si possono leggere anche come memoria del faticoso cammino dei comunisti italiani verso l’Unione europea (e parallelamente verso la Nato).
Questo aiuta a comprendere meglio la forte personalità politica e morale, e il ruolo giocato da Enrico Berlinguer nella storia contemporanea della nostra nazione.