Chiamati a guardare in alto
L’omelia del prefetto della Congregazione delle cause dei santi, pronunciata il 23 maggio scorso, solennità dell’Ascensione, nella Cattedrale di San Pietro a Bologna
del cardinale José Saraiva Martins
È per me una grande gioia essere qui, sia
per l’amicizia che mi lega da lunga data al vostro caro e nuovo arcivescovo
Carlo Caffarra, sia perché ho letto e sentito parlare molte volte e con tanto
entusiasmo della Madonna di San Luca, patrona della città e della diocesi di
Bologna, del suo bel santuario e della ben nota, fino a essere proverbiale,
devozione che i bolognesi hanno per Lei, che sentono loro e a cui si onorano di
appartenere.

Se c’è un’immagine eminentemente diffusa
nel popolo bolognese è quella di questa Madonna di San Luca che, specie nel
passato, era rappresentata ovunque. Con interesse ho appreso gustose
informazioni che dicono di come questa devozione sia entrata nella vita della
gente. Una di queste, per esempio, dice che i droghieri tenevano da parte il
cosiddetto “olio di scarto”, che serviva ad alimentare il lumino acceso davanti
al quadro, e la massaia, comprandolo, chiedeva «l’olio della Madonna» (cfr. in
F. Cristofori, La Madonna di San Luca negli scrittori dialettali, Arti Grafiche Tamari, Bologna 1977, pp. 3-4).
Dunque un culto, una devozione con forti influssi antropologici e culturali.
Altra notazione, storicamente eloquente, circa l’importanza del culto della Beata Vergine di San Luca, è la comparsa della sua immagine nelle monete bolognesi, accompagnata dal motto praesidium et decus (fin dai primi del XVI secolo), titolo poi entrato nella colletta della messa del “proprio” bolognese (cfr. E. Lodi, I santi della Chiesa bolognese nella liturgia e nella pietà popolare, A.C.E.D., Bologna 1994, p. 93).
Apprendendo e riflettendo su questi aspetti interessanti, pensavo a una riflessione molto bella che don Luigi Giussani fa, nella nuova edizione del suo ultimo volume pubblicato Perché la Chiesa, e che mi ha toccato: «Dio rimane qualcosa di incomprensibile, che nessuna parola o discorso può spiegare, se non si introduce la figura della Madonna… Senza la Madonna non potremmo intendere nulla della Chiesa» (L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, p. V).
Questo si può applicare benissimo anche alla Chiesa di Bologna, che sarebbe incomprensibile senza la sua bella Madonna di San Luca.
La solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo, con cui si chiudono i festeggiamenti in onore della Madonna di San Luca, ci propone un messaggio salutare: un grande richiamo a guardare in alto, a guardare al di là delle cose.
«Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (Lc 24,51), ci ha detto il Vangelo di Luca testé proclamato.
Quindi precisamente verso il cielo si proiettano oggi i nostri sguardi. Il cammino dell’uomo, infatti, non è un vagabondare sulla terra senza una meta. Al contrario, abbiamo un grande orizzonte e un alto destino verso cui siamo incamminati, e in quanto figli di Dio, cristiani, battezzati non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione soprannaturale della nostra vita cristiana.
L’Ascensione di Gesù ci ricorda, cioè, che siamo «chiamati a guardare in alto», e che non tutto si esaurisce né tutto finisce su questa terra.

È provvidenziale ricordarcelo, tutto
questo, perché come già diceva il grande Charles Péguy: «Oggi – purtroppo – si
sta diffondendo una vera amnesia dell’eternità».
Siamo tanto assillati dalle problematiche terrene, da perdere di vista spesso queste verità di fede: la vita celeste, la vita eterna; eppure è la cosa più importante, la più seria. A che servirebbe un’esistenza di molti anni, se poi tutto deve finire nel nulla?
Suor Lucia, l’unica ancora viva dei tre veggenti di Fatima, ormai quasi centenaria, racconta la prima apparizione della Madonna, avvenuta il 13 maggio 1917, quando i tre poveri bambini di Aljustrel stavano pascolando il gregge nel campo chiamato Cova da Iria. Rotto il ghiaccio della paura iniziale, dopo che la Bianca Signora aveva detto: «Non abbiate paura, io non vi faccio del male», fu proprio Lucia, incoraggiata dalla dolce fiducia che la Signora ispirava, a chiederle: «Di dove siete?»; e si sentì rispondere: «Sono del Cielo» (cfr. Suor Lucia, Gli appelli del Messaggio di Fatima, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 116).
Mi pare bello riascoltare questa risposta di Maria oggi, celebrando l’Ascensione di Gesù, nelle festività della Madonna di San Luca, che ci ricorda in fondo che il cielo è anche il nostro “Paese”, che altro non è poi che il grande insegnamento neotestamentario: «… Non habemus hic manentem civitatem» (non abbiamo qui la nostra stabile dimora) (Eb 13,14), ma la nostra vera Patria «… in caelis est» (Fil 3,20), è nei cieli!
Torna in mente un’espressione di un santo dei nostri tempi (Josemaría Escrivá) che diceva: «Dobbiamo stare […] in cielo e sulla terra, sempre. Non “fra” il cielo e la terra, perché siamo del mondo. Nel mondo e in Paradiso allo stesso tempo! […] Immersi in Dio, ma sapendo che siamo nel mondo» (J. Escrivá, Consummados en la unidad [27-03-1975], citato da A. del Portillo, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, Ares, Milano 1992, p. 77 ).
Gli Atti degli Apostoli, nella prima lettura, esortano: «… perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).
Certo noi guardiamo al cielo non per dimenticare le esigenze della terra, ma perché quella è la nostra patria: ricordarlo ci obbliga a verificare la saldezza e la sincerità della nostra fede sulle realtà finali, che ci attendono al termine dell’umana esistenza. Tutta la nostra vita deve tendere a questi obiettivi ultimi. Il cristiano vive nel mondo guardando al cielo, senza per questo alienarsi dalle realtà terrene che lo circondano. Anzi, più noi teniamo lo sguardo fisso al cielo, e più forte si fa in noi la speranza della felicità eterna che ci attende, più attivo sarà l’impegno ad aiutare i nostri fratelli perché, anche loro, si orientino nel cammino del tempo verso il destino supremo che il Signore risorto ci ha preparato.
In fondo tutto era già concentrato in quella domanda che ci facevano imparare fin dai tempi del catechismo. Sono sicuro che molti di noi la ricordano ancora bene: «Per qual fine Dio ci ha creato? Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e poi goderlo nell’altra in Paradiso» (Catechismo di san Pio X).
Il problema è che, spesso, l’uomo ha paura delle verità che richiedono un serio impegno morale. Il mistero della vita futura è profondo e grave e comporta decisioni nella nostra vita quotidiana, a volte esigenti, a volte sconvolgenti. Credere nell’aldilà richiede l’accettazione di un giudizio finale sulla nostra vita da Dio che tutto conosce, che scruta nel profondo del nostro essere e della nostra coscienza e ci domanderà conto di ogni azione, pensiero e desiderio, anche il più segreto.

Quando l’uomo mette Dio da parte, non
riesce a raggiungere la felicità, anzi finisce per distruggere sé stesso.
Eppure il cuore dell’uomo è creato buono, ma è l’uomo che spesso è lontano dal
suo cuore. Lo dice sant’Agostino in una delle sue espressioni più geniali, con
quel fugitivus cordis sui (cfr. Agostino, Enarratio in psalmum 57,1), l’uomo che fugge dal suo cuore; pur desiderando bellezza, verità, bontà,
giustizia, l’uomo corre altrove (cfr. G. Tantardini, Convegni sull’attualità
di sant’Agostino. Agostino testimone della Tradizione, supplemento a 30Giorni, n. 4, aprile 2004, p. 6).
Nel comportamento e nell’esempio della Madonna ci riconosciamo scelti dall’eternità e comprendiamo che siamo chiamati a essere santi e santificatori, in mezzo al mondo, portatori, come lei, di Cristo e, come lei, lievito di santità. Non dimentichiamo che, per noi cristiani, il contrario di santo non è peccatore, ma fallito. Dunque un cristiano o è santo o è un fallito. La Madonna ci aiuti in questo.
A giusto titolo i bolognesi hanno sempre riconosciuto anche la potenza dei miracoli, ottenuti con la preghiera della loro Madonna. Fra tanti è bello ricordare quello legato al beato Bartolomeo Dal Monte, che il Papa beatificò proprio a Bologna nell’indimenticabile giornata del 27 settembre 1997. Il quale beato, ritornato da Vienna con una grave frattura al piede sinistro di difficile guarigione, nell’aprile 1768 andò con le stampelle al santuario e, dopo aver pregato, se ne ritornò senza sostegno alla sua casa.
Forse nessun bolognese è privo, nella sua vita, di un suo elenco di grazie e di miracoli. Ma il dono più grande, che dobbiamo saper cercare da questa nostra Madre, è quello del mantenerci in grazia di Dio, della speranza cristiana nella vita eterna. Anche se a volte il dolore, la sofferenza, le delusioni ci assalgono e minacciano di indebolire la nostra certezza, non lasciamoci sopraffare dallo sconforto, sapendo bene che lassù nel cielo c’è la mamma celeste che ci attende, c’è Cristo redentore nell’unità del Padre e dello Spirito Santo.

L’immagine della Beata Vergine di San Luca copatrona dell’arcidiocesi di Bologna
Dunque un culto, una devozione con forti influssi antropologici e culturali.
Altra notazione, storicamente eloquente, circa l’importanza del culto della Beata Vergine di San Luca, è la comparsa della sua immagine nelle monete bolognesi, accompagnata dal motto praesidium et decus (fin dai primi del XVI secolo), titolo poi entrato nella colletta della messa del “proprio” bolognese (cfr. E. Lodi, I santi della Chiesa bolognese nella liturgia e nella pietà popolare, A.C.E.D., Bologna 1994, p. 93).
Apprendendo e riflettendo su questi aspetti interessanti, pensavo a una riflessione molto bella che don Luigi Giussani fa, nella nuova edizione del suo ultimo volume pubblicato Perché la Chiesa, e che mi ha toccato: «Dio rimane qualcosa di incomprensibile, che nessuna parola o discorso può spiegare, se non si introduce la figura della Madonna… Senza la Madonna non potremmo intendere nulla della Chiesa» (L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, p. V).
Questo si può applicare benissimo anche alla Chiesa di Bologna, che sarebbe incomprensibile senza la sua bella Madonna di San Luca.
La solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo, con cui si chiudono i festeggiamenti in onore della Madonna di San Luca, ci propone un messaggio salutare: un grande richiamo a guardare in alto, a guardare al di là delle cose.
«Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (Lc 24,51), ci ha detto il Vangelo di Luca testé proclamato.
Quindi precisamente verso il cielo si proiettano oggi i nostri sguardi. Il cammino dell’uomo, infatti, non è un vagabondare sulla terra senza una meta. Al contrario, abbiamo un grande orizzonte e un alto destino verso cui siamo incamminati, e in quanto figli di Dio, cristiani, battezzati non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione soprannaturale della nostra vita cristiana.
L’Ascensione di Gesù ci ricorda, cioè, che siamo «chiamati a guardare in alto», e che non tutto si esaurisce né tutto finisce su questa terra.

Il santuario della Beata Vergine di San Luca
Siamo tanto assillati dalle problematiche terrene, da perdere di vista spesso queste verità di fede: la vita celeste, la vita eterna; eppure è la cosa più importante, la più seria. A che servirebbe un’esistenza di molti anni, se poi tutto deve finire nel nulla?
Suor Lucia, l’unica ancora viva dei tre veggenti di Fatima, ormai quasi centenaria, racconta la prima apparizione della Madonna, avvenuta il 13 maggio 1917, quando i tre poveri bambini di Aljustrel stavano pascolando il gregge nel campo chiamato Cova da Iria. Rotto il ghiaccio della paura iniziale, dopo che la Bianca Signora aveva detto: «Non abbiate paura, io non vi faccio del male», fu proprio Lucia, incoraggiata dalla dolce fiducia che la Signora ispirava, a chiederle: «Di dove siete?»; e si sentì rispondere: «Sono del Cielo» (cfr. Suor Lucia, Gli appelli del Messaggio di Fatima, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 116).
Mi pare bello riascoltare questa risposta di Maria oggi, celebrando l’Ascensione di Gesù, nelle festività della Madonna di San Luca, che ci ricorda in fondo che il cielo è anche il nostro “Paese”, che altro non è poi che il grande insegnamento neotestamentario: «… Non habemus hic manentem civitatem» (non abbiamo qui la nostra stabile dimora) (Eb 13,14), ma la nostra vera Patria «… in caelis est» (Fil 3,20), è nei cieli!
Torna in mente un’espressione di un santo dei nostri tempi (Josemaría Escrivá) che diceva: «Dobbiamo stare […] in cielo e sulla terra, sempre. Non “fra” il cielo e la terra, perché siamo del mondo. Nel mondo e in Paradiso allo stesso tempo! […] Immersi in Dio, ma sapendo che siamo nel mondo» (J. Escrivá, Consummados en la unidad [27-03-1975], citato da A. del Portillo, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, Ares, Milano 1992, p. 77 ).
Gli Atti degli Apostoli, nella prima lettura, esortano: «… perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).
Certo noi guardiamo al cielo non per dimenticare le esigenze della terra, ma perché quella è la nostra patria: ricordarlo ci obbliga a verificare la saldezza e la sincerità della nostra fede sulle realtà finali, che ci attendono al termine dell’umana esistenza. Tutta la nostra vita deve tendere a questi obiettivi ultimi. Il cristiano vive nel mondo guardando al cielo, senza per questo alienarsi dalle realtà terrene che lo circondano. Anzi, più noi teniamo lo sguardo fisso al cielo, e più forte si fa in noi la speranza della felicità eterna che ci attende, più attivo sarà l’impegno ad aiutare i nostri fratelli perché, anche loro, si orientino nel cammino del tempo verso il destino supremo che il Signore risorto ci ha preparato.
In fondo tutto era già concentrato in quella domanda che ci facevano imparare fin dai tempi del catechismo. Sono sicuro che molti di noi la ricordano ancora bene: «Per qual fine Dio ci ha creato? Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e poi goderlo nell’altra in Paradiso» (Catechismo di san Pio X).
Il problema è che, spesso, l’uomo ha paura delle verità che richiedono un serio impegno morale. Il mistero della vita futura è profondo e grave e comporta decisioni nella nostra vita quotidiana, a volte esigenti, a volte sconvolgenti. Credere nell’aldilà richiede l’accettazione di un giudizio finale sulla nostra vita da Dio che tutto conosce, che scruta nel profondo del nostro essere e della nostra coscienza e ci domanderà conto di ogni azione, pensiero e desiderio, anche il più segreto.

Il cardinale José Saraiva Martins che ha presieduto la santa messa, celebrata insieme all’arcivescovo Carlo Caffarra, in onore della Madonna di San Luca, il 23 maggio scorso
Nel comportamento e nell’esempio della Madonna ci riconosciamo scelti dall’eternità e comprendiamo che siamo chiamati a essere santi e santificatori, in mezzo al mondo, portatori, come lei, di Cristo e, come lei, lievito di santità. Non dimentichiamo che, per noi cristiani, il contrario di santo non è peccatore, ma fallito. Dunque un cristiano o è santo o è un fallito. La Madonna ci aiuti in questo.
A giusto titolo i bolognesi hanno sempre riconosciuto anche la potenza dei miracoli, ottenuti con la preghiera della loro Madonna. Fra tanti è bello ricordare quello legato al beato Bartolomeo Dal Monte, che il Papa beatificò proprio a Bologna nell’indimenticabile giornata del 27 settembre 1997. Il quale beato, ritornato da Vienna con una grave frattura al piede sinistro di difficile guarigione, nell’aprile 1768 andò con le stampelle al santuario e, dopo aver pregato, se ne ritornò senza sostegno alla sua casa.
Forse nessun bolognese è privo, nella sua vita, di un suo elenco di grazie e di miracoli. Ma il dono più grande, che dobbiamo saper cercare da questa nostra Madre, è quello del mantenerci in grazia di Dio, della speranza cristiana nella vita eterna. Anche se a volte il dolore, la sofferenza, le delusioni ci assalgono e minacciano di indebolire la nostra certezza, non lasciamoci sopraffare dallo sconforto, sapendo bene che lassù nel cielo c’è la mamma celeste che ci attende, c’è Cristo redentore nell’unità del Padre e dello Spirito Santo.