Intervista con l’agostiniano Antonio Lombardi
«Salvo pacis et unitatis vinculo»
Fatta salva l’unità nelle cose essenziali... IV secolo d.C., la Chiesa affronta la crisi donatista. Uno scontro “altare contro altare”. Poi, per una serie di circostanze favorevoli e per l’intelligente magnanimità di sant’Agostino, lo scisma viene ricomposto. Ripercorrere oggi quella storia offre molti suggerimenti per il presente della vita della Chiesa. Intervista con l’agostiniano Antonio Lombardi
di Lorenzo Cappelletti

Le rovine della città di Ippona, in Algeria
I donatisti fin dallinizio poterono contare fra le loro file non solo moltissimi fedeli ma anche molti capi di comunità. Vescovi, sacerdoti e fedeli si può dire che erano distribuiti in uguale numero da una parte e dallaltra, e ciascuna parte aveva le sue chiese, il suo culto, e diciamo pure le sue ragioni: "altare contro altare", secondo lappropriata formula di Ottato di Milevi. A un certo punto, a cavallo fra IV e V secolo, per una combinazione di circostanze favorevoli, fra cui cambiamenti in seno al partito donatista, un intervento più deciso del potere politico e la intelligente magnanimità con cui entra in campo Agostino, leale a un tempo colla fede, collImpero e coi donatisti, si cominciò a venire a capo dello scisma.
Nellimminenza della pubblicazione, prevista per fine inverno 2002 allinterno delle Opere di santAgostino edite da Città nuova, del quarto e ultimo volume di scritti relativi alla polemica coi donatisti, parliamo con padre Antonio Lombardi, curatore di due dei quattro volumi, di alcuni aspetti di questa vicenda che già qualche anno fa avevamo trattato con lui su queste colonne. Infatti è ricca di suggestioni. A ben vedere questo passato della Chiesa può essere riguardato non tanto in termini autocritici o nostalgici, ma anche e più, secondo la tradizione del magisterium vitae della storia, come fonte di positivi suggerimenti per il presente e il futuro della vita della Chiesa.
Ciò che in particolare colpisce nella modalità con cui si riesce a chiudere lo scisma donatista è la larghezza che viene usata da parte dellepiscopato cattolico nei confronti dei vescovi scismatici.
ANTONIO LOMBARDI: In effetti già nel Concilio di Ippona del 393 si era deciso di riammettere al ministero, con la stessa dignità di presbiteri o di vescovi, quanti passavano dalla comunione donatista alla Chiesa, purché non avessero ribattezzato dei cattolici o, pur avendo ribattezzato, venissero comunque con tutta la loro comunità, cosa che sanava anche il fatto che avevano ribattezzato (cfr. CCSL 149,43-44). Questa decisione trovò il consenso delle Chiese di Roma e Milano alle quali il Concilio si era rivolto per chiedere un parere. Segno che la prassi esisteva anche in queste autorevoli Chiese doltremare. In effetti Agostino più tardi, nellEpistula 185, rispondendo a unobiezione degli stessi donatisti sul perché di questa condotta, scriverà di essersi "uniformato alle decisioni dei vescovi che nella Chiesa di Roma avevano giudicato la controversia tra Ceciliano e il partito di Donato. Essi, condannato solo Donato, autore dello scisma, decisero che tutti gli altri, una volta emendatisi, fossero accolti senza che perdessero la loro dignità, sebbene fossero stati ordinati fuori della Chiesa" (Epistula 185,11,47). Si riferiva al Concilio di Roma del 313, presenti quindici vescovi sotto papa Milziade, che aveva giudicato dello scisma donatista al suo insorgere. Fin dallinizio, ben prima che entrasse in campo Agostino, si era agito con moderazione in conseguenza del rispetto portato al sacramento.
Quale tipo di accoglienza era riservata in concreto a questi sacerdoti e vescovi?
LOMBARDI: Più volte santAgostino si è inteso porre questa domanda sia da parte cattolica che donatista. Rispondendo verso la fine del 401 a un certo Teodoro, cattolico, che gli aveva chiesto quale doveva essere il modo di accogliere nella Chiesa i chierici provenienti dal partito di Donato, dice: "Quando vengono da noi gli scismatici donatisti, noi non accogliamo i loro mali, cioè la discordia e lerrore, che vengono eliminati quali impedimenti della concordia, e li abbracciamo come nostri fratelli, stando con loro, come dice lApostolo, "nellunità dello spirito, nel vincolo della pace", riconoscendo in essi i beni divini, non solo il santo battesimo, ma anche la benedizione dellordinazione, la professione della continenza, il voto della verginità che li ha segnati, la fede nella Trinità e tutto il resto" (Epistula 61,2). SantAgostino per confermare la sua sincerità non esita ad affrontare il problema del mantenimento di questi chierici: "Chiamo Dio a testimonio della mia anima che li accoglierò in modo che mantengano non solo il battesimo ricevuto ma anche quanto loro spetta per il mantenimento" (ibidem). Riguardo ai vescovi poi dice: "Quando sono venuti da noi alcuni vescovi dal partito di Donato, e per il bene della pace sono stati accolti dopo essersi emendati dallerrore dello scisma, pur ritenendo necessario conservarli negli uffici che avevano prima, non furono di nuovo ordinati. [...] Ad essi non si impongono le mani nellassemblea per non offendere il sacramento, non luomo" (Contra Epistulam Parmeniani 2,13,28).
Anche gli stessi donatisti gli chiedevano "come ci accogliereste se volessimo passare a voi?" (Epistula ad catholicos 21,57). Da parte dei vescovi la domanda traduceva spesso il timore di dover abbandonare la propria sede. Timore chiaramente espresso in altri passi: "Se dunque per salvarci dobbiamo fare penitenza perché siamo stati fuori e contro la Chiesa, in qual modo dopo tale penitenza, potremo conservare la dignità di chierici o anche di vescovi presso di voi?" (Epistula 185,44). Ecco perché, prima che iniziasse la Conferenza di Cartagine del 411, si stabilì che se per assurdo si fosse dimostrato che la vera Chiesa era quella dei donatisti, i vescovi cattolici si sarebbero fatti da parte. Daltra parte se si fosse dimostrato che la vera era quella cattolica, i vescovi cattolici avrebbero accettato di far restare nella loro sede i singoli vescovi donatisti riconciliati, presiedendo in una con loro; o si sarebbero dimessi entrambi, il vescovo donatista e quello cattolico, se la presidenza di due vescovi in una stessa sede avesse generato scandalo.
È unofferta di pace di una larghezza stupefacente.
LOMBARDI: Ma lEpistula 128,3 dei vescovi cattolici a Marcellino, il giudice istruttore della controversia di nomina imperiale, lo afferma a chiare lettere. Varrebbe la pena leggere per intero questo brano [vedi box]. Probabilmente fu stilata da Agostino stesso, perché lo stile è il suo. Daltronde non è lui ad affermare che "episcopato è denominazione di un lavoro non di una dignità. [...] Non è vescovo chi desidera presiedere ma chi desidera giovare" (De civitate Dei XIX,19)? Cè da precisare però che, per Agostino, la riammissione di preti e vescovi donatisti "non dovrebbe avvenire ed effettivamente non avverrebbe se in compenso la pace non venisse a sanare la situazione" (Epistula 185,44). Agostino è consapevole che questa forma di accoglienza, non dovuta, ai chierici e ai vescovi donatisti che passano alla comunione cattolica, infligge una "ferita" alla Chiesa, come quando si fa un innesto: "Quando questi dissidenti ritornano alla radice cattolica e non si toglie loro la carica e il grado del loro ordine sacro e dellepiscopato, nella corteccia dellalbero madre [la Chiesa, albero in latino è femminile] accade qualcosa del genere, perché se ne lede in qualche modo lintegrità e il rigore. Ma poiché non è nulla né chi pianta né chi innaffia, ed è per la misericordia di Dio invocata nella preghiera che attecchisce la pace dei rami innestati, la carità copre una moltitudine di peccati" (ibidem).
È unimmagine molto suggestiva.
LOMBARDI: Non fu solo unimmagine. La ferita fu reale. Marcellino, colui che più si era dato da fare per la causa della riconciliazione ci rimise la pelle insieme col fratello Apringio. Ed erano due funzionari imperiali cristiani, non due vescovi.
Ma torniamo al punto. Il giudizio di conservare ai vescovi provenienti dal donatismo lesercizio del ministero era dettato anche da necessità pastorali da giudicare volta per volta. Tali eccezioni, benché abbastanza generalizzate (cfr. Epistula 61,2), dovevano però rimanere eccezioni e questo anche per evitare abusi e furberie da parte di "alcuni che avevano fatto penitenza solo nella speranza di conservare o raggiungere le cariche ecclesiastiche" (Epistula 185,10,45). Tuttavia, per il bene delle comunità da essi presiedute, "quando cioè gravi scismi minacciano di condurre alleterna rovina non già singole persone ma popolazioni intere occorre mitigare il rigore e fare in modo che una carità sincera sani mali troppo grandi da curare" (ibidem, 10,47). Non bisogna scandalizzarsi, dice Agostino, come fece a suo tempo il vescovo di Cagliari Lucifero che preferì separarsi dalla Chiesa piuttosto che accettare le disposizioni del concilio di Alessandria del 362 regolanti con senso di equità e comprensione la condizione dei vescovi che in qualche modo avevano aderito alleresia ariana. "Perse la luce della carità" scrive Agostino giocando sul suo nome "e cadde nelle tenebre dello scisma" (ibidem).
Dunque lorizzonte teologico e pastorale di Agostino è lunità della Chiesa?
LOMBARDI: Direi proprio di sì. Se si pensa che lo scisma è, per Agostino, il massimo crimine, si comprende meglio perché egli era disposto a tollerare e a invitare alla tolleranza verso certi peccati. In questa prospettiva si capiscono anche la sua apertura mentale e le sue cautele verso lapplicazione di norme disciplinari (cfr. Contra Epistulam Parmeniani 3,1,1). Ci sono alcune espressioni di Agostino che meritano di essere considerate: Salva pace, salvo pacis et unitatis vinculo, ed altre simili che ricorrono assai frequentemente negli scritti antidonatisti. È interessante notare che queste formule di ablativo assoluto ricorrono sempre e tutte le volte in cui si parla del metodo di condurre il dialogo, le discussioni, i confronti tra le parti su materie controverse. O anche quando si debbono prendere decisioni disciplinari. In questi casi Agostino si preoccupa di porre la salvaguardia o la ricerca dellunità ecclesiale al primo posto. Perciò ritengo che il suo atteggiamento aperto circa il problema della riammissione dei vescovi debba esser visto proprio in questa ottica di amore per lunità della Chiesa e per la pace, che è laltro nome di questa unità. Che è altra cosa, peraltro, rispetto alla ricerca a tutti costi di una uniformità.