Bernini o no, è un capolavoro
«L’artefice del busto marmoreo ritrovato a Roma è un grande artista. Il suo Salvator mundi si ispira più al Mosè di Michelangelo che al Volto Santo detto della Veronica che ora si venera a Manoppello». Intervista con Heinrich Pfeiffer, specialista di iconografia cristiana
di Pina Baglioni

Il volto del Salvatore, particolare del mosaico absidale della Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma
Padre Pfeiffer oltre ad essere uno dei più autorevoli conoscitori di arte cristiana al mondo, studia da sempre i canoni iconografici a cui gli artisti, in Oriente e in Occidente, si sono ispirati, nel corso dei secoli, per la raffigurazione del volto di Gesù. Ha scritto L’immagine di Cristo nell’arte (Città nuova, Roma 1986), Das ist Echte Christusbild (Knecht, Francoforte 1992) e Il volto santo di Manoppello (Carsa, Pescara 2000).
Il padre gesuita è anche uno dei maggiori collaboratori dell’Istituto internazionale di ricerca sul Volto di Cristo, fondato dal cardinale Fiorenzo Angelini, presidente emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari.
Secondo padre Pfeiffer, il modello dei modelli, la radice dell’albero genealogico che ha generato tutte le immagini del Signore è il Volto Santo conservato presso il santuario di Manoppello in Abruzzo. Si tratta di un sottilissimo sudario, incastonato in un ostensorio di vetro, su cui è impresso un volto dalla fronte alta, con i capelli che cadono fin sulle spalle, con i baffi e una barba bipartita. Gli occhi guardano leggermente in alto così da mostrare il bianco del globo oculare sotto la pupilla.
Dopo ricerche ormai decennali su quel sottilissimo velo, padre Pfeiffer non ha dubbi: «Prendendo le mosse dalla perfetta sovrapponibilità del volto della Sindone di Torino con il volto di Manoppello, si è indotti ad ammettere che sia l’immagine sul velo sia quella sulla Sindone si siano formate nello stesso tempo. Vale a dire nei tre giorni che vanno dalla sepoltura di Gesù alla sua resurrezione, all’interno del sepolcro. Il sudario di Manoppello e la Sindone sono le uniche due vere immagini del volto di Cristo dette “acheropite” cioè non realizzate da mani d’uomo».
Il Volto Santo di Manoppello viene tradizionalmente chiamato la Veronica. A tal proposito Pfeiffer chiarisce: «Con la denominazione “Veronica” ad un certo punto si cominciò ad indicare il Volto Santo di Manoppello. La cosa avvenne sulla scia della leggenda relativa alla donna che, durante la salita di Gesù sul Calvario, pietosamente gli asciugò il volto con un panno su cui si sarebbe impressa la sua immagine. Ma non bisogna confondere le due cose, altrimenti si va fuori strada».

Sopra, il volto della Sindone di Torino; sotto, il sudario di Manoppello. Dice padre Pfeiffer: «Il sudario di Manoppello e la Sindone sono le uniche due vere immagini del volto di Cristo, dette acheropite cioè non realizzate da mani d’uomo»
Padre Pfeiffer, cosa “racconta” il volto del Salvator mundi conservato a San Sebastiano fuori le Mura?
HEINRICH PFEIFFER: Insisto nel ricordare che si sta ragionando attorno a delle riproduzioni fotografiche: ad ogni modo, posso dire che il geniale artista del Salvator mundi non prende a modello il volto impresso nel velo di Manoppello ma Michelangelo. Egli scolpisce un volto che lascia trasparire caratteri propri dell’arte del Buonarroti: la terribilità, la divinità. L’unico elemento che l’artista del busto riprende dal Volto Santo sono i capelli, ondulati, sciolti sulle spalle.
Cosa vuol dire esattamente?
PFEIFFER: Intendiamoci: l’intenzione dell’artista del Salvator mundi è sicuramente quella di riprodurre il volto di Gesù. Ma questo volto fa pensare più al Mosè di Michelangelo che a Cristo. La barba mossa in un certo modo, per esempio, anche se realizzata in una forma totalmente diversa. Gli artisti mediocri imitano i dettagli. Quelli grandi imitano l’anima. L’artefice del Salvator mundi è davvero grande. Perché è riuscito a cogliere qualcosa dello spirito profetico di Michelangelo.
Cos’ha il volto di Cristo impresso sul velo di Manoppello che quello del Salvator mundi non ha?
PFEIFFER: Il Volto Santo di Manoppello ha un’espressione innocente. È tutta contemplazione. Il Salvator mundi ha troppo pensiero, possiede una potenza umana come segno del divino; invece il Volto Santo rivela Cristo innocente. Un’innocenza che negli artisti meno colti diventa qualcosa di dolciastro, diventa “armonico a bassa quota”.
Cosa pensa degli altri due busti del Salvator mundi, che, alternativamente, in passato, sono stati considerati opere originali del Bernini?
PFEIFFER: Sono dei rifacimenti. Quello di Sées è superiore a quello di Norfolk. Ma quello che sta a Roma è imparagonabile per tecnica e bellezza agli altri due. La statua americana potrebbe addirittura essere un falso: troppo vicino al gusto del XX secolo. Lo si nota dalle pieghe del manto che avvolge le spalle del Salvatore: più che pieghe sembrano buchi.
Il professor Lavin ritiene che il grande artista nel realizzare il Salvator mundi si sia ispirato all’immagine del Salvatore del catino absidale della Basilica di San Giovanni e all’icona del Volto Santo conservata nel Sancta Sanctorum alla Scala Santa, al Laterano. Lei che ne pensa?
PFEIFFER: È possibile. L’antico mosaico absidale raffigurante il Salvatore, realizzato ai tempi di Costantino il Grande, resistette fino al pontificato di Leone XIII. Alla fine dell’Ottocento fu abbattuto per lasciare il posto a ciò che vediamo oggi. Quindi è probabile che Gian Lorenzo Bernini si sia ispirato a quell’opera.
Per quanto riguarda il Volto Santo del Sancta Sanctorum, ciò che Bernini poté vedere è un’immagine che vuole imitare qualcosa di molto più antico che però non era più lì. Quel qualcosa non era altro che il Volto Santo oggi a Manoppello, giunto a Roma da Costantinopoli, ipoteticamente attorno al 705. Si può ritenere che la reliquia, a partire dal pontificato di Gregorio II, sia rimasta nascosta nel Sancta Sanctorum per tutto il tempo delle lotte iconoclaste. Quando gli imperatori bizantini persero pian piano il loro potere e il loro influsso sull’Italia, il Volto Santo poté essere trasportato dal Sancta Sanctorum in una cappella della Basilica di San Pietro. Al posto del Volto Santo, ormai trasferito in Vaticano, al Sancta Sanctorum fu messa un’icona raffigurante il Salvatore, che è poi la stessa che vediamo oggi. Fu Innocenzo III a promuovere il culto e la venerazione del velo del Volto Santo e fu quella l’occasione in cui, per la prima volta, il velo fu chiamato “Veronica”, cioè vera icona di Cristo. Il titolo Volto Santo rimase invece all’immagine del Sancta Sanctorum.
Esistono poi una serie di fatti storici e dati iconografici, che secondo me spiegano come da Roma il velo santo sia giunto a Manoppello in Abruzzo. Ma questa è un’altra, lunga storia.