L’incendio di Roma e la prima persecuzione di Nerone
L’incendio e la persecuzione

Nel riquadro, busto dell’imperatore romano Nerone, Musei Capitolini, Roma
[Nero 38,1-3]
(1) Sed nec populo aut moenibus patriae pepercit. Dicente quodam in sermone communi: «Emoû thanóntos gaîa meikhthéto purí», «immo», inquit, «emoû zôntos», planeque ita fecit. Nam quasi offensus deformitate veterum aedificiorum et angustiis flexurisque vicorum, incendit urbem tam palam, ut plerique consulares cubicularios eius cum stuppa taedaque in praediis suis deprehensos non attigerint, et quaedam horrea circa domum Auream, quorum spatium maxime desiderabat, ut bellicis machinis labefacta atque inflammata sint, quod saxeo muro constructa erant.
(2) Per sex dies septemque noctes ea clade saevitum est, ad monumentorum bustorumque deversoria plebe compulsa. Tunc praeter immensum numerum insularum domus priscorum ducum arserunt hostilibus adhuc spoliis adornatae deorumque aedes ab regibus ac deinde Punicis et Gallicis bellis votae dedicataeque, et quidquid visendum atque memorabile ex antiquitate duraverat. Hoc incendium e turre Maecenatiana prospectans laetusque «flammae», ut aiebat, «pulchritudine», Halosin Ilii in illo suo scaenico habitu decantavit.
(3) Ac ne non hinc quoque quantum posset praedae et manubiarum invaderet, pollicitus cadaverum et ruderum gratuitam egestionem nemini ad reliquias rerum suarum adire permisit; conlationibusque non receptis modo verum et efflagitatis provincias privatorumque census prope exhausit.
Caio Svetonio Tranquillo (ca. 75-160)
Roma incendiata da Nerone
[Nero 38,1-3]
(1) Ma non ebbe riguardo neppure del popolo né delle mura della patria. Quando un tale, durante una conversazione, citò: «Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco!», [Nerone] disse: «Anzi, mentre sono vivo!», e fece proprio così. Infatti, come ferito dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalle strade strette e tortuose, incendiò Roma in modo così palese che parecchi consolari, pur avendo sorpreso nelle loro proprietà i camerieri di lui con stoppa e torce, non osarono toccarli; e alcuni magazzini, vicini alla domus Aurea e di cui desiderava occupare l’area, vennero demoliti con macchine da guerra e dati alle fiamme, perché erano costruiti in pietra.
(2) Quel flagello incrudelì per sei giorni e sette notti, spingendo la plebe a cercare rifugio nei monumenti e nei sepolcreti. Allora, oltre un numero smisurato di caseggiati, furono divorate dall’incendio anche le dimore degli antichi generali, ancora adorne delle spoglie nemiche, e i templi degli dei, alcuni votati e dedicati fin dal tempo dei re, e altri durante le guerre puniche e galliche, e tutto quanto era rimasto degno di essere visto o ricordato dall’antichità. Contemplando l’incendio dalla torre di Mecenate e allietato – sono le sue parole – «dalla bellezza delle fiamme», cantò La distruzione di Troia indossando il suo abito da scena.
(3) E, per non mancare nemmeno in questa occasione di appropriarsi della maggior quantità possibile di preda e di spoglie, dopo aver promesso di far rimuovere gratuitamente i cadaveri e le macerie, non permise a nessuno di avvicinarsi ai resti dei propri averi. E non solo accettò delle contribuzioni, ma ne richiese in tale misura che rovinò le province e i privati.
De persecutione Neronis
[Annales XV, 44, 2-5]
(2) Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis affecit, quos per flagitia invisos vulgus Christianos appellabat.
(3) Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam, quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque.
(4) Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. Et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent aut crucibus adfixi atque flammati, ubi defecisset dies, in usum nocturni luminis urerentur.
(5) Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde quamquam adversus sontes et novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica, sed in saevitiam unius absumerentur.
Cornelio Tacito (54-119)
La persecuzione di Nerone
[Annales XV, 44, 2-5]
(2) Ma l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato non perdeva credito, nonostante gli sforzi umani, le elargizioni dell’imperatore o le cerimonie propiziatrici degli dei. Perciò, per fare smettere le pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli, e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava Cristiani, invisi per le loro nefandezze.
(3) Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; sul momento sopita, questa perniciosa superstizione proruppe di nuovo non solo in Giudea, luogo di origine di quel male, ma anche in Roma, dove tutto ciò che è abominevole e vergognoso confluisce e trova la sua consacrazione.
(4) Dunque, per primi furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di quella credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine, non tanto con l’accusa di aver provocato l’incendio, quanto per l’odio che avevano contro il genere umano. E a quanti morivano s’aggiunse lo scherno, sicché, rivestiti di pelli ferine, perivano sbranati dai cani, o appesi alle croci e dati alle fiamme venivano bruciati vivi, al calar del sole, come torce per la notte.
(5) Nerone aveva messo a disposizione i suoi giardini per quello spettacolo, e aveva allestito giochi circensi, partecipando mescolato alla folla in vesti di auriga o in piedi sul carro. Perciò, sebbene fossero gente colpevole e meritevole di quegli originali tormenti, si generava un senso di pietà, perché erano sacrificati non per il comune vantaggio, ma alla crudeltà di uno solo.