Incontro con Peter-Hans Kolvenbach
Noi al tempo di questa guerra assurda
La Chiesa, il mondo e la Compagnia di Gesù visti dal ventottesimo successore di sant’Ignazio di Loyola. Che sulla crisi irachena dice: «Appare assurdo scatenare una guerra, uno alla volta, contro tutti i Paesi governati con sistemi dittatoriali per portare con la violenza esterna la democrazia»
di Gianni Valente

Sopra, Peter-Hans Kolvenbach, preposito della Compagnia di Gesù; sotto, un esemplare degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, edizione di Anversa del 1671, conservato presso l’Università di Valencia
C’è da scommettere che non ci saranno grandi festeggiamenti. Se c’è una cosa che ha segnato i vent’anni di ministero del ventottesimo successore di sant’Ignazio di Loyola, è stato lo stile sobrio e lontano da ogni protagonismo di questo religioso dallo spirito ascetico, riservato e gentile. Sono stati anni trascorsi in gran parte in giro per il mondo, a visitare le truppe e gli avamposti più lontani di un “esercito” sui generis che ancora sorprende tutto il mondo per la versatilità quasi mimetica con cui vive la propria vocazione, adattandosi alla sterminata varietà delle circostanze e delle situazioni locali. Ad maiorem Dei gloriam.
Per il ruolo stesso che ricopre, quasi per “deformazione professionale”, padre Kolvenbach è avvezzo a sguardi e sollecitudini che hanno per orizzonte il mondo intero. Può essere interessante fare insieme a lui un breve viaggio virtuale che tocchi i luoghi chiave della “geografia gesuita”, ora che sul mondo si addensano le nubi funeste di un’altra guerra.
¨adre Kolvenbach, vent’anni alla guida dei gesuiti sono un bel traguardo. Se dovesse abbracciare con una frase, con una formula sintetica e essenziale tutta la grande opera intrapresa nel mondo dai suoi confratelli, cosa le verrebbe da dire?
PETER-HANS KOLVENBACH: Il primo superiore generale dei gesuiti, Ignazio di Loyola, amava riassumere in una breve frase la missione della Compagnia di Gesù. In spagnolo egli diceva «ayudar a las almas», che noi traduciamo spiegando che si tratta di aiutare le persone a incontrare personalmente il loro Signore e Salvatore. Fondando la Compagnia di Gesù, egli non aveva altro desiderio che di continuare, qui e ora, la missione di Cristo con un gruppo di amici nel Signore, di cui il Signore può servirsi per andare là dove egli non è ancora conosciuto, conosciuto male o misconosciuto. Questa missione di “ayudar”, di “aiutare”, non ha affatto perduto la sua attualità. Nel nostro millennio in cui la Chiesa non cerca di imporsi, ma si impegna a proporre il suo Signore, il semplice verbo “aiutare” dice un annuncio vigoroso della fede con la delicatezza disinteressata che rispetta la libertà di coscienza degli uomini e delle donne del nostro tempo in cerca di Dio in una maniera o in un’altra. In quanto gesuiti noi siamo coscienti di dover compiere la missione di Cristo, non secondo le nostre proprie idee e i nostri progetti, ma secondo la maniera in cui il Signore ha aiutato la gente a trovare il cammino verso il suo e nostro Padre.
So che forse la risposta è impossibile. Ma le chiedo di raccontarci un episodio, un fatto, una situazione che le è capitato di incontrare o di conoscere in questi venti anni, e che per lei rappresenta l’immagine più immediata e semplice di cosa sono i gesuiti nella Chiesa e nel mondo.
KOLVENBACH: C’è imbarazzo della scelta, perché a causa della mia responsabilità ho il privilegio di incontrare i gesuiti un po’ ovunque nel mondo e di ammirare il loro servizio alla Chiesa del Signore in condizioni spesso penose e precarie. Ma poiché bisogna scegliere per rispondere, penso alla riunione di tutti i superiori maggiori della Compagnia di Gesù che noi abbiamo avuto tre anni fa a Loyola. Non era soltanto un’immagine, ma la bella realtà dell’unione di cuori al servizio dello stesso Signore e della sua Chiesa. Più di cento superiori maggiori dalla sconcertante diversità di lingue, mentalità e culture: umanamente impossibile intendersi su una missione comune, e tuttavia possibile nel Signore. Poiché la nostra spiritualità è molto incarnata e si vive nelle condizioni concrete, con le persone nella loro pluralità conflittuale. L’esperienza di un incontro di questo genere testimonia che il comandamento nuovo del Signore non è un’utopia, anche nel nostro mondo diviso, ma è possibile grazie al dono e al perdono che noi abbiamo imparato e ricevuto da Lui.
Partiamo dalla complessa situazione internazionale. Dopo l’11 settembre, tutta un’influente corrente di pensiero interpreta i conflitti e le crisi nel segno di una battaglia dalle venature apocalittiche per tutelare la cosiddetta civiltà occidentale di radice cristiana dagli attacchi che subisce. Come vede lei questa chiave di lettura applicata agli avvenimenti presenti?
KOLVENBACH: L’evento orribile e spettacolare dell’11 settembre ha scatenato tutto un modo di parlare e pensare “con venature apocalittiche”, con l’inevitabile angoscia di salvare il mondo da un’autodistruzione e anche l’inevitabile divisione radicale tra una buona civiltà da difendere e un terroristico “asse del male” da distruggere. Facilmente ogni catastrofe di dimensioni mondiali è qualificata come apocalittica, ma questo non è il senso della parola che l’ultimo libro della Sacra Scrittura – l’Apocalisse – ha espresso. Lì si tratta della rivelazione di Colui che, segno di contraddizione, sta per venire, vivendo la storia con noi. L’immagine televisiva delle due torri a New York resterà nella nostra memoria e coscienza. Non già come l’unica grande catastrofe: vi sono nel mondo tante altre grandi catastrofi alle quali la stampa non presta attenzione, come ad esempio le decine di migliaia di uccisi in Colombia. D’altra parte ogni terrorismo va condannato, ma la condanna non può servire a mettere da parte la ricerca delle cause di questo terrorismo per porvi rimedio.
Da mesi si va preparando una nuova guerra, stavolta definita preventiva, anch’essa patrocinata nel nome di uno sdegno umanitario contro le malefatte di un dittatore. Come giudica questo forte richiamo a motivazioni etiche o addirittura religiose per dare ragione dei disegni di governo globale del mondo?

Sotto, a sinistra, un’aula del collegio San Ignacio a Medellín in Colombia; sopra, la foto di gruppo dei superiori maggiori in occasione dell’Assemblea di Loyola nel settembre del 2000
A detta di alcuni, anche nella Chiesa, il clima da “scontro di civiltà” è un’occasione propizia per riaffermare l’identità cristiana e riscoprire le radici cristiane della civiltà occidentale. Riaffiora in molti discorsi l’identificazione tra cristianesimo e cultura d’Occidente. Quali sono opportunità ed equivoci di questa lettura dell’attuale momento storico?
KOLVENBACH: Innanzitutto, in una civiltà che ha paura di definirsi con chiarezza e che per questa ragione fa perdere alle parole il loro senso, colui che parla con convinzione e certezza è facilmente giudicato intollerante. È allora una grazia che la Chiesa, soprattutto per bocca del Santo Padre, ci ricordi in ogni contesto la Verità senza ambiguità e senza compromessi per compiacere, senza arrossire della croce. Pur annunciando con chiarezza il Signore crocifisso e risorto, bisogna, per toccare il cuore dell’altro, già incontrarlo nel suo linguaggio. San Paolo ne ha fatto l’esperienza ad Atene: senza negare affatto il suo Signore risorto, cerca di toccare il cuore degli ateniesi presentandolo come quel Dio ignoto che essi adorano. Senza dubbio san Paolo si rende conto che, anche ricorrendo al linguaggio più inculturato possibile, rimane sempre la “follia” e lo “scandalo” del crocifisso da riconoscere. Tuttavia, se non si colloca l’annuncio della fede nella realtà quotidiana delle diverse culture e civiltà, il messaggio non passerà.
Come non riferirsi all’esperienza, cara alla Chiesa come alla Compagnia di Gesù, di Matteo Ricci, nato a Macerata il 6 ottobre 1552? A quel tempo, anche se l’Europa riecheggia la convinzione del padre francescano Alfaro, secondo il quale «con o senza soldati, voler andare in Cina è tentare di afferrare la luna», Matteo Ricci diventa cinese con i cinesi. Rifiutando un umanismo incolore, egli coltiva l’amicizia per annunciare in cinese il suo Signore, scontrandosi con molti ostacoli, tanto da confessare in una delle sue lettere: «Non mancheremo affatto di incontri in cui dovremo soffrire molto per nostro Signore». Seguendo il Signore e annunciando la sua liberazione si può anche passare per sofferenze e prove. Non è forse questo il criterio di un vero dialogo e di una vera inculturazione?
A proposito di Matteo Ricci, un filo rosso ha sempre legato i gesuiti alle missioni per annunciare Gesù Cristo in Cina. Oggi, come giudica la condizione della Chiesa cattolica in quel Paese?
KOLVENBACH: I gesuiti sono sempre stati affascinati dalla Cina. Francesco Saverio muore mentre attendeva il suo ingresso in Cina, e Matteo Ricci scrive nel 1582: la Cina è la cosa più importante e più ricca di tutto l’Oriente, di cui supera tutti i regni. Può darsi che oggi la Cina attiri in ragione del numero enorme di abitanti, che sono molto più di un miliardo e che, dopo la caduta delle ideologie, mostrano anche una certa sete di spiritualità. In questo contesto è doloroso, ma non irrimediabile, che la Chiesa cattolica sia divisa. Accanto a una Chiesa del silenzio, esiste l’Associazione patriottica dei cattolici cinesi fondata nel 1957, che insiste nel perseguire una autonomia esclusivamente cinese, rifiutando ogni ingerenza straniera. Questa Associazione è un’agenzia governativa, non è una Chiesa. C’è una Chiesa riconosciuta dal governo, e di essa alcuni vescovi e sacerdoti, religiosi e fedeli appartengono all’Associazione patriottica, ma sarebbe ingiusto identificare l’Associazione patriottica con la Chiesa riconosciuta dal governo: ampi settori di quest’ultima sono più che reticenti nei confronti dell’Associazione patriottica, come ha provato il rifiuto di molti fedeli, seminaristi e sacerdoti che non hanno voluto assistere il 6 gennaio 2000 alla consacrazione di vescovi non approvati dalla Santa Sede avvenuta a Pechino. Membri della Chiesa riconosciuta dal governo cercano la comunione con il Santo Padre o sono già in contatto con la Santa Sede. Mentre l’Associazione patriottica, lottando per la sua sopravvivenza, fa resistenza alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il Vaticano. I gesuiti continuano la loro presenza accademica, pastorale e sociale, ad esempio con i 101 lebbrosari situati in 17 province cinesi di cui si prendono cura i confratelli della Casa Ricci di Macao. Lavorando, come ha chiesto il Santo Padre, per la riconciliazione di tutti questi milioni di cattolici cinesi, veri testimoni del Cristo in un continente che più che mai ha bisogno della sua grazia e della sua verità.
Passiamo alla Russia, dove si vive una stagione tormentata tra patriarcato di Mosca e Chiesa cattolica. Anche nella storia dei rapporti tra Roma e la santa Russia i gesuiti hanno avuto fin dall’inizio un ruolo di primo piano. Secondo lei, ci sono motivi ragionevoli alla base delle attuali diffidenze ortodosse?
KOLVENBACH: Quando il Santo Padre ci ha inviato in Siberia per offrire un aiuto pastorale a decine di migliaia di cattolici, tutti deportati dal regime stalinista, che da più di cinquant’anni erano senza sacerdoti, ha desiderato che la Compagnia di Gesù non inviasse solamente gesuiti polacchi, ma un gruppo internazionale per esprimere la cattolicità della Chiesa di Roma e soprattutto ha dato direttive molto strette rivolte a evitare ogni forma di proselitismo. Dopo tanti anni di crudele persecuzione, la Chiesa ortodossa della santa Russia ha bisogno dell’aiuto delle sue Chiese sorelle, e questo vicendevole aiuto è un dato di fatto a condizione che esso rimanga anche nelle apparenze un servizio disinteressato e discreto. Così le diocesi cattoliche e ortodosse coltivano contatti. Esistono anche iniziative comuni riguardo alla formazione del clero. La Chiesa ortodossa russa si rende volentieri presente nelle riunioni con cattolici riguardanti la spiritualità, la storia e le poste in gioco del nostro tempo. Solamente quando questo dialogo di vita cristiana affronta il livello delle strutture ecclesiali ci si scontra con un problema di principio. Come Chiesa patriarcale, la santa Russia non permette sul suo territorio una presenza istituzionale di un altro patriarcato. Questo sarebbe in contraddizione con una tradizione canonica orientale molto antica. La Chiesa russa ortodossa non rifiuta la presenza di vescovi cattolici sul suo territorio al servizio pastorale dei cattolici, ma non tollera l’istituzionalizzazione di questa presenza di vescovi in diocesi della Chiesa cattolica. Ci sono qui due concezioni della Chiesa, una nazionale, l’altra universale, che si confrontano. Probabilmente occorrono ancora molta pazienza e molto tempo, ma nella misura in cui vive nelle due Chiese la passione del Signore per la piena unione dei cristiani, si avrà un pastore e un ovile, quando e come il Signore stesso vorrà. Spetta a noi, sull’esempio del Santo Padre, approfittare di ogni occasione per esprimere questa passione dell’unione in incontri, servizi vicendevoli e soprattutto preghiera comune.
In un’altra parte del mondo segnata dal genio missionario dei gesuiti, l’America Latina, si vivono crisi terribili insieme a fermenti nuovi.
KOLVENBACH: L’America Latina cambia passando per una nuova crisi preoccupante e scoraggiante. Tante speranze di un cambiamento socioeconomico radicale, nutrite e sostenute anche con motivazioni teologiche, sono giunte all’amara constatazione che i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e il continente si allontana sempre più dallo sviluppo altrove in crescita. Delusa, la gente diffida dei partiti politici tradizionali e ha la tendenza a scegliere, come dirigenti, personaggi carismatici dai quali si attendono soluzioni rapide e miracolose, frutto di ciò che si può definire “realismo fantastico”. Da parte sua la Chiesa continua a privilegiare l’opzione per i poveri, nella linea del suo insegnamento sociale, richiamando le amministrazioni e le istituzioni a una responsabilità nei confronti dei poveri che non si può più eludere scaricando tutte le cause della crescente miseria in America Latina sul nemico esterno. Pur se la Chiesa rimane profetica, si constata tuttavia uno spostamento dall’Elia del Carmelo all’Elia di Sarepta. Non è più a tema l’azione violenta per rovesciare in un sol colpo strutture di peccato, ma il lento e paziente sforzo soprattutto a livello locale e municipale per venire in aiuto attraverso le istituzioni a tutti quelli che soffrono, per costruire così, gradualmente ma saldamente, una società umana più giusta. Un esempio è l’opera sociale svolta in questo senso dalle università e dai collegi. Alla Chiesa si apre qui un enorme campo d’azione. Più difficile da prevedere è per quanto tempo la pazienza della gente sopporterà l’attesa di un urgente cambiamento sociale.

Sopra, padre Aquilino Miguélez, da cinquant’anni a Taiwan, mentre confessa un bambino; a fianco, padre Luis Ruiz Suárez distribuisce doni tra i lebbrosi di Zhao Jue, in Macao (Cina Popolare)
KOLVENBACH: È vero che l’anno passato il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha pubblicato un documento che accusava i gesuiti di essere i fondatori in Colombia di uno dei movimenti guerriglieri. Dopo aver chiesto una verifica dei fatti il Dipartimento di Stato ha corretto la sua dichiarazione e riconosciuto che i gesuiti non erano implicati nei movimenti rivoluzionari. Purtroppo capita troppo spesso che coloro che denunciano l’ingiustizia per annunciare la giustizia del Vangelo sono accusati di essere comunisti o marxisti. Anni fa, mentre concelebravo messa con il padre Ignacio Ellacuría, più tardi assassinato a San Salvador, ero sbalordito dalla violenza delle sue parole nell’omelia e dalla crudeltà delle immagini dipinte sui muri della cappella della sua università. Erano parole di un leader dell’estrema sinistra o quelle di un sacerdote di Gesù Cristo? Padre Ellacuría mi spiegava che né la persona di Karl Marx né la sua teoria meritavano il suo impegno sacerdotale, ma che le strutture di peccato mantenute da cristiani nel suo Paese avevano bisogno del linguaggio chiaro di Giovanni Battista e dei profeti, dell’esigente parola del Signore, amico dei poveri, di fronte all’ingiustizia che costringeva in condizioni miserabili tanti salvadoregni.
Anche in Africa alcuni gesuiti sono stati presi di mira per aver convinto il governo dello Zambia a rifiutare le donazioni di prodotti alimentari geneticamente modificati che venivano “offerti” dalle multinazionali statunitensi. Si è gridato all’ingratitudine e al pauperismo ideologico, che avrebbe finito irresponsabilmente per causare la morte per fame di tante persone che accettando i prodotti ogm si sarebbero potute salvare. Cosa pensa di questa vicenda?
KOLVENBACH: In Zambia i gesuiti gestiscono un centro d’agricoltura e un centro di riflessione teologica. Il governo zambiano ha chiesto a questi due centri, come d’altra parte a parecchi centri gestiti da organizzazioni non governative, un parere sulle donazioni di prodotti alimentari geneticamente modificati, offerti dalle multinazionali statunitensi. Allo stesso tempo una delegazione governativa è stata inviata negli Stati Uniti per acquisire elementi e maturare un’opinione dal punto di vista scientifico. I centri gesuiti si sono pronunciati contro le donazioni di questi alimenti, ma nel sostenere questo parere negativo essi non erano affatto isolati. Lasciando da parte la questione ancora aperta delle conseguenze di questi alimenti per la salute umana a lungo termine, i gesuiti hanno piuttosto messo in rilievo l’influsso disastroso di queste donazioni sull’agricoltura locale del Paese, e sul futuro dei contadini che in grande prevalenza producono il mais di Zambia. L’effetto economico di queste donazioni alimentari potrebbe comportare la scomparsa di tutta l’agricoltura locale. La discussione sulle conseguenze di queste donazioni continua, ma nel frattempo, grazie anche a un’iniziativa ecumenica delle Chiese del Signore in Zambia, alcune agenzie importanti hanno promesso di inviare prodotti alimentari “normali”, affinché la popolazione non muoia di fame.