L’intervento di Giulio Andreotti in Senato, mercoledì 19 febbraio 2003
Dopo la “tempesta” non c’è mai la quiete
Pubblichiamo l’intervento di Giulio Andreotti in Senato, mercoledì 19 febbraio 2003
di Giulio Andreotti

Lo striscione d’apertura di una manifestazione per la pace
Ciò che stava accadendo è che prima ancora di vedere la conclusione, in sede Onu o altrimenti, della crisi irachena, si ottenesse il risultato nefasto di mettere in crisi l’Unione europea e la stessa Alleanza atlantica.
Oggi questo è recuperato ed il tono che lei, presidente, ha usato è anche utile, a mio parere, per controbilanciare quel nervosismo che, alla sera, cade ormai da mesi in tutte le famiglie italiane per una guerra ritenuta inevitabile, con scadenze a volte legate a qualche settimana, altre volte a fattori stagionali. Tutto ciò rischia veramente di avvelenare l’opinione pubblica, ma rischia anche di creare una certa reazione.
Credo sia difficile interpretare la manifestazione di sabato scorso dandole un’etichetta quasi ripetitiva di altre manifestazioni del genere. A cominciare da Roma, una città che conosco, molta gente ha partecipato a quella manifestazione quasi per un senso di liberazione da un incubo, per l’auspicio che qualcosa cambi in questa situazione di tensione. Guai se unificassimo questo in una lotta che è lotta quotidiana, che a mio avviso non poteva non comportare un sistema che piace a molti: il sistema bifronte del maggioritario (non voglio proseguire su questo aspetto, perché dovrei andare molto oltre).
Ritengo che il punto di partenza sia questo. Non possiamo ignorare che l’11 settembre 2001 abbia rappresentato una svolta enorme, alla quale gli Stati Uniti hanno reagito in modo molto più responsabile di quanto poteva temersi potesse accadere. Il presidente degli Stati Uniti, con alcune dichiarazioni che fece subito, evitando di cadere nel manicheismo tra islam e non islam, affermò che Bin Laden era un traditore della propria fede, dando così, a mio parere, un indirizzo ad una propaganda che altrimenti rischiava di tornare, forse, alle forme peggiori del maccartismo, dell’odio o dell’ostilità nei confronti degli immigrati. Questo non può non essere tenuto in considerazione.
Vorrei ora rapidamente soffermarmi su tre punti.
In primo luogo, già in occasione della missione in Kosovo, in dissenso con l’allora ministro della Difesa Mattarella, mi permisi di dire di fare attenzione a citare il Trattato della Nato. Infatti, il Trattato dell’Alleanza atlantica è estremamente preciso e, come tutti i trattati internazionali, non a caso è ratificato dal Parlamento. Noi allora, per un certo senso di opportunità e pressappochismo, utilizzando anche la possibilità di far convergere l’opposizione con il governo, passammo sopra a questo aspetto; però, signor presidente del Consiglio, va approfondito. In Commissione Affari esteri sostenemmo la necessità di un approfondimento e prevedemmo perciò una serie di audizioni; quella legislatura si è chiusa e le audizioni continuano nell’attuale.
Non dobbiamo mantenere un equivoco. Infatti, con la riunione di Washington che si fece poco tempo dopo, si creò la cosiddetta nuova strategia dell’Alleanza: un fatto tecnico, perché fu nuova strategia quando si passò dalla risposta totale alla risposta flessibile; ancora di più si è fatto recentemente a Praga, dove si è creata la “nuova Alleanza”, con l’espressa previsione della possibilità di attuare operazioni anche fuori dell’area di competenza.
Tutto questo – non lo escludo né lo ammetto – non può avvenire attraverso dei tecnici o delle riunioni: occorre fissare degli obblighi nei Parlamenti. Non ho dubbi che l’11 settembre fosse un caso previsto dal trattato dell’Alleanza, perché era un attacco. È vero che nel 1949 nessuno pensava ad un attacco di quel tipo, ma era comunque un attacco ad uno dei Paesi membri. Quindi, la solidarietà dell’Alleanza era un fatto dovuto; non si doveva e non si deve discutere.

L’abbazia di Montecassino dopo i pesanti bombardamenti degli alleati nel 1944
Passo al secondo punto: dobbiamo evitare che si continui a fare il censimento di chi è con gli americani e di chi è contro gli americani. È un fenomeno anche culturale e diffuso – pensiamo al recente libro di Revel sull’antiamericanismo – che conosciamo. Noi abbiamo una tradizione: quella di aver cercato, portando con ciò anche ad un lungo periodo di incomprensione, l’adesione di un numero sempre maggiore di italiani all’Alleanza atlantica, ad una posizione di chiarezza proprio in merito ai problemi dei rapporti con gli americani.
Ci volle meno tempo con i socialisti, un po’ di più con i comunisti (fino al 1987), ma questa era la linea su cui si è costruito. Le altre argomentazioni sono indubbiamente importanti, come quella sull’apporto che gli americani hanno dato nella Prima e nella Seconda guerra mondiale.
Mi sia consentito un inciso. Il collega Contestabile ha ricordato Montecassino. Bene, quel febbraio di quasi sessant’anni fa, dinanzi allo stupore della distruzione di Montecassino, ricordo che coloro che erano in collegamento con le forze alleate – e che allora vivevano in clandestinità in Vaticano, perché c’era la guerra – dissero: daremo immediatamente le prove che c’erano grosse attrezzature dei tedeschi. Si stanno ancora aspettando quelle prove, perché la notizia non era vera: avevano ricevuto una falsa informazione. Qualche volta, quindi, le controprove sono necessarie.
Il collega Contestabile ha ricordato Montecassino. Bene, quel febbraio di quasi sessant’anni fa, dinanzi allo stupore della distruzione di Montecassino, ricordo che coloro che erano in collegamento con le forze alleate – e che allora vivevano in clandestinità in Vaticano, perché c’era la guerra – dissero: daremo immediatamente le prove che c’erano grosse attrezzature dei tedeschi. Si stanno ancora aspettando quelle prove
Per quanto riguarda Saddam Hussein, credo di essere l’unico ad averlo conosciuto di persona. Sono stato suo ospite per due giorni nel 1978, quando dovevamo convincere, a gruppi, i Paesi arabi a smetterla con il fronte del rifiuto che avevano creato dinanzi all’accordo concluso dall’Egitto con Israele. In quell’occasione ho potuto conoscere, per quanto è possibile, il personaggio. Non passerei volentieri le mie vacanze con lui, né sono convinto che il suo fondamentalismo sia accettabile, però non è l’unico peccatore in un mondo di figlie di Maria. Quindi, pur con tutte le precauzioni necessarie, ci deve essere una coerenza. Parliamo oggi della Corea: andiamo a guardare le carte. Chi ha aiutato la Corea del Nord quando certamente era nell’albo dei cattivi? Chi l’ha aiutata ad avviare le strutture per la centrale nucleare? Non siamo certo stati noi. Lo devo rammentare perché in Parlamento dobbiamo ricordare (oggi, fortunatamente, è uno di quei giorni in cui si fa un po’ di politica qui dentro) che non si possono distinguere le amicizie e le inimicizie secondo le comodità del momento.
Né si può considerare un disturbatore chi, come il Papa, per il proprio magistero parla ad alta voce e senza transigenze di pace. C’è stata una dichiarazione bestiale – mi sia consentito il termine – del consigliere americano per la Sicurezza nazionale, che ha detto che il Vaticano si comporta come al solito: fa come ha fatto con Hitler. Questo è veramente non giusto. Certo, per carità, una persona può avere anche un momento di disattenzione, di cattivo umore. Non posso però non ricordare che quando il Papa era in visita a Cuba e ancora non aveva finito il suo discorso, nel quale auspicava che si allentassero le tensioni tra Stati Uniti e Cuba, il portavoce della Casa Bianca (mentre, ripeto, era ancora in onda la trasmissione del discorso del Papa) disse: ma perché si ingerisce? Questo deve deciderlo il Congresso americano.
Poi le cose cambiano. C’è stata la guerra in Afghanistan (è l’ultimo punto che tocco), che certamente ha avuto una conseguenza positiva: la fine del regime dei talebani (anche se il dopoguerra sarà lunghissimo, perché si tratta di un Paese che la pace non l’ha mai conosciuta).
C’è un aspetto su cui richiamo l’attenzione del presidente del Consiglio: le documentazioni ufficiali dell’Onu attestano che rispetto a quello che, sia pure in parte, era avvenuto sotto i talebani, cioè lo smantellamento delle colture di oppio, si è tornati indietro, riproponendole e commerciando. Allora, nella lotta al terrorismo, il narcotraffico lo consideriamo qualcosa di determinante o, se fatto da persone che in quel momento non ci danno fastidio, lo dobbiamo considerare invece valido?
Molto altro potrebbe dirsi, ma mi avvio a terminare il mio intervento con un auspicio. La proposta di risoluzione della maggioranza è accettabile, nel senso che corrisponde, fra l’altro, all’impostazione che il presidente del Consiglio ha dato. Ci vorrebbe però un’aggiunta finale, che potrebbe essere tratta dall’ultimo capoverso del dispositivo della proposta di risoluzione che ha come primo firmatario il senatore Angius, che recita: «Impegna, infine, il governo a non assumere in ogni caso alcuna determinazione circa gli sviluppi futuri della crisi irachena senza la preventiva autorizzazione del Parlamento».
C’è una vecchia tradizione italiana (anche di quell’Italia per altri aspetti meravigliosa, l’Italia precedente il fascismo): quella di non dare al Parlamento in questo campo la sua funzione. La Prima guerra mondiale fu scatenata contro l’opposizione della Camera dei deputati, dove vi era una maggioranza secondo cui bisognava invece cercare altrove (nel Patto di Londra o altrimenti) la soluzione dei nostri problemi di confine. Il fatto che ci siano dei precedenti non la autorizzi, signor presidente, a ripetere il fatto di non tenere in considerazione il Parlamento.