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CUBA
tratto dal n. 03 - 2003

A cinque anni dallo storico viaggio di Giovanni Paolo II

La Isla non è fatta per l’isolamento


Nel 1998 il Papa chiese al mondo di aprirsi a Cuba e a Cuba di aprirsi al mondo. Da allora cosa è cambiato? In questa intervista risponde Isidro Gómez Santos, ambasciatore cubano presso la Santa Sede, che parla anche dello stato dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il governo dell’Avana


di Gianni Cardinale


Il cardinale Paul Poupard presso il Circolo San Pietro, lo scorso 17 febbraio ascolta il discorso di Isidro Gómez Santos, ambasciatore cubano presso la Santa Sede, in occasione dell’inaugurazione della mostra pittorica realizzata per il quinto anniversario della visita del Papa a Cuba

Il cardinale Paul Poupard presso il Circolo San Pietro, lo scorso 17 febbraio ascolta il discorso di Isidro Gómez Santos, ambasciatore cubano presso la Santa Sede, in occasione dell’inaugurazione della mostra pittorica realizzata per il quinto anniversario della visita del Papa a Cuba

Nel gennaio del 1998 Giovanni Paolo II fu il primo pontefice a compiere una visita a Cuba. A cinque anni dalla storica visita nella Perla dei Caraibi, 30Giorni ha posto alcune domande all’ambasciatore Isidro Gómez Santos, dal dicembre 1999 rappresentante dell’Avana presso la Santa Sede. Il diplomatico cubano, 65 anni, prima di ricoprire l’attuale incarico era stato primo segretario dell’ambasciata presso la Santa Sede (’72-74) e consigliere d’ambasciata presso il Quirinale (’87-90). Dal ’75 all’87 e dal ’91 al ’99 ha lavorato come funzionario dell’Ufficio affari religiosi presso il Comitato centrale del Pc cubano.

Sono passati cinque anni dalla visita del Papa. In quell’occasione il Pontefice auspicò che Cuba si aprisse più al mondo e che il mondo si aprisse più a Cuba. Questo auspicio si è realizzato?
ISIDRO GÓMEZ SANTOS: Cuba ha continuato ad aprirsi al mondo, come ha sempre fatto. Il nostro Paese non ha mai avuto una vocazione per l’isolamento. Sono altri quelli che hanno fatto di tutto per separarci dal resto del mondo, senza, però, riuscirci. Quando il Papa ha espresso questo voto, per esempio, avevamo rapporti diplomatici con 163 Paesi, adesso li abbiamo con più di 170. Sono poi continuati ad aumentare gli investimenti dall’estero, stimolati da Cuba con una legislazione che da tempo li favorisce nei settori di nostro interesse e secondo le nostre opzioni socialiste, salvaguardando così l’interesse pubblico. Il nostro Paese, con grande sforzo, ha fatto grandi investimenti nel settore turistico e l’anno scorso sono andati a Cuba circa un milione e ottocentomila turisti, fra cui molti italiani. Ci prepariamo a riceverne molti di più, anche statunitensi, quando il loro governo si deciderà a permetterlo.
Un altro elemento, credo, molto importante di questa vocazione universale cubana è l’esercizio permanente della solidarietà, che peraltro corrisponde all’appello del Papa a globalizzarla, come ha accennato il presidente Fidel Castro ricevendo il Pontefice all’aeroporto José Marti dell’Avana il 21 gennaio 1998. Oggi sono più di tremila gli operatori sanitari volontari del nostro Paese, la maggior parte medici, che lavorano in 18 Paesi dell’America Latina, Asia e Africa. Inoltre ci sono a Cuba, con borse di studio offerte dal nostro governo, più di seimila studenti, che provengono da 24 Paesi, tutti appartenenti a famiglie povere, compresi 35 giovani degli Stati Uniti. Evidentemente senza questa possibilità offerta da Cuba sarebbe molto difficile, se non impossibile, per tutti questi giovani, studiare ad esempio medicina, facoltà altrove molto costosa e che a Cuba, come tutta l’educazione a tutti i livelli, è gratuita.
Quali sono stati i provvedimenti presi dal governo riguardo alle questioni religiose dopo la visita del Papa?
GÓMEZ SANTOS: A Cuba, prima e dopo la visita del Papa, esiste una assoluta libertà religiosa. Ci sono nel nostro Paese, oltre la Chiesa cattolica, altre 52 denominazioni cristiane, più le religioni cubane d’origine africana, le più diffuse insieme con gli spiritualisti; queste ultime sono mescolate ambedue con la fede cattolica in un complesso sincretismo religioso. Sono presenti inoltre comunità ebraiche. Tutte queste istituzioni svolgono in totale indipendenza dallo Stato, che è laico, le loro attività, la formazione del personale, la nomina dei dirigenti, la mobilità interna e verso l’esterno, le attività sociali; organizzano la partecipazione negli organi di rappresentanza pubblica del proprio personale consacrato, anche al più alto livello, come è il caso del nostro Parlamento unicamerale, dove, per esempio tre pastori protestanti sono deputati (la Chiesa cattolica, come tutti sappiamo, non permette la partecipazione del proprio personale consacrato alle cariche pubbliche, con poche eccezioni).
La Chiesa, peraltro, per menzionare soltanto due esempi, ha adesso una maggiore presenza nell’ambito pubblico, con l’organizzazione più numerosa e frequente di processioni religiose e celebrazioni al di fuori dei templi, e continua ad incrementare le sue istituzioni assistenziali, che sono appoggiate dallo Stato.
La Chiesa cubana si è più volte lamentata di non avere un adeguato accesso ai mezzi di comunicazione. Crede che potranno cambiare le cose su questo punto?
GÓMEZ SANTOS: Nel nostro Paese, secondo la Costituzione approvata nel 1976 con circa il 99% dei voti favorevoli di tutta la popolazione, i mezzi di comunicazione sono pubblici. In uno Stato laico come il nostro tutte le istituzioni religiose e le comunità religiose, e abbiamo visto quante ce ne sono, hanno gli stessi diritti e sono trattate con equa considerazione. In diverse occasioni, esponenti di quelle, anche della Chiesa cattolica, hanno gestito trasmissioni radiofoniche, e continuano a farlo.
La Chiesa cubana si “ostina” a non voler registrare le proprie pubblicazioni nel timore di doversi sottoporre a censure. Sono timori giustificati?
GÓMEZ SANTOS: Attualmente circolano liberamente nel Paese più di 50 pubblicazioni cattoliche di diverso tipo, nonostante la Chiesa non abbia provveduto ancora ad iscriverle nell’apposito registro. Si tratta di un requisito d’ordinaria amministrazione, previsto in tutti i Paesi. Questa registrazione è stata da tempo compiuta per tutte le altre pubblicazioni del Paese, perfino per quelle appartenenti ad altre istituzioni religiose, che sono numerose. Nessuna di queste pubblicazioni è stata, naturalmente, sottoposta ad alcun tipo di censura. Lo stesso avverrà, ovviamente, nel caso delle pubblicazioni della Chiesa cattolica.
Il dissidente cattolico Oswaldo Payá Sardiñas, fondatore del Movimiento cristiano Liberación, ha ricevuto lo scorso 17 dicembre il premio Sacharov del Parlamento europeo e poi ha avuto modo di salutare il Papa alla fine dell’udienza generale di mercoledì 8 gennaio. Payá è il coordinatore del cosiddetto Proyecto Varela e in questa veste ha raccolto le firme per introdurre un referendum istituzionale nel Paese. Come valuta l’attività di Payá? Avete il timore che nella Chiesa si stia organizzando una opposizione politica?
GÓMEZ SANTOS: In una recente intervista, il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana e presidente della Conferenza episcopale cubana, ha ribadito che la Chiesa cubana non ha niente a che vedere con l’attività politica né di Payá né di nessun altro, cattolico o no. Sembra che queste parole siano l’espressione della posizione della Chiesa riguardo alla politica.
A marzo arrivano all’Avana le suore brigidine. Eppure a volte si sente dire che Cuba concede troppi pochi visti a personale religioso che pure vorrebbe svolgere la propria missione a Cuba. Oppure che non ci sono criteri oggettivi per ottenere questi visti che vengono concessi in maniera arbitraria. Sono critiche giustificate?
GÓMEZ SANTOS: Lasciamo parlare i fatti. Adesso esistono nel nostro Paese 55 congregazioni religiose femminili e 22 maschili, più di quante erano all’inizio della rivoluzione. Nove di queste sono entrate dopo il 2000. La congregazione di San Salvatore di santa Brigida sarà la cinquantaseiesima, e verrà ospitata in un palazzo che il governo ha messo gratuitamente a disposizione – così come ha fatto col terreno per il nuovo seminario interdiocesano all’Avana – e alla cui ricostruzione ha anche collaborato.
Il numero dei sacerdoti, religiosi e religiose a Cuba provenienti dall’estero continua poi ad aumentare. Adesso questo personale consacrato straniero proviene da 39 Paesi. In questi anni sono stati ulteriormente ordinati, o hanno preso i voti perpetui, più di una ventina tra sacerdoti, religiose e religiosi cubani. Ci sono inoltre circa ottanta seminaristi nei due seminari da sempre esistiti a Cuba e, nelle diverse case di formazione degli ordini religiosi, continuano la loro preparazione altrettanti studenti. Un centinaio, tra seminaristi e aspiranti religiosi e religiose, continuano i loro studi all’estero.
Sembra che il nostro Paese attiri l’attenzione di tanti nella Chiesa. Questo interesse a voler venire a lavorare a Cuba ci lusinga. Le richieste quindi sono molte, provenienti dalle diocesi cubane, ma anche dagli ordini religiosi, già presenti nell’isola o non ancora. Ma forse non sembrano ben coordinate. Finora sembra che sia stato difficile per la Chiesa stabilire un ordine di priorità, che pure gli è stato richiesto.
A Cuba i rapporti con la Chiesa cattolica e le altre comunità religiose sono curati da un ufficio del Pc cubano, la Oficina para asuntos religiosos, che appunto è un organo del partito e non del governo. Non è un’anomalia?
sopra la cattedrale dell’Avana; sotto, Giovanni Paolo II con Fidel Castro durante il viaggio a Cuba che si svolse 
dal 21 al 25 gennaio 1998

sopra la cattedrale dell’Avana; sotto, Giovanni Paolo II con Fidel Castro durante il viaggio a Cuba che si svolse dal 21 al 25 gennaio 1998

GÓMEZ SANTOS: Ogni Paese e ogni istituzione, come la stessa Chiesa cattolica, adottano le strutture che gli sembrano più convenienti, secondo la propria storia e d’accordo con le esigenze necessarie per svolgere adeguatamente e legalmente la propria attività, decisioni che lo Stato cubano rispetta nei confronti di tutti.
Per altro, quest’ufficio è una piccola struttura, veramente molto piccola, che facilita i rapporti delle istituzioni e comunità religiose cubane con lo Stato laico nell’ambito della libertà garantita dalla nostra Costituzione.
A gennaio si sono svolte le elezioni con grande partecipazione popolare. Crede che in futuro anche a Cuba possa arrivare il multipartitismo?
GÓMEZ SANTOS: Evidentemente, proprio questa grande partecipazione popolare, che ammonta a oltre il 97% della popolazione con più di sedici anni, che è l’età minima per votare (che, peraltro, non è obbligatorio), è la dimostrazione di come la stragrande maggioranza del popolo cubano, a cominciare dai giovani, condivida e appoggi il sistema democratico e socialista che per decisione sovrana il nostro Paese ha adottato.
A Cuba, i membri degli organi di rappresentanza popolare a tutti i livelli, a cominciare dall’Assemblea nazionale del potere popolare, che è il nostro Parlamento, non sono proposti né eletti dal Partito comunista. Le candidature sono proposte dagli stessi cittadini e dalle loro organizzazioni sociali in base al merito personale. Le elezioni sono dirette e segrete, non essendoci neanche bisogno di appartenere al partito per essere proposto ed eletto.
Si deve ricordare che a Cuba abbiamo conosciuto in passato il cosiddetto multipartitismo, sistema col quale soffrimmo fame, miseria, analfabetismo, discriminazione, latrocinio, corruzione, mancanza di vera e propria democrazia, di libertà e sovranità, con i governi e i capitali statunitensi padroni di un Paese condannato per questi interessi ad avere una deformazione strutturale, sottosviluppata dell’economia.
La nostra democrazia è perfettibile, come peraltro possono esserlo tutte, però noi crediamo che la nostra sia sulla strada giusta, a partire dalla nostra storia e dalla nostra realtà, tenendo conto del livello educativo e culturale raggiunto. La popolazione cubana possiede attualmente, come minimo, il nono grado d’istruzione generale – corrispondente alla terza media in Italia – e più di ottocentomila laureati e intellettuali (dei quali i medici sono più di sessantaseimila) su una popolazione di undici milioni di abitanti. All’inizio della rivoluzione, invece, gli analfabeti erano circa il 50% della popolazione, e un 90% non arrivava al sesto grado – quinta elementare –, ed erano soltanto circa trentamila i laureati universitari in una popolazione vicina già a sette milioni di persone.
Cuba è da decenni sottoposta ad un embargo da parte degli Usa. Ci sono o si prevedono cambiamenti a riguardo?
GÓMEZ SANTOS: Credo che questa domanda meriti una risposta non breve, se vogliamo far capire bene l’importanza e la sostanza di questo genocidio – altro non è – contro il nostro Paese.
Per prima cosa, credo sia giusto dire che è più, molto di più di un embargo. Si tratta di un vero e proprio blocco economico, il più lungo nella storia dell’umanità. Con conseguenze che vanno ben al di là dei nostri rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, come sa perfettamente la comunità internazionale che ogni anno, nella sua stragrande maggioranza, vota nelle Nazione Unite contro questa ingiusta e inumana aggressione subìta dal nostro Paese da più di quarant’anni. Soltanto due nazioni votano a favore della continuazione di questa pratica crudele: gli Usa e il suo alleato incondizionato, lo Stato di Israele.
Per esempio, Cuba non ha nessuna, e sottolineo nessuna, possibilità di ottenere prestiti dalle organizzazioni finanziarie internazionali, tutte controllate dal governo statunitense. Il nostro Paese non può neanche utilizzare il dollaro nelle sue transazioni internazionali, perché corre il rischio di essere derubato dalle banche dello Stato che stampa questa moneta. Per non parlare della persecuzione che colpisce quelli che vogliono fare investimenti od ogni altro tipo di commercio con Cuba, come possono testimoniare diverse imprese spagnole o canadesi, per menzionare soltanto due Paesi.
Non c’è nessuna nazione al mondo che per tanto tempo abbia dovuto subire una situazione del genere.
Purtroppo la ripetuta condanna del Papa a questa situazione non è stata ascoltata dagli Stati Uniti – che peraltro neanche ascoltano le parole di pace di Sua Santità – anche se all’interno della società statunitense sono sempre di più quelli che si oppongono a queste misure restrittive, contrarie ai principi custoditi nella Costituzione statunitense, come la libertà di viaggiare, proibita “democraticamente” ai cittadini americani che vogliono recarsi a Cuba.
Sembra che questa crescente presa di posizione contro l’embargo all’interno degli Stati Uniti, anche da parte di importanti esponenti della cultura, della politica e dell’economia, possa contribuire in maniera sostanziale a ridurre, e alla fine eliminare, questa situazione. Anche se è difficile conoscere i tempi di questa possibile evoluzione.
Sono sempre più impetuosi i venti di guerra verso l’Iraq. Qual è l’atteggiamento di Cuba a riguardo?
GÓMEZ SANTOS: Ripeterò qui quello che ho detto il 17 febbraio scorso nel discorso di inaugurazione della mostra pittorica cubana organizzata dalla nostra ambasciata con la collaborazione del Pontificio Consiglio per la cultura e del Circolo San Pietro, in commemorazione del quinto anniversario della visita del Papa a Cuba. Cuba è contro la guerra, che in questo caso ha l’evidente scopo, da parte della strapotenza statunitense, di ridisegnare la regione secondo i suoi interessi politici ed economici, a cominciare dall’appropriazione delle risorse energetiche. Cuba è anche contro il terrorismo, che peraltro il nostro Paese ha dovuto pure subire in tutti questi anni, proveniente precisamente dal territorio degli Stati Uniti, dove questi terroristi continuano ad avere appoggio, protezione ed impunità, anche da parte delle autorità di quel Paese, per quanto paradossale questo possa sembrare a quelli che non conoscono questa verità storica. Voglio ricordare che questo terrorismo ha causato a Cuba la morte di 3.478 e l’invalidità di 2.099 cittadini.


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