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RICORDI
tratto dal n. 03 - 2003

Testori dieci anni dopo

L’astrazione è il nostro nemico


A dieci anni dalla scomparsa di Giovanni Testori. Le sue parole ambivano a farsi cose, suoni da udire ma poi anche da toccare. Anche la categoria della “conversione” gli suonava come un coup de théâtre che poteva impressionare, ma irreale nella sostanza. C’erano immagini più dirette, più semplici, meno equivoche, per esprimere quel che gli era accaduto


di Giuseppe Frangi


Giovanni Testori mostra i suoi disegni deponendoli sul pavimento dello studio

Giovanni Testori mostra i suoi disegni deponendoli sul pavimento dello studio

Considero una fortuna che Giovanni Testori non sapesse guidare. Aveva sì preso la patente da ragazzo, ma alla prima uscita lasciò volante e macchina convinto che non fossero cose per lui e che non era il caso di mettere a repentaglio l’incolumità degli altri. Così Testori, per ogni spostamento aveva bisogno di qualcuno che lo accompagnasse a destra o a manca. Al sottoscritto questa fortuna è accaduta tante volte, per i trasferimenti più di routine – dallo studio di via Brera a casa – o per quelli più speciali.
Alcuni di questi viaggi restano davvero indimenticabili. Come quando, sul finire degli anni Settanta, Testori dovette passare al setaccio le chiese della Val Seriana per realizzare un libro su uno dei pittori da lui più amati: Giovanni Battista Moroni. Ricordo le lotte con parroci e sagrestani per farsi aprire le chiese spesso fuori orario, le mance esagerate per vincere le ultime resistenze, l’arrampicarsi su balaustre per vedere meglio da vicino l’opera che lo interessava. A volte capitava che si arrivasse con la messa in corso. Come quella volta che entrò nella parrocchiale di Albino. C’erano metà delle panche occupate dai fedeli e all’altare un prete alto, con il piglio rude da uomo di montagna. Arrivammo poco prima della breve predica che lasciò Testori folgorato. La sagoma monumentale di quel parroco di montagna faceva sembrare minuto il pulpito-leggìo, da cui tuonava con una voce che non aveva certo bisogno di amplificazione. Brandiva quel pulpito come se dovesse sradicarlo dal pavimento. E il suono delle parole, rigorosamente in dialetto delle valli bergamasche, era ciò che di più omogeneo si potesse immaginare alla fisicità dei gesti che le accompagnavano. Personalmente non capivo una parola di quel che il prete diceva: ma mi impressionò lo sguardo incantato, quasi risucchiato, di Testori davanti a quella presenza. Uno sguardo affascinato e insieme partecipe. Nel senso che lo vedevi “parte”, “figlio” di quella cultura, o meglio di quella gente. Ne avvertiva fisicamente la prossimità, e anche l’autorevolezza sul piano culturale: per lui il possedere una lingua così, capace di esprimere il reale nella sua totalità, il parlarla con la stessa normalità con cui ogni giorno si mangia il pane, era un segno di grandezza. Confessò di essersi sentito per un istante a casa sua, di essere stato quasi tentato di restare.
Se c’era qualcosa che Testori sentiva irriducibilmente nemico a se stesso e a tutti, era l’astrazione. Per cui anche la concretezza aspra e rude di una voce gli sarebbe stata amica e alleata. Come accadde in occasione dell’incontro con il grande attore Franco Parenti, milanese, uomo di sinistra ma poco amato dagli ambienti radical-chic meneghini. Testori ne rimase folgorato vedendolo recitare Ruzante sotto un teatro-tenda. Alla fine, nei camerini, quasi abbracciandolo per la felicità, gli promise che avrebbe inventato una lingua nuova per lui. Sarebbe stata quella dell’Ambleto, primo di una lunga serie di lavori teatrali che fecero del Salone Pier Lombardo, piccolo cinema di periferia, il più anomalo e imprevedibile fenomeno della cultura milanese degli anni Settanta. Quante parole, quanti neologismi dell’Ambleto devono il loro esistere all’impeto linguistico di quel parroco delle montagne bergamasche? Tanti: non perché Testori li avesse registrati né, tantomeno, perché ne avesse fatta una trascrizione letterale. Semplicemente li sentiva naturalmente suoi. Quei suoni ne avevano filiati altri, impregnati del passato ma pronti a sfidare l’inerzia omologata della lingua del presente. Come la “b” infilata a spaccare, quasi a inselvatichire il nome dell’eroe shakespeariano che Testori amava più di ogni altro. Quella “b” potremmo definirla una “b” di inciampo, che portava immediatamente la lingua nei gangli della realtà, la ancorava alle cose, non le permetteva nessuna possibile fuga verso l’astrazione o l’intellettualismo. E apparve strano come quelle parole zavorrate di arcaismi, sapessero superare in slancio e vitalità tutti gli slang della modernità: anche coloro, che in occasione delle tournée fuori Lombardia, perdevano tanti significati che Testori aveva derivato dai dialetti delle sue terre, capivano (in quanto ne erano letteralmente investiti) la forza di una lingua capace di precipitare dentro la realtà. Di esserne un tutt’uno. Le parole di Testori ambivano a farsi cose, suoni da udire ma poi anche da toccare.
Testori  con don Luigi Giussani

Testori con don Luigi Giussani

Un’altra voce roca, e per di più lombarda, lo intercettò alla fine degli anni Settanta. Era quella di don Luigi Giussani. Si potrebbe quasi scommettere che in un primo istante, ancor prima di capire la grazia e la ragionevolezza di quell’incontro, Testori dovette essere stato quasi catturato per un’osmosi sonora. Come se avesse pensato: «Parole così, dette da una voce così, non potevano non essere vere».
Non c’era ombra di intellettualismo dietro il passo che fece, con una contentezza che non gli si era mai vista in faccia, e che lo portava a divertirsi anche dello scandalo suscitato negli ambienti della cultura. E non c’era neppure la teatralità della conversione che in tanti hanno poi o enfatizzato o deriso. Anzi, si irritava con i tanti che gli ponevano quella questione in termini così rituali e astratti: come se si trattasse di un fatto caduto dal cielo, di un’illuminazione misteriosa sul suo cammino di uomo famoso e irregolare. In genere non rispondeva neppure, chiedendo di passare alla domanda successiva. O irrideva l’idea che si potesse nella vita essere davvero atei, non credere in niente, non appartenere a qualche idolo. Qualche altra volta descriveva quel suo momento con parole di una semplicità che lasciava un po’ interdetto l’interlocutore: «Mi sono sentito dipendente da Gesù Cristo, dal suo amore, dalla sua tenerezza». Un’altra volta, con la sua imprevedibilità linguistica, definì l’incontro con don Giussani un istante di sperdutezza; un inizio. E documentò quell’istante, meglio che in ogni altro testo, nel balbettìo commovente e insieme potente di un suo testo di quegli anni, Factum est.
La categoria della “conversione” insomma gli suonava come un’astrazione, un coup de théâtre che poteva impressionare, ma irreale nella sostanza. C’erano immagini più dirette, più semplici, meno equivoche, per esprimere quel che gli era accaduto. «Hanno suonato alla mia porta dopo aver letto un mio articolo sul Corriere», raccontò. E l’insistenza non andava sull’eventuale coincidenza di idee o di posizione. Ma sul gesto, su quell’incontro, su quelle facce. E poi, soprattutto, su quella faccia e su quella voce roca di prete lombardo.
Con la madre al Pian del Tivano a Sormano in una foto degli anni Cinquanta

Con la madre al Pian del Tivano a Sormano in una foto degli anni Cinquanta

Quando, poco prima della sua morte, portarono di nuovo in scena un suo testo giovanile, la Maria Brasca, due ragazzi gli recapitarono in ospedale un biglietto. «Come sapevate volervi bene ai vostri tempi», ci avevano scritto sopra. Lui si commosse. Ma poi disse: «In realtà ho visto che si può voler così bene anche oggi».
Conversione è come una miscela chimica che da due elementi ne genera un terzo. Per lui non andò così. Rimase se stesso, seppur più calmo e più pacificato. In una lunga lettera aperta pubblicata sul Sabato, raccontò dolorosamente la propria condizione inquieta, condensandola in una parola: solitudine. Non c’è nulla di scontatato, di garantito, scriveva. E qualsiasi surrogato ci venga proposto per consolarci della nostra condizione reale, ci allontana dall’unico rapporto che può salvarci. Anzi, la solitudine, come riconoscimento di infinita fragilità, diventa domanda perché un Altro si faccia presente all’orizzonte della nostra vita. «Non è che, da dove la nostra solitudine è venuta, ci venga anche, per immensa carità, il filo di tale relazione e, a noi, spetti solo l’umile, drammatica pazienza di riconoscerlo, afferrarlo ovvero di lasciarci da lui afferrare e annodare?». Ma, scrive Testori, oggi i cattolici fanno esattamente il contrario. Sull’onda di “un’idiota allegria”, di un’euforia culturale, censurano la condizione reale di ogni uomo. E con questo allontanano la possibilità che il miracolo avvenga.
Testori si sentì accolto, ma non pacificato. La sua rivolta contro tutte le forme di astrazione che a suo dire stavano portando l’uomo ad una forma di omologazione senza ritorno, continuò come prima, più forte di prima. La cosa riguardava, con toni a volte brutali, scandalosi, anche i cattolici. Nelle forme, nelle immagini, nei pensieri scorgeva una continua riduzione di Cristo a simbolo. Per questo diceva di amare tanto un pittore violento e dissacrante come Francis Bacon: perché lui quella riduzione la rifiutava, prendendo piuttosto su di sé il peso della bestemmia. Una volta, provocatoriamente, lanciò quest’idea: «Ve le immaginate quelle crocifissioni di Bacon vicino a tutte le immagini che proliferano sui nostri altari? Quelle non sono neanche ideogrammi, frutto di un’inerzia ripetitiva che ha svuotato le immagini dal realismo dell’incarnazione. Bacon su un altare sarebbe certamante uno scandalo esagerato, ma rinnoverebbe forse il senso della concretezza e della realtà della presenza di Gesù Cristo. Sarebbe uno scandalo, ma io prego che la Chiesa non venga mai privata di certi eccessi».
Astrazione per lui era anche la riduzione di Cristo a schema mentale, a idea teologica, a un a priori che lo staccava dalla vita e dalla realtà. Lo diceva anche di se stesso, guardandosi indietro, giudicando ideologiche certe cose scritte in un clima di troppa euforia religiosa. Dal suo letto di ospedale diceva e scriveva che per parlare di Cristo ci voleva molta più semplicità. E che quella semplicità la trovava solo nella lingua dei paesini in cui sua mamma era nata. Per questo aveva scritto una nuova trilogia; e l’ultimo atto di quella trilogia l’aveva intititolata Mater Strangosciàs, come stava inciso su una cappella della sua amata Varallo. Tradotto sarebbe Madre Strangosciata: «Quando penso alla morte, ora mi accorgo di non parlare più alla morte ma alla Madonna stessa. Ho scritto questa trilogia in tre mesi. Sono contento. Ma non è ancora tutto quello che ho vissuto. Mi preme dentro alla memoria di quando ero bambino la prima esperienza di Cristo. Non so quando saprò rendere questa forza di Cristo che è entrata in quei paesini». Probabilmente tutto Testori sta dentro questo desiderio, diventato umile consapevolezza nella fragilità fisica di quei suoi ultimi giorni.


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