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ARCHEOLOGIA CRISTIANA
tratto dal n. 03 - 2003

Testimonianze dell’alto Medioevo


Nella basilica di Santa Susanna a Roma è conservato un rarissimo affresco dei primi secoli del Medioevo, ritrovato dieci anni fa in un sarcofago. Un ritrovamento inusuale su cui oggi si torna a studiare


di Lorenzo Bianchi


La basilica di Santa Susanna a Roma, edificata sul luogo di un antico titulus paleocristiano;l’aspetto attuale risale alla fine del XVI secolo.

La basilica di Santa Susanna a Roma, edificata sul luogo di un antico titulus paleocristiano;l’aspetto attuale risale alla fine del XVI secolo.

«Ecce Agnus Dei, ecce qui tolis peccata mundi»: con questa frase san Giovanni Battista, da sinistra, indica l’Agnello apocalittico posto sopra il rotolo coi sette sigilli che si trova al centro dell’affresco a forma di arco cuspidato, custodito nella sacrestia della basilica di Santa Susanna a Roma. Da destra, secondo lo schema iconografico consueto, san Giovanni Evangelista fa il gesto della parola, accompagnato dal versetto «In principio erat Berbum et Berbum erat aput Deum et Deus», il primo del suo Vangelo, scritto con una grafia che rimanda ai primi secoli del Medioevo. Nulla all’apparenza, nell’aspetto della basilica attuale, richiama un’epoca così lontana; l’edificio che ora vediamo risale infatti alla fine del XVI secolo, ristrutturato dal cardinale Girolamo Rusticucci in occasione del Giubileo del 1600 (l’interno è del 1595, la facciata su via XX Settembre, su disegno di Carlo Maderno, del 1603). E quasi nessuno sa che qui, ricollocato vicino al posto in cui fu scoperto, si può vedere uno dei rari dipinti affrescati della Roma altomedioevale, di cui rimangono l’immagine ora descritta e altri frammenti, raffiguranti la Madonna con il Bambino tra due sante (Agata e forse Susanna), e altri volti di cinque santi. Quasi nessuno, all’infuori di pochi studiosi, perché dopo l’inaspettato ritrovamento, avvenuto ormai più di dieci anni fa nel corso degli scavi archeologici condotti dal 1990 al 1992 sotto la direzione scientifica di Margherita Cecchelli, e dopo il restauro di parte dei dipinti, solo ora finalmente si sta cominciando a riordinare sistematicamente la documentazione emersa dagli scavi, e a prepararne la integrale pubblicazione. Scavi archeologici che erano finalizzati ad indagare la storia di questo luogo, anch’essa ben poco nota, e che ci riporta ai primissimi secoli del cristianesimo. Qui infatti, ancora all’interno delle prime mura della città, si trovava secondo antiche fonti, uno dei più antichi tituli (parrocchie) di Roma, risalente forse al IV, o fors’anche alla fine del III secolo; dopo di esso, almeno due sono le principali antiche fasi costruttive antecedenti ai rifacimenti per il Giubileo del 1600: quella del papa san Leone III (795-816), che ricostruì la basilica con tre navate, e quella precedente, a cui appartiene l’affresco, variamente datato dagli studiosi: alla fine dell’VIII secolo, sotto il pontificato di Adriano I (772-795), oppure alla fine del VII secolo, sotto il pontificato di san Sergio I (687-701).
Ma la straordinaria importanza dell’affresco, che ancora attende di essere studiato in relazione al suo particolarissimo contesto, è sottolineata soprattutto dalla singolare collocazione che aveva al momento del rinvenimento. Lo si trovò infatti accuratamente deposto, in grandi frammenti, dentro un sarcofago che già conteneva uno scheletro (risalente ad un periodo tra il VI e il VII secolo) e, vista la sua posizione rispetto alle sepolture circostanti, mostrava di appartenere ad un personaggio di un certo rilievo. Il motivo di questa inusuale deposizione dei dipinti tuttora ci sfugge, ma è evidente che va ben oltre quello della sua semplice conservazione: quelle immagini dovettero avere un significato particolare, se vennero conservate alla stregua di reliquie, forse legate a qualche episodio particolare delle vicende iconoclaste e della difesa della tradizione e della libertà della Chiesa di Roma.
Ci sfuggono però, al momento attuale, troppi dati che sarebbero importanti per la comprensione: dall’esatto luogo di provenienza d’origine dell’affresco, che comunque non doveva essere molto distante, alle sue effettive dimensioni e quindi alla struttura che esso decorava, anche se la forma e la superficie liscia del retro dell’intonaco ne indicano la probabile pertinenza alla decorazione di un ciborio. Ci sfugge ancora, infine, se vi fosse un preciso rapporto con l’ignoto personaggio sepolto, o se l’accostamento sia stato del tutto casuale.
La basilica di Santa Susanna è ora la chiesa nazionale degli Stati Uniti d’America a Roma, officiata dai padri della Congregazione missionaria di San Paolo, qui ospitati fin dal 1922. Essa appartiene però dal 1587 (con l’intervallo che va dall’espropriazione seguita alla fine del potere temporale del papato fino alla successiva restituzione da parte dello Stato italiano) alle monache cistercensi che risiedono nel monastero di clausura accanto ad essa. Dalla loro sacrestia, dove è conservata parte degli affreschi, è visibile anche, attraverso un pavimento realizzato con lastre di cristallo, l’area degli scavi, che si estende fin sotto l’adiacente sacrestia dei padri americani e continua al di sotto della basilica. Alla badessa del monastero, madre Roberta, e al cappellano padre Domenico Pacchierini, si deve la particolare sollecitudine con cui hanno agevolato le indagini archeologiche, alle quali fin dall’inizio ha partecipato Alessandra Milella, assistente presso la cattedra di Archeologia cristiana dell’Università di Roma La Sapienza, che qui di seguito ne illustra e ne discute i primi più significativi risultati.


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