Testimonianze dell’alto Medioevo
Nella basilica di Santa Susanna a Roma è conservato un rarissimo affresco dei primi secoli del Medioevo, ritrovato dieci anni fa in un sarcofago. Un ritrovamento inusuale su cui oggi si torna a studiare
di Lorenzo Bianchi

La basilica di Santa Susanna a Roma, edificata sul luogo di un antico titulus paleocristiano;l’aspetto attuale risale alla fine del XVI secolo.
Ma la straordinaria importanza dell’affresco, che ancora attende di essere studiato in relazione al suo particolarissimo contesto, è sottolineata soprattutto dalla singolare collocazione che aveva al momento del rinvenimento. Lo si trovò infatti accuratamente deposto, in grandi frammenti, dentro un sarcofago che già conteneva uno scheletro (risalente ad un periodo tra il VI e il VII secolo) e, vista la sua posizione rispetto alle sepolture circostanti, mostrava di appartenere ad un personaggio di un certo rilievo. Il motivo di questa inusuale deposizione dei dipinti tuttora ci sfugge, ma è evidente che va ben oltre quello della sua semplice conservazione: quelle immagini dovettero avere un significato particolare, se vennero conservate alla stregua di reliquie, forse legate a qualche episodio particolare delle vicende iconoclaste e della difesa della tradizione e della libertà della Chiesa di Roma.
Ci sfuggono però, al momento attuale, troppi dati che sarebbero importanti per la comprensione: dall’esatto luogo di provenienza d’origine dell’affresco, che comunque non doveva essere molto distante, alle sue effettive dimensioni e quindi alla struttura che esso decorava, anche se la forma e la superficie liscia del retro dell’intonaco ne indicano la probabile pertinenza alla decorazione di un ciborio. Ci sfugge ancora, infine, se vi fosse un preciso rapporto con l’ignoto personaggio sepolto, o se l’accostamento sia stato del tutto casuale.
La basilica di Santa Susanna è ora la chiesa nazionale degli Stati Uniti d’America a Roma, officiata dai padri della Congregazione missionaria di San Paolo, qui ospitati fin dal 1922. Essa appartiene però dal 1587 (con l’intervallo che va dall’espropriazione seguita alla fine del potere temporale del papato fino alla successiva restituzione da parte dello Stato italiano) alle monache cistercensi che risiedono nel monastero di clausura accanto ad essa. Dalla loro sacrestia, dove è conservata parte degli affreschi, è visibile anche, attraverso un pavimento realizzato con lastre di cristallo, l’area degli scavi, che si estende fin sotto l’adiacente sacrestia dei padri americani e continua al di sotto della basilica. Alla badessa del monastero, madre Roberta, e al cappellano padre Domenico Pacchierini, si deve la particolare sollecitudine con cui hanno agevolato le indagini archeologiche, alle quali fin dall’inizio ha partecipato Alessandra Milella, assistente presso la cattedra di Archeologia cristiana dell’Università di Roma La Sapienza, che qui di seguito ne illustra e ne discute i primi più significativi risultati.