DIPLOMAZIA. Intervista con il ministro degli Esteri Ignacio Walker
Crescere con equità
«Non siamo populisti né neoliberisti». Il ministro degli Esteri cileno parla della politica realista del suo Paese e di un risveglio positivo dell’America Latina. Inoltre spiega come si può dire no agli Usa sull’Iraq senza essere considerati dei nemici. E racconta del suo primo viaggio a Roma dal Papa
di Roberto Rotondo
Per Ignacio Walker, neoministro
degli Esteri cileno, l’antico adagio “tutte le strade portano a Roma” non è mai
stato così attuale. Infatti Walker, quarantotto anni, avvocato, docente di
Filosofia della politica, a fine settembre aveva lasciato il Parlamento cileno
perché era stato nominato ambasciatore presso lo Stato italiano. Ma non ha
fatto a tempo a presentarsi al Quirinale con le sue lettere credenziali, che,
il 1° ottobre, ha dovuto fare marcia indietro in quanto era stato nominato
ministro degli Esteri in sostituzione di Solead Alvear, che ha annunciato la
sua candidatura per le prossime elezioni presidenziali del 2005. Comunque sia,
una settimana dopo, il neoministro Walker era di nuovo nella Città eterna per
adempiere al suo primo viaggio ufficiale, che prevedeva diversi incontri al di
qua e al di là del Tevere: alla Farnesina con il ministro Frattini e il vice
Baccini; a Montecitorio con il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini;
in Vaticano, il 6 e il 7 ottobre, dove, prima di essere ricevuto in udienza
privata da Giovanni Paolo II, ha inaugurato insieme al Pontefice e al cardinale
Angelo Sodano, segretario di Stato ed ex nunzio apostolico in Cile, una grande
statua di santa Teresa delle Ande, che è stata posta in una delle nicchie
esterne della facciata posteriore della Basilica di San Pietro. La santa, una
carmelitana scalza nata a Santiago e morta di tifo a vent’anni in convento nel
1920, fu canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1993 e gode di una particolare
venerazione in Cile. «In un momento di così tanta violenza e tanta morte,
spicca la figura di questa santa: una giovane con le stesse speranze, le stesse
paure e gli stessi sogni di tutti i giovani» ha detto dopo l’inaugurazione il
cardinale di Santiago Errázuriz Ossa, sottolineando che Teresa delle Ande è la
prima santa latinoamericana a cui viene dedicata una statua nella Basilica di
San Pietro.

Eccellenza, ha cambiato incarico, ma Roma è rimasta al primo posto della sua agenda...
IGNACIO WALKER: È vero e, sia come cattolico che come ministro degli Esteri del mio governo, sono stato felice che la mia prima visita ufficiale sia stata a Roma. Come democratico cristiano hanno avuto anche un valore simbolico personale l’inaugurazione della statua di santa Teresa e l’incontro con il Santo Padre: sono stati momenti indimenticabili, che mi hanno fatto percepire l’affetto e l’attenzione che Giovanni Paolo II ha da sempre per il Cile. Ricordo anche che il 29 ottobre di quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della firma del trattato di pace tra Cile e Argentina, in cui Giovanni Paolo II ebbe un ruolo decisivo. Ma la cosa più importante per il mio governo, che è formato da un’alleanza ampia tra forze di ispirazione culturale e politica molto diversa, è che torno da questo mio viaggio con la conferma dell’ottimo stato dei rapporti tra Cile e Santa Sede.
Parliamo del Cile, un piccolo Paese se rapportato ai due giganti Brasile e Argentina, ma con una situazione economica, sociale e finanziaria per certi aspetti migliore. I benevoli vi definiscono la “Svizzera dell’America del Sud”, i critici i “kamikaze del neoliberismo”. In particolare questi ultimi dicono che il nuovo trattato di libero commercio con gli Usa è un segnale di sudditanza alle politiche neoliberiste statunitensi e che può mettere in crisi i rapporti economici con gli altri Paesi latinoamericani che aderiscono al Mercosur. Lei cosa risponde?
WALKER: L’accordo di libero commercio con gli Stati Uniti, così come quello che abbiamo sottoscritto con l’Unione europea (anche se quest’ultimo è più un trattato di partnership, di cooperazione), quello che abbiamo sottoscritto con la Corea del Sud, quelli che andremo a sottoscrivere con la Nuova Zelanda, con Singapore e forse con India e Cina, fanno parte della strategia di apertura verso l’esterno della piccola economia cilena, un Paese di quindici milioni di abitanti che ha tutto da guadagnare dall’integrazione economica del mondo.
Ma tutto questo non significa essere schiavi del modello economico neoliberista. Anche in Asia ci sono state grandi aperture verso l’esterno, pensate a Cina e Viet Nam, ma questo non significa che siano dei neoliberisti. Aprire l’economia, controllare l’inflazione, ridurre il debito pubblico, come sta facendo il Cile, non significa essere neoliberisti, significa essere persone serie, significa avere un governo realista. Se lasciamo questa strada possiamo solo scegliere tra il tornare al liberismo esasperato che abbiamo conosciuto sotto Pinochet – con i cosiddetti Chicago boys che perseguivano una crescita economica e finanziaria senza regole e umanità – e il cadere nella trappola del neopopulismo, un’esperienza che nel nostro continente è stata vissuta più volte e sempre senza successo. Noi siamo su un cammino diverso, in cui vogliamo conciliare crescita economica ed equità sociale. Il risultato di tutto questo, dopo quattordici anni di “Governo della concertazione”, è che abbiamo raddoppiato il prodotto economico e abbiamo dimezzato il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà, dal 40% al 20%. La nostra strategia ha rotto con lo schema liberista senza alzare barriere pregiudiziali verso i grandi processi di mondializzazione comuni a tutti i Paesi del mondo.

Ci sono zone del continente
latinoamericano che possono precipitare nel baratro di una crisi finanziaria
come quella argentina di tre anni fa o come quella messicana? Le speculazioni
del neoliberismo esasperato degli anni Novanta possono ancora colpire?
WALKER: Non è un problema di neoliberismo, non è il problema del consenso di Washington e non è un problema di dettami della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale. Il problema che abbiamo vissuto in America Latina è stato quello della volatilità dei mercati finanziari, che hanno provocato un duro conflitto e crisi tremende. È il caso del Messico, dell’Argentina e anche del Brasile, dove il presidente Cardoso ha dovuto fronteggiare in otto anni quattro crisi finanziarie. Oggi tutti si chiedono come rendere più governabile la globalizzazione, ma bisogna partire dal fatto che globalizzazione non è sinonimo di neoliberismo, sono due cose diverse. La globalizzazione è un fenomeno molto complesso che richiede delle istituzioni politiche adeguate. Il tallone di Achille della globalizzazione è la debolezza delle sue istituzioni e noi dobbiamo essere capaci di rafforzarle senza rifugiarci negli slogan dei noglobal. Ma tornando alla sua domanda, l’economia argentina sta crescendo oggi al ritmo dell’8% annuo, anche se deve recuperare la caduta degli anni bui in cui aveva perso il 15% annuo. Inoltre il Paese si sta stabilizzando politicamente. Il Messico ha avuto una decisa transizione verso la democrazia con il passaggio dal presidente Ernesto Zedillo al presidente Vicente Fox, dopo settant’anni di predominio incontrastato del Pri [Partito rivoluzionario istituzionale, ndr]. Ci sono quindi segnali confortanti nel continente. Altro esempio è il Brasile, che ha per la prima volta un sistema di partiti molto solido. Insomma, nonostante i problemi enormi per inserirci nell’economia internazionale, c’è margine di movimento per la politica e non è vero che siamo condannati a seguire uno schema rigido imposto da fuori.
L’America Latina sembra andare politicamente verso sinistra. C’è un socialdemocratico al governo in Cile, un socialista in Argentina, un sindacalista in Brasile, una sinistra populista in Venezuela, per non parlare di Cuba. Cosa ne pensa?
WALKER: Credo che sia un processo molto più complesso. Non è necessariamente un cambiamento verso sinistra, e innanzitutto non si tratta della sinistra che conoscevamo prima, quella influenzata dalla rivoluzione cubana. C’è stato un processo di rinnovamento nel socialismo, nella sinistra dell’America Latina, molto interessante. Noi, come democratici cristiani, siamo alleati con i socialisti e con i socialisti democratici, e abbiamo dato vita a un’ampia coalizione che possiamo definire come centrosinistra, a una concertazione di forze riconciliate dopo essere state praticamente nemiche. Questo si è reso possibile grazie anche a un certo cambiamento della sinistra.
Ritengo quindi che i vecchi schemi di sinistra e destra, di capitalismo e socialismo, non siano più adeguati per spiegare una realtà così complessa come quella dell’America Latina, che è molto eterogenea. Inoltre, il tema dello spostamento a sinistra del continente è pieno di luoghi comuni. Ad esempio, il Brasile da dieci anni sta seguendo un modello interessante, ma che non definirei propriamente di sinistra. Prima Cardoso e oggi Lula hanno dato vita a un governo pluralista, con un sistema di partiti che tiene conto di tante esperienze e culture diverse. Lei dice che quello di Lula è un governo di sinistra, ma i primi a dire che non lo è, e a lamentarsene con Lula, sono proprio i militanti più radicali del Partito dei lavoratori.
Il trattato di libero scambio con gli Usa non ha impedito al Cile alcuni mesi fa di schierarsi all’Onu contro la guerra in Iraq. I rapporti con gli Usa si sono raffreddati dopo quel no?
WALKER: Il nostro voto sulla guerra in Iraq è stato motivato da una questione di principio. Il presidente Lagos, parlando al presidente Bush, ha detto che il Cile non era disponibile a un intervento che non fosse multilaterale e legittimato dalle Nazioni Unite, come era stato quello per la liberazione del Kuwait qualche anno prima. L’obiezione era sul concetto di guerra preventiva e di azione unilaterale, e abbiamo assunto questa posizione proprio mentre stavamo negoziando il trattato di libero commercio. Quindi i principi sono prevalsi sugli interessi, ma nella convinzione che alla fine quel trattato economico sarebbe stato comunque firmato. Oggi quel trattato è in vigore. E nonostante il disaccordo su una questione certo non di poco conto, il livello dei rapporti con gli Stati Uniti è oggi buono.

Il Cile è invece presente in
Bosnia e ad Haiti a fianco delle forze militari di alcuni Paesi dell’Unione
europea. Qual è il significato di questa presenza nelle missioni di pace e di
sicurezza internazionale?
WALKER: È un segnale del fatto che il Cile prende molto seriamente le operazioni di pace quando sono in un quadro di multilateralismo. Oggi siamo presenti ad Haiti con un contingente di quattrocento militari e stiamo elaborando una strategia per contribuire allo sviluppo di quel martoriato Paese. Abbiamo intrapreso anche missioni e operazioni di pace in altri Paesi del mondo, ad esempio a Cipro o in Pakistan. In breve, noi crediamo nella politica di sicurezza e nelle operazioni di pace quando sono pensate all’interno delle Nazioni Unite.
Quali sono le prospettive politiche ed economiche aperte dall’Accordo di associazione con l’Unione europea? Come vedete l’Ue di là dall’oceano Atlantico? È davvero, come si dice, un gigante economico e un nano politico?
WALKER: Per noi l’accordo con l’Unione europea, che è un trattato di associazione politica, di libero commercio e di cooperazione, ha un significato strategico fondamentale. Per noi l’Ue non è un nano politico. Anzi, credo che l’Unione europea sia una potenza economica e politica al tempo stesso. In quest’epoca sembra che esista solo il peso militare ed economico degli Usa, che vengono considerati l’unica superpotenza. Ma non è così. L’Unione europea si sta consolidando e il fatto di essersi allargata da quindici a venticinque Paesi dimostra una volontà di sviluppo; così come il fatto che si doti di una Costituzione non è solo un problema culturale, ma dimostra che l’Europa si sta rafforzando e può influire sui problemi politici ed economici del mondo. Anche l’orizzonte dei problemi si allarga per i politici europei e alcuni vecchi schemi non reggono più. Non a caso c’è un grande dibattito sul Consiglio di sicurezza dell’Onu e su come eliminare il diritto di veto che è un retaggio della guerra fredda. Gran parte del mio incontro con il ministro Frattini è stato dedicato proprio a questo tema.
Ultima domanda. A Santiago, in maggio, ci sarà una riunione a livello ministeriale dei Paesi che aderiscono al “Gruppo per lo sviluppo della democrazia, dei diritti umani e delle comunità di democrazie”. Viviamo in un mondo dove democrazia e diritti umani sono concetti spesso calpestati o strumentalizzati per altri fini. Quale contributo alla pace e alla comprensione può dare l’appuntamento di Santiago?
WALKER: Il sistema politico democratico deve la sua legittimità alla capacità di garantire e rispettare i diritti umani nel migliore dei modi. Questa è stata la lezione del Cile. Abbiamo rivalutato la democrazia per quello che abbiamo vissuto in materia di diritti umani. Quando parliamo di diritti umani, è in gioco il fondamento etico della democrazia. La riunione di Varsavia del 2000, il piano di azione di Seul del 2002 e, ora, la prossima riunione delle comunità delle democrazie a Santiago nel maggio del 2005, rappresentano un tentativo, tra gli altri, non solo di impegnarci per la democrazia, ma di cercare di ampliarne gli orizzonti. Quando vediamo, ad esempio, che l’India, la democrazia più grande del mondo, ha appena concluso un impegnativo processo elettorale; che l’Indonesia, che ha subito per trentacinque anni una dittatura durissima, ha avuto un processo democratico considerevole in rapporto a quella che è la realtà del Paese; quando assistiamo all’elezione del presidente Lula in Brasile, due anni fa, con il 62% dei voti, notiamo segnali confortanti. Con questa iniziativa delle comunità delle democrazie noi vogliamo contribuire a far sì che la democrazia non sia soltanto un regime politico che si manifesta al momento del voto o nelle istituzioni elette, ma che si incarni nella società civile, che valorizzi ogni forma di associazione, che permetta a tutti, uomini e donne, una partecipazione reale alla vita del proprio Paese.

Ignacio Walker riceve l’incarico di ministro degli Esteri dal presidente socialista Ricardo Lagos il 1° ottobre
Eccellenza, ha cambiato incarico, ma Roma è rimasta al primo posto della sua agenda...
IGNACIO WALKER: È vero e, sia come cattolico che come ministro degli Esteri del mio governo, sono stato felice che la mia prima visita ufficiale sia stata a Roma. Come democratico cristiano hanno avuto anche un valore simbolico personale l’inaugurazione della statua di santa Teresa e l’incontro con il Santo Padre: sono stati momenti indimenticabili, che mi hanno fatto percepire l’affetto e l’attenzione che Giovanni Paolo II ha da sempre per il Cile. Ricordo anche che il 29 ottobre di quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della firma del trattato di pace tra Cile e Argentina, in cui Giovanni Paolo II ebbe un ruolo decisivo. Ma la cosa più importante per il mio governo, che è formato da un’alleanza ampia tra forze di ispirazione culturale e politica molto diversa, è che torno da questo mio viaggio con la conferma dell’ottimo stato dei rapporti tra Cile e Santa Sede.
Parliamo del Cile, un piccolo Paese se rapportato ai due giganti Brasile e Argentina, ma con una situazione economica, sociale e finanziaria per certi aspetti migliore. I benevoli vi definiscono la “Svizzera dell’America del Sud”, i critici i “kamikaze del neoliberismo”. In particolare questi ultimi dicono che il nuovo trattato di libero commercio con gli Usa è un segnale di sudditanza alle politiche neoliberiste statunitensi e che può mettere in crisi i rapporti economici con gli altri Paesi latinoamericani che aderiscono al Mercosur. Lei cosa risponde?
WALKER: L’accordo di libero commercio con gli Stati Uniti, così come quello che abbiamo sottoscritto con l’Unione europea (anche se quest’ultimo è più un trattato di partnership, di cooperazione), quello che abbiamo sottoscritto con la Corea del Sud, quelli che andremo a sottoscrivere con la Nuova Zelanda, con Singapore e forse con India e Cina, fanno parte della strategia di apertura verso l’esterno della piccola economia cilena, un Paese di quindici milioni di abitanti che ha tutto da guadagnare dall’integrazione economica del mondo.
Ma tutto questo non significa essere schiavi del modello economico neoliberista. Anche in Asia ci sono state grandi aperture verso l’esterno, pensate a Cina e Viet Nam, ma questo non significa che siano dei neoliberisti. Aprire l’economia, controllare l’inflazione, ridurre il debito pubblico, come sta facendo il Cile, non significa essere neoliberisti, significa essere persone serie, significa avere un governo realista. Se lasciamo questa strada possiamo solo scegliere tra il tornare al liberismo esasperato che abbiamo conosciuto sotto Pinochet – con i cosiddetti Chicago boys che perseguivano una crescita economica e finanziaria senza regole e umanità – e il cadere nella trappola del neopopulismo, un’esperienza che nel nostro continente è stata vissuta più volte e sempre senza successo. Noi siamo su un cammino diverso, in cui vogliamo conciliare crescita economica ed equità sociale. Il risultato di tutto questo, dopo quattordici anni di “Governo della concertazione”, è che abbiamo raddoppiato il prodotto economico e abbiamo dimezzato il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà, dal 40% al 20%. La nostra strategia ha rotto con lo schema liberista senza alzare barriere pregiudiziali verso i grandi processi di mondializzazione comuni a tutti i Paesi del mondo.

Il neoministro degli Esteri Walker con Giovanni Paolo II il 7 ottobre in Vaticano
WALKER: Non è un problema di neoliberismo, non è il problema del consenso di Washington e non è un problema di dettami della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale. Il problema che abbiamo vissuto in America Latina è stato quello della volatilità dei mercati finanziari, che hanno provocato un duro conflitto e crisi tremende. È il caso del Messico, dell’Argentina e anche del Brasile, dove il presidente Cardoso ha dovuto fronteggiare in otto anni quattro crisi finanziarie. Oggi tutti si chiedono come rendere più governabile la globalizzazione, ma bisogna partire dal fatto che globalizzazione non è sinonimo di neoliberismo, sono due cose diverse. La globalizzazione è un fenomeno molto complesso che richiede delle istituzioni politiche adeguate. Il tallone di Achille della globalizzazione è la debolezza delle sue istituzioni e noi dobbiamo essere capaci di rafforzarle senza rifugiarci negli slogan dei noglobal. Ma tornando alla sua domanda, l’economia argentina sta crescendo oggi al ritmo dell’8% annuo, anche se deve recuperare la caduta degli anni bui in cui aveva perso il 15% annuo. Inoltre il Paese si sta stabilizzando politicamente. Il Messico ha avuto una decisa transizione verso la democrazia con il passaggio dal presidente Ernesto Zedillo al presidente Vicente Fox, dopo settant’anni di predominio incontrastato del Pri [Partito rivoluzionario istituzionale, ndr]. Ci sono quindi segnali confortanti nel continente. Altro esempio è il Brasile, che ha per la prima volta un sistema di partiti molto solido. Insomma, nonostante i problemi enormi per inserirci nell’economia internazionale, c’è margine di movimento per la politica e non è vero che siamo condannati a seguire uno schema rigido imposto da fuori.
L’America Latina sembra andare politicamente verso sinistra. C’è un socialdemocratico al governo in Cile, un socialista in Argentina, un sindacalista in Brasile, una sinistra populista in Venezuela, per non parlare di Cuba. Cosa ne pensa?
WALKER: Credo che sia un processo molto più complesso. Non è necessariamente un cambiamento verso sinistra, e innanzitutto non si tratta della sinistra che conoscevamo prima, quella influenzata dalla rivoluzione cubana. C’è stato un processo di rinnovamento nel socialismo, nella sinistra dell’America Latina, molto interessante. Noi, come democratici cristiani, siamo alleati con i socialisti e con i socialisti democratici, e abbiamo dato vita a un’ampia coalizione che possiamo definire come centrosinistra, a una concertazione di forze riconciliate dopo essere state praticamente nemiche. Questo si è reso possibile grazie anche a un certo cambiamento della sinistra.
Ritengo quindi che i vecchi schemi di sinistra e destra, di capitalismo e socialismo, non siano più adeguati per spiegare una realtà così complessa come quella dell’America Latina, che è molto eterogenea. Inoltre, il tema dello spostamento a sinistra del continente è pieno di luoghi comuni. Ad esempio, il Brasile da dieci anni sta seguendo un modello interessante, ma che non definirei propriamente di sinistra. Prima Cardoso e oggi Lula hanno dato vita a un governo pluralista, con un sistema di partiti che tiene conto di tante esperienze e culture diverse. Lei dice che quello di Lula è un governo di sinistra, ma i primi a dire che non lo è, e a lamentarsene con Lula, sono proprio i militanti più radicali del Partito dei lavoratori.
Il trattato di libero scambio con gli Usa non ha impedito al Cile alcuni mesi fa di schierarsi all’Onu contro la guerra in Iraq. I rapporti con gli Usa si sono raffreddati dopo quel no?
WALKER: Il nostro voto sulla guerra in Iraq è stato motivato da una questione di principio. Il presidente Lagos, parlando al presidente Bush, ha detto che il Cile non era disponibile a un intervento che non fosse multilaterale e legittimato dalle Nazioni Unite, come era stato quello per la liberazione del Kuwait qualche anno prima. L’obiezione era sul concetto di guerra preventiva e di azione unilaterale, e abbiamo assunto questa posizione proprio mentre stavamo negoziando il trattato di libero commercio. Quindi i principi sono prevalsi sugli interessi, ma nella convinzione che alla fine quel trattato economico sarebbe stato comunque firmato. Oggi quel trattato è in vigore. E nonostante il disaccordo su una questione certo non di poco conto, il livello dei rapporti con gli Stati Uniti è oggi buono.

Da sinistra, il presidente cileno Ricardo Lagos, il presidente brasiliano Inácio Lula da Silva e quello argentino Nestor Kirchner
WALKER: È un segnale del fatto che il Cile prende molto seriamente le operazioni di pace quando sono in un quadro di multilateralismo. Oggi siamo presenti ad Haiti con un contingente di quattrocento militari e stiamo elaborando una strategia per contribuire allo sviluppo di quel martoriato Paese. Abbiamo intrapreso anche missioni e operazioni di pace in altri Paesi del mondo, ad esempio a Cipro o in Pakistan. In breve, noi crediamo nella politica di sicurezza e nelle operazioni di pace quando sono pensate all’interno delle Nazioni Unite.
Quali sono le prospettive politiche ed economiche aperte dall’Accordo di associazione con l’Unione europea? Come vedete l’Ue di là dall’oceano Atlantico? È davvero, come si dice, un gigante economico e un nano politico?
WALKER: Per noi l’accordo con l’Unione europea, che è un trattato di associazione politica, di libero commercio e di cooperazione, ha un significato strategico fondamentale. Per noi l’Ue non è un nano politico. Anzi, credo che l’Unione europea sia una potenza economica e politica al tempo stesso. In quest’epoca sembra che esista solo il peso militare ed economico degli Usa, che vengono considerati l’unica superpotenza. Ma non è così. L’Unione europea si sta consolidando e il fatto di essersi allargata da quindici a venticinque Paesi dimostra una volontà di sviluppo; così come il fatto che si doti di una Costituzione non è solo un problema culturale, ma dimostra che l’Europa si sta rafforzando e può influire sui problemi politici ed economici del mondo. Anche l’orizzonte dei problemi si allarga per i politici europei e alcuni vecchi schemi non reggono più. Non a caso c’è un grande dibattito sul Consiglio di sicurezza dell’Onu e su come eliminare il diritto di veto che è un retaggio della guerra fredda. Gran parte del mio incontro con il ministro Frattini è stato dedicato proprio a questo tema.
Ultima domanda. A Santiago, in maggio, ci sarà una riunione a livello ministeriale dei Paesi che aderiscono al “Gruppo per lo sviluppo della democrazia, dei diritti umani e delle comunità di democrazie”. Viviamo in un mondo dove democrazia e diritti umani sono concetti spesso calpestati o strumentalizzati per altri fini. Quale contributo alla pace e alla comprensione può dare l’appuntamento di Santiago?
WALKER: Il sistema politico democratico deve la sua legittimità alla capacità di garantire e rispettare i diritti umani nel migliore dei modi. Questa è stata la lezione del Cile. Abbiamo rivalutato la democrazia per quello che abbiamo vissuto in materia di diritti umani. Quando parliamo di diritti umani, è in gioco il fondamento etico della democrazia. La riunione di Varsavia del 2000, il piano di azione di Seul del 2002 e, ora, la prossima riunione delle comunità delle democrazie a Santiago nel maggio del 2005, rappresentano un tentativo, tra gli altri, non solo di impegnarci per la democrazia, ma di cercare di ampliarne gli orizzonti. Quando vediamo, ad esempio, che l’India, la democrazia più grande del mondo, ha appena concluso un impegnativo processo elettorale; che l’Indonesia, che ha subito per trentacinque anni una dittatura durissima, ha avuto un processo democratico considerevole in rapporto a quella che è la realtà del Paese; quando assistiamo all’elezione del presidente Lula in Brasile, due anni fa, con il 62% dei voti, notiamo segnali confortanti. Con questa iniziativa delle comunità delle democrazie noi vogliamo contribuire a far sì che la democrazia non sia soltanto un regime politico che si manifesta al momento del voto o nelle istituzioni elette, ma che si incarni nella società civile, che valorizzi ogni forma di associazione, che permetta a tutti, uomini e donne, una partecipazione reale alla vita del proprio Paese.