Gli Usa non hanno bisogno di valletti ma di consolidati amici
Mentre vedevo alla televisione le immagini della visita ufficiale dell’onorevole Berlusconi a Washington il mio ricordo è andato spontaneamente al primo viaggio di un presidente del Consiglio italiano nella capitale degli Stati Uniti.
Giulio Andreotti

Bush, Putin e Jiang Zemin
Così nessun invito arrivò a Ivanoe Bonomi e a Ferruccio Parri; ma lo stesso De Gasperi andò a Washington (gennaio 1947) come aggiunta di cortesia ad un programma privato. Si trattava di un incontro culturale a Cleveland promosso dall’editore Henry Luce. Fu ricevuto bene da Truman ed ebbe contatti con i massimi esponenti dell’amministrazione.
Su questo viaggio si costruì una leggenda secondo la quale sarebbe stato consigliato o addirittura intimato a De Gasperi di sbarcare i comunisti dal governo, che era tuttora composto dai rappresentanti dei partiti del Comitato di liberazione nazionale. E poiché pochi mesi dopo i comunisti uscirono, la tesi fu molto accreditata. Ma non è così. Certamente gli americani avevano allora e conservarono a lungo una totale allergia per tutti i satelliti del partito di Mosca, ma rispettavano le nostre scelte. De Gasperi disse loro con fermezza che gli italiani, riacquistata con la sconfitta del fascismo la democrazia, non vi avrebbero mai più rinunciato. E se Togliatti, forse per le istruzioni ricevute, non avesse fatto saltare la coalizione con la sua famosa invettiva contro gli americani («Ma quanto sono cretini») il governo avrebbe almeno per un certo tempo mantenuto la formula originaria.
Rotta l’intesa con un irreparabile contrasto sulla politica estera, la divaricazione fu netta lasciando il 18 aprile dell’anno successivo agli elettori di voler confermare l’indirizzo di fondo. In questo contesto si pose il Piano Marshall e ancor di più il Patto Atlantico.
Ma è pur vero che verso il pluralismo democratico di De Gasperi qualche incomprensione laggiù (e altrove) si ebbe. Tanto che qualche giorno prima di morire, essendo io in procinto di partire per New York, il presidente mi scrisse da Sella un biglietto manifestandomi l’amarezza che provava per l’incomprensione degli americani.
Per spiegare questo malinconico riferimento, bisogna rifarsi all’anno precedente, quando il governo De Gasperi era stato impietosamente battuto in Parlamento per la defezione degli alleati di governo e la fermezza del presidente nel non accettare compromessi con l’opposizione (Nenni era venuto a dirgli di non preoccuparsi del Patto Atlantico: «Un pezzo di carta come tanti altri»). A parte un certo disinteresse – purtroppo abituale – per chi è sconfitto, non mancavano in qualche circolo americano diffidenze per l’europeismo di De Gasperi ritenuto eccessivo. Se ne erano già avuti sintomi al momento della Comunità del carbone e dell’acciaio; e verso la Comunità di difesa (Ced), mentre il governo di Washington era favorevole, una parte almeno del Pentagono (persistenti diffidenze verso i tedeschi?) non nascondeva perplessità. Si aggiunga che la signora Luce, ambasciatrice a Roma, nelle sue personali valutazioni – non sempre condivise dai collaboratori diplomatici di carriera – tesseva l’elogio di Pella uomo forte, contrapponendolo all’accomodantismo degasperiano. Apprezzai però che, trovandosi in vacanza negli Stati Uniti il giorno della morte di De Gasperi, la signora Luce rientrasse subito a Roma per partecipare ai funerali.
Fu Mario Scelba ad aprire la serie delle visite ufficiali alla Casa Bianca dei nostri primi ministri; che si svolgono sempre abbinando colloqui politici con un affascinante cerimoniale, fatto di musiche, bandiere, discorsetti di saluto, applausi di una delegazione di oriundi.
Io stesso ho vissuto più volte questa esperienza, ma certamente il contesto del viaggio di Berlusconi non poteva non essere impostato sulla tremenda novità dell’11 settembre. Di qui la prima tappa al Pentagono che il terrorismo ha voluto colpire illudendosi di mettere l’America in ginocchio.
Tuttavia più di mezzo secolo di una limpida linearità internazionale conferisce all’Italia una dignità e una forza straordinarie. Se non abbiamo portaerei, sommergibili nucleari o altri mezzi militari ultrapotenti da schierare, non credo proprio che questo possa declassificarci. In quest’ottica nei colloqui con il presidente Bush l’onorevole Berlusconi ha visto certamente apprezzato, ad esempio, quanto aveva detto nei giorni precedenti in Parlamento circa la necessità di impostare su grandi progetti di concreta solidarietà la soluzione del problema palestinese.
Gli Stati Uniti oggi più che mai non hanno bisogno di valletti, ma di consolidati amici.