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RISCOPERTE
tratto dal n. 10 - 2001

L’avventura cristiana di Li Madou


Questo era il nome cinese del gesuita Matteo Ricci che, con alcuni compagni, si inoltrò inerme nella Cina dei Ming, universo chiuso e sospettoso. I suoi commentari intitolati Della entrata della "Compagnia di Giesù" e "Christianità nella Cina" tornano d’attualità: offrono un esempio di evangelizzazione rispettosa delle diversità, e attenta nel valorizzare tutto ciò che è possibile


di Gianni Valente


Un ritratto di Matteo Ricci eseguito a Pechino

Un ritratto di Matteo Ricci eseguito a Pechino

A Pechino, nella sala d’ingresso del palazzo che ospita la scuola ideologica per i quadri del comitato centrale, ci sono ancora i segni della festa. Sui muri campeggiano le foto delle cerimonie per l’ottantesimo compleanno del Partito comunista cinese, fondato a Shanghai nel 1921. C’è pure la galleria di ritratti degli accigliati benemeriti dell’epopea comunista, compreso qualche fisico sapientone che ai bei tempi regalò al popolo cinese la bomba. Non manca neanche il festone con uno slogan veteromaoista che sembra il titolo di un’enciclica papale: "Bisogna credere la verità".
Ma proprio a pochi passi da qui, in mezzo al grande cortile interno su cui affacciano i vari edifici della scuola di partito, c’è un piccolo cimitero con una ventina di tombe antiche. È qui che riposa Matteo Ricci, "Italicus maceratensis", come indica l’alta lapide scritta in latino e in cinese che già due volte è stata spezzata e restaurata, dopo le profanazioni compiute nel secolo scorso prima dalla rivolta dei Boxer e poi ad opera delle guardie rosse della rivoluzione.
È un curioso scherzo della Provvidenza, questa tomba del grande missionario gesuita custodita con grande riguardo nel cuore della fucina ideologica dell’ultimo impero comunista. In quel lembo di terra che l’imperatore aveva donato ai figli di sant’Ignazio e che poi aveva ospitato il seminario di Pechino, prima di venir confiscato, come tutte le proprietà ecclesiastiche, dai vittoriosi seguaci di Mao Zedong. Anche questa insolita coabitazione suggerisce che forse l’avventura del grande gesuita, giunto qui più di quattrocento anni fa "per liberare le misere anime dalla perdizione eterna", fattosi "barbaro per amore di Cristo" e morto nel maggio 1610 presso la corte imperiale, completamente "fatto Cina", ha ancora qualcosa da dire a chi anche oggi guarda con sollecitudine al futuro del cristianesimo nell’ex Celeste Impero.

Il gesuita camuffato
Matteo non arrivò qui scortato dai cannoni delle potenze straniere, come sarebbe capitato a parecchi missionari dell’epoca coloniale. A quel tempo, gli amici di sant’Ignazio usavano partire da soli, o a due a due. Si inoltravano inermi in terre sconosciute e ostili, ai quattro angoli del mondo. Lasciando fare alla Provvidenza. E contando anche sulla loro fantasia.
Qui, tutto cominciò con un orologio a ruote, "che sonava per se stesso ad ogni hora, cosa molto bella, mai vista e mai udita in Cina". Quando il viceré di Zhaoquing, "huomo sagace ed amico del denaro", seppe che nell’enclave portoghese di Macao i gesuiti si erano fatti arrivare da lontano quell’arnese per donarlo a lui, li mandò a chiamare "per stare nella Cina e quivi far chiesa e casa". Qualche mese dopo, quel viceré cadde in disgrazia, e i padri se ne tornarono sconsolati alla base, non senza aver promesso ai funzionari di palazzo qualche buona mancia se gli avessero ottenuto il favore del successore. Cosa che sorprendentemente accadde. Così, nel 1583, Matteo e il suo compagno Michele Ruggeri entrarono di nuovo "in questo altro mondo della Cina", pensando che era giunta l’ora in cui "la divina Misericordia voleva voltare gli occhi sopra questo misero regno, e con una potente mano aprire la porta sì serrata ai predicatori del Santo Evangelio, acciocché potessero seminare in esso la fede christiana".
La Cina dei Ming era un universo chiuso e sospettoso. Un Impero convinto della propria superiorità, dove eunuchi di corte e gerarchi di provincia facevano a gara nell’aizzare la secolare xenofobia verso i "diavoli stranieri". Per prima cosa, i due gesuiti venuti dalla lontana Italia iniziarono a mimetizzarsi, assumendo l’aspetto esteriore dei bonzi buddisti, assimilando la lingua e i gesti quotidiani della gente cinese. "Quello che mostrarono i cinesi tutto molto contento fu il vestirsi i Padri, con tutta la gente di casa, a guisa delle persone più honeste di questa natione". Matteo Ricci prese anche un nome cinese. Da allora in poi, lo avrebbero chiamato Li Madou.
Non era solo un artificio psicologico. Tutto il primo libro dei suoi commentari, intitolati Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina (recentemente ripubblicati in una pregevole edizione dalla casa editrice Quodlibet), racconta con toni di simpatia e a volte di ammirazione le scoperte che i curiosi figli della Compagnia andavano accumulando intorno all’universo cinese.
Matteo Ricci era rimasto subito impressionato dalla grandezza umana del disegno politico che sorreggeva la compagine imperiale, che pur dentro le nefandezze degli uomini di potere riusciva ad organizzare la vita di un popolo sparso in un territorio così immenso. Ma soprattutto sondava con attenzione gli ideali morali e i tentativi di ricerca spirituale espressi dalla grande civiltà cinese. Per iniziare la sua opera di annuncio cristiano, scrutava le varie scuole di pensiero che gareggiavano nel grande campo della Terra di Mezzo. Cercava un punto d’incastro, un’affinità minimale, una risonanza familiare anche lontana da cui partire per spargere in quella terra il seme cristiano, senza che esso venisse subito respinto come un corpo estraneo. Alla fine, individuò i suoi interlocutori nei letterati della scuola confuciana, la corrente maggioritaria che forniva la classe dirigente per l’immenso apparato burocratico cinese.
Elogio della ragione
La tradizione confuciana classica, agli occhi di padre Matteo, appariva come una saggezza spirituale ad uso civile: "Il fine di questa legge de’ letterati è la pace e quiete del regno e buon governo delle case e de’ particolari, per le qual cose danno as_ai buoni avisi, tutti conformi al lume naturale e alla vertà catholica". Gli elementi metafisici che vi si trovavano — l’esistenza di un essere supremo, l’immortalità dell’anima, i premi e i castighi commisurati all’esercizio della virtù morale — erano tutte verità raggiungibili "col lume naturale": "Fecero sempre molto caso di seguire in tutte le loro opere il dettame della ragione che dicevano aver ricevuta dal Cielo, e mai credettero del Re del Cielo e degli altri spiriti, suoi ministri, cose tanto sconcie quanto credettero i nostri romani, i greci, gli egittii e altre strane nazioni. Di dove si può sperare della Imensa bontà del Signore, che molti di quegli antichi si salvassero nella legge naturale, con quello agiuto particolare che suole Iddio porgere, a quegli che di sua parte fanno quanto possono per riceverlo".
In fondo, il confucianesimo si presentava al giovane gesuita di Macerata non come una religione, ma come "un’Accademia, istituita per il buon governo della Repubblica, e così ben possono essere di questa Accademia e farsi christiani, posciaché nel suo essentiale non contiene niente contra l’essentia della fede catholica; né la fede catholica impedisce niente, anzi agiuta molto alla quiete e pace della Repubblica, che i suoi libri pretendono".
Il razionalismo confuciano era compatibile col cristianesimo proprio in virtù della sua ultima indifferenza per le cose divine e per il suo interessarsi delle cose mondane. Per questo Matteo non si stancava di dir bene "della setta de’ letterati e del suo autore Confuzio, il quale, non sapendo delle cose dell’altra vita, solo aveva dato dottrina del modo del ben vivere in questa presente, e governare e conservare in pace il Regno e la Repubblica". Al nume supremo che pur riconoscevano, i letterati non rivolgevano preghiere e invocazioni. Così come nei templi dedicati a Confucio, nonostante vi si celebrassero sacrifici più volte l’anno, "non riconoscono in lui nessuna divinità, né gli chiedono niente e così non si può chiamare vero sacrificio". Allo stesso modo, anche nel tradizionale culto degli antenati, Ricci vedeva un rituale di memoria e di riconoscenza, visto che i cinesi "non riconoschino in questi morti nessuna divinità, né gli chiedano né sperin da essi niente".
Una volta scomparso Matteo Ricci, si sa che fine fece questa tollerante apertura nei confronti delle secolari tradizioni confuciane. Su pressione anche dei missionari di altri ordini, la Sede Apostolica condannò i cosiddetti riti cinesi. Chi si convertiva al cattolicesimo doveva astenersi dal partecipare alle cerimonie civili e domestiche in memoria di Confucio e degli antenati. Per secoli, con la "maledetta questione dei riti", come la definì Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina, farsi cattolico per un cinese significava rinunciare a consuetudini culturali, patriottiche e familiari di antica tradizione, per abbracciare una dottrina straniera. Solo nel 1939, quando oramai la querelle era di fatto decantata, proprio Costantini chiuse la partita, riconoscendo che gli onori pubblici resi a Confucio e agli antenati non avevano carattere religioso e i cattolici potevano legittimamente prendervi parte. Un riconoscimento tardivo delle intuizioni di Matteo.
La riproduzione della Salus Populi Romani proveniente dalla missione di Matteo Ricci e conservata al Field Museum di Chicago

La riproduzione della Salus Populi Romani proveniente dalla missione di Matteo Ricci e conservata al Field Museum di Chicago

Vaneggiamenti religiosi
Tutta la polemica antigesuitica dei tempi successivi accusò il metodo inaugurato da Ricci di eccessiva condiscendenza verso le tradizioni spirituali e morali cinesi. Quasi che al di qua dalla Grande Muraglia i seguaci di Confucio avessero custodito i principi della prima rivelazione divina, e per loro fosse superfluo l’incontro con la dolce grazia di Gesù Cristo.
Polemiche e sospetti fuori bersaglio. Li Madou vedeva bene che anche i saggi cinesi erano segnati dal peccato originale, che fiacca tutte le facoltà della natura umana: "Conciosia che la natura corrotta, se non viene agiutata dalla grazia divina, vennero poi questi miseri huomini puoco a puoco spegnendo tanto di quel primo lume". La sua descrizione della Cina registra senza rancore e moralismo, ma anche senza censure, i vizi e i crimini endemici che a fronte di tanto elevate aspirazioni ideali segnano le opere e i giorni degli uomini: l’avidità e la corruzione generale, la rapacità e le crudeltà dei mandarini, le truffe, la prostituzione dilagante, la pratica diffusa dell’infanticidio, le stregonerie dei ciarlatani che promettono la vita eterna per mezzo di elisir e di esercizi fisici. Quando entra a Pechino, l’umanità che vive ai bordi della Città proibita gli si presenta come una Babele, dove "de’negozi di fuora nessuno applicava l’animo, se non a quelli dove se gli offriva occasione di cavar denari".
Ma il saggio d’Occidente dalla mente aperta usa parole di scherno solo verso i vaneggiamenti delle scuole religiose buddiste e taoiste, le due "sette idolatriche" che ai suoi occhi si presentano come una corruzione di quel senso religioso che nell’antica saggezza spirituale si esprimeva ancora in forme non totalmente sfigurate. Per non confondersi con i bonzi buddisti, di cui scopre tra l’altro la pessima fama, Li Madou cambia anche vestiti e acconciatura, assumendo un aspetto simile a quello dei letterati confuciani. Con i buddisti e i taoisti il tollerante missionario cattolico non trova punti di contatto da poter valorizzare. Le loro dottrine — la metempsicosi, il principio indeterminato e vuoto, l’unità di sostanza tra principio creatore e realtà create — ripugnano alla sua ragione e al suo sensus fidei. Contro le teorie sconnesse proposte dagli "idolatri" per spiegare i fenomeni naturali, si trova a fianco come alleati i razionalisti confuciani. In occasione di pubbliche dispute, il gesuita cala sul tavolo anche le conoscenze scientifiche che si è portato dietro dai suoi studi al Collegio Romano. "Molti, imparate le nostre scientie di mathematca, si risero della legge e dottrina degli idoli, dicendo che chi tanti errori dissero delle cose naturali e di questa vita, non è ragione che se gli dia credito nelle cose sopranaturali dell’altro mondo". L’ultima depravazione religiosa Li Madou la coglie nel sincretismo, che conduce diritto all’ateismo del cuore dissimulato in riti e formule, che si continua a professare solo per motivi di potere: "Parendo loro che in questa materia di religione, quanti più modi di dire vi sono, tanto più utilità apporta al Regno, alla fine tutto si risolve nel contrario, perché, volendo seguire tutte le leggi, vengono a restare senza nessuna, per non seguire nessuna col cuo\e. Cosicché vengono la maggior parte di questa gente a stare nel profondo dell’atheismo".

A tempo debito
Davanti a questo nuovo mondo che si trovava davanti, padre Matteo non prese le cose a muso duro. "In questi princìpij, per non mettere qualche suspitione a questa gente con questa novità, non trattavano i Padri molto chiaramente di predicare la nostra santa legge, ma più tosto se impiegavano a guadagnare gli animi dei cinesi, a muoverli con la buona vita et esemplare a quello che né con la lingua potevano, né il tempo gli dava agio di fare".
Anche questa intenzionale gradualità nel comunicare la novità del fatto cristiano divenne pretesto di accuse e sospetti verso l’esperienza missionaria di Matteo Ricci. Il suo catechismo, un Credo minimum steso ad uso dei letterati confuciani per dimostrare la compatibilità tra i fondamentali articoli della fede cattolica "con il lume naturale e quello che nei suoi libri insegnorno i loro primi savij", fu tacciato di colpevoli lacune e reticenze. Un’incomprensione che nascondeva lo scontro tra due concezioni dell’azione missionaria.
Secondo padre Matteo, il seme cristiano poteva attecchire in Cina non in virtù di una dialettica teologica. Né, tantomeno, facendo tabula rasa delle tradizioni culturali e spirituali partorite dalla civiltà locale. Ai catecumeni, a chi iniziava un cammino di fede, era utile e doveroso esporre tutte le novità inimmaginabili della storia della salvezza. Ma con gli altri, con l’immensa moltitudine pagana, occorreva innanzitutto rompere il muro d’estraneità. Magari parlando d’altro. Usando di tutto per far vedere che non si voleva imporre niente a nessuno. Che, anzi, quegli insoliti stranieri erano venuti da lontano solo per portare cose buone. Cose che facevano bene alla pace, alla tranquillità e alla letizia della vita.
Il grande escamotage che padre Matteo trovò per conquistare la confidenza e la curiosità dei cinesi fu la scienza occidentale, fino allora quasi del tutto ignota nel Celeste Impero. Nel racconto che lui stesso ci fornisce nei suoi commentari lo vediamo avanzare di città in città coi suoi "astrolabij, mappamondi, sphere et altre opre", sempre circondato da letterati e burocrati influenti con gli occhi strabuzzanti di curiosità e meraviglia. Li Madou descrive ai dignitari cinesi i reali confini del mondo e la posizione che vi occupa la Terra di Mezzo. Spiega loro le eclissi e la forma sferica della terra. Introduce le nozioni fondamentali della geometria euclidea. Mette a posto i calcoli per avere un calendario che funzioni, e coi suoi orologi dà contezza della misura del tempo. Stupisce i maggiorenti con le sue tecniche di apprendimento mnemonico. Dopo una tale raffica di colpi ad effetto, qualcuno comincia a pensare che Li Madou sia un mago. Si sparge la diceria che i gesuiti conoscano le arti alchemiche per trasformare il mercurio in argento. Un eunuco arriva a suggerir loro di insegnare tali pratiche al re, perché "questa era la miglior cosa che gli potevano presentare, per la insatiabil fame che quest’uomo tiene di argento".
Ma dentro questa concitata stagione fitta di incontri, di interessi concreti, di scambi, chi si imbatte in Matteo e nei suoi compagni può talvolta percepire un’attrattiva diversa. Lo sanno bene, i figli di sant’Ignazio, che nessuno diventa cristiano per una lezione di matematica o di astronomia. Ma notano anche che in certe situazioni è inutile aggiungere parole. Serve più favorire un accenno di simpatia umana, il resto lo fa un Altro. Matteo racconta: "Con questo modo di parlare, più con opere che con parole, venne il buono odore della nostra legge a spargersi per tutta la Cina".
Il primo battezzato della missione gesuita fu un poveretto colpito da un male incurabile, che tutti avevano abbandonato fuorché i Compagni di Gesù. "Gli parve questo agiuto esser venuto dal Cielo, e rispose che di molta buona volontà riceverebbe la nostra lege, parendogli che non potesse esser se non vera quella, che insegnava a fare tali opre di carità". Quando Ricci muore, l’11 maggio 1610, i cinesi diventati cristiani "per opera che è tutta d’Iddio" sono 2.500. Tra loro figurano personaggi influenti come Paolo Xu Guangqi, futuro cancelliere dell’Impero. E bambini svegli come la piccola Ines, che chiude la porta ai pagani che vogliono far entrare un idolo in casa sua, spiegando loro che "noi siamo cristiani, e non abbiamo bisogno del principe delle tenebre. Dove c’è Dio non ci sono influssi né spiriti maligni". In ognuna delle otto residenze che i gesuiti hanno aperto nelle varie città dell’Impero ci sono tre o quattro cinesi che si preparano ad entrare nella Compagnia. Nessuno di loro arriverà al sacerdozio, per il veto arrivato da Roma.

Amici che contano
I ventisette anni di Matteo Ricci in terra cinese si possono anche leggere come una lunga, avventurosa marcia per raggiungere la corte imperiale. Nella sua vita quotidiana, a Li Madou capita di tutto: truffe e naufragi, assalti della plebe alle residenze e mesi passati in prigione, malattie infettive e intrighi dei buddisti. Quando, finalmente, il 27 gennaio del 1601 riesce ad ottenere udienza a corte, si presenta portando un bel mucchio di regali, tra cui una riproduzione della Madonna di Santa Maria Maggiore. E mette al servizio del Figlio del Cielo tutte le sue conoscenze scientifiche.
Se c’è un filo rosso che lega di città in città le tappe del cammino, dalla prima residenza di Zhaoquing fino alla finale dimora pechinese, è la ricerca quasi ossessiva di amicizie influenti, per sbloccare le situazioni di stallo e vincere le insondabili resistenze degli uomini d’apparato al raggiungimento della meta. Buona parte del tempo Matteo e i suoi lo passano a scambiare visite e a partecipare a riunioni conviviali. "Stava tutto il giorno la casa piena di persone gravi e la strada piena delle loro lettichette, la riviera del fiume, avanti la nostra porta, piena di barche di mandarini". Dopo aver superato con gesuitica pazienza gli ostacoli e le insidie degli eunuchi e dei mandarini avidi, a Pechino sarà proprio questo ritmo frenetico di incontri mondani a fiaccare la sua salute.
In questa strategia dell’attenzione verso la classe dominante, si insinuava anche il sogno di convertire tutto l’immenso Paese a partire dal centro. Ma almeno all’inizio, questa sollecitudine esprime soprattutto il tentativo di garantire al primo germoglio di vita cristiana fiorito in Cina in epoca moderna le condizioni minimali di pace, di tranquillità e di laboriosa normalità affinché potesse crescere e dare frutto. Prima di partire, anche il visitatore della Compagnia di Gesù per le Indie orientali Alessandro Valignano aveva raccomandato a Matteo "che procurasse aver entrata alla Corte di Pacchino e al Re; percioché, mentre la stata dei Padri non fosse approvata dall’istesso Re, mai avrebbe potuto essere sicura".
Oggi, in Cina, non c’è più l’imperatore. Chi governa il Paese più popoloso del mondo si mostra consapevole della sua possibilità di durare nel tempo, per guidare con polso fermo il passaggio verso la grande modernizzazione economica. Ora che si ricomincia a parlare di nuovi spiragli di dialogo tra Pechino e la Santa Sede, anche l’avventura cinese di Li Madou può suggerire a chi sarà della partita i modi opportuni di muoversi. Lui e i suoi amici, appena arrivati nel Guangdong, si presentarono al viceré con questo biglietto da visita: "Erano religiosi che servivano Iddio, _ignore del Cielo, ed erano venuti dalle ultime parti dell’Occidente in tre o quattro anni, alla fama del buon governo della Cina, e solo desideravano un luogo là dentro, dove potessero fare una casetta, et una chiesuola, dove se ne volevano stare fino alla morte servendo al suo Dio, priegando a Sua Signoria che agiutasse in questo, che loro non darebbono nessun travaglio, e per se stessi cercariano limosine per il suo vitto e vestito, e gliene restarebbero obbligati per tutta la sua vita".


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